Riforma OCM vino: il tempo delle scelte difficili

Farà sicuramente discutere e segnerà uno spartiacque, tra quello che una parte del vino italiano è stato prima e quello che sarà dopo, la presentazione nelle sue forme definitive, prima del suo varo, previsto per il prossimo 4 luglio, della riforma del vino in Europa o OCM vino, elaborata, con il contributo di tutti i Paesi aderenti alla CEE, dalla commissaria europea all’agricoltura Mariann Fischer Boel.
Finalmente verranno prese alcune decisioni che erano state continuamente procrastinate perché assai difficili da prendere e assolutamente impopolari, come ad esempio, cosa che toccherà anche l’Italia e alcune regioni in particolare, l’abolizione di tutte le misure di mercato, dalla distillazione ai mosti, e i relativi aiuti economici o contributi comunitari, di cui l’Italia ha goduto per lungo tempo, destinati a regioni e zone vinicole che giustificare la propria esistenza in larghissima parte con la destinazione dei vini alla distillazione, sostenuta da contributi comunitari, evitando in tal modo di misurarsi concretamente con i mercati e senza accettare le leggi economiche che i mercati ed un economia di mercato dovrebbero dettare.
Senza aiuti economici e per evitare che anche in futuro si verifichino eccedenze di vino, che esistono anche in Italia, come in Spagna e Francia, si dovrebbe inevitabilmente fare ricorso allo strumento dell’estirpazione dei vigneti, con una superficie complessiva prevista nell’ordine dei 200 mila ettari, la metà di quanto era stato originariamente previsto dalle prima bozze della riforma.
Come ho scritto in questo articolo, pubblicato nello spazio news del sito Internet dell’A.I.S., “il vigneto Italia, insomma, dovrà cambiare ed essere profondamente ripensato – gli esperti comunitari ritengono che alcune aree che essi collocano nel Sud e anche in Emilia Romagna, non potendo più contare sulla distillazione dovrebbero scegliere tra smettere di produrre o ristrutturarsi – e il maggior orientamento verso il mercato e le sue leggi dovrebbe spingere anche le zone a denominazione d’origine a studiare gli strumenti più adatti per diventare più concorrenziali”.

Occorre molto realismo, dunque, di fronte a questi nuovi scenari, e tanta onestà intellettuale, come ad esempio quella che stanno testimoniando, con le loro dichiarazioni, il Ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro, secondo il quale “le imprese devono iniziare a fare i conti con il mercato”, ed il past president dell’Associazione Italiana Enologi ed Enotecnici Mario Consorte, che nel corso del recente congresso dell’Assoenologi, Consorte ha sostenuto che “la perdurante asfissia del mercato che ha coinvolto non solo gli anonimi vini da tavola, ma anche volumi considerevoli di Igt e Doc di grande produzione che vengono proposti al consumo a prezzi non remunerativi, sta mettendo in crisi, oggi, anche aziende che sulla qualità hanno creduto ed investito ed in questo quadro l’intervento di alleggerimento della produzione è fondamentale e servirà a tonificare un mercato distorcente asfittico e non remunerativo, che coinvolge e mette in affanno una grande pluralità di aziende”.
Il momento delle scelte difficili è in arrivo.

0 pensieri su “Riforma OCM vino: il tempo delle scelte difficili

  1. Proprio su questo argomento si è svolta una manifestazione (Vignerons d’Europe) a Montpellier in Francia al quale hanno partecipato 600 produttori – le notizie da me riportate sono riprese dal sito http://www.vigneronsdeurope.it – provenienti da tutta Europa che hanno redatto questo documento. Ve lo propongo, perchè sono socio del movimento che ha organizzato la due giorni e ritengo che mettere insieme tanti produttori e farli discutere tra loro possa essere utile per tutti noi che amiamo in modo viscerale il vino. Finalmente solo loro a parlare senza dover passare da tanti sindacati di categoria…
    Un saluto e spero di non aver tessuto troppo le lodi di Slow Food

