Super Tuscan: la celebrazione di Bibenda ed un mio diverso parere

Ho già parecchie volte e anche di recente, ad esempio in questo post dedicato ad un bellissimo dossier Anni Sessanta pubblicato sull’ultimo numero, espresso la mia ammirazione ed il mio generale consenso per il discorso sul vino proposto e sviluppato, in particolare negli ultimi anni, da una rivista importante come Bibenda, da potermi permettere, senza apparire come un detrattore o un nemico della rivista, quale non sono, una completa confutazione di un articolo, a firma Stefano Milioni, collaboratore e consulente dell’editore, apparso sul numero 24 e dedicato ad un’appassionata difesa d’ufficio e celebrazione dei Supertuscan.
Con altrettanta passione vorrei ora, rimandando alla lettura di due miei articoli sull’argomento, pubblicati su LaVinium e su Teatro naturale, due interventi di qualche tempo fa che credo esprimano tuttora in maniera circostanziata il mio pensiero su questa particolare tipologia di vini, che furono importanti e soprattutto celebrati e oggi non lo sono più, dire che a differenza di Bibenda, che li celebra già dall’occhiello posto il titolo, non sono assolutamente certo che parlando di loro “si sta parlando del meglio, di una qualità garantita dal produttore” e che i Super Tuscan, come preferisco scrivere, mostrino una “chiarezza di intenzioni con il consumatore quando spesso, troppo spesso, le denominazioni di origine non lo sono”.
Nessuno intende discutere il ruolo che questa vasta categoria di vini, all’interno del quale esiste un’estrema varietà di espressioni, zone vinicole, vitigni utilizzati, aziende protagoniste, ha avuto, come giustamente ricorda Milioni nella prima parte della sua arringa difensiva, nel contribuire ad imporre all’estero un’immagine nuova e talora vincente del vino italiano, che mediante questi vini innovativi per natura e legati ognuno ad una formula aziendale, ha potuto giocare all’attacco.
Non condivido affatto, invece, la convinzione di Milioni che, grazie allo loro “valenza internazionale” siano stati “il traino di tanti altri vini che sulla loro scia si sono rinnovati e hanno recuperato posizioni che sembravano perse per sempre”. Milioni cita a proposito il “rinascimento del Barolo”, che c’è indubbiamente stato, ma escludo risolutamente che sia verificato per merito dei vari Sassicaia, Tignanello, Vigorello, per citare solo i nomi di alcuni antesignani…
Riconosciuti i meriti, in chiave di marketing, di vivacità e praticità di comunicazione, dovuta anche ad un nome facilmente comunicabile, coniato da un bravissimo wine writer americano di nascita ma britannico di storia, cultura vinicola e formazione come l’amico Nicolas Belfrage, dei Super Tuscan e l’oggettiva validità di alcuni di loro, che buoni, se non eccellenti lo sono comunque e a prescindere (ma vedremo dopo quali, a mio avviso, lo siano in particolare), non posso che contestare, forse perché figlia di una naturale passione per questi vini, che posta sulla bilancia assume lo stesso peso della mia scarsa simpatia per loro, controbilanciandolo, la loro generale assoluzione e beatificazione cui l’autore dell’articolo apparso su Bibenda numero 24 si dedica.
A pensarci bene, il loro stesso nome, Super Tuscan, ovvero i Toscani super, i campioni dell’enologia, più che della viticoltura, toscana, era fasullo. E basato su un’idea assolutamente assurda dove i classici, i vini storici, i Brunello di Montalcino, i Vino Nobile di Montepulciano, i Carmignano, il Chianti Classico, finivano con il passare in secondo piano e dove come portabandiera erano designati vini che di toscano avevano ben poco. Internazionalizzati in ogni aspetto, dalla scelta delle uve, Cabernet, Merlot, Syrah, of course, dalle tecniche di vinificazione, mirate a realizzare vini muscolosi e concentrati, senza finezza e senza eleganza, all’affinamento, rigorosamente effettuato in barrique di rovere francese, con tostature spinte, sino alle politiche di marketing, che esaltavano e consideravano indispensabili per la loro immagine i punteggi loro attribuiti dalla stampa specializzata americana, com’erano.


