IGT Italia: un progetto discutibile che fa molto discutere

Sostenitori pochi e tanti convinti detrattori invece per il discusso progetto di creare una Igt Italia in cui confluirebbero vini prodotti con uve (autoctone, internazionali, oppure entrambe ?) provenienti dalle più disparate aree vinicole del territorio nazionale.
Una sorta di grosso contenitore che renderebbe possibile, ad esempio, produrre un Igt Italia rosso miscelando Cabernet del Veneto con un pizzico di Cabernet siciliano, oppure Merlot trentino con Negro amaro pugliese, Sangiovese toscano con Nero d’Avola siciliano o Montepulciano abruzzese (questa l’ho già sentita…) e così via, ad libitum, secondo la fantasia degli enologi, le esigenze commerciali delle aziende, in dispregio di ogni concetto di origine del vino, di ogni idea, posso pronunciare quella che in questo contesto diventa una “parolaccia” ?, di terroir o di quella cosa che con bellissima espressione un wine writer originale e di grande intelligenza come Matt Kramer ha definito, in maniera intraducibile in italiano, "somewhereness" .
Del progetto, dei suoi tanti punti deboli, della sua scarsa utilità e di una serie di risolute presa di posizione contrarie si parla in questo articolo, pubblicato nello spazio news del sito Internet dell’A.I.S. Attenzione ! Anche Angelo Gaja è fermamente contrario e lo dice chiaramente…

0 pensieri su “IGT Italia: un progetto discutibile che fa molto discutere

  1. Ricordo che c’era stata della discussione su questo problema qualche mese fa, e in quell’occasione avevo espresso le mie modeste perplessita’. In se’ e per se’ non ci vedrei nulla di male nel commercializzare un vino risultato dell’aggregazione di uve provenienti da tutta Italia, quello che trovo incongruo e’ il voler usare la categoria dell’ Indicazione GEOGRAFICA Tipica per un prodotto che di geograficamente tipico non ha nulla. Al tempo sembrava che lo scopo fosse quello di poter dichiarare l’uvaggio e l’annata, cosa che il vino da tavola semplice non consente. Se pero’ si vuole fare non solo un pool di varie provenienze ma anche di vari vitigni, quale sarebbe il senso rispetto al vino da tavola? Poter dichiarare l’annata? Un po’ pochino per giustificare una mossa che banalizzerebbe l’intera categoria dell’IGT.
    E se uno degli scopi fosse proprio quello di banalizzare la scomoda categoria dell’IGT?

  2. Trovo che ci sia un rischio paradossale in una roba deprimente come l’IGT Italia; potrebbe diventare un elemento di identificazione della qualita’ “a contrario”; finirebbe cioe’ per rinchiudere in un recinto facilmente identificabile quei vini che mostrano un livello qualitativo sconfortante, a causa del loro essere amorfi. Paradossalmente, appunto, finirebbe per riqualificare DOC e DOCG. Tuttavia e’ pure vero che in questo modo, come dice Filippo, si rischia di affossare il concetto di IGT stessa che, onestamente, non merita una fine simile..

  3. Io trovo che non sarebbe poi tanto deprimente avere una igt italia che identifica i vini industriali. In fondo siamo tutti daccordo sul fatto che un vino è grande quando esprime un terroir (suolo, clima, varietà, uomo). E il terroir dovrebbe, in teoria, essere ricondotto alle doc-docg. Attualmente però ci sono vini doc-docg prodotti industrialmente che del terroir non esprimono nulla e che spesso (pur essendo a denominazione) sono assemblaggi di cisterne provenienti da chissà dove (con buona pace dei consorzi e delle varie erga omnes), con l’unico scopo di poter essere venduti al prezzo più basso in qualche hard discount. Con conseguente sputtanamento della doc e abbattimento dei prezzi di uve e vini a denominazione.
    Quindi lasciamo agli industriali la loro igt italia per fare le miscele che vogliono ed “essere conpetitivi nel grande mercato globale” e loro lascino a noi le doc-docg per ridare dignità e valore ai vini di terroir.
    Per chiudere, sarebbe ideale che l’igt italia fosse solo bianco o rosso; immagino già però che ci sarà chi si sta leccando i baffi all’idea di esportare un bel “igt italia pinot grigio”. Ecco, bisognerebbe almeno proteggere quelle denominazioni di origine che portano nel loro nome il nome del vitigno (es: verdicchio o vermentino o berbera, ecc).

