L’impenetrabile banalità del linguaggio del vino. Sicilia en primeur e la langue de bois

Voglio proporvi un piccolo esame: conoscete il significato dell’espressione “langue de bois”? Per chi non lo sapesse questa espressione, molto utilizzata nel campo della propaganda politica e della politologia e variante moderna della metafora russa pre-rivoluzionaria della "langue de chene", poi mutuata in "langue de bois" i Polonia e quindi in Francia, designa un discorso fittizio, stereotipato, una lingua che non solo non esprime il reale, ma che impedisce di esprimerlo. Si tratta di una figura della retorica che dà l’impressione di comunicare ma è solo un veicolo di una mancata comunicazione, di un linguaggio fittizio e ingannatore. E’ la lingua del politicamente corretto, una forma di espressione che, soprattutto in materia politica, serve a dissimulare una mancanza di informazioni precise su un evento o un progetto. In altre parole è la dimostrazione di quella prudenza e di quella furbizia che sono le qualità principali del sovrano. Per concludere, insomma, il perfetto ingrediente di taluni slogan, di formule molto generali, facili da ricordare e usate per colpire l’immaginazione, ma che nascondono una certa oscurità nell’argomentazione.
Ma cosa c’entra, vi sarete chiesti a questo punto, la langue de bois con il discorso sul vino che un blog come questo dovrebbe trattare ? C’entra eccome, perché nel mondo del vino di oggi della langue de bois si fa un uso molto diffuso, con lo scopo ben chiaro di épater le publique ed il consumatore, e di spacciare per vere presunte verità che vere assolutamente non sono.

Impenetrabile, un aggettivo e un colore. Il Nero d’Avola conquista Sicilia en primeur

Vi do subito un esempio tanto per intenderci di questo uso e abuso della langue de bois, facendo riferimento ad un comunicato stampa relativo ad una manifestazione che si è svolta nei giorni scorsi in Sicilia, a Taormina, quella Sicilia en primeur, organizzata da Assovini Sicilia ed interamente dedicata alla presentazione in anteprima dei vini siciliani, alla quale, giustamente, non essendo notoriamente un estimatore della moderna enologia e produzione vitivinicola sicula, non sono stato invitato, sebbene alla rassegna, autodefinitasi “evento di grande impatto mediatico”, fossero presenti “giornalisti di tutto il mondo selezionati tra le più importanti testate del settore”.