Non ritengo giusto, osservato che “oggi, in Italia, si discute dei Super Tuscan più in termini critici che elogiativi, si parla di ridimensionamento commerciale, di corda tirata troppo, soprattutto sul fronte dei prezzi, con conseguente disaffezione del consumatore”, come fa Milioni, concludere che “sarebbe un delitto trarne spunto per intonarne il de profundis” o sospingerli “verso il viale del tramonto” e sostenere che ancora oggi “i Supertuscans sono un grande patrimonio dell’enologia italiana, singolarmente e nel loro complesso, un bene di valenza internazionale”.
O addirittura che il loro valore “che non può essere disperso meriterebbe un po’ di attenzione da parte di quello Stato che tanto spende per promuovere i vini italiani e così poco si adopera per quei vini italiani che gli altri vedono e percepiscono come “grandi”. Penso che lo Stato e gli enti di promozione delegati, se avesse soldi da spendere, dovrebbe puntare su ben altri vini e non certo su questi…
E’ vero, invece, che “basterebbe assaggiarle queste bottiglie per capire che siamo in un altro pianeta”, ma non è questo pianeta, quello immaginato da Milioni, l’iperuranio della “qualità come valore oggettivo” di cui i Super Tuscan “di oggi, proprio nel momento in cui non basta più la parola ad esaltarli, sono la dimostrazione”,  ma un mondo terreno dove accanto ad alcuni vini che continuano ad essere esemplari, punti di riferimento per il mondo del vino toscano, ce ne sono tantissimi, posso dire la maggioranza ?, proposti, come riconosce Milioni, da “non pochi improvvisatori, tanto ignoranti quanto presuntuosi, convinti che bastassero sei barrique ed un prezzo spropositato per entrare nell’olimpo di questa nuova categoria dell’eccellenza enologica”.
Ad amare perdutamente i vari Brancaia, Casalferro, Magari, Camarcanda, Siepi, Luce, Galatrona, Saffredi, Tenuta di Trinoro, Oreno, Testamatta, Acciaiolo (ne cito solo alcuni dei tantissimi possibili), tutti nomi che non esprimono o si peritano di esprimere un terroir e una storia viticola, ma che potrebbero tutti concorrere, insieme ai tantissimi vini con desinenza finale “aia”, al premio per la più eccentrica bizzarria semantico-enologica italica, sono rimasti, Milioni e qualche guida a parte, solo alcuni irriducibili wine writer americani, ad esempio l’ineffabile James Suckling di Wine Spectator, oppure persone disposte a credere ancora alla favola bella che queste Igt rappresentino il meglio, il fiore all’occhiello del vino della terra di Dante e Giotto.
Una dimostrazione di come una buona fetta di questi vini vengano oggi giudicati, anche dalla stampa estera, la si è avuta di recente dai risultati della degustazione di 186 vini largamente riconducibili alla categoria dei Super Tuscan (mancavano ovviamente i vini dell’area del Chianti Classico) quali i vini della cosiddetta Costa Toscana (definizione che raggruppa le produzioni di aree diverse quali Bolgheri, Val di Cornia, Morellino di Scansano, Monteregio, Montecucco, nonché Colline Lucchesi) pubblicata dalla rivista britannica Decanter sul numero di aprile.
Su ben 186 vini degustati 122, ovvero circa il 66 per cento, hanno ottenuto una valutazione di due o addirittura una stella (su un totale di cinque disponibili) che equivale ad un giudizio di debole per 106 vini e di povero per 16. Il che significa che solo una percentuale decisamente più ridotta del 34%, relativa a 64 vini, ha ottenuto una positiva valutazione, anche se la larga maggioranza di questi 64 vini, 59 campioni, ovvero il 92 per cento, ha ricevuto una valutazione non esaltante di sole tre stelle, mentre quattro vini sono stati definiti “highly recommended” ottenendo le quattro stelle, ed uno solo ha avuto il punteggio massimo di cinque stelle ed il Decanter Award.
