La Valtellina, patria del Nebbiolo, rende omaggio a Messer Sangiovese

Bella serata, mi sento in tutta coscienza di poter affermare, quella di giovedì 19 in Valtellina, per gli appassionati di quella grande uva che è il Sangiovese. Grazie alla sensibilità di un gruppo di aziende, che hanno accettato il mio invito a collaborare e a credere in questo itinerario nelle diverse possibilità di espressione della regina delle uve toscane, e alla fiducia dell’A.I.S. di Sondrio e dei suoi responsabili che hanno ben organizzato, presso la sempre ospitale Tavernetta di Castione Andevenno, l’incontro.
Voleva essere, ed è stato, un omaggio al Sangiovese, a quell’uva che è e deve continuare ad essere la spina dorsale, il simbolo della viticoltura toscana, alla sua capacità, se allevato nei giusti contesti, se rispettato con scelte enologiche che non lo penalizzino – perché il suo abbinamento ai cosiddetti “vitigni migliorativi” (alias le solite uve bordolesi o il Syrah) si risolve spessissimo in una sua oggettiva diminutio, in un soffocare la sua voce più schietta per tramutarla in altra cosa – di esprimere vini di grande eleganza ed equilibrio che rispecchiano la natura dei terroir d’origine.
Il viaggio attraverso le multiformi sfaccettature del Sangiovese, che viene allevato un po’ in tutta la Toscana ma che non in ogni contesto, come accade ad ogni grande vitigno, offre risposte analoghe, è volutamente iniziato, con un pizzico di provocazione, da un vino, il Salvino 2004 del Podere Erbolo di Filippo Cintolesi, che nasce nel cuore del Chianti Classico a Gaiole in Chianti e che potrebbe, a rigore, essere un Chianti Classico ed il cui uvaggio, che prevede accanto ad una presenza nettamente predominante del Sangiovese, anche un 15% tra Canaiolo nero, Colorino e Malvasia del Chianti, celebra l’antica natura schietta, ruspante e senza altra ambizione che quella, scoperta, di farsi bere, del Chianti d’antan. Di quel Chianti, Classico e non, che è sempre più difficile trovare, da quando questo popolarissimo vino toscano ha voluto tramutarsi in un vino molto più ambizioso e importante, ma di non sempre facilissimo approccio, sia per le caratteristiche organolettiche, per il suo assumere corposità e struttura notevole, che per il prezzo.
Il percorso è proseguito poi con il Chianti Classico 2004, di stampo veramente classico, dai profumi intensamente varietali, di viola e ciliegia, di macchia mediterranea, della Rocca di Montegrossi del barone Marco Ricasoli Firidolfi, per poi scendere a sud, in una landa più nota per l’olio d’oliva e la produzione di eccellente formaggio pecorino, che per la produzione di vino, com’è Seggiano, ovvero un angolo della provincia di Grosseto posto ai piedi del Monte Amiata e distante solo una ventina di chilometri da quella capitale del Sangiovese che è Montalcino.
Qui il sorprendente Montecucco Sacromonte 2004 del Castello di Potentino ci ha dato la misura della purezza di espressione che il Sangiovese può avere in una zona, circa 400 metri d’altezza, microclima particolare, l’aria fredda della montagna che scende sui vigneti ogni sera, terreni vulcanici misti ad arenarie carbonatico quarzose a calcari marnosi e scistosi, che presenta ottimali condizioni di maturazione e dove l’uva simbolo della Toscana sembra essersi ambientata splendidamente.

