Questa volta Cernilli ha veramente ragione !

Non so se la cosa possa fare piacere al suo autore, con il quale vanto un rapporto non proprio amichevole e disteso, visto che ai tempi di WineReport gli avevo dato un soprannome, il Robert Parker der Tufello, che molti, ovviamente non il diretto interessato, ricordano tuttora con simpatia divertita, ma questa volta non posso che dare ragione in toto a Daniele Cernilli, direttore e mens vinicola del Gambero rosso, inteso come guida, come rivista, come casa editrice, che nel suo editoriale pubblicato sul numero di maggio del mensile Gambero rosso, parlando dei cosiddetti “furbetti del poderino” si chiede, a ragione, parlando di produttori di vino dai fatturati milionari, “se sia eticamente tollerabile che persone che vantano redditi di tutto rispetto e che di contadini hanno ormai solo gli antenati, possano usufruire di trattamenti fiscali che non hanno, a mio avviso, alcuna ragione di essere “.
Come non essere d’accordo, una volta tanto, con Cernilli ? E perché non affrontare, con animo sereno e cercando di capire bene come stiano le cose, e senza essere tacciati di demagogia e di populismo, il problema delle esenzioni fiscali e del sistema di tassazione di cui godono aziende che di contadino non hanno davvero nulla e che sono decisamente più industrie che aziende agricole vere e proprie ?
Marco Baccaglio, grande analista dei numeri del vino con il suo ottimo blog, ci vuole aiutare a dipanare la complessa materia e a capire come stanno le cose ?

0 pensieri su “Questa volta Cernilli ha veramente ragione !

  1. Ho 50 anni piccolo imprenditore, voglio dire 2 cose:
    ha mai visto la Guardia di Finanza dentro una azienda agricola? Qualcuno si ricorda, circa 35 anni fà, i mutui agrari trentennali all’interesse del 4% “passivo”, si otteneva 100 si acquistava il fondo a 50 e i 50 rimasti rendevano il 18% attivo in BOT ? Vogliamo andare avanti?

  2. Dunque, ho letto lo scritto di Daniele Cernilli e, lungi da questioni di merito, credo sia il caso di fare un paio di precisazioni. Pur non esperto di fiscalita’ mi sono scaricato l’opuscolo dall’agenzia delle entrate, dove viene definita la fiscalita’ delle aziende agricole. Quindi, e’ il caso di precisare che le aziende agricole sono soggetti al reddito domenicale (come dice Cernilli, probabilmente poca, pochissima roba), al reddito agrario (dipendente dal tipo di attivita’) e all’IRAP (che e’ stata dell’1.9% per diversi anni, cioe’ meno del 4.25% pagato dalle altre societa’, anche se nel 2005 e 2006 e’ stato rialzato a questo livello “normale).
    Questa fiscalita’, di sicuro vantaggio, viene applicata all’attivita’ agraria. Con tutta una serie di eccezioni e via dicendo, potremmo dire che questo e’ il regime fiscale di chi produce e vende vino utilizzando propri terreni o terreni in affitto.
    Invece, sempre l’opuscolo mi dice che chi esercita la professione di comperare l’uva e trasformarla in vino senza detenere i terreni viene assoggettato al normale reddito d’impresa (cioe’ il 33% sul reddito imponibile piu’ l’IRAP al 4.25% di un imponibile diverso). In teoria, se faccio per meta’ il viticoltore/agricoltore e per meta’ il trasformatore in vino di uva dovrei pagare le tasse in base ai due metodi differenti.
    Quindi si puo’ dire che Cernilli ha ragione: fare l’agricoltore conviene (necessario dedicare piu’ del 50% del proprio tempo lavorativo e derivare piu’ del 50% del proprio reddito per accedervi).
    E fin qui parliamo di teoria, con il beneficio di non essere precisi (sono certo che ci saranno una miriade di eccezioni).

