Globalizzazione, d’accordo, ma l’Italia è ancora un Paese agricolo ?

Questa mattina ho accompagnato mia moglie a fare la spesa nel nuovo gigantesco, bellissimo supermercato Esselunga di Curno alla periferia di Bergamo. Grandissimo spazio e ampia scelta, come sempre accade con questa italianissima catena proprietà della famiglia Capriotti, sempre attenta alla qualità, alle specialità, alla provenienza delle materie prime, in una logica di filiera controllata e di rintracciabilità, di frutta e verdura, anche da produzioni biocontrollate.
Leggendo attentamente le etichette di diversi prodotti ben esposti nel settore ortofrutta, ho scoperto cose sorprendenti e un po’ inquietanti sulla loro origine, ovvero che il basilico arriva dalla Tunisia, l’aglio fresco dall’Egitto, lo scalogno dalla Francia, i peperoni, come sempre più spesso accade, dalla Spagna, le more dal Messico, i mirtilli dal Cile o dal Kenia, non ricordo bene, l’uva rossa, con giganteschi acini che sembrano quasi di vetro, dal Sud Africa, le fragole dalla Spagna.
Questo per citare solo alcuni dei moltissimi casi di prodotti dalle origini le più disparate nei quali girando per mercati e supermercati, e non solo nei punti vendita Esselunga, ci imbattiamo.
Domanda, va bene la globalizzazione e va bene soddisfare le richieste dei consumatori che non riescono a rinunciare alle primizie, ma accidenti, aglio, basilico, cipolle (che magari scopriremo arrivare da chissà da quale landa lontana) non sono prodotti tipicamente italiani, espressione di una cultura alimentare mediterranea ? Ma l’Italia, accidentaccio, si può considerare ancora un Paese agricolo ?

0 pensieri su “Globalizzazione, d’accordo, ma l’Italia è ancora un Paese agricolo ?

  1. io le Arance le acquisto solo se sono rigorosamente Spagna.PROVATE A PRENDERE LE MOLLI E SCHIFOSE ARANCE DEI “FURBI” sICILIA

  2. L’Italia grazie a Dio, è ancora un paese agricolo, solo che, come per il vino, le aziende agricole sono di dimensioni minuscole e non riescono a servire le grandi piattaforme tipo Esselunga. Prova comprare la verdure nel “vecchio” fruttivendolo e ci troverai i prodotti italiani.
    Se poi vuoi fare un salto qui da me ti farò vedere il paese pieno di “sedioline” agli angoli delle strade: su queste sedie, poste preferibilmente agli angoli delle strade, i contadini espongono le loro verdure. Ad ogni sedia corrisponde una casa ed un contadino: ora è periodo di fave e ne trovi tanti che le vendono per strada, insieme a carciofi, cipolle, zucchine e frutta varia.

    @ ermes
    Chi fa il furbo, chi le arance le produce o chi le tiene nei banconi per due mesi fino alla muffa?
    Ma si, continua a mangiarti le arance spagnole…….così belle “lucide” e piene di antimuffa…..!

  3. Le arance furbe di Sicilia le ho acquistate alla Migross, non credo che le tengono 2 mesi. Gli spagnoli usano lo stesso antimuffa dei siciliani. Per mestiere non ritengo assolutamente di qualità Esselunga, provate ad andare nel reparto del frutta e verdura e poi vedete

  4. Gentile Franco;
    Molto d’accordo, specialmente quando si arriva al ridicolo punto di Importare agli dalla Cina e cosi via..
    Che beneficio c’e di avere le Angurie tutto l’anno, Pomodori fatto con lo stampo, Mele che pesano come palle di bocce, Fragole grandi come pesche….
    A parte la tanta scarsa preparazione logistica di tanti Produttori Italiani, il Governo ne avvantaggia di tutta questa importazzione, perche pagano l’IVA appena entrano, invece di mandare sussidi a dei pozzi senza fondo nelle campagne Italiane.
    Le arance Spagnole non hanno nessuna colpa, nemmeno i Mandarini Cinesi, la colpa c’e’ la bocca Italiana che ha perso il titolo di buongustaio.
    Grazie
    Angelo

  5. Caro Franco
    il punto è che i nostri governanti indistintamente credono ancora che lo sviluppo dell’Italia passi per l’industria, nessuno punta seriamente sull’agricoltura, sul turismo e sul marketing del territorio inteso in maniera seria come nel resto d’Europa: hanno molto meno di noi ma lo vendono mille volte meglio! Viva i piccoli verdumai agli angoli delle strade e i prodotti di paese!
    con Stima
    Giulia Cannada Bartoli

  6. Angelo

    vengo da una famiglia di contadini per cui la mia bocca non ha perso niente e soprattutto non ha perso niente il cervello.Attenzione noi italiani stiamo facendo chiacchiere.Ti dico l’ultima : sono stato invitato al Cibus a Roma poco fa mi è arrivato l’invito per Tuttofood a maggio a Milano.Allora! Vogliamo ancora parlare di serietà.Poi raccontiamo che le Arance spagnole non hanno il clima giusto e gli danno l’antimuffa? Siamo patetici.