Non c’ero, pertanto, tra gli “oltre centocinquanta giornalisti specializzati, magistralmente guidati dal cavaliere del lavoro dott. Ezio Rivella” (nella foto), cui è stata proposta una “short list di diciotto bottiglie rigidamente selezionate da una commissione di enologi e suddivisa in una serie di batterie volutamente anonime”. Mi sono pertanto perso “nella prima batteria di vini, resi rigidamente anonimi” (mi chiedo se si sarebbe potuto “anonimizzarli”, come ama dire il presidente degli enologi italiani Giuseppe Martelli, anche morbidamente, elasticamente e non solo con una rigidezza da reggimento di corazzieri…), i “tre Neri d’Avola provenienti da diverse zone di produzione” e anche i “molti vini provenienti da vitigni internazionali che hanno espresso molto bene i tipici flavors siciliani”.
Rimasto sul continente, a Bergamo, mi devo accontentare di apprendere, dal comunicato stampa pervenutomi via mail, in attesa di verificarlo con il mio naso e palato, che “dalle cinque batterie siciliane è emerso un uso più equilibrato e sapiente del legno, una buona acidità e quindi maggiore longevità dei vini e il gusto di sperimentare nuovi blend e nuovi vitigni”, quali, ad esempio, “la sorprendente elaborazione di un Tannat dell’Etna” (Sicilia bedda!) e un “elegante mix tra Chardonnay e Fiano” (baciamo le mani a vossia !).
Mi sono risparmiato, pertanto, l’assistere al disinvolto e abbondante sfoggio di langue de bois fatto non solo in questo comunicato ad uso e consumo di chi non c’era e al quale viene fatto credere di essersi perso chissà che, ma il vedere dal vivo un riconosciuto campione e virtuoso della langue de bois come l’esimio cavaliere del lavoro Ezio Rivella, indimenticabile (ma tutt’altro che rimpianto) presidente del Comitato nazionale dei vini a denominazione d’origine e amministratore delegato della Banfi a Montalcino, dare uno splendido esempio di enologica langue de bois, definendo ripetutamente come “impenetrabile” il “colore dei Neri (sic!) d’Avola che quest’anno hanno caratterizzato la passerella enologica”, sino a sancirlo come l’“aggettivo che possa esprimere il segnale della migliore offerta enologica siciliana”.
Ossignur ! Il mondo intero ne ha le scatole, o meglio gli occhi, (oltre che il naso ed il palato) pieni di vini dal colore concentratissimo, melanzanoso, fosco, senza vivacità, senza riflessi, tristi come un paramento funebre, e questi qua, i Rivella ed i signori di Sicilia en primeur, sono ancora qui, a "scassarci la m*****a", con rispetto parlando, scegliendo l’impenetrabilità del colore dei Nero d’Avola come il simbolo, il plus, l’elemento distintivo, quello che dovrebbe fare la differenza, dare nobilitate e importanza ai vini, della moderna produzione vitivinicola, dell’enologia di quella splendida realtà che è la Sicilia ? Un po’ di pudore, suvvia, e finitela, una volta per tutte, di menare il can per l’aia con questa langue de bois che non dice niente, che è vuota di significato e al ritmo di “Neri d’Avola impenetrabili” e altre amenità non proclama altro che banalità astratte e pompose!
Qui d’impenetrabile, oltre al colore lutulento di vini che celebrano il funerale della fantasia e dell’originalità, c’è solo la voluta, inaccessibile e invalicabile oscurità di un eloquio che vorrebbe essere importante ma è solo vuoto e triste, proprio come un linguaggio del vino che non comunica niente se non la propria banalità e assenza di senso, la propria tragicomica autoreferenzialità e siderale lontananza dal reale…

0 pensieri su “L’impenetrabile banalità del linguaggio del vino. Sicilia en primeur e la langue de bois

  1. Dopo tanto leggere, ne scrivo una anche io a proposito di questo argomento. Trovo tutto molto condivisibile, ma mi permetto di consigliare a FZ di abbandonare i neretti. Un testo piano, senza neretti, è paradossalmente molto piu’ incisivo e ficcante, sembra “gridare>” meno e la sostanza delle cose sostenute non cambia. Che ne pensi?

  2. Proposta interessante per Franco la tua, Alessio. Da una parte concorderei anch’io con te, perche’ anche http://www.enotime.it negli articoli non usa i neretti. Pero’ vedo che usarli e’ nello stile anche (per esempio) di http://www.acquabuona.it, di http://www.lavinium.it e di alcuni blog molto piu’ facili da leggere, perche’ una parola o una brevissima frase in neretto rendono piu’ facile al lettore rintracciare un concetto quando vuol rispondere. Mi piacerebbe leggere l’opinione di Franco sul tema… “grafico”.

  3. Gentile Ziliani, ho l’obbligo professionale di ringraziarla per il “langue de bois”. Credo che miglior complimento i miei comunicati non potevano ricevere.
    Curare l’ufficio stampa di un evento che hanno fortemente voluto gli oltre 60 soci di Assovini Sicilia che da soli rappresentano una product-share regionale che supera, a valore, il 75% del vino siciliano imbottigliato, non equivale a scrivere i propri strali su un personalissimo e autocelebrativo blog ed esige il rigore del “politically correct” per dirla in maniera meno stalinista e forse più aziendalista.
    Se il mio riferirmi alle performance dei vini presentati in Sicilia è stato un apprezzato e impenetrabile “linguaggio legnoso”, vedo invece nella fatica editoriale che ci dedica quella “langue de panza” che ben si adatta alle ossidazioni del buon vino della taverna e alle facili bevute tra colleghi che puntano a far tardi insultandosi tra loro.
    E se lei si è scassato la m…, sappia che qui, in Sicilia e nonostante i suoi guai, ci sono 469 aziende con capacità proprie di imbottigliamento e 52 organismi associativi che hanno contribuito con fatica e ostinazione imbottigliando 1,2 milioni di ettolitri di vino circa, superando i 160 milioni di bottiglie (+2,6% rispetto l’anno precedente) riempiendo un gap di atavico ritardo. Questi signori, in una terra che ha grandi tradizioni di latifondismo e di brigantaggio, hanno scelto di mettersi assieme, mettere in piazza i gioielli famiglia e lanciarsi in una competizione i cui toni del rosso se hanno quel valore che meritano, mi permetta di dirle che sarebbero all’altezza di ben altre dinamiche analisi. E su queste vorrei vederla all’opera.
    Pensa veramente che gli oltre centocinquanta ospiti che già da quattro anni amano, giudicano e scrivono liberamente di ciò che hanno visto, sentito e analizzato pensino solo a sbalordire il solito pubblico zoticone e grossolano? Potenza del comunicato stampa! A quale azienda non piacerebbe scrivere per una Pravda pronta a convincere i suoi lettori che l’unica Vodka in commercio è certamente la migliore; ma per fortuna sua, mia e di tutti noi, non è così.
    Lei può scegliere di rimanere a Bergamo e, come un novello Chance The Gardener, candidarsi anche alla presidenza del paese senza averlo mai visto, ma non giochi con il dialetto antico e popolare di un contesto che conosce per sentito dire. Fosse stato in Sicilia, almeno una volta e senza attendere inviti, saprebbe che proprio quell’impenetrabilità dei colori, dei toni, delle sensazioni, degli sguardi fa parte dei nostri riti religiosi, delle facciate dei palazzi, della “impenetrabile solitudine” di un territorio che non può mostrarsi solo nei flavors della sua enoteca di fiducia.
    Continuerò a leggere con grande interesse la sua idea di autoctonia, ma si ricordi che la Sicilia è terra di contaminazioni e di dominazioni; è questa la caratteristica che ci ha reso “multiculti” prima di quei tanti che oggi ne fanno bandiera. Un’integrazione che può capire solo se passa un po’ del suo tempo con i pescatori di Mazzara, con i profumi del nostro Cous-cous, con le tipicità di Pachino, con i tanti cuochi che usano agrumi ed essenze per concentrati e paramenti che lei neanche riesce ad immaginare.
    Appunterò il suo lungo pensiero a noi dedicato tra le pagine della nostra rassegna stampa sotto la voce “cadute di stile da anonimizzare”, ricordando ai nostri entusiasti ospiti di questo fine settimana quei numerosi “impenetrabili” Nerelli che si sono distinti con quella melenzanosa, non per questo impenetrabile, parmigiana di pesce spada che l’allegria di Giovanni a Letojanni non ci ha fatto mancare nonostante il suo di funerale della fantasia e dell’originalità.
    Tanto le dovevo e con viva cordialità.
    Francesca Maraviglia
    Responsabile dell’ufficio stampa di Sicilia En Primeur ‘07

  4. Si.ra Francesca, lei ha scitto “Appuntero’ il suo lungo pensiero a noi dedicato tra le pagine della nostra rassegna stampa sotto la voce…”, ma non le sembra che possa essere inteso come una velata minaccia? In quella parola “anonimizzare” si possono leggere tanti sinonimi, anche molto criminali, in perfetto stile con la Sicilia dei padrini. La pregherei percio’ di precisare meglio che cosa significa quella parola, proprio per non dare adito a dubbi. Grazie della cortese attenzione.

