Barrique in crisi: ritornano le grandi botti ?

Da quanto si evince da un’inchiesta pubblicata dal Corriere Vinicolo le piccole botticelle di rovere francese, le onnipresenti barrique, cominciano a perdere qualche colpo e gli acquisti alle tonnelleries d’Oltralpe da parte delle aziende vinicole italiane fanno registrare notevoli cali. Contemporaneamente, si registra una riscoperta e un progressivo passaggio, per l’affinamento dei vini in legno, o a tonneaux più capienti, nell’ordine dei 750 – 1000 litri contro i canonici 500, oppure alle classiche vecchie botti, anche se di formato inferiore a quelle, enormi e difficilmente gestibili, di un tempo, 15, 20, 30 ettolitri, costruite o con rovere di Slavonia, oppure con legni francesi.
Sull’argomento dico la mia in questo articolo, pubblicato nello spazio news "Le novità dal mondo del vino", che appare sul sito Internet dell’A.I.S., Associazione Italiana Sommeliers.
E voi cosa ne pensate di questa riscoperta delle botti e del ripensamento circa l’uso, che sino a poco tempo fa appariva obbligato, della barrique ?

0 pensieri su “Barrique in crisi: ritornano le grandi botti ?

  1. Chi faceva da sempre i nebioli o il sangiovese usando le botti da 50 ettolitri, ha continuato a farlo e bene. Chi si é improvvisato vignaiolo perché era di moda (editori, industriali, vip, figli di), si é genuflesso alle mode ed agli enologi di moda. Fare il vino in barrique é cosa seria (francia docet), perché la barrique non é un semplice contenitore per “risciacquare” il vino.
    Il gusto dei consumatori non c’entra nulla, il consumatore ignora come si fa il vino e nel 70% dei casi beve quello va di moda, purtroppo. Questo spiega anche i 3 milioni di litri di “succo d’uva” in tetrapack consumati in Italia ogni anno. Non basta l’enologo di grido, l’etichetta disegnata dal famoso pittore ed una puntata di Lineaverde per spiegare alla gente il lavoro di faticose decadi.
    I produttori devono decidersi a fare educazione al bere e non solo intrattenimento.

  2. Come la penso io lo sai già, Franco. in effetti avevo notato che un buon numero di produttori sta progressivamente abbandonando la barrique a favore di botti “medie”. Per certi aspetti è un fenomeno naturale, conseguenza di esperienza e prove effettuate di anno in anno. Anche alcuni enologi hanno ripreso la via delle botti di medio calibro, forse consapevoli che il vino barriccato non ha più quell’audience elevata di cui ha goduto negli anni novanta.
    Però è altrettanto vero che questo fenomeno è più appannaggio delle realtà più consolidate e con una storia alle spalle (vedi Barolo o Brunello), ma ci sono ancora tante piccole Doc, affacciatesi di recente che non hanno ben chiaro dove andranno a parare, che partono con vitigni internazionali e piccole botti.
    Evidentemente la realtà non le riguarda…

  3. Questo rilancio della botte di media dimensione l’ho notato anch’io.
    Penso che sempre più produttori, più ancora che ricercare un ritorno alle modalità tradizionali, stiano analizzando il mercato, cercando di buttarsi su qualcosa di “diverso” per far sì che la gente scelga proprio il loro vino e non quello di un altro.

  4. A quanto ne so, il fenomeno barrique comincia a mandare i segnali di un vero e proprio tracollo nelle zone in cui si producono vini base Nebbiolo (vale a dire quelli che oggettivamente sono meno adatti all’affinamento nelle piccole botti di rovere francesi), mentre in altre realtà, come ad esempio quella dell’Aglianico, molti produttori hanno adottato il terzo passaggio come criterio di produzione, devo dire con risultati a mio avviso tutt’altro che disprezzabili (es. Tre Pietre di Corte Normanna). Credo anche io che il gusto dei consumatori c’entri poco (quantomeno a livello di massa), anche perché continuo a vedere gente che si entusiasma per vini che paiono prodotti in falegnameria.
    Comunque questa della crisi della barrique per me è una buona notizia, soprattutto perché rappresenta l’ennesimo segnale di un’inversione di tendenza a favore di un certo modo di produrre, valutare e gustare il vino; peccato che Bartolo non possa gustarsi questo momento, sarebbe stato bello sentire la sua.