  7. Salve,sono un’agricoltore calabrese,tra le altre cose produttore di arance.
    Non entro nella polemica specifica ma voglio rispondere alla domanda princcipale che poneva il dottor Ziliani.
    L’Italia è una grande paese agricolo che ha rinunciato da anni a questa sua specificità.
    Lo ha fatto in vari modi,privilegiando nelle sue politiche economiche le scelte industriali innanzitutto.
    Aprendosi indistintamente alle importazioni di prodotti agricoli da paesi terzi senza i dovuti controlli fitosanitari e senza stabilire delle regole di reciprocità che di fatto hanno estromesso dal mercato tutta l’ortofrutta italiana.
    Rinunciando in sede europea a far valere le ragioni italiane (etichettatura degli olii,quote latte,tocai ecc….).
    Altro problema è insito nella commercializzazione dei prodotti agricoli attraverso la GDO.
    Questi signori,giustamente dal loro punto di vista,pretendono grossi quantitativi omogenei e standardizzati al più basso prezzo possibile,possibilmante con pagamenti che arrivano ai 180 gg.
    Tutte caratteristiche che remano contro la struttura stessa della nostra agricoltura,fatta di piccole imprese,di specificità territoriali,di difficile accesso al credito che impone tempi di pagamento corti.

  8. Come sempre, noi italiani, siamo in ritardo sui tempi. Consiglio, a chi volesse approfondire l’argomento cibo sui banconi e scaffali dei supermercati (inglesi in particolare) il libro di Felicity Lawrence, giornalista del Guardian, “Non c’è sull’etichetta” Einaudi .Non recentissimo, caruccio,come prezzo, credo sia attorno ai 15/16€, ma rintracciabile anche nelle biblioteche, sicuramente milanesi e lombarde
    http://www.biblioteche.regione.lombardia.it/OPACRL/cat/SF (segnalazione non per spirito campanilistico, ma per la mancanza di tempo per cercare in altre regioni). L’autrice, a parte una, a mio avviso, esagerata celebrazione di una nota associazione italiana al termine del libro, indagando sulla qualità del cibo presente nei supermercati propone una interessante analisi , con esempi di esperienze in prima persona, su come la grande distribuzione abbia modificato l’economia stessa in Gran Bretagna e nel mondo.

    Intanto noi, nel nostro piccolo, ci accontentiamo di vedere chiudere i negozi di alimentari nelle grandi città compensati dalle aperture di grossi supermercati nelle periferie e di boutique del gusto per turisti nei centri storici.
    egidiocalloni

  9. La questione è sempre la stessa. Il mercato decide per noi, ma noi con i nostri comportamenti decidiamo il mercato. Al supermercato si trovano tutti i generi alimentari in un colpo solo e a prezzi inferiori. La qualità e la provenienza sono fattori secondari. Quello che spinge chiunque di noi a preferire il market ai singoli esercenti è il tempo e il denaro, i due elementi che ormai stanno condizionando la nostra esistenza, le nostre scelte ed i nostri gusti.
    In un suo spettacolo il compianto Gaber diceva in un monologo sull’ascesa al potere degli oggetti: “ci scelgono in base al nostro reddito”. Con la sua solita ironia aveva messo il punto su uno dei maggiori problemi che limitano le nostre scelte, anche per quanto riguarda l’alimentazione.
    I supermercati, i centri commerciali, hanno messo alle porte qualsiasi alternativa e concorrenza, a scapito della qualità. Al supermercato ci vai in macchina perché puoi parcheggiare e non preocccuparti della quantità dei tuoi acquisti. Nessun negozio può permettersi tutto questo e noi facciamo in modo che le cose peggiorino proprio perché assecondiamo questa politica, volenti o nolenti.
    La Esselunga non è tutta qualità e i prezzi non sono affatto concorrenziali, ho potuto verificarlo con i vini come con molti prodotti confezionati.

  10. Caro Franco, l’errore è nella tua prima affermazione: pensare la grande distribuzione, con la Esselunga o le due oo di Coop non fa differenza, possa avere un senso dell’etica, del buono, della filiera… La grande distribuzione è la punta avanzata di questo stupido meccanismo che fa vendere a noi le mele ai cileni e ai cileni le mele a noi. Con trasporti inutili per tutti il pianeta.