Uno “dei peggiori wine tasting realizzati dalla rivista negli ultimi anni”, ha osservato Decanter, con“un sacco di persone che hanno cercato di salire sul treno in corsa sfruttando il successo di alcuni grandi nomi”, e molti vini “privi di valore, prodotti da persone che non hanno una chiara consapevolezza di quel che i loro vigneti sono capaci di produrre, a tal punto da realizzare vini ordinari, privi di espressione, scialbi, dal prezzo assurdamente elevato”.
Svariati Super Tuscan blasonati sono usciti “bastonati” da questo assaggio, come dimostra l’attribuzione di un giudizio di sole due stelle ad un vino simbolo come il Sassicaia annata 2003, nonché ad altri celebratissimi quali il Lupicaia ed il Castello del Terriccio 2003 del Castello del Terriccio, il Veneroso 2003 della Tenuta di Ghizzano, il Guidalberto 2004 di Tenuta San Guido, il Paleo 2002 e il Le Macchiole 2003 delle Macchiole, il Palistorti 2004 della Tenuta di Valgiano, lo Schidione 2004 di Montepò, il Giusto di Notri 2004 di Tua Rita, il Sassontino 2003 ed il Sezzana 2003 della Spinetta.
L
a conclusione della cronaca del wine tasting è ancora più triste. Alla domanda dell’autore dell’articolo “c’è il pericolo che i consumatori ricevano dei bidoni dai vini della Costa Toscana?” una grandissima conoscitrice dei vini toscani e autrice di importanti libri sui vini toscani (ad esempio lo splendido Treading grapes) come Rosemary George ha replicato definendo la Tuscan Coast “solo un’opera di pubbliche relazioni”, mentre più signorilmente un altro degustatore, Brian St. Pierre, si è chiesto “come sia possibile stabilire una propria forte identità mentre si producono pretenziosi vini di stile internazionale ottenuti da uve internazionali. Sembrava di degustare una serie di Merlot provenienti da una zona calda della California o dal South Australia, vini ben poco dotati di un carattere italiano”…
Cionostante, penso abbia ragione Milioni, e nonostante tutto non dobbiamo – ancora – recitare il De profundis per i Super Tuscan. Anche se fortunatamente abbiamo salutato, senza versare troppe lacrime, la dipartita dei Super Tuscan intesi come degenerazione e travisamento/tradimento della viticoltura e dell’enologia toscana, come tentativo, fortunatamente fallito, d’imporre un modello di vino intercambiabile, senza radici e senza storia, e siamo ben felici di plaudire al ritorno di un’idea del Sangiovese come punto di riferimento e ancora di salvezza del vino toscano, dobbiamo riconoscere che alcuni Super Tuscan godono invece di ottima salute. In altre parole che non sono andati in crisi, che continuano a rappresentare, per il consumatore, una blue chip.
Qualche esempio ? Presto fatto: il Percarlo di San Giusto a Rentennano, il Flaccianello della Pieve di Fontodi, il Cepparello di Isole e Olena, il Fontalloro della Fattoria di Felsina, il Pergole Torte di Monte Vertine, I Sodi di San Niccolò del Castellare di Castellina, il Carbonaione di Poggio Scalette, vini che in larga parte figurano nell’ampio banco d’assaggio dedicato ai Super Tuscan che fa seguito all’articolo di Milioni.
Ma é un caso che siano quasi tutti dei Sangiovese in purezza o dei Sangiovese con l’aggiunta di una quota di Malvasia nera e non invece Cabernet, Merlot, Syrah oppure mix di chissà quali varietà, tutti vini prodotti in Chianti Classico, che potrebbero essere tutti, se nel mondo del Chianti Classico non regnassero la confusione e l’anarchia dei magnifici, esemplari, Chianti Classico ? Vini che storicamente hanno dovuto rinunciare ad essere tali per diventare dei vini da tavola e poi delle Igt, perché allora con il solo Sangiovese non si potevano produrre dei Chianti Classico Docg.
Possibile dunque che i migliori “Super Tuscan” di oggi siano dei Chianti Classico mancati, e soprattutto vini davvero toscani sin nelle radici e non solo a parole ?

