Vignerons d’Europe: ovvero del predicare bene e razzolare male

Devo una risposta a Gian Franco Calò, vista la sostanziale civiltà con la quale mi ha invitato a dire la mia, sulla questione del convegno Vignerons d’Europe svoltasi lo scorso aprile a Montpellier per la regia di Slow Food. Prometto, a meno che non lo nominino Presidente del Consiglio o Papa (todo es possible) che dopo questa risposta – che sono certo qualcuno non troverà soddisfacente (ce ne faremo una ragione) – del Carlin di Bra per un po’ di tempo non mi occuperò più.
Non sono un vigneron e non ho pertanto titolo per sottoscrivere il documento “la centralità del terroir e del vigneron nella nuova riforma OCM” che é scaturito dal dibattito. Se lo fossi, molto probabilmente non avrei avuto alcun problema ad aderire a questa che si presenta come una campagna in difesa dei vini veri e della viticoltura più autentica, campagna che salvo qualche esagerazione lessicale e qualche concessione agli stereotipi di quella cultura di sinistra della quale Petrini e Slow Food, già Arcigola, sono figli (ad esempio un implicita demonizzazione dell’industria e degli industriali, o la dichiarazione secondo la quale “la politica di diffusione degli Ogm è criminale perché li consegna allo strapotere delle multinazionali”, ed un tono che spesso scade nel populismo) trova nel documento finale e nell’intervento pronunciato da Petrini alla sessione d’apertura, un espressione sostanzialmente condivisibile.
Del resto chi non potrebbe essere d’accordo nel ricordare, come fa Carlin, che “c’è differenza tra produzione industriale e di piccola scala”, che “Il vino deve esprimere identità e riconoscibilità legate ai luoghi di origine”, che “i vini di terroir sono l’elemento distintivo della viticoltura europea”, che non devono essere sovvenzionate le produzioni destinate alla distillazione, che bisogna essere favorevoli ad “espianti nelle zone non adatte alla viticoltura di vigneti destinati alla distillazione e di vigneti che ricorrono sistematicamente all’arricchimento con aiuti europei” e risolutamente contrari ad “espianti nelle zone vocate di montagna e collina e nelle zone storiche di grande tradizione viticola” ?
Come non sottoscrivere un appello che invita a “conservare il territorio per difendere il paesaggio per la grande gioia del consumatore”, non concordare con chi ricorda che “bisogna imporre un discrimine tra chi produce e chi è sfruttatore”, che “solo la produzione di piccola scala può difendere la biodiversità e il territorio”, che “l’economia dovrebbe essere al servizio della comunità, non il contrario”, che “la difesa della tradizione”, come amava dire spesso Bartolo Mascarello, “non è un ritorno al passato, ma vera modernità” ? Parole che sottoscrivo in pieno e per le quali batto idealmente la mani al messianico Carlin.


Peccato però che come spesso accade la premiata associazione di via della Mendicità Istruita a Bra ed i suoi massimi responsabili (e non molti entusiasti aderenti e responsabili a livello locale, con i quali è facilissimo dialogare e con cui trovo molti punti di contatto e di comune sentire), predichino benissimo, in maniera impeccabile, per poi razzolare molto meno bene, per non dire male.
Era o non era Vini d’Italia, la guida di cui Slow Food è da sempre coeditore, la guida che per anni ha premiato e continua tuttora a premiare fior di vini che tutto esprimevano tranne “identità e riconoscibilità legate ai luoghi di origine” e che vengono prodotti facendosene letteralmente un baffo di qualsivoglia “difesa della tradizione” ?
Dov’era Slow Food e dov’era quel Carlin che oggi si erge a sacro difensore del terroir, quando il vero Barolo correva il rischio di scomparire, travolto da quella spinta all’innovazione e alla modernità d’espressione che Slow Food stessa predicava come giusta e doverosa, come ineluttabile segno dei tempi e del progresso?
Perché, tra tanti presidi di prodotti alimentari buonissimi, non si discute, e importanti, da salvare dal rischio di estinzione (ma molti dei quali dopo che Slow Food ha cominciato a proteggerli sono diventati carissimi, vere prelibatezze da happy few), Carlin e Slow Food non hanno pensato che fosse il caso di lanciare un segnale forte e di “proteggere” e presidiare il Barolo vero, il vino della migliore tradizione, quel vino grande che regala quelle emozioni che nessun altro vino in Italia e nel mondo sanno regalare ?
Non l’hanno fatto perché erano impegnati a costruire il loro sistema di potere, che tale è, a meno che non si vogliano avere fette di lardo di Colonnata o di Mortandela della Val di Non sugli occhi, presentandosi come i referenti privilegiati, gli amici, i sostenitori, i compagni di strada di quei piccoli produttori, di quei vigneron di Langa, che il Barolo lo tiravano per la giacchetta, lo “interpretavano” a loro discrezione, spesso con procedure discutibilissime quando non cialtronesche, con il preciso obiettivo di farlo diventare ben altra cosa da quello che secondo la storia, la tradizione, l’orgoglio contadino, il buon senso è sempre stato.
Non avevano tempo da perdere, impegnati com’erano a convincere gli scettici ed i recalcitranti (illustrando pregi e vantaggi) ad aderire all’operazione Pollenzo, per dedicare attenzione a chi il Barolo lo difendeva davvero e non per modo di dire…
Ecco perché, per esprimere solo alcune delle tante riserve che il sottoscritto nutre nei confronti di Slow Food, della sua classe dirigente e del suo conducator, ho seri dubbi che il messaggio di Vignerons d’Europe possa essere preso sul serio e che Slow Food possa essere visto dai vignaioli liberi d’Europa come una forza di garanzia dei loro interessi, seria, autorevole, affidabile e disinteressata.