  5. Non conosco la Sicilia dei padrini e delle minacce; ne mi appartengono le loro storie. Conosco la Sicilia rurale che lavora e che insegue l’eccellenza delle sue tipicità sottoponendosi con dignità ai meritati giudizi.
    Le donne siciliane non minacciano, usano la provocazione e l’ironia e vanno lette e ascoltate per quello che scrivono e dicono. L’anonimizzazione che è una procedura da database relazionale, non certo di alta criminologia, non mi sembra di averla proposta io.
    In questo caso si rivolge ad un testo la cui caduta di stile danneggia la firma di un apprezzato professionista del settore che si è sempre distinto per giudizi obiettivi e sopra le parti. Con l’anonimmizzazione del pezzo potrà comunque continuare a ricevere la mia stima e sarà seguito ancora con l’attenzione che merita.

  6. Gentilissima Francesca, ho letto, con ammirazione, dovuta allo stile, finalmente non “langue de bois”, ma espressione sincera, sentita, colorata, piena di vita, di passione per la propria terra, la sua replica a quanto ho scritto. Rispetto, come legittimo diritto di critica, le sue parole e capisco benissimo che non abbia gradito che io abbia qualificato come linguaggio da “langue de bois” il suo comunicato. Resta però il fatto che, zigzagando amabilmente tra “product-share”, dati statistici, divagazioni storico sociologiche, profumi di zagare, essenze ed effluvi di cucina di contaminazione ante litteram, lei ha evitato accuratamente di rispondere al mio principale addebito, langue de bois a parte, ovverosia alla precisa critica che ho fatto al modello di vinone impenetrabile, concentrato, muscoloso, da body builing enologico, che la Sicilia del vino, a mio avviso sbagliando clamorosamente, ha adottato da una diecina d’anni almeno. Troppo facile archiviare il mio scritto nel capitolo delle “cadute di stile da anonimizzare” (e perché mai ? io non mi nascondo, mi firmo sempre, rispondo in prima persona delle mie prese di posizione) e liquidare la cosa. Perché non aprire invece un ampio dibattito e sentire il parere sull’attuale stilistica adottata dai vini siculi, soprattutto Nero d’Avola, di un ampio arco di giornalisti, consumatori, enotecari e capire se davvero la strada dei vini “impenetrabili” sia apprezzata e condivisa ?
    Quanto al mio rimanermene in Continente, ha ragione, prima o poi dovrò decidermi a scendere in terra di Sicilia e misurarmi, sul campo, con la realtà produttiva siciliana. Resta comunque il fatto che, per insondabili motivi, a Sicilia en primeur non sia stato invitato, né quest’anno, né lo scorso anno. Sarebbe successa la stessa cosa se, invece che criticare (cosa attinente al mio mestiere di giornalista) l’attuale filosofia ed estetica del vino siciliano mi fossi unito al coro dei plaudenti entusiasti dell’impenetrabilità del Nero d’Avola e della Sicilia come regione italiana che vanta il maggior numero di ettari vitati a Cabernet Sauvignon, Syrah e Merlot ?

  7. Purtroppo non ricordo il nome dei produttori, ma nel mio girovagare per fiere e mercati di vini “di vignaioli” ricordo di aver assaggiato due splendidi Nero d’Avola tutt’altro che impenetrabili. E dal naso fine, elegante, che mi ricordava vini fatti al Nord.
    Credo che anche la Sicilia dovrebbe evitare di omologare, con una immagine univoca e banale, le grandi differenze di vitigni, terroirs, storie individuali e collettive, di cui è dotata, come tutto il resto d’Italia. Penso sia ora di finirla di considerarla la California d’Italia.