    La centralità del terroir e del vigneron nella nuova riforma Ocm
    Proposta di una strategia europea nel mercato globale
    L’Europa è il paese delle differenze: culture, lingue, arti, architettura, cucine, vini.
    – Il vino deve esprimere identità e riconoscibilità legate ai luoghi di origine.
    – In un’ottica di costruzione europea deve svilupparsi una rete dei vignerons d’Europa.
    – Rinsaldare il legame con i terroir.
    – L’identità dell’Europa dei vignerons si fonda sul forte legame con il terroir nella sua diversità.
    I vini di terroir
    – Sono l’elemento distintivo della viticoltura europea.
    – Sono da conservare e sostenere.
    – Si devono rendere più leggibili e comprensibili le loro differenze.
    I consumatori di oggi
    – Non si accontentano più solo dei prodotti di massa, ma esigono anche qualità differenti.
    – Stanno affinando il proprio gusto.
    – Vogliono poter scegliere.
    – Vogliono conoscere in tutta trasparenza l’origine dei prodotti e le loro caratteristiche.
    – Sono possibili “alleati” dei vignerons e degli agricoltori (coproduttori).
    Non vogliamo più pagare gli errori del passato
    – Nel 2005 sono stati spesi 1,3 miliardi di euro:
    il 45 % per distillazione;
    il 37 % per ristrutture vigneti;
    il 13 % per aiuti ai mosti.
    – Bisogna sapere come sono stai spesi.
    – Dove si è sbagliato ?
    – Dove sono state fatte vigne destinate alla distillazione?
    – Bisogna smettere di produrre per distruggere.
    – È necessario un osservatorio europeo che studi il nostro passato e analizzi il presente.
    Quindi diciamo no alle proposte contro la viticoltura europea
    – No alla delocalizzazione delle vigne: no ai mosti importati da un paese all’altro, anche tra paesi della Comunità Europea, senza trasparenza sull’origine dei prodotti. Le diciture “prodotto in…”, “made in…” significano: “da vigne di quel paese”.
    – No alla sovvenzione di produzioni destinate alla distillazione.
    – No ad “arricchimenti” per aumentare a basso costo il grado alcolico di vini correnti con altissime rese per ettaro.
    – Sì a espianti nelle zone non adatte alla viticoltura, di vigneti destinati alla distillazione e di vigneti che ricorrono sistematicamente all’arricchimento con aiuti europei.
    – No a espianti nelle zone vocate di montagna e collina, e nelle zone storiche di grande tradizione viticola.
    – No a etichette equivoche che non dicono cosa c’è nella bottiglia.
    – Sì a etichette più dettagliate per provenienza e pratiche enologiche: il consumatore vuole sapere la composizione di ciò che mangia e beve.
    Sì a una regolamentazione europea che autorizzi e organizzi l’espressione collettiva di terroir nel quadro delle denominazioni di origine
    – Gestione collettiva di un bene pubblico:
    delimitazione dei terroir;
    definizione di un’etica a servizio dei terroir;
    definizione di strumenti conformi a questa etica;
    comunicazione leale e trasparente verso il consumatore.
    Obiettivo strategico
    – L’equilibrio di mercato è un mezzo.
    – Il fine è ottenere che il vigneron resti sul territorio:
    per fare il vino;
    per conservare il territorio;
    per difendere il paesaggio;
    per la grande gioia del consumatore.

  2. @calò.
    “Il fine è ottenere che il vigneron resti sul territorio:
    per fare il vino;
    per conservare il territorio;
    per difendere il paesaggio;
    per la grande gioia del consumatore.”
    Per guadagnare, no?
    Mi sembra che da un po’ di tempo a questa parte i vigneron ed altri produttori di vino lavorino e fanno sacrifici solo per poter mettere a disposizione dei gaudenti il loro vino. Pur con tutti i distinguo possibili mi piacerebbe sentire uno che dice: “faccio il vino per guadagnare e cerco di farlo sempre migliore per guadagnare di più”

  3. In un mondo ideale, almeno per me, lo Stato fa le regole e si da degli obiettivi sociali. Gli imprenditori invece fanno gli imprenditori nel rispetto di quelle regole. Il fine dell’impresa è il profitto, e non la felicità, o la gioia delle persone. Per quello ci sono le religioni, laiche o propriamente dette.

  4. Se il ministro De Castro si assumesse la responsabilità (come hanno già fatto per lo zucchero) di far chiudere le fabbriche del Tavernello & Co. che producono succo di uva in tetrapack e lo vendono a meno di 1 euro, allora il consumatore berrebbe meno e meglio e non ci sarebbe bisogno di espiantare un bel niente. Ma é possibile che a Bruxelles invece di pianificare l’agricoltura europea, paesi dell’Est compresi, non sappiamo fare altro che dare sempre un colpo al cerchio ed uno alla botte?