0 pensieri su “Super Tuscan: la celebrazione di Bibenda ed un mio diverso parere

  1. Si, Franco, anzi non e’ solo possibile ma quasi certo che i migliori Super Tuscan siano dei Chianti Classico mancati, e soprattutto vini davvero toscani sin nelle radici. Sono nati prima che ci pensasse il Galestro ad assorbire l’eccedenza di uve bianche in Toscana, mentre ancora il Chianti Classico obbligava all’uso anche di uve bianche. Ricordo perfettamente un grande produttore di ottimi Chianti Classico, pero’, che mi disse che ormai da alcuni anni le uve bianche le faceva entrare in cantina da una porta ed un quarto d’ora dopo, ancora sullo stesso carrello di trattore, le faceva uscire dall’altra, cosi registrava di averle usate ma non le usava affatto. Qualcuno venne anche deferito al Consorzio perche’ chiedeva una rettifica del disciplinare per non usare piu’ le uve bianche e ammetteva di non usarle piu’. Qualcun altro usci polemicamente dal Consorzio. Quegli ottimi, alcuni eccellenti, Super Tuscan sono figli di quel periodo di sbando dei Consorzi Toscani. E non e’ che poi le cose siano del tutto migliorate. Oggi trovi anche all’estero dei Chianti Classico DOCG con la fascetta rosa in bottiglia da 0.75 acquistati a meno di 2 euro. Se li assaggi, di Chianti Classico non ne bevi piu’ per almeno una decina d’anni, non ti viene piu’ nemmeno la tentazione di assaggiarne degli altri, nemmeno quelli “veri”. Un amico polacco, docente universitario a Cracovia, dirigente dell’Istituto della Vite e del Vino, mi scrisse un paio d’anni fa una lettera che pubblicai su http://www.enotime.it/zoom/default_body.aspx?ID=1892 dove dice chiaramente che “e’ come se da qualche parte a Firenze esistesse un enorme tino dove si mescolano tutti i vini del circondario per imbottigliarli ed etichettarli come vino DOCG per diversi produttori. Un miscuglio ovviamente privo di tutto ciò che è importante nel vino, cioè la personalità, il carattere, l’anima. Ma che sicuramente si vende bene.”

  2. Il problema è sempre lo stesso. Se prendiamo ad esempio proprio i Vini della Costa, sono davvero pochi i produttori che, anche usando uve locali e metodi di vinificazione più tradizionali, potrebbero ottenere bei risultati. Semplicemente perché non si può fare vini di qualità elevata ovunque. E questo è sempre il discorso sul business che facevo già nel post sulle barriques.
    Oggi tutti si improvvisano viticoltori, tutti quelli che hanno ingenti capitali sono pronti a sbancare terreni per creare le condizioni per fare vino, ma non hanno la più pallida idea di cosa distingua un vino da un altro. L’anima non si può acquistare, per fortuna.
    Il grande vino non si farà mai in cantina. Spacciarlo per grande vino è possibile solo perché quello attuale è un mondo dove la pubblicità conta più del buon senso, nutrito di reality tv e politicanti da quattro soldi (anch’essi improvvisatisi politici per assicurarsi tutti i benefeci di questo ruolo, capaci di passare senza la minima timidezza da un ministero all’altro pur di tenersi stretta la poltrona), senza più valori seri di riferimento.
    Il mondo del vino non è immune da questa realtà e le conseguenze si vedono molto bene.

  3. …Sì, tutto vero, però non esageriamo neanche coi Super Tuscan. Possibile che vini tanto buoni dieci anni oggi siano tutti sbagliati?
    Per quanto mi riguarda, alcuni di essi erano e sono davvero buoni, ma nel senso di vini veramente territoriali, “toscani”, con una precisa identità. Non confondiamo tutto nel calderone della critica, barriques e vitigni internazionali, concentrazione ed enologia. Si è esagerato e chi ha esagerato ne pagherà, speriamo, le conseguenze. Ma ciò non toglie che molti di quei vini siano stati e siano tuttora grandi vini di territorio fatti in un periodo in cui, invece, i vini “ad origine” venivano perdendo progeressivamente di importanza.

  4. @Corrado
    E’ vero, e mi sembra che Franco lo abbia evidenziato, sottolineando una serie di vini indiscutibili. Questi non sono fatti con vitigni internazionali ma la maggior parte ha beneficiato dell’uso della barrique, in modo intelligente e contando su una materia prima di assoluto valore. Quindi non c’è una messa al bando di tutto e di tutti. Per il Sassicaia, fra l’altro, si deve fare una storia a parte, poiché è un vino che è nato partendo da zero, assenza di vere tradizioni in quella zona, quindi la “tradizione” l’ha iniziata lui con quelle uve. Il guaio è che tanti lo hanno seguito a ruota anche in aree dove la cultura del vino esisteva ed era ben radicata, dando vita ad un bel pasticcio…