  5. Gia’ da un paio d’anni mi sono messo in cerca di tonneaux bordolesi, nel senso di botti da 9 hl. Comunque, a onor del vero, non e’ che barrique debba per forza significare vino che odora di falegnameria, eh..

  6. Se “ragioniamo” avanti di 5 anni, la barrique è morta. Siamo agli estremi: dopo il vinone-barricone (e tarricone) adesso il mktg del vino punta al chiarello-bello, cioé un mix di vinello sciapino dal design attraente. Vediamo un po’ come risponde il mercato…

  7. E’ vero che l’uso della barrique è in fase di ripensamento, ed è vero che molti produttori, incluso il sottoscritto, stanno cominciando ad orientarsi verso botti medie (25-30 Hl nel mio caso).
    Parlo per me, e osservo che questa scelta è fatta per poter cercare di portare un frutto (quello del Sangiovese nel mio caso) nelle migliori condizioni possibile in bottiglia. Pur non avendo mai sposato la tesi del vino frutto di maroniana memoria, trovo importante che per alcuni vini vi sia un attenzione supplementare dovuta alle loro caretteristiche di delicatezza, come nel sangiovese e nel nebbiolo. Noi siamo sempre stati molto attenti al bilanciamento del legno, e ci è sempre stato generalmente riconosciuto, pur utilizzando le barriques.
    Osservo inoltre che c’e’ un cambiamento complessivo del gusto, sia dei consumatori, oggi intransigenti verso vini troppo legnosi, ma anche e sopratutto nei miei gusti e in quelli di chi lavora in cantina. Non sarei più soddisfatto nel fare i vini che facevo 5 o più anni fa, e probabilmente neanche i consumatori.
    E’, questo, un rinnegare certi dogmi del passato, seguire le mode? Io non credo che sia così, ma più probabilmente il segno di un evoluzione complessiva del gusto di tutti noi, certamente più evoluto e per certi versi raffinato rispetto, che so, a 10 anni orsono quando io ho cominciato a fare vino. E questo secondo me è un segnale che andrebbe letto in positivo.
    Vorrei aggiungere anche che, a mio modesto avviso, giudicare oggi “l’attrezzo” barrique in modo totalmente negativo, ed addirittura associarlo a comportamenti furbeschi e ammiccanti in senso negativo al consumatore, è una semplificazione tanto ingiusta e sbagliata di quanto fosse quella che in passato vedeva la barrique come il toccasana e il simbolo di una vino da “intenditori”.
    La strada che porta alla conoscenza del modo giusto di fare vino oggi, in Italia (salvo poche celebrate eccezioni), ce la stiamo inventando di anno in anno negli ultimi 20 anni. E’ una strada lunga, con ancora molti decenni di fronte a noi, piena di errori e di empirismo. Ed è anche un processo che vive di relazioni e feedback con il consumatore, colui che il vino lo acquista e lo consuma, dal quale (quasi) nessuno può prescindere e dal quale siamo influenzati e a sua volta influenziamo. Insomma, non siamo di fronte ad una scienza esatta, ma di fronte ad un prodotto di natura ancora artigianale per molti versi (anche se io non stigmatizzo in modo negativo i 100 milioni di confezioni di tavernello consumate ogni anno, segno che c’e’ una richiesta di questo vino), che vive di mercato (il vino lo si fa per vendere) e che si trasforma nel tempo (berreste oggi il “merum” romano?). E sopratutto un settore dove ancora l’ideologia che ogni tanto fa capolino, misura un atteggiamento ancora non maturo, ma che speriamo maturerà.