  4. Solo una piccola considerazione: come mai alcuni paesi del nuovo mondo enologico (USA e Australia) stanno cercando di andare verso un sistema a denominazione, ricalcando alcuni sistemi europei visti come vincenti, e paesi europei (Francia ed Italia in primis) stanno invece crecando di andare verso quel modo di riconoscere i vini attraverso il vitigno ed allontanandosi dall’origine tipica geografica/storica/enologica/culturale?
    A me sembra che qualcosa non stia funzionando bene in quelle sedi deputate alle politiche agrarie…..
    Penso che l’IGT Italia serva unicamente a far “classificare”, e quindi ad aumentare di prezzo, tutta quella massa di vini che non si riese a far entrare in nessuna categoria.

    Antonio

  5. La famiglia Zonin sogna di vivere in un paese particolare, nel quale le città vengano ridotte a circondari di mastodontiche basi militari americane (come la loro stupenda Vicenza) e tradizioni, capacità, gusti e lavoro vengano mortificati per obbedire alle leggi del marketing. Un’immenso mercato, nel quale gli imprenditori divengano opinion leaders e decidano per tutti (affermazione del sig. Gianni Zonin: “Vicentini oppositori al Dal Molin? Non ne conosco. Ho parlato con un centinaio di imprenditori. Non ce n’è uno che sia contrario”. Pazienza se migliaia di vicentini sono contrari eccome: per rendersene conto è sufficiente fare visita a uno dei presidi permanenti sorti in città contro la superbase Usa) e possano avere a disposizione leggi, potere e mezzi per agire in piena libertà sui mercati (“La parola d’ordine e’ competere – dice Domenico Zonin – e se i trucioli sono uno strumento che puo’ dare competitivita’ ai nostri Igt, ben vengano, visto che dobbiamo confrontarci sui mercati internazionali con vini che ne fanno ampio utilizzo. Se non mettiamo mano al piu’ presto a una grande Igt Italia, che coniughi flessibilita’ produttiva, prezzo competitivo e marketing aggressivo, rischiamo di perdere pericolosamente fette di mercato”, da http://www.corrieredelvino.it/primo_piano/plonearticle.2006-11-14.2498742354 ). Un’Italia nella quale tutto si possa fare e disfare nel nome della competitività, anche se si tratta di infliggere colpi terribili alla nostra tradizione vitivinicola. Ma sì, basta con lacci e lacciuoli: lasciateci liberi di sperimentare , di creare vini assemblando le uve più disparate; fateci realizzare questa mai compiuta unità d’Italia, attraverso il più italiano di tutti i vini, quello realizzato con uve provenienti dal nord, dal centro, dal sud e dalle isole, possibilmente con tanti bei chips dentro ché il vino italiano dovrà avere un sapore più internazionale. In fondo gli Zonin e i loro amici ci chiedono solo questo, che male c’é? Fiorenzo ha definito il progetto Igt Italia una “roba deprimente” e io sono d’accordo con lui, una roba deprimente e aggiungo tanto triste. Triste come il vino che gli Zonin producono e commercializzano in maniera tanto scaltra. E come il paese nel quale sognano di vivere.

  6. Ho trascurato di specificare a inizio commento che la mia tiratina contro gli Zonin muoveva dalle affermazioni del signor Domenico Zonin riportate da Franco nel suo articolo per l’AIS.
    Per farmi perdonare la svista aggiungo, sempre a proposito del “paese dei sogni” di una certa categoria di persone, il consiglio di andarsi a leggere questa simpatica notiziola – che immagino farà molto piacere ai frequentatori di Vino al vino, amanti di alcune zone della Toscana e dei loro magistrali vini – fresca fresca di giornata:

    http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/ambiente/trivelle-chianti/trivelle-chianti/trivelle-chianti.html

  7. I commenti del sindaco di Montalcino e del sig. Zonin sono fantastici, riflettono l’ottusità tipica dei pazienti geriatrici. Visto che sono così interessati al progresso di una civiltà democratica come quella italiana, parole pronunciate dal fu Amintore Fanfani 50 anni fa, che facciano pure acquartierare i Marines ed i petrolieri, ma nei giardini delle loro ville.
    Per quanto riguarda l’IGT Italia c’é da restare sbigottiti. A cosa servono altre denominazioni quando all’estero non sanno ancora cosa significa DOC?
    Si capisce che se gli assessori regionali continuano a “regalare” le denominazioni solo per ingraziarsi qualcuno, allora possiamo tornare ai tempi del vino da tavola e del vino per scaloppine. Basta guardare cosa hanno combinato tra Novara e Vercelli….