  5. Chi come me segue il vino, da appassionato,da 35 anni e tra l’altro vivo in Toscana, ha visto l’evoluzione del vino italiano e toscano in particolare passare da una mediocrità esasperante a parte qualche eccezione, ad una improvvisa impennata tecnica e di notorietà internazionale. Ne conosciamo tutti la storia. Questa era la base , a mio parere, sulla quale andava costruita una identità che andasse ad incidere sulle denominazioni di origine migliorandole, adeguandole ma senza mai far perdere quella toscanità che doveva contraddistinguere questi vini dal resto del mondo. In poche parole ne doveva nascere uno stile da contrapporre pariteticamente con le grandi zone francesi e anche del nuovo mondo.La crisi economica, in alcuni casi strutturale come a Prato, ha fatto sì che molti imprenditori hanno abbandonato le fabbriche ed hanno investito in agricoltura pensando che i tempi per produrre vino fossero gli stessi dell’industria ed abbiamo assistito alla nascita della più elevata gamma di vini, la più disparata possibile e proveniente praticamente da tutta la Toscana. Grazie ai capitali investiti, gli enologi di grido che si sono fatti d’oro seguendo decine e decine di aziende impiantando sempre le stesse uve, usando sempre le stesse tecniche, si sono prodotti vini potenti, muscolari in molti casi anche pesanti, che nelle degustazioni in particolare americane, leggi W.Spectators e W.Advocate raggiungevano valutazioni stellari, ma inesorabilmente uguali fra loro e senza una precisa identità perchè per fare un grande vino si parte dalla vigna e ci vogliono decenni affinchè si raggiunga livelli di eccellenza.
    Detto questo ci sono comunque a mio modo di vedere produttori che hanno perseguito la strada del legame con il territorio e producono grandi vini come quelli citati da Ziliani quindi non tutto è da cambiare. Magari sarebbe opportuno che entrassero nelle denominazioni di origine per rivalutarle ed offrire ai mercati stranieri non il solito guazzabuglio italiano ma un quadro produttivo serio.
    Credo che un altro punto di attenzione in Italia sia la stampa dove vedo comparire sempre più firme nuove che giudicano, analizzano, emettono sentenze la maggior parte delle volte senza la dovuta professionalità incapaci di quel senso critico indispensabile per contrapporsi ai grandi professionisti anglosassoni .

  6. Corrado si chiede: “Possibile che vini tanto buoni dieci anni oggi siano tutti sbagliati?”.
    Il fatto é che larga parte di questi vini, che sono stati presentati e si sono proposti come Super Tuscan, non erano “tanto buoni” nemmeno dieci anni fa ? Non sono diventati mediocri oggi, grandi vini, salvo le solite eccezioni, non lo sono mai stati!

  7. In effetti,io di Supertuscans continuo a pensare a Flaccianello,Cepparello,Fontalloro che anche in annate minori sono costanti qualitativamente. Chiaro che poi tutta la massa di gente si sia buttata a fare i SuperT, con risultati modesti a prezzi folli (chiunque puo’ pensare di vendere bottiglie dai 20 euro in su,anche se vale meno di 10)
    Gia’ sulla Costa Bolgherese ne salvo ben pochi…..se pensiamo a quanti ne stanno ancora arrivando………..

  8. Io da neofita ne faccio solo una questione di gusto. Il Sassicaia 2003 non m’ha entusiasmato. Idem il Guidalberto 2004. Ho trovato, invece, molto buoni il Lupicaia,l’Ornellaia,Le Serre Nuove 2004, I Sodi,il Cepparello, il Flaccianello, il Fontalloro, il Tenuta di Trinoro e, soprattutto,Siepi, Galatrona e i due vini di San Giusto, Ricolma e Percarlo. Piacevolissima scoperta, quest’ultimo. Gli altri citati non li ho assaggiati. Naturalmente solo assaggi alle varie degustazioni perchè, come si dice a Roma, co sti prezzi…