    Passando ai numeri, beh, io non posso altro che portarvi quelli che ho.
    Esempi di imposizione fiscale di aziende vinicole di cui ho analizzato i bilanci:
    Constellation brands: 28% (2006)
    Foster’s: 30% (2006)
    Santa Margherita: 40% (2005)
    Giordano: 42% (2005)
    Ferrari: 40% dichiarato, 14% prima dell’ammortamento dell’avviamento (2005)
    Antinori: 25%
    Imposizione fiscale delle aziende incluse nel campione Mediobanca (cioe’ le piu’ grandi aziende italiane del settore, cioe’ oltre a 25m di fatturato), a confronto con le prime 50 societa’ italiane quotate in borsa:
    2002: 40% vino (38% aziende di borsa)
    2003: 40% (38%)
    2004: 43% (38%)
    2005: 34% (34%)

    Questi sono i puri numeri, da cui non risulta una sostanziale differenza. Va pero’ considerato quanto segue:
    – primo, il campione Mediobanca include tutte le aziende e cumula i numeri, quindi chi perde soldi va ad abbassare l’imponibile globale, mentre non pagando tasse non fa scendere le tasse. Altrimenti detto, la tassazione e’ piu’ alta ma e’ soggetta a un endemico errore statistico. Il numero tra parentesi non include le societa’ in perdita.
    – secondo, le societa’ che sono incluse nel campione Mediobanca sono le piu’ grandi e hanno una connotazione prettamente commerciale, probabilmente piu’ che agraria.
    – terzo, il campione Mediobanca ha dentro le cooperative, che non fanno ne’ reddito, ne’ tasse, dato che passano i profitti attraverso il prezzo pagato ai soci-fornitori per l’apporto delle uve.

    Non comincio neanche a parlare del regime fiscale delle cooperative perche’ altrimenti ci infiliamo in una polemica che, a fronte del senso di nausea che mi ingenera, potrebbe degenerare.

    Questo per dire che cosa?
    – che dal punto di vista teorico, un viticoltore-agricoltore gigantesco che paga poche tasse puo’ esistere. E che ne paga poco mi pare evidente, come sostiene Cernilli.
    – che dal punto di vista statistico le grandi societa’ del mondo del vino in Italia pagano apparentemente piu’ tasse della media, anche se leggendo i numeri con in mente un paio di considerazioni probabilmente pagano circa uguale.
    – presumibilmente, al crescere della dimensione le aziende tendono ad assumere una connotazione piu’ commerciale, quindi chi non paga le tasse sono piu’ probabilmente aziende di piccola dimensione. Il campione di Mediobanca parte da 25 milioni di fatturato.
    – forse, tra le aziende di cui ho i bilanci, Antinori e’ quello che appare piu’ vicino al concetto di agricoltore. Il suo “tax rate” e’ stato del 34% nel 2004 e del 25% nel 2005, sicuramente molto piu’ basso della media.

    Che ne dite?

    bacca

  3. Vedo all’orizzonte gamberiano volti preoccupati di inserzionisti…. vedo fuga di annunci e calo di introiti pubblicitarii….ma : il Gambero non é nuovo a coscienze sociali e questo editoriale potrebbe esserne una espressione come tante di esigenze sentite, negli ultimi vent’anni.
    La realtá produttiva italiana é talmente vasta e parcellizzata, che credo sia limitante porre il problema cosí in modo massimale “sparando nel mucchio”. Peró ora viene la parte piu´interessante: quali sono i requisiti ed i protocolli secondo i quali Tizio viene classificato come contadino
    e Caio no. Come facciamo ad escludere Sempronio che oggi ha il Suv, ma negli anni sessanta andava a zappare la terra con i proprii genitori contadini ?
    Che la soluzione sia quella di abolire il reddito dominicale e tassazione uguale per tutti ? Chissá ? Certo in questi tempi in cui si parla molto dell’ambiente, dell’ ecologia della cura e della conservazione della nostra ereditá agricola, mi sembra giusto che la tassazione abbia un occhio di riguardo per chi la terra la lavora, a qualsiasi titolo, direi.