  8. Quello che mi ha davvero stufato è il linguaggio del marketing. Non se ne può più. Quand’è che i dirigenti delle regioni, dei consorzi e delle aziende capiranno che la gente non ne può più di parole vuote e banali, di carta sprecata per dire nulla, con parole usate per trasformare in coca-cola qualunque tipo di prodotto, vino compreso? E sopratutto quando la smetteranno di pensare che il consumatore è un povero imbecille che non sa capire nient’altro che slogan e testi da rivista di moda per adolescenti? Perchè non descrivere semplicemente quello che si fa, quello che si è e quello che si ha, con semplici parole che non cerchino di fare sensazione per forza? Senza regalare denaro a “creativi” che un giorno ti fanno la campagna pubblicitaria del vino e quello dopo la campagna pubblicitaria del detersivo?
    Si dovrebbe parlare alla gente di vino col linguaggio del vino e la gente ne capirebbe la meravigliosa complessità e ne darebbe il giusto valore. Il linguaggio “easy” del marketing sta svilendo il nostro mondo e, secondo me, si sta allontanando da quello che la gente vuole sentire davvero: il successo di blog come questo e di riviste come porthos sono lì a dimostrarlo.

  9. Parole sante, felpino. Un giorno un giornalista del vino mi disse che alle degustazioni o il vino e’ buono oppure non lo e’, il resto e’ solo poesia. Quanto ci manca Mario Soldati!

  10. Buona idea, così senza investimenti in cantina e nei vigneti ve li scordate i vini. Ma pensate veramente che ci siano imprenditori pronti a soddisfare i vostri palati oscurantisti a scapito di innovazione e ricerca e sviluppo?
    Il consumatore non vuole un prodotto, ne vuole migliaia per poter scegliere e le imprese devono studiare ed applicarsi per trovarne almeno uno che lo soddisfi.
    Finitela di pensare che questo marketing sia una specie di magia commerciale; è proprio l’inverso, serve proprio a capire cosa chiede il mercato.

  11. C’e’ qualcuno che va talmente avanti con “innovazione, ricerca e sviluppo” che riesce a fare migliaia di vini diversi partendo da un solo vino base con i kit di aromi sintetici, ed a volte li fa perfino da acqua, mosto concentrato e gas. Per esempio… http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=1515 e http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=1361
    Comunque per dovere di cronaca devo dire che non ho letto, ne’ nei commenti ne’ nel testo, di quegli “oscurantisti” di cui parla Paolino. Forse sarebbe meglio che Paolino ci spiegasse chi sono, ma anche dove e che cosa hanno scritto di tanto oscurantista. Lo ringrazierei in anticipo.

  12. Se non ci sono imprenditori capaci di soddisfare i nostri palati oscurantisti significa che il loro marketing non ha capito cosa chiede una fetta di mercato che ha alcune caratteristiche interessanti: è in crescita ed ha una discreta capacità di spesa.

  13. Caro Paolino, ma lei pensa davvero che un grande vino italiano, con un giusto prezzo abbia bisogno di una raffinata comunicazione?
    La realtà vera è che c’è bisogno di marketing per spingere e gonfiare prodotti che non ha qualità, o che ce l’hanno ma costano troppo. Allora ci si inventano i paroloni.
    Alle fiere, specialmente in quelle estere, ciò che importa ancora all’acquirente non è la patinata brochure fatta fare al grafico famoso, o la bottiglia deisegnata dal genio del design di turno. Sono quelle sensazioni di verità che si provano quando si avvicina il naso al bicchiere o quando si deglutisce un buon bicchiere di vino. Oscurantisti? Retrogradi? Forse. Ma per quanto mi riguarda preferisco una buona bottiglia di Borgogna dimenticata in cantina alle sirene e vallette del marketing moderno.