  8. Gianpaolo,
    non devi farne un fatto personale, quello che dici è più che condivisibile per quanto mi riguarda, ma non è tutto così puro e immune da attrazioni per i facili guadagni. Se fosse solo, e ripeto solo, come dici tu, quei winemaker che hanno invaso la tua regione e ancora oggi continuano a “stampare” un certo tipo di vino non sarebbero mai esistiti. Come ho presmesso nel mio primo intervento ci sono le dovute differenze. C’è chi ha fatto uso della barrique semplicemente perché voleva verificarne gli effetti sui propri vini (e questo vale soprattutto per chi il vino se lo fa da se e non lo mette in mano al Ferrini di turno), considerando importante la risposta del mercato ma non come unico obiettivo. C’è chi invece ha avuto come unico scopo quello di ottenere risultati e subito, seguire una scorciatoia che incontrasse il gusto del momento e soprattutto consentisse persino ad aziende senza storia di riscuotere subito enormi successi. E sappiamo bene che questo è accaduto, tanto che molti vini toscani hanno sopravanzato di prezzo altri ben più storici e validi, senza in molti casi meritarlo.
    Le tue riflessioni e le tue scelte riguardano la tua persona, e ciò che hai scritto lo condivido in pieno, perché questa era la strada da percorrere, soprattutto nella tua zona, ma quanti sono ad aver fatto altrettanto e con la stessa lucidità?

  9. Finalmente!!!
    In un recente giro nelle Langhe, i produttori che ho visitato si fregiavano del mitico motto Di Bartolo “No Baqrrique”, addirittura il Tino Colla le definisce ” La Drogheria”.
    Purtroppo per molti produttori della mia zona, invece la Barrique va usata e soprattutto deve dare sapore di legno al vino, e questo trattamento va fatto sui vini più prestigiosi della loro produzione!
    Fortunatamente il gusto stà tornando sulle sue, ma sento e leggo ancora molti influenti “Palati Fini”, elogiare e dare della eccellenza ai sentori VanigliaSpeziaTostatura dati dalla barrique.
    Max Perbellini

  10. Mi sbagliero’, ma ho la netta sensazione che se c’e’ una moda ora (gia’ da qualche mese), e’ quella anti-barrique, non certo quella della barrique (che era una moda dieci e piu’ anni fa). Come e’ stato detto, puo’ darsi che dipenda molto dalle zone vinicole. Inutile dire che come tutte le mode ha poco a che vedere con la lucidita’.

  11. A volte davvero mi pare di vivere in un mondo, quello del vino, dominato dalla schizofrenia. Ora la barrique pare il demonio. Così, per sentito dire. Perché non è più di moda. Perché il gusto si è evoluto… Ma dico, stiamo scherzando? Nessuno ricorda che il gusto eccessivo di legno è dovuto a barriques schifose (americane o peggio) o all’uso di trucioli che con le barriques hanno poco a che fare? E il detto “nella botte piccola c’è il vino buono” dove lo mettiamo? E le barriques usate? Possibile che si debba banalizzare tutto secondo le “tendenze” del momento?
    Possibile cancellare in un attimo centinaia di anni di storia enologica borgognona? Vogliamo forse affermare che Sangiovese e Nebbiolo sono più delicati del Pinot Nero?
    Insomma, se il vino sa di legno la colpa non è della barrique ma dell’enologo o del vignaiolo, suvvia!

  12. Proprio così Corrado. Ma non credo che chi se la prende con la barrique si riferisca al legno, è chiaro che è il cattivo uso che molti ne hanno fatto, l’averlo considerato LA soluzione per raggiungere ambiti traguardi, indipendentemente dalla qualità dei vigneti e dalle capacità di chi lavora in vigna e cantina. Oggi ci sono ottimi vini, anche Brunello, che fanno in parte barrique, magari di secondo passaggio. L’errore è stato quello di convertire il parco legni senza porsi la domanda, ma va bene per i miei vini?

