L’Appello del vino italiano: intervista al suo animatore

Sta facendo molto rumore l’iniziativa, recentemente presentata a Roma, dell’Appello del Vino italiano (leggete qui il testo e un primo elenco degli aderenti) ideata dal giornalista romano Andrea Gabbrielli (nella foto) in sintonia con un gruppo di importanti produttori, dal veronese Andrea Sartori all’irpino Piero Mastroberardino, al siciliano Giacomo Rallo a Lamberto Vallarino Gancia, con il coinvolgimento anche di svariati enologi, da Riccardo e Renzo Cotarella a Carlo Ferrini a Stefano Chioccioli a Roberto Cipresso a Vittorio Fiore, al direttore dell’Assoenologi Giuseppe Martelli.
Nell’appello, che presenta come un grande successo per il vino italiano “la rivoluzione nelle tecniche enologiche introdotte negli ultimi decenni”, viene di fatto rivendicata fortemente “la libertà di ricercare nuove tecniche enologiche che portino a migliorare sempre di più i nostri vini”, in contrasto con "una corrente culturale che vuole imporre una visione che tende a limitare gli orizzonti della ricerca e dell’enologia."
L’Appello si caratterizza inoltre per il denunciare “un preoccupante atteggiamento di chiusura nei confronti dell’evoluzione della scienza enologica e dei mezzi che essa mette a disposizione”. Come si vede una cosa complessa, che merita un chiarimento e una discussione, perché i temi proposti sono di notevole importanza e meritano di essere colti nelle loro reali dimensioni.
Per capire il reale significato di questo Appello e le intenzioni dei suoi promotori ho pensato fosse cosa estremamente utile chiamare in causa il suo ideatore, il giornalista Andrea Gabbrielli collaboratore del Corriere Vinicolo e di numerose altre testate e chiedergli con franchezza, mediante una serie di domande, di spiegare lo spirito di questo Appello.
Domande e soprattutto risposte le potete leggere in questo articolo pubblicato nel nuovo spazio news Le novità dal mondo del vino che compare sul sito Internet dell’Associazione Italiana Sommelier.
Mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensate, del perché questo Appello sia nato, delle intenzioni dei suoi animatori (Andrea Gabbrielli a parte)…

0 pensieri su “L’Appello del vino italiano: intervista al suo animatore

  1. …Mah!
    Davveri strani gli appelli degli industriali… Quelli che hanno fatto ricorso a mosti concentrati anche nel 2003… Quelli beccati con dubbie cisterne che viaggiano nottetempo sulle nostre strade… Quelli che i chips li usavano già da molto tempo, anche quando non erano legali…
    Tutto normale, del resto. Da tempo è iniziata la battaglia finale per trasformare il vino da prodotto agricolo in bevanda industriale. Il continuo richiamo alla competizione globale, alla libertà di impresa, alla fede nell’enologia e nella tecnica altro non è che una lecita attività di lobby per imporre una idea di vino.
    Vedremo se i consumatori seguiranno tale linea. Ma affermare, come afferma Gabbrielli, che non ha senso una contrapposizione fra industriali e piccoli artigiani è giornalisticamente sbagliato poiché tale contrapposizione è nei fatti. In Francia, del resto, è così da molto tempo. Certo gli industriali preferirebbero non ci fosse tale contrapposizione, nel senso che preferirebbero che i piccoli artigiani del vino scomparissero proprio.
    Mi urta un pò che si definisca vecchio un modo di pensare il vino alternativo a quello dell’industria: il Cile, nuovo in tutti sensi (nuovo mondo, nuove barriques, nuova enologia, nuovi vigneti…) è di fronte ad una profondissima crisi di sovrapproduzione dovuta anche alla totale mancanza di identità di vini prodotti in milioni e milioni di bottiglie.
    Allora chi è vecchio?

  2. Scusate non è venuto:

    Io sono sempre più convinto che ci siano tentativi, a vario titolo e contenuto (questo almeno esplicito), messi in atto da più parti di mettere il bavaglio, screditandolo, a chi la pensa diversamente. Della serie luminari della scienza e colleghi adesso ci definiscono una “corrente culturale” che “vuole imporre” qualcosa quando mi sembra esattamente il contrario. Sono loro che mi sembrano voler indicare quale sia la giusta via: sconfessando gli altri ed autonominandosi i nuovi corretti interpreti della tradizione. Sarebbero loro coloro i quali vogliono “esaltare l’origine e la storia” cogliendo “tutte le possibilità offerte dalla moderna enologia”. Sarebbero loro quelli, dunque, aperti alle novità così da far passare gli altri per i talebani della situazione, quelli “incapaci di ascoltare”… Mi dispiace solo leggere nomi di persone che stimo tra i firmatari di quello che penso possa considerarsi un vero e proprio “editto enologico” dalla sconcertante supponenza ed arroganza…

  3. Doppio “mah”. Tra l’altro, d’accordo con quanto scrive Fabio Cimmino, trovo difficile commentare questa intervista, siccome si dice esplicitamente che le forme di dissenso a questa specie di manifesto dell’industria sarebbero da ricondurre a “gogna mediatica”. E pure la mia “polverosa” divisione tra industria e artigianato, a quanto pare, non va bene. Almeno una cosa mi sentirei di segnalarla, questo continuo riferirsi ai francesi, lo trovo fuorviante; la loro cultura della qualita’ cosi’ risalente rispetto alla nostra li preserva abbastanza da fantasmi tipo chips e quant’altro. Chiudo con due domande; primo, mi piacerebbe che si facesse, concretamente, un esempio di modernita’ salvifica; concretamente, si potrebbe indicare un elemento?
    Secondo: si scrive che la pericolosita’ dei chips, per la salute, s’e’ sciolta “come neve al sole” vista la dimostrata infondatezza; qualcuno ha qualche riferimento (link) relativo a queste dimostrazioni?