  11. Quanto scrive Michele Marziani mi trova d’accordo e aggiungerei che purtroppo la grande distribuzione oltre ad avere quei difetti che lui notava, ha ucciso la possibilità di rapporto “diretto” tra il consumatore e i prodotti, agricoli in particolare. FIliera? Vuol dire tracciabilità del prodotto dalle origini… sì, ma sapere da dove viene il prodotto e in quante mani è passato, dalla lavorazione alla commercializzazione, non è di per sè garanzia di qualità. Meglio sapere che strada ha percorso che il non saperlo, comunque.
    Sempre più spesso, come notava Michele, la strada è troppo lunga e ci sono troppi passaggi dall’ origine alla tavola finale del consumatore.
    Quanto all’ Italia paese agricolo, l’idea post-bellica della grande industializzazione ha spopolato dapprima le campagne e successivamente con il boom dei consumi ha snaturato il rapporto tra consumatore e prodotto, o se vogliamo tra uomo e mondo naturale.
    Non so se sono abbastanza attenta, ma l’estate scorsa ero nella zona del Rodano: ho visto come viene vissuto il rapporto grandi città e la “campagna”; accanto agli Iper ci sono, appena fuori dai grandi centri, numerosissime aziende agricole che vendono direttamente ai consumatori.Ebbene, un pomeriggio mi sono imbattuta in una protesta di agricoltori, davanti a un supermercato che si era permesso di vendere i pomodori che loro stessi avevano fornito, ad un prezzo inferiore a quello da loro praticato direttamente in azienda – già molto basso.
    Francamente non saprei, non ho risposte, se non la considerazione che il processo industriale si è esteso anche all’agricoltura e, nel mio piccolo, posso tentare di andare controcorrente soltanto acquistando direttamente i prodotti della terra. Vedo che stanno aumentando i produttori che li vendono in azienda, praticando prezzi vantaggiosi. Un esempio: l’asparago di Arcole viene venduto direttamente da una cooperativa di produttori e anche da produttori singoli. IL prezzo, rispetto alla grande distribuzione e più o meno lo stesso, si abbassa leggermente in piena stagione. Il vamtaggio è che il prodotto è raccolto e venduto nel giro di poche ore, conservando freschezza, e per ciò stesso, è qualitativamente migliore di quello comprato all’IPER o al SUPER…che ha passato almeno tre mani ed ha sicuramente più di qualche giorno.

  12. Stavolta mi trovo in pieno disaccordo con l’articolo di Franco. L’errore sta nel voler cercare prodotti agricoli nella grande distribuzione. Al massimo è possibile trovare prodotti dell’agro-industria, che è cosa ben diversa. Questo perché la competizione nel settore della GDO è incredibile, ci si scanna per centesimi di euro e si fanno i profitti su grandi numeri che, per definizione, non appartengono all’agricoltura (ma all’agro-industria).
    Il problema dell’alimentazione e del commercio dei prodotti agricoli sarà sempre più centrale nelle economie del futuro perché implica le fondamentali idee di sostenibilità, di beni comuni, di salute pubblica. I post che si sono succeduti dimostrano come la coscienza del problema sia evoluta e il problema ben colto nella sua complessità.
    L’Italia è ancora un paese agricolo, sebbene sempre più sotto assedio da parte della legislazione europea, di un mercato globale aggressivo e di comportamenti sempre più massificati dei consumatori. E sconta il lassismo dei sindacati di categoria, proni da decenni agli interessi corporativi del settore.
    L’unica soluzione sta nella alleanza tra produttori e consumatori critici. In un rapporto diretto che salvaguardi l’origine, la trasparenza dei prezzi e la qualità dell’agricoltura.
    Ma cercare nella GDO la risposta a questi problemi è un rimedio peggiore del male.

  13. L’Italia è un grande paese agricolo e i suoi prodotti sono i migliori al mondo, sia come caratteristiche organolettiche che da un punto di vista igienico sanitario. la distribuzione preferisce i prodotti stranieri perchè sono più standardizzati e perchè costano meno. Si, costano meno, nonostante le spese di trasporto, in ragione di una metodologia produttiva forzata fatta anche di trattamenti fitosanitari frequenti in grado di preservare al meglio la salute della pianta ma non tanto quella di chi poi consuma. Il bello è che c’è ancora qualcuno che crede che i prodotti spagnoli siano più salutari di quelli italiani.
    La conseguenza delle strategie commerciali della distribuzione sta spingendo sempre più i nostri prodotti all’estero, come dire, a noi il peggio e agli altri il meglio, e per di più allo stesso prezzo.

  14. Io vado spesso all’esselunga , primo perchè so che ha rifiutato l’offerta di acquisto da parte delle coop ( la mano lunga della politica di sinistra ), secondo perchè come frutta e verdura , io compro solo italiano, non la batte nessuno in freschezza e durata . Inoltre la carne è buonissima e si trovano offerte vantaggiose, il pane buono e personale molto educato ! A quelli che acquistano solo merce straniera e primizie ,dico :non capite niente in fatto di cucina !Saluti Manuela

  15. se si quarda i dati macroeconomici il peso complessivo sul pil dell’agricolture è del 6% , in continuo calo , quindi l’italia non è più un paese agricolo. buon lavoro.

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