Romano Bonino: un Barbaresco (e un’idea del vino) d’altri tempi

L’ho già scritto e non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è ancora salvezza nelle Langhe! In un mondo del vino che è ormai tanto standardizzato, codificato, ripetibile e quindi noioso, privo di emozioni, e molto spesso falso e ancorato a parole d’ordine pronunciate, perché lo prevede un certo rituale, ma non certo interiorizzate, è solo in questo angolo di Piemonte consacrato al culto del Nebbiolo che ti può ancora capitare di imbatterti in figure di vignaioli che sembrano provenire da altre epoche e da altri mondi e involontariamente porsi come segni di contraddizione e di negazione nei confronti dell’attualità vinosa. Figure che continuano testardamente a perseguire, anni dopo anni, una loro idea del vino che potrà anche apparire anacronistica, fuori dal tempo, irreale, ma che mantiene una logica che merita comunque rispetto.
Persone, queste, che quando le incontri e quando t’imbatti nei loro vini, scoprendoli magari, com’è capitato a me, nel pieno di una degustazione fatta alla cieca, dove alla fine scopri che ti sono piaciuti molto ma molto di più di tanti altri vini ben più titolati, ti spingono inevitabilmente a chiederti perché il fare vino non abbia potuto continuare con questi ritmi rilassati e antichi, dove parole come marketing, mercato, mode, stile internazionale, sono totalmente sconosciute e aliene.
Non sapevo nulla di Romano Bonino e dei suoi vini, prima del bellissimo incontro con il suo godibilissimo, piacevolmente old style Barbaresco 2004, ottenuto dalle uve Nebbiolo di uno dei migliori vigneti di Neive, il Basarin, vino che in fase d’assaggio mi aveva conquistato grazie al suo colore rubino con una decisa sfumatura di granato, al suo naso evoluto e dolce già su note terziarie, con lampone, ribes e ciliegia succosa in evidenza, molto elegante e carezzevole al gusto, dotto di una bella stoffa e di una salda struttura tannica, eppure sapido nervoso, piacevole, godibilissimo da bere già ora che non è stato ancora imbottigliato ed è ancora un campione da botte ma che lo sarà ancora di più quando avrà riposato, il giusto tempo, in vetro.
Proprio per capire chi ci fosse dietro alla bottiglia ho pensato, insieme agli amici Roberto Giuliani e Pierluigi Gorgoni che, come me, erano stati colpiti da questo vino d’altri tempi, ho pensato, dopo aver brevemente conosciuto la persona che aiuta e interagisce con Bonino, suo nipote Bruno Egidio, altra figura di asciutta essenzialità, a sua volta vignaiolo e produttore di buoni Langhe Arneis, Dolcetto d’Alba, oltre che di uve Nebbiolo che confluiscono nel Barbaresco dello zio, che valesse la pena di fare un salto nella cantina a Barbaresco, posta in località Rio Sordo.
Posto semplicissimo, più cantina di casa che vera e propria cantina aziendale, nessuna concessione all’immagine, nient’altro che un posto dove lavorare e cercare di vinificare al meglio e rispettare le belle uve che si portano a casa dopo la lunga fatica in vigna, ma pochi incontri meglio di questo mi hanno confermato l’idea che mentre c’è una Langa che si è spettacolarizzata e si è fatta in molti casi palcoscenico per improbabili forme di stupor mundi atte ad épater la stampa (e spesso a turlupinare il consumatore), esiste ancora una Langa profonda, fenogliana e pavesiana nei suoi accenti, profondamente contadina, restia ai cambiamenti, dove il vino si continua a fare – e a vendere – come una volta.

In quante altre cantine di questa Langa ormai poliglotta, aperta al mondo, fattasi furba e abituatasi a “stare al mondo”, vi sarebbe difatti potuto capitare, giornalisti venuti a capire, più che ad assaggiare, a cogliere uno spirito, un’atmosfera, vedervi offrire, dopo, l’Arneis di Bruno Egidio, sapido, grasso, vivo, profumato di pesca bianca, ricco di nerbo e quello di Bonino, molto semplice, agrumato, beverino, e dopo il Dolcetto d’Alba Bric Micca del nipote, molto varietale, fragrante, succoso, lungo, pieno, reso ancora più strutturato e largo da un affinamento in tonneau, nientemeno che un Barbaresco 2002, il Basarin, non ancora imbottigliato per il semplice motivo che per farlo il produttore attende che si faccia vivo un compratore, al quale, parole di Bonino, visto che si tratta di un 2002 e la gente sembra non volerne sapere, “è pronto a fare un buon prezzo” ?
In pochissime altre, oppure in altre epoche dove il commercio del vino avveniva con semplici strette di mano, mediante damigiane e fusti più che in bottiglia, anche se il vino, ottenuto da vigne vecchie di trent’anni, secondo una prassi produttiva avviata negli anni Sessanta e poi proseguita sino ad oggi senza sostanziali cambiamenti, si mostrava all’assaggio, fatto nelle condizioni più impossibili, con il vino spillato dalla botte, servito freddo e travasato di bicchiere in bicchiere, con simpatici sgocciolii ad arrossarti le dita, davvero interessante, molto snello, com’è giusto che fosse in un’annata non da larghezze e muscoli come il 2002, agile, scattante, lineare, dotato di bella pulizia e sapidità. Contratto, il giusto, solo perché non gli era stato consentito di aprirsi e svilupparsi, di trovare una propria armonia, una volta imbottigliato.
Vino da scoprire dunque, in cerca d’amatore e non solo di compratore, come pure quella quantità di 2001 rimasta, questa fortunatamente in bottiglia, con la propria etichetta d’antan senza fronzoli, che all’assaggio mostrava il suo carattere old style ma ben fatto, i profumi avvolgenti dalla nitida impronta nebbiolosa giocati sul lampone e sulla prugna sotto spirito, il gran bel frutto succoso, pieno, ben polputo, goloso, al gusto, innervato da tannini solidi ma dolci, a suggellare, con la sua chiusura pulita e calda, una rusticità naif ma non scevra da eleganza.
In altre parole da una solida consapevolezza (resa possibile dalla lunga esperienza, dal tenace lavoro in vigna, da una conoscenza e padronanza del vigneto e delle sue leggi, oltre che dalle tecniche, molto semplici, di vinificazione, con macerazioni che nelle annate migliori raggiungono e superano i venti giorni, seguite da una lunga permanenza in grandi botti di legno) di quello che si vuole fare, del vino che si intende ottenere. In altre parole, come confermava anche l’assaggio di un campione dell’annata 2000, dagli aromi terziari giocati sul cuoio, il sottobosco, le spezie, un quid di selvatico e di animale, un ricordo di funghi secchi, e poi una suadente dolcezza, matura, avvolgente, calda, del frutto, una vera e propria idea, che apparirà polverosa agli inguaribili cultori del nuovo, ma è sempre valida, del Barbaresco.
Idea antica anche nel prezzo dei vini, che per il Barbaresco 2004, quando a breve andrà in bottiglia, sarà, tenetevi forte, intorno ai 12 euro in cantina, magari qualche euro di più, ma sempre pochi vista la qualità, per il Barbaresco 2001.
Morale ? Una Langa del vino, schietta e autentica, che non c’è (quasi) più…

Azienda agricola Romano Bonino
Località Rio Sordo 1
12050 Barbaresco
Tel. e fax 0173 638235

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