Ancora più a sud, nella Maremma grossetana, con la dolce, succosa, rotonda, assolutamente appealing, fruttuosità, il perfetto equilibrio, la scoperta piacevolezza del Morellino di Scansano Capatosta 2004 di Poggio Argentiera, dal carattere scopertamente solare, mediterraneo, per poi tornare in terra senese, a Montalcino, con l’ancor giovanissimo, ma quanto mai promettente e ricco Rosso di Montalcino 2005 di Gianni Brunelli, un vino dove il Sangiovese assume sfumature selvatiche, terrose, e dove il frutto si fa più croccante e vibrante anticipando la profondità e la complessità del Brunello.
Ritorno in Maremma, nella landa dorata di Bolgheri e di Castagneto Carducci, appendice del Nuovo Mondo in terra toscana, con un vino quanto mai emblematico e unico, il Cavaliere 2001 di Michele Satta, l’unico produttore attivo in quest’area gremita di Cabernet, Merlot, Syrah e quant’altro si possa immaginare, ampelograficamente parlando, a credere, e da tanto tempo, nelle potenzialità del Sangiovese, nella sua capacità di esprimere anche in questo contesto tra il bordolese ed il californiano vini di carattere e personalità.
Scommessa vinta, quella di Satta, perché il suo Cavaliere, pur così severo, essenziale, alieno dalle muscolarità e dalle esuberanze di tanti vini bolgheresi, non ha mancato di colpirci per il suo schiettissimo parlare Sangiovese, per quei profumi freschi, floreali, di contenuta calibrata dolcezza, e soprattutto sapidi e quasi marini, che rivelano la natura del vino, il suo volersi richiamare ad una tradizione squisitamente toscana anche a Bolgheri.
I tre vini che hanno fatto seguito, il Cepparello 2003 di Isole e Olena, il Percarlo 2003 di San Giusto a Rentennano, e soprattutto il Fontalloro 2003 di Felsina hanno celebrato, ognuno con sfumature diverse, l’eleganza, la finezza e la poesia del Sangiovese, i percorsi strani di un Chianti Classico, inteso come denominazione, che negli anni scorsi, prima che il disciplinare consentisse – finalmente ! – la scelta del vitigno chiantigiano per antonomasia in purezza, indusse svariati cultori del Sangiovese e della sua grandezza, a scegliere la strada dapprima dei vini da tavola e poi della Igt.
Anche oggi che potrebbero presentarsi come Chianti Classico, forse in ragione della babele di linguaggi e della multiformità di espressioni che s’incontrano oggi in questa antica, storica, celebratissima denominazione, questi vini, per espressa volontà dei loro produttori continuano a proporsi, forse per distinguersi, forse per fedeltà ad una scelta difficile presa in passato, o forse perché basta il loro nome a dire chiaramente che tipo di vino rappresentino e che campioni del Sangiovese e basta siano, come vini ad Indicazione geografica tipica, facendo capire come nel Chianti oggi, ci sia davvero molto da fare (vedi) per giungere ad un’identità ben definita.
Tre vini di splendida compiuta personalità, freschi, variegati, ricchi di nerbo, pluridimensionali, alieni da eccessive maturazioni, da dimensioni marmellatose, da carenze di acidità e di freschezza, anche in un’annata difficile e non certo ideale, per il Sangiovese, come pure per il Nebbiolo, quale il 2003. Chiantigiani senza possibilità di equivoco, profumati di macchia mediterranea, di alloro, rosmarino, di frutta croccante e succosa il Cepparello e l’elegantissimo Percarlo, quasi brunelleggiante, con l’orientamento verso Montalcino di buona parte dei vigneti da cui provengono le uve utilizzate, caldo, strutturato, terroso, di ampia persistenza, il Fontalloro, uno di quei vini che meglio danno l’idea di quale grande uva possa essere, se ambientata nel posto giusto, e interpretata con amore e intelligenza, il Sangiovese.
Infine, dulcis in fundo, fu il Brunello, con il classico 2001 di un’azienda storica e di assoluto riferimento, quasi paradigmatica per chiunque voglia approcciare il grande vino di Montalcino, com’è il Poggione. Il giusto suggello, con la sostenuta dolcezza dei tannini, con la varietà e l’intensità del quadro aromatico, con la piena e salda struttura, con la ricchezza di sapore, di una bella serata, dove la Valtellina, una delle grandi terre del Nebbiolo, ha reso idealmente omaggio a Messer Sangiovese

0 pensieri su “La Valtellina, patria del Nebbiolo, rende omaggio a Messer Sangiovese

  1. Un grazie a Franco Ziliani per aver organizzato una serata come questa, e per averci incluso insieme a presenze prestigiose e di riferimento, quando si parla di Sangiovese.
    Averne di occasioni così. Mi manca il montecucco di potentino, ho recentemente assaggiato il loro taglio con il pinot nero, piuttosto interessante, adesso mi cerco anche il sangiovese.
    Saluti
    Gianpaolo
    PS
    A quando una serata Nebbiolo in Toscana?

  2. Michele Satta ha il vantaggio che altri a Bolgheri non hanno, il pezzo di terra migliore per il sangiovese, ben esposto e collinare. Altri ci hanno provato ma con risultati che non sono paragonabili.

  3. Mi associo ai ringraziamenti di Gianpaolo: quasi piu’ che un onore, un’emozione direi, essere chiamato a fare da “picador” aprendo tanta schiera.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *