La Nuova Zelanda adotta un piano strategico di “sostenibilità” dei vini

Con una dichiarazione a sorpresa di Philip Gregan, chief executive della New Zealand Winegrowers Association, l’associazione dei viticoltori, il mondo del vino della Nuova Zelanda ha reso noto di aver individuato nella “sostenibilità” dei vini il tema chiave ed il “passaporto commerciale” per i vini della terra dei kiwi per il prossimo futuro. Come riferisce un articolo pubblicato sul Dominion Post, Gregan si é detto certo che “se i viticoltori e le aziende vinicole neozelandesi non saranno in grado di produrre e di commercializzare vini bio sostenibili non troveranno più spazio sui mercati internazionali” e rischieranno addirittura di veder bloccati gli acquisti da parte delle catene di supermercati britannici cui è destinata larga parte della loro produzione di profumati Sauvignon blanc, Pinot noir, Riesling, Chardonnay e Pinot gris.
Il concetto di sostenibilità dei vini, sottolinea il responsabile della New Zealand Winegrowers Association non implica necessariamente la trasformazione integrale della viticoltura neozelandese in produzione organica o biologica in senso stretto, ma implica, da parte dei suoi protagonisti, un maggiore rispetto per l’ambiente, un approccio più naturale, con un ridotto ricorso ai prodotti chimici e una maggiore attenzione a fattori chiave quali la patologia delle piante e l’irrigazione.


Secondo Gregan l’industria vinicola neozelandese ha grosse possibilità di poter raggiungere agevolmente l’obiettivo della sostenibilità, con un 70 per cento della produzione che segue già i protocolli disposti dal Sustainable Winegrowing New Zealand Programme. “Abbiamo costruiti degli standard industriali per la sostenibilità, sostiene Gregan, e abbiamo più di un decennio di esperienza in materia, anche grazie ad una serie di ricerche sui metodi di produzione bio sostenibili e ad un ruolo chiave nello sviluppo del BioGro, una ricerca sulle uve e sugli standard del vino organici”.
Con queste dichiarazioni la Nuova Zelanda ha voluto lanciare un programma che mira a rendere riconducibili ad uno status di sostenibilità tutte le uve da vino ed i vini prodotti in Nuova Zelanda entro la vendemmia 2012.
Il passaggio a pratiche vitivinicole bio sostenibili passerà indubbiamente, secondo il coordinatore del programma, Sally van der Ziapp, attraverso una maggiore attenzione all’ambiente, la dimostrazione di una sensibilità sociale verso la comunità e il conseguimento di obiettivi economici e avrà come effetto quello di migliorare la qualità dei vini attraverso una maggiore centralità data ai vigneti.
Questo il programma, ora la parola tocca ai viticoltori e alle aziende neozelandesi che sono stati invitati ad esprimersi in merito entro metà aprile, di modo che le misure necessarie possano trovare adeguata copertura nel nuovo esercizio finanziario che partirà dal luglio 2007.

0 pensieri su “La Nuova Zelanda adotta un piano strategico di “sostenibilità” dei vini

  1. Un bell’esempio di forte spirito di gruppo dei produttori su un tema importante come quello dell’agricoltura sostenibile. Mi rimane però incerto il significato di biosostenibile. Cosa vuol dire? Perchè non biologico, che è un concetto chiaro e, se non altro, si basa su un regolamento di produzione? Non sarà che sta nascendo un’altra parola che non significa nulla, ma che assomiglia tanto a biologico e che non comporta gli stessi oneri produttivi? Mi vengono questi dubbi perchè è da un po’ che a fronte di scenari eco-apocalittici urlati dai media, stiamo ogni giorno scoprendo nuovi amici del pianeta (il più assurdo: la presentazione in chiave ecologista della Honda di formula 1).

  2. Sono appena stato in NZ e, vista la mia passione, ho raccolto parecchio materiale, parlato molto con produttori, enologi e responsabili di aziende.
    Il concetto della sostenibilità è molto ampio e anche se esite – prometto di recuperarlo – un “decalogo” di quel che significa per i produttori neozelandesi si deve necessariamente contestualizzare.
    Siamo in presenza di una cultura nuova, giovane, aperta e curiosa che, se da una parte fa tesoro delle migliori esperienze di tutto il mondo, dall’altra mostra anche qualche lacuna a carattere legislativo (non esiste per esempio il concetto di disciplinare).
    Ovvio che questo, per quanto riguarda la qualità finale del prodotto significhi poco, però, per la mia esperienza e per i miei colloqui erano gli stessi produttori a mostrare più interesse ai risvolti commerciali dell’adesione al progetto di sostenibilità che non a quelli etici.
    Tutto il mondo è paese, si dirà e la NZ vive parecchie contraddizioni in tema ecologico ambientale e, probabilmente, questa dei vini “sostenibili” ne è un esempio

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