  4. Concordo con quanto scritto da Corrado. Aggiungo anche che mi dà molto fastidio che proprio coloro che trasgrediscono per primi le regole abbiano la faccia tosta di chiedere maggiore libertà con la giustificazione di una scienza che in tutti i campi, lasciata nelle mani di industrie, che siano farmaceutiche, automobilistiche o agricole, hanno come unica regola il profitto. La scienza è una giustificazione, basta pensare a uomini come Rubbia, che per applicare la scienza VERA se n’è dovuto andare.

  5. Caro Fiorenzo, non farti illusioni, se vogliono possono “dimostrare” qualunque cosa. Da noi si vende ancora l’Aulin, quando sanno anche i sassi che non è una medicina sicura. Deve lasciarci le penne qualcuno, prima che si possa dire “è pericolosa”. I chips sono sicuramente “il male minore”, ma rappresentano un approccio al modo di fare vino del quale non potremo mai essere orgogliosi. Se è questo che vogliono, ognuno di noi deve fare il possibile per contrastarli, altrimenti coloro che davvero hanno lavorato per decenni nel rispetto di una filosofia che tutto è fuorché campata in aria, dove rispetto parte dalla natura per finire nei nostri stomaci, non avranno più ragione di esistere.

  6. L’approccio di questa “scienza” mi sembra sempre un po’ troppo rivolto alla produzione industriale di prodotti per l’enologia. La trovo poco scientifica e troppo tecnicista. Quando sento la parola scienza e metodo scientifico associato all’enologia, c’è sempre di mezzo qualche lievito selezionato, enzima o coadiuvante; vengono spacciate come scientifiche le vinificazioni totalmente controllate, quelle dove sei sicuro di non correre rischi. Ecco, secondo me, questa non è scienza, ma tecnologia.
    La scienza, anche e soprattutto quella che si fa nelle università, dovrebbe andare ad indagare col suo metodo (appunto scientifico) cosa fanno i “talebani” del bio-biod-naturale e dovrebbe cercare di capire perchè in molti casi ottengono grandi risultati; anche se su quegli argomenti non c’è molta bibliografia e “sembrano” metodi empirici.
    Purtroppo la scienza (nel senso dei ricercatori) sta guardando un po’ troppo al mercato e ha perso quell’umiltà necessaria per cercare la verità.

  7. Strano….molto strano…..i potenti che fanno appelli…..cosa vorranno? E da chi lo vorranno?
    Io ,in primis, non ho ben capito a chi è rivolto l’appello o meglio, tra le righe credo di aver letto una potente richiesta al mondo politico, che è l’unico “potente” al di sopra di cotanto “parterre de roi”.
    Cosa chiedono ai politici? la IGT Italia, ovvio!

    Quanto a tutta la scienza……poche chiacchere!
    Tutta l’attuale tecnologia e tutti i prodotti enologici (tannini, lieviti, enzimi) è stata scoperta in Francia ed importata in Italia.
    Gli “scienziati enologi” firmatari dell’appello si limitano a rivendere i suddetti prodotti, opportunamente “ripuliti” dei marchi di fabbrica.

    O non sapevate che i principali venditori di prodotti enologici sono gli enologi?

    Mi ripeto: l’appello dei potenti puzza sempre di bruciato!

  8. Che il mondo del vino và verso una massificazione, nel nome del marketing e del profitto, è chiaro a tutti. Ma che questi Signori, decantando le loro produzioni industriali in nome di un successo internazionale, vogliano mettere il bavaglio e screditare i produttori/artigiani è veramente troppo. Ci propinano giornalmente vini in cui la tecnologia esasperata e l’aggiunta di additivi vari nè fanno sempre più una bevanda. Capisco che la crescita dei movimenti che sono intorno al “vino naturale”, sia da parte dei produttori che nei consumatori sempre più attenti, possa mettere in pericolo
    il loro circolo vizioso fatto di interessi industriali, di ricerca scientifica al servizio, di profitti facili e di alchimie tecniche e filosofiche.

  9. sono un enologo diplomato nel 87 alla centenaria scuola enologica di Alba e leggo con interesse gli appelli dei grandi per un’adeguamento normativo rivolto alle nuove tecnologie e pratiche enologiche e il progetto dell’ igt italia.Credo che come sempre un giusto mezzo ed una profonda riflessione vada fatta in seno alle istituzioni ed alle associazioni di categoria senza demonizzare il progresso tecnologico che ha mio modesto parere ha permesso di raggiungere traguardi di eccellenza soprattutto nelle aziende vitivinicole.Aziende relativamente piccole ma con un altissimo valore aggiunto dei loro prodotti,realizzato in primis da uomini e donne che conoscono il territorio e le materie prime sapendo leggere la natura ed imparando vendemmia dopo vendemmia ad ottenere il meglio dai propri vigneti non “rovinando” il vino in cantina.
    Ben vengano attrezzature sempre piu’ rispettose e funzionali e prodotti enologici che possano aiutare e non sostituire la natura.
    Si chiede solo trasparenza e l’onestà intellettuale di spiegare al consumatore che la struttura,l’equilibrio e l’armonia di un vino si ottiene lavorando sodo,con basse rese e con molta pazienza ed ha un costo alto e esiti incerti ed è la chiave del successo del vino Italiano e molte aziende meno radicate sul territorio ne giovano specialmente nei mercati esteri con vini sicuramente meno meritori ma piu’ bisognosi di aiuti sia da parte della scienza che del legislatore.

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