  8. Bellissima questa nuova trovata dell’IGT Italia, fare vini omogenei, industriali, in grandissime quantità e poi fregiarli con un’indicazione geografica tipica, mentre dentro avranno complessivamente dei vini prodotti con i classici vitigni internazionali, che di tipico hanno veramente ben poco.
    E se un disciplinare di produzione dovesse essere stilato, quale valore di omogeneità può avere un cabernet prodotto nel Chianti Classico, con un cabernet prodotto nella calda terra di Sicilia?
    Comprendo che all’estero, ma anche nel consumatore nostrano di vino tante diciture, marche e consorzi, non possono che generare confusione, allora perchè non tentare di mettere un pò di ordine negli IGT limitandoli e denonminandoli alla sola sfera di produzione regionale?
    Giàqui le omogeneità sono larghe e varie, ma almeno vi è una riconducibilità ben visibile ad un territorio

  9. Pingback: Vino da Burde - » Cosa bevono davvero gli americani…ecco domani Italia IGT!

  10. E ieri ho visto in un grande e famoso supermercato 4 tipi diversi di “mozzarella” fabbricata (e’ il caso di usare questa parola per i prodotti taroccati) in Germania. Confezioni di forma e colore molto simili a quelle originali campane. Uno che non usa la lente d’ingrandimento mentre fa la spesa le prende per buone e costano anche meno. Ma come si fa, in Paesi occidentali come gli USA o addirittura europei come la Germania, a permettere cose del genere?
    Che sulle etichette ornai sia concesso di tutto ed il contrario di tutto perche’ tanto anche se ci sono delle leggi non si riescono comunque a far rispettare? Il furbacchione la fara’ sempre franca? Ci invitano ad essere tutti disonesti per non fare tutti la fine dei fessacchiotti e prenderla sempre nel cosiddetto?

  11. @Mario Crosta.
    Non ho capito se la mozzarella che lei ha trovato al supermercato porta la dicitura
    “mozzarella di bufala campana” dop o no.
    E comunque il problema dei prodotti alimentari che vengono etichettati rispettando la legge ma di fatto ingannando il consumatore è forse la madre dei problemi.
    E siccome gli interessi in gioco sono giganteschi è praticamente impossibile arginare lo strapotere di coloro che ingannano.
    Francesco Bonfio

  12. No, sig. Bonfio, i taroccatori non sono cosi fessi da usare per intero tutte le parole di una denominazione protetta, basti guardare al “Brunello” senza Montalcino prodotto in Argentina o al “Parmigiano” senza Reggiano prodotto negli USA. C’era scritto solo “Mozzarella”. Ma gia’ basta per confondere il consumatore normale. Io mi porto sempre la lente d’ingrandimento al supermercato e mi e’ stato anche difficile individuare il produttore, ma quanti non lo fanno? Ha mai visto dei clienti con la lente nei supermercati?

  13. @Mario Crosta. Allora, signor Crosta, Le dirò che i taroccatori hanno già fatto il salto di qualità. In Germania cioè in un paese UE e quindi dove la protezione della DOP è totale il plagio del nome di alcune produzioni molto popolari è già avvenuto. E sa perchè? Perchè i taroccatori hanno realizzato che nei fatti non ci sono le sanzioni. Stuoli di legali agguerriti e molto competenti (no, non in fatto di qualità deo prodotti a DOP, ma in fatto di legislazione e di cavilli) riescono a opporsi, rinviare, rimandare, annacquare -il tutto nel pieno rispetto formale della legalità – ottenendo il risultato che si erano prefissi nel tutelare i diritti dei rei.
    Non parliamo poi degli stati extra UE dove non viene riconosciuta la DOP come concetto.
    Pensi che grandi realtà proprio come il Parmigiano Reggiano stanno evolvendo la tutela della propria denominazione con investimenti promozionali diretti a consolidare il marchio presso il consumatore ed ad incrementare la consapevolezza del consumatore nei confronti dei falsi utilizzando i fondi, enormi, che fino ad ora sono sati inpiegati per le cause legali che, nei fattim, non hanno portato alcun risultato concreto. E’ amaro ma questo è il fenomeno che sta accadendo.
    Con molta cordialità,
    Francesco Bonfio

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