  13. I veri danni sono stati fatti a livello di comunicazione e soprattutto formazione: a chi non gliene fregava più di tanto del vino, la maggior parte in Italia, non è cambiato nulla, non sanno ovviamente cosa sia una barrique e mai si interesseranno a ciò.
    Per i cosiddetti “enoevoluti” o “enomalati”, un argomento per farsi la guerra tipo guelfi e ghibellini, ma alla fine non è cambiato nulla anche qui.
    Il vero danno è stato fatto su coloro che si stavano avvicinando al vino e che hanno pensato che tutto (o buona parte del tutto) ruotasse intorno al “si barrique, no barrique”: qui si che la questione ha fatto morti e feriti e soprattutto creato mostri, sia in un senso (si barrique sempre) che nell’altro (no barrique sempre), indipendentemente dal contesto e dalla materia prima a disposizione.

  14. io credo si tratti di un discorso di coerenza e di lucidità l’uso e il non uso.
    Demonizzarle come ho fatto anche io non ha molta logica, perchè le cose vanno comprese e non bisogna mai cadere nel fondamentalismo.
    Di fatto però l’uso improprio che se ne fa nella mia zona (il Chianti Classico) non mi piace, non mi piacciono i vini che ne escono, non mi piacciono i sentori di legno che coprono i frutti e le ruvidezze del territorio, non mi piace quel sentore legnoso che copre e omogeneizza ogni storia.
    Vedo bene il ritorno alle botti, di medie dimensioni, facili da gestire, da fare in modo che gli intervalli vuoti non siano lunghissimi, ma nel mio piccolo vedo buono anche l’uso delle barriques, usate, quando hanno fatto almeno un paio di passaggi, in modo che arrivi una leggera piacevolezza di morbido al gusto ma il vino non ne viene stravolto da tostature aggressive.
    In questo mi piacciono le barrique da 3,5 hl e i tonneau da 5 hl

  15. Ho letto il post di Fiorenzo, pubblicato sul suo blog Diario enotecario http://vinotecaonline.blogspot.com/2007/06/contenitori-e-contenuti.html
    e sono rimasto stupito dal tenore, piuttosto risentito e in qualche caso un po’ acido, dei commenti. Non ho potuto pertanto fare a meno di commentare, sul blog che “io nel mio intervento ho solo voluto documentare una tendenza che pare prendere piede, ovvero un minor uso della barrique e una riscoperta delle tradizionali botti di legno anche se di formato più piccolo.
    Se poi così facendo ho mostrato di essere un “reazionario” oppure di ricercare “feticci (barrique, botte grande, no piccola, no media) a cui appendere le proprie idee in merito a un vino”, non so che farci. Anche per il “voltastomaco” che avrei causato a qualcuno…

  16. Che bello!!!Speriamo sia vero!!!Non se ne puo’ piu’ di vini tutti uguali. Il top l’abbiamo toccato con le barbere…….
    Viva i vini ruspanti. Viva il vino tannico!Viva l’acidita’ tagliente!VIva la tipicita’dei nostri grandi vitigni.Viva il sagrantino.Viva l’aglianico. Purchè se ne colgano gli aspetti tipici, e non le solite spezie da barrique che omologano e rendono tutti uguali i nostri grandi vini!

  17. Mah, non mi esalterei troppo, Arnaldo, perché la barrique non ha tutti questi poteri, a parte il fatto di conferire aromi e tannini gallici. Le Barbere, come certi Dolcetti, che hanno le caratteristiche di potenza, morbidezza, grassezza, frutto marmellatoso e dolce ecc., non sono così per la barrique ma per le pratiche estreme adottate soprattutto in cantina (vedi uso di concentratori, osmosi inversa, aggiunta di mosti concentrati, uve non dichiarate ecc.). Sono queste pratiche che dovrebbero tendere a sparire, perché di danni ne fanno molti di più.

  18. Leggendo l’intervista al Prof. Malik, riportata da Mario Crosta, noto tre particolari dell’uso della barrique secondo Malik: (1) l’uso della barrique e’ solo per affinare/maturare, non per vinificare; (2) si usano solo barrique tostate (una barrique non tostata farebbe il vino disarmonico); (3) la barrique si usa solo per un passaggio, dopo di che cessa la sua funzione.
    Ora siccome tutti e tre questi dettagli sono contraddetti dalla pratica di alcuni produttori, domando se questi ultimi sono in errore o se effettivamente c’e’ spazio per un uso piu’ ampio della barrique di quello indicato da Malik.

