Chips o barrique ? Un nuovo metodo per scoprirne l’uso

Il sito Internet francese Vitisphère in un recente articolo ha informato che presso presso l’’Ecole d’ingénieurs di Changins in Svizzera sarebbe stato messo a punto, da parte di uno studente di enologia della scuola e del suo professore di chimica analitica un metodo di analisi che consentirebbe di distinguere in maniera netta i vini che hanno conosciuto un affinamento in barrique o botti di legno e vini che, invece, hanno utilizzato per la loro elaborazione e l’affinamento il più rapido, ed economico, sistema dei trucioli, copeaux o chips come li si voglia chiamare.
Il metodo, scientificamente solido e di prossima pubblicazione su una rivista specializzata, anche se non può essere ancora utilizzato come prova nel caso di una controversia giuridica, si fonderebbe sulla diversa qualità, natura e soprattutto composizione dei composti empireumatici che si sviluppano nella fase di riscaldamento e tostatura sia del legno destinato alla barrique sia dei frammenti di legno che costituiscono i trucioli.  Differenze date dal tipo di effetto che è sostanzialmente diverso nel caso del legno da chips, dovuti allo spessore e alla superficie ridotti.
U
na ventina di molecole, che si generano nella fase di riscaldamento e tostatura del legno, sarebbe state identificate e analizzate in diversi tipi di vini, compresi quelli del Nuovo Mondo dove il ricorso ai chips è prassi diffusa.
L’analisi statistica di questi componenti mette in rilievo come ci si trovi di fronte a due diverse categorie di vini definite dalla presenza maggiore o minore o da un differente dosaggio di questi composti: i vini affinati in barrique ed i vini che hanno utilizzato i chips. Il metodo ha dimostrato la propria validità su legni e trucioli di origine francese o americana e su vini espressione di svariati vitigni, sia bianchi che rossi.
Secondo il suo autore, André Rawyler, il metodo non è stato messo a punto per scatenare una sorta di “criminalizzazione dei trucioli”, ma per mettere a punto una metodologia dalla parte dei consumatori, che faccia chiarezza, senza realizzare graduatorie di merito, tra vini ottenuti con tecniche di produzione diverse.

E voi cosa ne pensate, ritenete utile e affidabile questa nuova metodologia ?

0 pensieri su “Chips o barrique ? Un nuovo metodo per scoprirne l’uso

  1. Non penso che stia ai non esperti stabilire se il metodo sia affidabile o meno, personalmente non posso dare una mia opinione. Certamente, se i dati sono attendibili, è uno strumento utile per chiunque senta giusto potervi fare ricorso. Ritengo però che difficilmente potrà essere richiesto senza dover sborsare una discreta somma, quando sarebbe molto più corretto fare delle norme precise che impongano alle aziende di dichiarare in etichetta l’utilizzo dei trucioli.
    Qualcuno potrebbe obiettare “ma ci sono tante altre sostanze che andrebbero dichiarate, anche dannose…”.
    E’ vero, ma nessuna di queste ha un vantaggio economico cospicuo quanto il truciolo rispetto alla barrique. Il danno, quindi, sta nell’inganno verso il consumatore, che magari esborsa una bella somma per un vino taroccato (pensiamo ad un grande Barolo, che con i trucioli potrebbe non avere più la longevità e la classe che ci si potrebbe aspettare) senza potersi minimamente difendere.

  2. gentile ziliani,
    una domanda rapidissima:
    ma perché si parla -tanto ed ovunque- di questi trucioli?
    secondo il mio parere (di semplice consumatore “informato”) i problemi del vino italiano sono altri.
    proprio altri.
    gradirei sapere il suo parere.

  3. Roberto Giuliani ha centrato con la consueta lucidità quello che a me pare essere il cuore del problema, vale a dire il vantaggio economico che l’utilizzo dei chips comporta rispetto a quello della barrique (e, mi permetto di aggiungere, anche rispetto ad altri sistemi). E che, in assenza di norme relative all’obbligo di indicare l’utilizzo del truciolo in etichetta, assume i connotati di un potenziale inganno nei confronti di chi il vino lo acquista e quindi di una scorrettezza nei confronti di chi lo produce facendo ricorso ad altri metodi e altri strumenti. Detto questo, continuo a pensare – ma forse sono ingenuo o eccessivamente tradizionalista – che il termine “truciolo” si addica assai più alla falegnameria che alla realizzazione di un buon vino.

  4. Non é il barolo a preoccuparmi, ma le centinaia di IGT a 25-50 euro sugli scaffali che raccontano di lunghi mesi di affinamento in allier e di miscele di uve selezionatissime a preoccuparmi. Vorrei ricordare che dichiarare sull’etichetta una cosa per un’altra é frode alimentare e che la frode é punibile per legge. E’ l’ora di finirla di raccontare le favole, esigiamo una dichiarazione obbligatoria per legge del contenuto della bottiglia al posto della retroetichetta di fantasia.

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