  4. Marco, ti riporto quanto mi e’ stato detto dai fiscalisti Coldiretti quando chiesi se e quanta uva potevo acquistare in aggiunta a quella prodotta in proprio: fino a un 33% in piu’, oltre al quale esco dal reddito agrario. Esco con tutto quanto, 33 + 100, non solo col 100. Cioe’ a quel punto tutta quanta la produzione di vino viene considerata “d’impresa”.
    Questo e’ quanto mi dissero.

    E’ la prima volta che sento mettere il dito nella piaga di questo punto del reddito agricolo.

  5. L’articolo di Cernilli non disturba i grandi produttori italiani, sono tutte delle srl o spa, anzi; il concorrente più fastidioso ed agguerrito di queste società sono la miriade di aziende agricole che fatturano oltre 5m e godono delle agevolazioni di cui si parla, ricordiamo che per l’azienda agricola l’iva in acquisto è un costo e l’iva in vendita è un guadagno, se l’azienda è condotta correttamente questo si trasforma in un buon utile.
    Queste agevolazioni sono corrette per permettere all’azienda di nascere e crescere, ma quando raggiunge certe dimensioni, non sono più necessarie e distorgono il mercato.

  6. Se posso intervenire, mi ha colpito molto il riferimento al cosidetto “furbetto del poderino”, che pur professandosi coltivatore diretto va in giro con un SUV da 100.000 euro.
    Attenzione a non farsi distogliere dalle apparenza, in molti, se non quasi tutti i casi che conosco, quel tipo di personaggio conduce aziende che neanche lontanamente potrebbero da sole remunerare tali stili di vita/spese. Infatti, molto spesso, quesi signori hanno delle fortune personali o familiari di altra e ben consistente provenienza. Per cui è pur vero che è pieno di “contadini” con case da sogno e macchine da milionari, ma è perché, per l’appunto essi sono milionari ben prima e ben oltre l’acquisto del podere, che altro non è che l’ultima voglia o moda che si sono voluti levare.
    Per esperienza personale dico che prima che uno con il vino riesca a fare quel tipo di soldi ci vogliono molti anni, se tutto va bene.
    Per quanto riguarda la tassazione, è pur vero che è una situazione speciale rispetto alle altre attività economiche, ma questo è vero anche per i fondamentali economici. L’intensità di capitale utilizzata rispetto al fatturato generato da un azienda agricola, specialmente vitivinicola, è spesso enorme. In più, se non vado errato, il codice civile non consente l’ammortamento di mezzi di produzione fondamentali, come i vigneti, che possono rappresentare, specie in certe zone, degli immobilizzi di capitale milionari. Lo stesso valga per i diritti di reimpianto e per i diritti DOC. E’ chiaro che è una situazione speciale, che non si trova nelle attività economiche comuni, quella che vede una spesa di 500.000 euro solo per i diritti di un ettaro di vigneto di brunello per es., o anche di più per altre zone. Allora la mia proposta sarebbe questa, molto semplice: mettiamo l’agricoltura in condizioni di operare in un mercato in libera concorrenza, con regole uguali a quelle della produzione di altri prodotti, e mettiamo la tassazione uguale a tutto il resto, magari salvaguardando zone particolari dove il valore sociale (es. salvaguardia del territorio) è più alto rispetto al minore introito di tasse.
    Io sono favorevole già da ora. Liberalizzare e tassare. Però non si può invocare, e regolamentare pesantamente, l’agricoltura come settore speciale e poi tassare come un settore normale.