  19. Personalmente uso la barrique già in fase di fermentazione e solo barriques usate, possibilmente molto usate. Dunque contraddico completamente quanto affermato dal prof. Malik. Il mio concetto di botte piccola è legato essenzialmente al processo ossidativo, bilanciato in un continuo gioco a due, dalle fecce fini riducenti. Ma chiaramente è solo uno dei possibili utilizzi. Torno ad affermare quanto espresso in numerosi post su questo tema: la barrique, anche quella nuova, purché di rovere nobile, può dare molto ad un vino, purché questo sia un vino nobile. Quello che NON può dare è concentrazione e volume. Questo, purtroppo, deriva da tecniche enologiche come l’osmosi inversa che sono il vero problema dei vini marmellatosi degli ultimi anni.

  20. Caro Filippo, grazie di aver accolto l’invito a leggere quell’intervista. Ma preciserei che al punto 1 Fedor Malik associa i vini rossi (piu’ avanti per i bianchi prevede anche la vinificazione) e al punto 3 e’ stata davvero una fatica tradurre esattamente dallo slovacco e dal polacco il suo pensiero. Parla di uso della barrique nuova una ed una volta soltanto, ma intende per la stagionatura e la maturazione, mentre non dice nulla sull’uso di secondo e terzo passaggio come semplice contenimento o affinamento successivo. Purtroppo l’intervistatore non gliel’ha chiesto. In ogni caso tratta la barrique dal punto di vista tecnico in modo nudo e crudo, descrivendone bene pregi e difetti, definendone il campo d’uso ed i rischi, parlandone bene soltanto per alcuni vitigni e non adattandola certo a tutti. E, come hai rilevato benissimo tu, ne parla dal punto di vista dell’uso che ne fanno internazionalmente. In Italia invece, dove e’ stata propagandata come una panacea, se ne fa un uso diverso, a volte esagerato (un po’ come il Merlot e il Cabernet Sauvignon a correggere tutti gli altri vini). Comunque Fedor Malik ne parla da degustatore professionista e da docente di enologia, cioe’ professionalmente. Il caso opposto invece e’ che sappiamo benissimo che molti dilettanti, avendo in mano per la prima volta un cacciavite, si credono degli elettricisti e vanno in giro a riparare televisori… e della stessa pasta in gran parte sono gli azzeccagarbugli della barrique che imperversano purtroppo ancora nel nostro Paese.

  21. Ribadisco quanto già detto sul blog di Sartore, i cui commenti sinceramente non mi sembrano né risentiti né acidi: «Quando per discutere del “mezzo” (il contenitore di legno più o meno grande, in questo caso) si perde completamente di vista il “fine” (un vino coerente con un progetto/filosofia produttiva) vuol dire che qualcosa non va.
    E ci sono cascati molti, sia dalla parte dei produttori che da quella dei comunicatori.
    Poi, per carità, come chiede Filippo [mi riferisco all’intervento su Diario Enotecario] si può anche discutere del corretto uso del mezzo, in alcuni casi si deve farlo, ma va fatto riferendosi a casi ed esempi concreti, altrimenti le variabili in gioco sono talmente numerose che una discussione solo a livello teorico rischierebbe di produrre una casistica tendente all’infinito, e di conseguenza probabilmente fine a se stessa (e si ricomincia da capo).»

    Quindi, se sicuramente sbagliava chi considerava la barrique come la panacea di tutti i mali, produttore, consumatore o giornalista che fosse, altrettanto sbaglia chi la condanna aprioristicamente sulla base dell’uso sbagliato (e a volte scriteriato) che ne è stato fatto in passato.

    I produttori, che saranno anche modaioli (non tutti, ovviamente), ma alla fine il vino lo devono pur vendere, preso atto che il mercato non gradisce più come un tempo i vini “tutto legno” (e personalmente non posso che felicitarmi della cosa), e grazie all’esperienza (errori compresi) fatta in questi anni, stanno man mano imparando ad utilizzare lo strumento legno in funzione della materia prima di cui dispongono e dell’obiettivo di produzione: la cosa di per se non mi sembra tanto sconvolgente, ed è probabilmente questo il motivo per cui non si comunica al riguardo, come “rimproverato” a produttori, enologi e comunicatori da Ziliani nel suo intervento riportato dal sito dell’AIS (del resto, non ho mai sentito produttori convocare una conferenza stampa per informarci che avevano imparato ad usare la pigiatrice piuttosto che la pressa pneumatica).

