Robert Parker e il global warming: identica influenza sui vini di Bordeaux

Simpatica metafora riferita dal wine writer statunitense Michael Apstein sul sito Internet Wine Review online in un articolo dedicato allo Château Lagrange un Saint-Julien classificato troisième cru nel classement del 1855, e oggi una delle più ampie proprietà nel Médoc. Apstein riferisce un giudizio di Marcel Ducasse (nella foto), per 23 anni general manager di questo domaine, e ormai prossimo alla pensione, secondo il quale Robert Parker e il global warming, il riscaldamento globale, avrebbero molto in comune. Entrambi, difatti, avrebbero avuto una grande influenza nel cambiamento sopravvenuto in questi anni nei vini di Bordeaux. Anzi, secondo Ducasse Parker avrebbe avuto un impatto ancora maggiore: “era sconosciuto nel 1984 a Bordeaux e oggi tutti sono influenzati dal suo gusto”. Parker influisce non solo sullo stile dei vini, ma anche sui prezzi, perché i proprietari dei vari Châteaux aspettano per stabilire i prezzi della nuova annata dei loro che Parker abbia degustato e deciso le proprie valutazioni in centesimi per ogni Château.

Quanto al global warming Ducasse trova naturale che abbia colpito anche Bordeaux e se le cose, con il tempo, continuano così, tutte le annate saranno come quella 2003. Guardando indietro negli ultimi vent’anni Ducasse rileva che il contenuto alcolico medio è passato dai 12 ai 13 gradi, a causa del clima più caldo, ma anche del cambiamento del gusto dei consumatori. Per Ducasse oggi è impensabile, problemi climatici a parte, produrre un vino con solo 12 gradi alcol, perché i consumatori sono ormai sono abituati a vini dai tredici gradi alcol in su.

In passato era quasi un “miracolo” quando il Cabernet Sauvignon raggiungeva una maturità tale da consentire di raggiungere un potenziale alcolico di dodici gradi. Oggi ogni anno il Cabernet Sauvignon raggiunge tranquillamente un potenziale alcolico di tredici gradi. Un cambiamento dovuto ad estate più secche, calde e assolate. Oggi la giovane generazione degli enologi e dei produttori di Bordeaux non conosce quasi il concetto di annata cattiva, mentre negli anni Sessanta o Settanta si avevano solo due o tre grandi annate per decennio.

Quanto al cambiamento stilistico, suggerito da Parker e favorito dall’andamento climatico, tannini più maturi e soffici vanno di pari passo con un più elevato contenuto zuccherino e un maggiore tenore alcolico. Di conseguenza i vini, grazie a questo contenuto tannico più elevato e a tannini più dolci e maturi, sono più abbordabili e piacevoli quando sono giovani, anche se non è certo che possano avere l’identica tenuta del tempo dei Bordeaux d’antan

A Château Lagrange Ducasse ha ritenuto opportuno reagire ai nuovi tempi, parkeriani e sahariani, esasperando ancor più il proprio credo, ovvero realizzando vini sempre più equilibrati, in grado di invecchiare e di evolvere in maniera ottimale. Per fare questo ritiene fondamentale procedere ad una selezione delle uve ancora più rigorosa e creare una seconda etichetta, com’è Les Fiefs de Lagrange, perché la selezione è la strada obbligata per ottenere grandi vini. La seconda decisione presa riguarda una serie di cambiamenti apportati nei vigneti. Quando Ducasse arrivò a Château Lagrange i vigneti erano divisi tra Cabernet Sauvignon e Merlot. Venne aumentata la quantità di Cabernet a scapito del Merlot e soprattutto venne introdotta nei vigneti una varietà, il Petit Verdot, di cui Lagrange è arrivata a detenere la più alta percentuale nel bordolese.  

Interessanti le motivazioni addotte dal general manager di Château Lagrange per questa innovazione ampelografica. Sebbene tradizionalmente considerata come una varietà tardiva, secondo Ducasse quando piantata nei posti giusti e con una resa per ettaro più contenuta quest’uva arriva a maturare addirittura prima del Cabernet Sauvignon, conferendo colore, potenza, tannini e un’intensa fragranza fruttata ai vini. Se il Cabernet resta il re, il Petit Verdot appare come un utilissimo jolly da dosare con intelligenza nelle cuvée, a Lagrange una quota mai superiore al 15 per cento, e non utilizzata nemmeno tutti gli anni.
Ad esempio non nel 2000, perché avrebbe sbilanciato e causato problemi in fase di vinificazione, con le sue sembianze, quell’anno, “da drag queen troppo truccata e appariscente”. Una scelta obbligata, ricorda Ducasse, quella del Petit Verdot, perché il Malbec, a differenza di quel che accade in Argentina, quando è piantato nel Bordeaux esprime aromi fortemente vegetali, quasi da cavolo, perché non matura adeguatamente, il Carmenère è ormai una rarità nel bordolese ed il Cabernet Franc dà buoni vini nel Médoc solo quando le vigne sono vecchie. Scelta intelligente, che dimostra la saggezza di un grande conoscitore di Bordeaux e dei suoi segreti.
Chapeau Monsieur Ducasse e buona retraite !

0 pensieri su “Robert Parker e il global warming: identica influenza sui vini di Bordeaux

  1. le 3-4 annate assaggiate di Lagrange in effetti mi garbano parecchio. Come Haut Bailly è un vino di equilibrio e eleganza supremi.

    In quanto al cambiamento di stile dei Bdx, a Natale ho bevuto Latour 82 che tra i tanti caratteri distintivi aveva una secchezza di gusto – intendo mancanza di residuo/austerità – che infatti mi hanno fatto riflettere.

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