  14. Dipende sempre cosa intendi per marketing. Ammesso che ci sia una realtà “meno vera”, il marketing è quello della borgogna in cantina. Le vallette e le sirene appartengono ad un’altra scienze che non è certamente quella di cui state parlando.
    Si può discutere di una materia se la si conosce bene, fare un buon marketing significa portare un prodotto dove è giusto che questo stia e fare in modo che l’imprenditore ne abbia un ritorno. Brochure, grafici ed etichette sono alcuni aspetti, ma non solo.
    Se mi chiedi se ci vuole una buona comunicazione, ti dico certamente si. Non vedo altra strada se non quella di sprecare centinaia di bottiglie per fare degustare il prodotto. Se mi chiedi: ci vuole solo comunicazione? ti dico certamente no. Ci voglio tante altre cose, anche un buon prodotto.

  15. Per dimostrare quanto certo marketing ottiene vi rimando, per esempio, ad una lettera di oggi su un forum estero http://forum.gazeta.pl/forum/72,2.html?f=18&w=42239705&a=59839683 ma poiche’ e’ in polacco, ve la traduco.
    “Nell’ultima edizione Decanter descrive esageratamente i vini della Maremma toscana. Scrivono che in loro c’e’ molto estratto, alcool, caos e per tutto cio’ i produttori vorrebbero ancora molti soldi. Confesso che negli ultimi mesi ho assaggiato alcuni di quei vini (Le Macchiole etichetta base, Tua Rita Perlato, Mantelassi Querciolaia e Giusti e Zanza Dulcamara. Non ho il diritto di generalizzare (soprattutto perche’ sono di ceppi diversi, terrori diversi ecc.), ma confesso che questi vini non mi hanno dato tante belle emozioni. Alcuni di loro sono molto appariscenti per la loro estrattivita’, soprattutto il Dulcamara, ma mi e’ difficile trovare in loro qualcosa.”
    Ma se andassi a scavare nello stesso forum, peccato che ho poco tempo, potrei citarne decine di lettere di diversi appassionati di vino stranieri (in questo caso Polacchi) che comprano sulla base delle descrizioni dei vini via marketing, su Internet o sulle riviste specializzate ma poi rimangono delusi e non comprano piu’ quegli stessi prodotti. Possibile che a nessun produttore venga il dubbio che il pubblico lo si puo’ turlupinare una, forse due volte, con tanti bei giri di parole, ma la terza la si paga poi pesantemente con la perdita di credibilita’?

  16. Caro Paolino, visto che – senza conoscermi – richiedi che si parli di marketing conoscendolo (quasi fosse una scienza, chessò la fisica quantistica), ti comunico che qualche infarinatura me la sono sorbita, essendomi laureato in economia in una nota Università milanese. Dunque cerchiamo di non prenderci in giro facendo grandi discorsi che non portano a nulla. Il problema del vino in Italia NON è un problema di comunicazione. Se ne fa tanta, anche troppa. Alcune volte bene, altre volte in modo pessimo. Ma fino a quando saremo convinti che il nostro problema è solo il marketing, perché i nostri vini sono più buoni non andremo da nessuna parte. Vengo dalla Pro-Wein di Dusseldorf dove il Padiglione italiano, pieno zeppo di grandi marchi e di buon marketing era desolantemente vuoto. E così la California e certi stands del nuovo mondo. Poi, invece, vedevi piccoli stands della Spagna, della Croazia, dell’Austria con vini eccellenti e pieni di avventori. E non dirmi che la Croazia investe nel marketing…
    Assaggia i vini tedeschi e prova a verificare quanto costano (soprattutto pensando a dove vengono prodotti). Zero marketing. Grandi vini. Pochi problemi di vendita. Sarà un caso. Forse il prossimo caso-studio di qualche consulentone di marketing strategico… Sono davvero stufo di tutti questi soloni per cui sembra che tutto si risolva nella “giusta comunicazione” o nella “segmentazione del mercato”. Che schifo di economia che abbiamo messo in piedi! Più nessuno guarda a ciò che ha reso grande il nostro paese: un’agricoltura delle differenze, la produzione artigiana, un’industria creativa, le produzioni ad alto valore aggiunto. Tutti settori dove c’è ben poco da comunicare, perché la qualità parla da sola.