  5. Gianpaolo, non sono troppo d’accordo che il fine dell’impresa sia il profitto. Il profitto e’ una necessita’ (per un tipo di imprese, non per le no-profit evidentemente, eppure sono imprese anche quelle). Per tutte quante le imprese (profit e no profit) la finalita’ e’ un’altra, a mio avviso: avere una visione, tradurla in un piano di azioni concrete, attuare quel piano. Ovviamente realizzare profitto e’ una necessita’ come e’ una necessita’ per noi tutti restare in vita. Dire che il fine dell’impresa e’ il profitto mi pare come dire che il fine di un viaggio in auto sia quello di non avere incidenti. Cose come il corporate statement, i corporate values, eccetera, non sono fumisterie inventate dai comunisti, sono farina del sacco della cultura d’impresa anglosassone. Senza queste cose, avendo solo il profitto come bussola, forse si naviga bene nelle fasi grasse del ciclo, ma non credo che si possa andare molto lontano quando tira ariaccia. Quello che tiene l’imprenditore al suo posto di combattimento nei momentacci non credo possa essere la ricerca del profitto.

  6. Parole sante, Filippo. Il problema è che citi la cultura d’impresa anglosassone. Ma qui in Italia abbiamo una classe imprenditoriale spesso retrograda che spesso confonde la “creazione del valore” con la semplice massimizzazione del profitto. Con tutte le problematiche che ne derivano.
    A maggior ragione in ambito agricolo il concentrarsi solo sul profitto esclude una vasta serie di ragionamenti economici e sociali.

  7. Diciamola così allora se ti sembra più accettabile, Filippo: l’impresa può avere anche altri fini, ma negare che il fine principale sia il profitto equivale a negare l’evidenza. Per conto mio ritengo che non ci sia nulla da vergognarsi, anzi. Domanda a qualunque economista e non credo che ti dirà mai che questo non è vero.
    Il punto che volevo evidenziare è comunque questo: magari, qui da noi, tutte le imprese si muovessero limpidamente verso questo obiettivo, il profitto, nel rispetto delle regole. Sarebbe già un enorme passo in avanti. Il male è che purtroppo molte imprese sopravvivono, o addirittura prosperano, non tanto per la loro capacità di ottenere degli utili in un mercato aperto, ma piuttosto cercando di porsi al riparo dal mercato, cercando nicchie e rendite di posizione, a scapito delle aziende vere. E questa realtà da noi è favorita dalla politica con la p minuscolissima.
    Comunque, ritornando ai valori di cui tu sopra fai esempio, i cosidetti “corporate values”, vorrei vedere come possono esistere se non inseriti in un azienda sana. E l’azienda sana, per definizione, è quella che genera utili, foss’anche 1 euro. Tornando agli economisti anglosassoni, conoscerai senz’altro la famosa frase di John Maynard Keynes “There s no such thing as a free lunch”. In altre parole, se qualcuno si concede un free lunch, stai sicuro che c’e’ qualcuno che l’ha pagato, magari a sua insaputa.

  8. magari stiamo attenti alle parole…
    tavernello &co possono tranquillamente essere criticati dai puristi del vino, io non mi sogno neanche di berlo, però sono una realtà imprenditoriale molto importante.
    tutto vero e tutto bello, però vi ricordo che l’agricoltore lavora per vivere, non solo perchè gli piace stare in campagna. Il lavoro in campagna è tutt’altro che semplice…oltre alla fatica e al disagio (avete mai provato a stare su un trattore? non sono molti quelli che hanno l’ultimo modello ammortizzato, insonorizzato, climatizzato…oppure a potare una vigna? o a vendemmiare? non un giorno per sfizio, ma per tutta la stagione…)
    e ci sono tanti produttori agricoli che producono uva da vino e la conferiscono alle grosse cantine perchè, giustamente, non avrebbe senso producessero loro direttamente.
    e le tavernello&co pagano il prodotto che acquistano ai produttori di uva. spesso poco, ma è reddito.
    e se questi vini sono sul mercato è perchè hanno una clientela. e chi bene tavernello&co non penso si vada a comprare una bottiglia di DOC ad una cifra maggiore o con caratteristiche di pregio perchè non è quello che cerca.

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