  7. Ed infatti e´proprio a questo che mi riferivo quando scrivevo “sparare nel mucchio”: il quadro storico, ambientale e geosociale é troppo complesso per poter essere investito da una critica che, per non essere dettagliata, rischia di non mettere il dito sulla piaga, e finisce per offendere immotivamente qualcuno. Nel mondo anglosassone gira una battuta : “Come farsi una piccolo capitale con l’agricoltura ? ” Risposta “Bisogna partire da un grande capitale.”
    Qualcosa di vero pur ci sará. Come pur vero quello che scrive Gianpaolo : quante volte l’azienda agricola é di proprietá e gode dei frutti del lavoro altro di dottori, ingegneri, avvocati, commercialisti, farmaceutici etc. Sono meno contadini per questo ? bene la soluzione ci sarebbe: gode della qualifica di “contadino” é chi é in possesso di carta verde, per aver superato gli esami appositi, e per rispondere ai requisiti che le autoritá (EU,Regione, MIPAF o chi per loro) rendono obbligatori. La definizione di contadino sará cosi´regolata e protetta come quella di dottore o avvocato e non liberamente usabile da chiunque voglia.

    Che poi il contadino voglia stare a potare la vigna e dormire nei fienili o scorrazzare nei centri urbani in SUV e´una cosa che riguarderebbe pochi, perché il professionista contadino pagherá una tassazione normale equa e liberalizzata.

  8. Carlo, chi vuole iscriversi all’albo degli imprenditori agricoli, II sottosezione, che poi è quella che da luogo alla tassazione agricola, deve in effetti sostenere un esame, se non può dimostrare le competenze acquisite. Io, pur essendo laureato in agraria, lo sostenni di fronte ad una commissione provinciale.

  9. Grazie Gianpaolo. Allora la divisione giá c’é, la qualifica anche. Mi sembra si svuoti di non poco l’ osservazione critica di Cernilli. Ho capito bene che contadino é la qualifica di chi ha superato l’ esame ed é iscritto all’ albo degli imprenditori agricoli ? E gli altri che non hanno fatto esami ?

  10. Non penso che la cosa importante sia la definizione di “contadino”, uno può superare l’esame e non essere un “contadino” e continuare a fare un’altra e più redditizia professione. Per Azienda Agricola, secondo me, si deve intendere un’azienda che lavora solo le proprie uve, punto. A questa azienda si riconosce un diverso regime fiscale. Come deve essere riconosciuto a chi lavora vigneti in zone particolarmente disagiate, vedi Cinqueterre etc etc.
    Come si fa a considerare Azienda Agricola ci produce 600.000 bottiglie l’anno di cui 200.000 prodotte con uva acquistata? Solo perchè il proprietario può definirsi “contadino”?
    So che qualcuno ha comperato aziende in Montalcino perché fa figo, ma se uno è disposto a pagare 500.000 euro per un ettaro avrà fatto i suoi conti, questo è il mercato.

  11. Scusa Giuseppe, ma che vuol dire che la tassazione deve essere diversa solo per chi coltiva le uve proprie e può definirsi “contadino”? Allora se uno ha un azienda di 20 ha a Montalcino, con un valore di 10 milioni di euro e fatturato di 5 milioni si può definire contadino, se uno ha 5 ettari a zagarolo e compra un quintale di uva no?
    Ma allora facciamola finita con le ipocrisie. Perché uno deve comprare pezzi di carta del valore di milioni per avere vigna a Montalcino e chiamarsi contadino? Facciamo che si levano tutte le barriere che ostacolano il libero mercato e, conseguentemente, tutti vanno a tassazione normale (con pochissime e circoscritte eccezioni, tipo fatturato sotoo una certa soglia, zone di montagna “vera” e particolarmente disagiate).
    No taxation without representation, c’e’ scritto sulle targhe degli abitanti di Washington DC, no taxation without linberalisation metterei io sul trattore.

  12. Mi è rimasto nel tasto che la conduzione dell’azienda agricola deve essere l’attività del “contadino”. Come avevo scritto nel post precedente “Queste agevolazioni sono corrette per permettere all’azienda di nascere e crescere, ma quando raggiunge certe dimensioni, non sono più necessarie e distorgono il mercato.”

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