  17. Corrado, e’ vero anche che la gente ormai va verso le vere novita’, quelle appunto di quei Paesi emergenti che in fatto di marketing sono solo all’asilo, ma in fatto di prezzi ed in alcuni casi anche di qualita’ cominciano a lasciare al palo francesi e italiani, di cui si sa tutto, forse troppo, proprio con quella “langue de bois” di cui parla Franco, ma che hanno prezzi da capogiro e che stanno diventando tutti ogni anno un po’ piu’ simili fra loro (si dice omologazione?). Io ho dovuto gia’ scrivere un articolo sul Nero d’Avola in polacco per citare almeno una quindicina di buoni produttori, altrimenti la gente in Polonia cominciava gia’ a voltare le spalle a quel vino arrivato qui con “gli impenetrabili”, appunto. E scrivero’ un altro articolo in polacco sui vini di Maremma, anzi due, per parlare appunto degli stili diversi, dei modi diversi di interpretare cosa cavolo vogliamo da un vino, se il gusto di legno per vendere in USA accompagnato dalle poesie in langue de bois oppure quello tipico del luogo che la’ ci aveva pur in qualche modo attirato con il solo linguaggio dei sensi, ma che sensi…

  18. A PROPOSITO DI SICILIA EN PRIMEUR
    Caro Luciano mi dispiace leggere questo tipo di righe, mi dispiace vederti arroccato sul cocuzzolo sempre più alto, malato di lontananza dalla realtà. La critica della recensione della critica ne è un evidente segno, lampante e preoccupante, allorquando si parla di un qualcosa che non si è visto e toccato con mano.
    Mi dispiace che tu troppo spesso sia arrivato al recensire l’aria fritta, mi dispiace che tra colleghi sicuramente più noti, preparati e bravi di me, tu sia ormai relegato al ruolo di macchietta.
    Forse è arrivato il momento di fermarsi.
    Con stima, (fortemente incrinata dal susseguirsi degli eventi )
    Luca

  19. ma a chi si rivolge Luca ? Non so chi sia Luciano e se per caso si riferisce a me, ha sbagliato, mi chiamo Franco, non Luciano…

  20. il vino è come il calcio di oggi! Basterebbe togliere tutto il contorno e lasciare il succo. Per togliere la violenza e il degrado del calcio basterebbe togliere gli strumenti all’imbecille: giornali sportivi ( 4-5 in questo Paese) , giornalisti, esperti, apprendisti stregoni etc e lasciare solo la partita la domenica.Al vino , soprattutto oggi, basterebbe togliere i consorzi, enti, burocrati, sommelier, giornalisti esperti, quelli dal bicchiere roteande e dal profumo di sottobosco ( sarebbe meglio qualche metro sottoterra)e lasciare il produttore che si ingegni per vendere il proprio prodotto e la propria storia, con 4 regole serie.Non so se quello che dice Corrado sia vero ( non ho dubbi nel credergli)ma se a Pro-Wein di Dusseldorf è successo quello che ci ha raccontato a qualche produttore italiano vengono i brividi. Il confronto prossimo imminente con il mondo ci metterà in mutande

  21. Luciano? caro Francesco….il nome errato era solo una piccola ed innocua provocazione….bè avrestio dovuto intuirlo…andare dritto al nocciolo sbagliando il soggetto.
    Con simpatia Luca

  22. come giornalista libero sono orgoglioso di essere considerato una “macchietta” da giornalisti conformisti che stanno sempre dalla parte del potere e non muovono mai una critica per paura di esporsi e di inimicarsi il prossimo. Quanto alla sua “provocazione” mi fa solamente sorridere…