    @Filippo Cintolesi: sicuramente l’elenco degli usi della barrique ipotizzato dal prof. Malik non è esaustivo.

    Giuliano Boni

  22. Caro Giuliano Boni, niente a questo mondo e’ esaustivo, anzi per fortuna che esiste il libero arbitrio, la liberta’ di sperimentazione, la voglia di cambiare. Pero’ secondo il mio modesto parere piu’ che seguire le mode, semmai bisognerebbe far di tutto per farne di nuove. Il genio dei buoni produttori italiani, che ce ne sono tanti e seri, si dimostrera’ senz’altro. E senza imitare ne’ francesi ne’ californiani.

  23. @Mario Crosta.
    Lungi da me l’idea di sostenere che si debbano seguire pedissequamente le mode (ma nemmeno creare, se per questo): la moda è effimera per definizione, e in un contesto di lungo periodo come il mondo vitivinicolo può solo fare dei danni. Spero che non sia questo il senso che traspare dal mio commento precedente, nel quale non volevo nemmeno minare l’autorevolezza del prof. Malik.

    Quello che sostengo, invece, è che un produttore di vino, in quanto imprenditore a tutti gli effetti, ha tante più possibilità di successo quanto più ha ben chiaro a quali mercati e a quali consumatori intende rivolgersi, orientando di conseguenza lo stile dei suoi vini (non è poetico, lo so, ma è così).

    Per far questo il produttore, o l’enologo che agisce per suo conto, ha a disposizione tutta una serie di strumenti – oltre ad un certa qualità di materia prima, l’uva, dalla quale beninteso non si può prescindere – che possono essere più o meno adeguati allo scopo; tra questi strumenti vi sono le barrique e le botti di ogni dimensione ed essenza legnosa. Non solo, uno strumento, ancorché di per se adeguato, può essere impiegato male, ed anche in questo caso non si raggiunge lo scopo.

    Ma la colpa non è dello strumento.

    Giuliano Boni

  24. @Giuliano Boni
    su questo punto non mi trovo molto d’accordo. Mi spiego meglio: se un produttore producesse bulloni sarei d’accordo, sarebbe giusto preoccuparsi principalmente delle esigenze di mercato, ma il vino è cosa ben diversa.
    E c’è produttore e produttore. Chi è cresciuto nei campi, ama la propria terra e fa il vino prima di tutto perché è una sua cratura, non deve assolutamente “orientarsi” secondo il gusto variabile del mercato. Perché? Perché il mercato è esattamente come la moda, volubile, trasformista, capriccioso, non gliene frega nulla di tutto ciò che c’è prima di arrivare alla bottiglia di vino.
    Ma il produttore, il vignaiolo (non “l’imprenditore”, che nel vino ha visto solo un’altra possibilità di affari), ci mette l’anima nel vino, e lo deve volere come piace a lui.
    Il tuo ragionamento va bene per i grandi numeri, per chi vende milioni di bottiglie e non ha mai avuto un rapporto diretto con la terra e il suo prodotto finale.
    E’ questo che fa la differenza fra un vino con un’indentità e un vino che cambia secondo il vento.
    Chi fa il vino in questo modo equivale a chi fa musica commerciale. Se tutti pensassero solo a fare soldi, non sarebbe mai esistiti altri tipi di musica, film, teatro, dipinti e quant’altro arricchisce la nostra esistenza.

  25. Raffaello, Michelangelo, tutti hanno prodotto capolavori su commissione, e per soldi. Il fattore economico non è mai stato un ostacolo, semmai uno stimolo. Personalmente credo poco a coloro che producono vino per una missione superiore.
    Il vignaiolo è un imprenditore, il che non è un diminuirne il valore, le difficoltà, la complessità del lavoro, anzi.