  9. Ciò che più mi lascia perplesso in questa vicenda è leggere o sentir dire, come mi è capitato di recente, che “I supertuscan racchiudono in sè tutta la forza e l’eleganza del vino italiano”. Vino italiano? Cosa significa? Il padre di questi vini, il Sassicaia, è nato come un dichiarato atto d’amore per il Bordeaux, tanto che gli Incisa decisero di realizzarlo a Bolgheri perché la conformazione del territorio è simile a quella di Graves, vicino alla città francese. Fermo restando il discorso che il Sassicaia rappresenta un caso particolare (Mario Incisa della Rocchetta cominciò il suo esperimento di realizzare un vino a base Cabernet Sauvignon in terra Toscana addirittura negli anni ’20 e il Sassicaia, frutto di quegli esperimenti, fece registrare i primi successi negli anni ’70, vale a dire ben prima di tutti gli altri supertoscani) mi pare assolutamente evidente che tutta la vicenda supertuscan rappresenti una geniale quanto dannosa operazione di marketing. Qui siamo al vino ridotto a livello di status symbol, alla bottiglia rara e costosa da esibire più che da gustare, all’accessorio griffato, al “bene squisitamente voluttuario” che il vino sarebbe ormai diventato a parere di qualcuno. Qui siamo al made in Italy che danneggia la tradizione italiana, siamo all’omologazione del gusto, alla sua subordinazione ai dettami del mercato. Niente a che vedere con la cultura, le storie e il rapporto con il territorio che ha, per dire, il Brunello di Montalcino. E’ incontestabile come il successo commerciale di questi prodotti abbia in qualche modo aperto la strada all’affermazione di altri vini italiani sui mercati esteri; è tuttavia altrettanto evidente come – almeno a mio parere – il loro stesso successo abbia rappresentato una mortificazione nei confronti del lavoro e della cultura di tanti vignaioli di alto livello nonché nei confronti del concetto stesso di vitigno autoctono. E poi quei prezzi che nulla potevano (potevano? Possono…) avere a che fare con parametri qualitativi, indicativi di una nicchia di mercato drogata, sono onesti nei confronti di tanti altri vini di valore assoluto? Ognuno è libero di fare il vino che preferisce, per carità, ed è altrettanto libero di commercializzarlo come gli pare. Però quando si parla del “vino italiano”, della sua forza e della sua eleganza, sarebbe probabilmente più corretto fare riferimento ad altri nomi e ad altre categorie.

  10. Io sono d’accordissimo con quanto detto da Marco Arturi. Ma se tutto ciò è vero non riesco a vedere grosse colpe in chi ha fatto una operazione commerciale e imprenditoriale. Le vedo, e macroscopiche, nei recensori di quei vini, in chi li ha esaltati indipendentemente dai prezzi, in chi evidentemente li ha comprati e a sua volta esaltati, e nel consumatore finale, troppo spesso preda dei messaggi commerciali più che di una sana ricerca culturale eno-gastronomica.
    Ora, il punto, credo, è non ripetere gli stessi errori. Dunque tentare di dare giudizi equilibrati, ritornando a giudicare i vini in base al loro legame col territorio e non a parametri astratti di una piacevolezza oggettiva.

  11. @ Corrado: si Corrado, il tuo post rappresenta un azzeccato completamento del mio. L’enorme abilità imprenditoriale di chi ha realizzato i supertuscan non è in discussione. Credo tuttavia che quello di essere riusciti ad evitare un ripetersi seriale del fenomeno sia uno scampato pericolo. E’ un po’ come il discorso dei cosiddetti “Barolo boys”, che hanno contribuito al successo di quel vino sui mercati internazionali (contribuito, non determinato: sia ben chiaro) rischiando però di far scomparire il Barolo così come lo conosciamo. E sacrificare un patrimonio come il Barolo sull’altare del marketing mi parrebbe onestamente uno scempio imperdonabile, un peccato mortale, un crimine imperdonabile.

  12. “consumatore finale, troppo spesso preda dei messaggi commerciali più che di una sana ricerca culturale eno-gastronomica”

    è vero ma chi ce l’ha il tempo di farla “sta ricerca”!!?
    è la critica che ha il tempo (essendo suo mestiere) e dovrebbe farla e noi consumatori dietro. la verità è che non si capisce più niente. troppo vini, troppi produttori, e poi scopro perché scopro che un vino doc o docg potrebbe non essere un vino di qualità? ma insomma che palle!
    alla fine mi bevo i vini di fontanafredda che trovo comodmante all’esselunga e alla coop (perché non ho il tempo di star dietro alle enotoche se non nel week end) sono buoni e non mi prendono un braccio. e per i bianchi puiatti! cosa deve fare un consumatore secondo voi???

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