  23. Mi occupo di pubblicità, di comunicazione, di marketing. Ci vivo. E ritengo di saper fare decentemente il mio lavoro dopo oltre 20 anni di esperienza. La PRIMA COSA che dico sempre a un cliente, a un imprenditore, a un produttore è: PRIMA viene il prodotto, prima ci DEVE essere il prodotto, buono, il prodotto di qualità, altrimenti noi pubblicitari nulla possiamo, anche con milioni di euro di budget. Perchè, l’avete detto, se il prodotto non è buono chi lo compra non lo ricompra. Semplice e funzionale a tutto il “sistema”. Quando Mulino Bianco lanciò i suoi biscotti 25 anni fa, fece una rivoluzione con la qualità. Prima c’erano solo i Saiwa e i GranTurchese, ve li ricordate? Arrivarono le Macine e i Tarallucci e via dicendo. Gran prodotto. Accompagnato da grande marketing, grandi idee, grande pubblicità. E fece il botto. Un botto che dura ancora oggi con grande soddisfazione ANCHE dei consumatori che hanno degli ottimi biscotti a un prezzo che ritengono equo, visto che li comprano. E anche al Mulino Bianco (Barilla) sono soddisfatti. Chiusura del cerchio. Quindi PRIMA ci vuole vino di qualità. Ma poi, per evitare di farlo rimanere in cantina o di buttarlo nel cesso, bisogna farlo conoscere, far conoscere la sua qualità. Mettergli un prezzo equo, giusto, riconoscibile come tale, pubblicizzarlo, farsi notare, farsi assaggiare e infine venderlo. E rivenderlo. Qualità + equità + pubblicità. Ecco la formuletta. E in fin della fiera ben vengano gli Ziliani che a volte sono un po’ “diretti”, ma almeno cantano fuori dal coro. Altrimenti sai che noia?

  24. Bello quel tuo trio qualita’ + equita’ + pubblicita’, Poldo Wine, e una forte stretta di mano per il tuo lavoro con certe capetoste di produttori. Qualcuno di questi ritiene di avere gia’ l’equita’ perche’ magari pensa di fare vini da griffe e di venderli ad una fetta di mercato che di grana ne ha parecchia, e quindi fanno vini lontani chilometri dal Sassicaia ma che pretendono di spuntare gli stessi prezzi del Sassicaia. Altri produttori ritengono di avere gia’ la qualita’ perche’ fanno vini invecchiati in barrique secondo quelle che fino a ieri erano le mode imperanti e le richieste un po’ retro’ dei negozianti che ancora a quelle si riferiscono, mentre i consumatori anche all’estero si stanno gia’ orientando verso vini piu’ sinceri. E quindi i produttori in maggioranza ritengono di essere i portatori del Vangelo e ti lasciano percio’ discutere soltanto sulla pubblicita’ o vanno da un altro che il marketing lo fa secondo le loro idee…

  25. Parole Santissime Mario! Baciamo le mani 🙂 Si vede che conosci bene sia i produttori che il mercato. Con le aziende vinicole la mia filosofia è questa: se riesco a tirare fuori il ragno dal buco, bene, altrimenti, come minimo bevo (moderatamente) e mi diverto con questo fantastico mondo dei vini italiani che è talmente ampio e variegato che non basta una vita per assaggiare tutto. Questo è il bello! Ma ci pensi, che so, alla Danimarca? Tutta piatta (tranne le donne) e dove se vuoi mangiare qualcosa hai due o tre scelte e se vuoi bere qualcosa hai solo la birra? Che noia! Nel bene e nel male, viva l’Italia dei vini e dei produttori capetoste!

  26. Caro Poldo Wine, l’ottimismo che emerge dalle tue parole e’ comunque un gran bel ricostituente, quello che forse ci mancava un po’. E non e’ certo “impenetrabile”, ma e’ schietto, limpido. Anche Jean Bernard Delmas di Château Brion, che non e’ certo l’ultima cantina di questa terra e che non ha bisogno di langue de bois per presentarsi, ha detto di non potersi fidare di quel nuovo tipo di vini che sono impenetrabili e non trasparenti, perche’ non si sa cos’hanno da nascondere.

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