  26. Gianpaolo, concordo perfettamente, pero’ sottolineerei tre volte quello che ha scritto Roberto Giuliani, e cioe’ che il vignaiolo “ci mette l’anima nel vino, e lo deve volere come piace a lui”, perche’ in effetti per le piccole vigne e’ cosi al 100%. Una percentuale che pero’ diminuisce mano a mano che aumentano gli ettari, fino a diventare O nel caso di Gallo, che e’ il piu’ grande produttore mondiale (con l’1% della produzione totale mondiale) e che fa o imbottiglia il vino solo ed esclusivamente secondo il mercato.

  27. Chi ha parlato di missione superiore? E chi ha detto che il fattore economico non è rilevante?
    Chi esprime attraverso il proprio lavoro ciò in cui crede e ama può anche farlo tenendo conto del ritorno economico ma non è prioritario. Tant’è che ci sono sempre stati fior di artisti (ma anche di produttori di vino) che non hanno riscosso grandi successi nella loro vita, ma non per questo hanno smesso di fare ciò in cui credevano.
    Fare business con il vino è cosa ben diversa, Gianpaolo, mi sembra strano che non afferri la differenza.

  28. @Roberto Giuliani
    Non ho scritto, e non penso, che tutti i produttori debbano “orientarsi secondo il gusto variabile del mercato”; ho affermato, e ne sono convinto, che ogni produttore deve (dovrebbe) avere “ben chiaro a quali mercati e a quali consumatori intende rivolgersi”.

    Mercati, e non mercato. Il mercato non esiste; esiste invece una molteplicità di mercati, a volte anche molto differenti tra loro, a cui riferire profili di consumatori diversi: non è pensabile che lo stesso vino possa essere parimenti apprezzato da tutte queste tipologie di persone.

    Un piccolo produttore può benissimo fare il vino secondo terroir e proprio gusto personale – anzi, fa benissimo a fare così – ma poi quel vino lo deve vendere, e quindi ha bisogno di sapere a chi lo può vendere, attraverso quali canali e a che prezzo (e, per lo meno in Italia, anche in che tempi verrà effettivamente pagato).
    In questo senso, il vignaiolo, anche chi è lo è da generazioni, deve (dovrebbe) agire e pensare da “imprenditore”, perché se a fine anno i conti non tornano alla lunga si chiude bottega.

    Non è una visione particolarmente romantica, concordo in questo, ma è la cruda realtà dei fatti.

    giulo

  29. @Giulo
    ok, così sono d’accordo anche io. Hai evidenziato la “necessità di far tornare i conti”, sulla quale non si discute. Se io produco vino come dico io e trovo i mercati giusti dove venderlo va benone, magari “faccio anche soldi”. Se io produco vino “per fare soldi”, non mi interessa se è quello che potrebbe venire da questa terra con queste uve, ma vado dove c’è la maggiore possibilità di trarne profitto. I vini che scaturiranno dai due diversi approcci saranno estremamente diversi.

  30. @Roberto Giuliani. Non mi riferivo a te né ho affermato che tu abbia detto questo. Trovo però che la differenza che io non rilevo, non sia così evidente come sembra a te. Persino il compianto Bartolo Mascarello, che pure sicuramente non era qualcuno che seguiva le mode, il vino se lo faceva pagare, e se non sbaglio, di quello campava. Se il suo vino, che a lui piaceva, non avesse avuto un mercato, semplicemente sarebbe scomparso.
    Per quanto riguarda gli artisti che, nel vino o in altri settori, hanno continuato a fare come volevano loro nonostante non avessero successo economico, non posso altro che dire: beati loro, vuol dire che c’era qualcuno che gli pagava la cena (visto che di cene gratis non ce ne sono).

  31. cosa si intende per “tostatura leggera” delle barrique?
    A- 5 minuti di esposizione al fuoco, a circa 100°.
    B- 5 minuti di esposizione al fuoco, a circa 150°.
    C- 10 minuti di esposizione al fuoco, a circa 150°.
    D- 5 minuti di esposizione al fuoco, a circa 200°.

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