0 pensieri su “Vignerons d’Europe: ovvero del predicare bene e razzolare male

  1. Sono socio Slowfood da 12 anni. Negli ultimi 5 ne ho viste di tutti i colori: baroli tagliati col cabernet e ripassati in barriques nuove, formaggi d’alpeggio fatti col latte rumeno perché quello di malga era finito, tonno pescato nell’oceano indiano, affumicato in Vietnam ed imbustato ad Udine (quindi made in Italy). Se il compito di Slowfood era quello di difendere i contadini ed i loro territori e l’operazione Terra Madre lo dimostra, allora mi sono perso qualcosa in quanto la loro rivista pubblicizza solo “gli industriali”. La mia impressione é che la lobby Slowfood-Coop-Unipol-Eataly, marciando a pieni regimi, abbia già conquistato non solo il diritto-potere di autodefinirsi portavoce italiano, ma stia cercando di sfondare le porte a Bruxelles. Non ci sono altre voci nel coro, il Gambero Rosso si é trincerato nel fortino della Città del gusto e sopravvive a sé stesso, vittima dei suoi errori.
    In Italia si dice, a torto, che la cultura é di sinistra, allora dovremo anche dire che mangiare e bere bene é di sinistra?
    Io non ci sto!

  2. Ringrazio Franco Ziliani per lo spazio che ha dedicato a Vignerons d’Europe e a questo progetto di Slow Food sul suo blog. Lo ringrazio anche per la gentilezza dimostrata nella sua risposta e nella lucida esposizione del suo pensiero.

    Naturalmente, visto che sono da anni socio del Movimento, non mi trova in accordo quando descrive il lavoro svolto da Slow food nel mondo del vino. Ritengo che quando 20 anni fa è uscita per la prima volta la Guida Vini d’Italia, a cui lei mi pare avesse anche partecipato come redattore di schede, la sitauzione della vitinvinicotura fosse ben diversa da quella attuale. Si usciva dall’incubo metanolo e le aziende imbottigliatrici erano un decimo delle attuali. Il Mondo del barolo e del barbaresco – della Langa in generale – era lontano 1000 miglia da quello attuale. I vinificatori di una certa fama erano pochissimi, esistevano molti produttori che utilizzavano tecniche tradizionali, ma con mezzi che non permettevano la produzione di prodotti di qualità. Tipo botti vecchissime e non pulite, produzioni altissime per ettaro realizzate grazie all’uso massiccio di fitofarmaci e di concimi chimici, e chi più ne ha ne metta…
    All’inizio degli anni Ottanta alcuni produttori tipo Elio Altare, Conterno fantino, Domenico Clerico, ecc… decisero di produrre un tipo di Brolo diverso e ebbero un successo planetario e non dovuto solamente alla “pubblicità” di Slow, ma soprattutto alla qualità dei loro prodotti che sono riconosciuti non solo dalla critica compiacente! inutile ripetere il dibattito sul tradizionale o modernista in questo blog. Aggiungo solo che taluni produttori visto il successo di questa avanguardia si sono messi a produrre con lo stampino scimmiotando i maestri come succede spesso in questo campo. A onor del vero probabilmente Slow e gambero forse hanno sbagliato ad attribuire alcuni 3 bicchieri, ma i repentini cambiamenti degli ultimi anni possono aver tratto in inganno più di un degustatore e non solo quelli di Slow Food? Però se si vanno a leggere articoli degli ultimi anni e si sono ascoltati i discorsi di Carlo e dei vertici questi errori sono stati riconosciuti e i premi degli ultimi anni sono lì a dimostrare una decisa sterzata in Langa. Chi ha premiato i Brezza? Castello di Verduno? Cavallotto? Mascarelo e Figli? Bartolo Mascarello? Oddero? Castello di Neive, Bruno Giacosa, Giacomo Conterno? Alessandro e Gin Natale Fantino? ecc..

    Infine, altrimenti divento noiso, per quanto rigurda l’Università di Scienza gastronomiche mi pare che elevare l’enogastronomia a scienza non possa che fare bene al comparto.. Rispetto alla prova del cuoco o agli spadellamenti televisivi si tratta di un passo avanti da non poco. Se qualche produttore di vino ha creduto bene di contribuire alla nascita dell’università non ritiene che possa aver pensato che il suo territorio poteva andare orgoglioso di aver dato i natali alla prima Università di questo tipo? e che portare studenti, professori, giornalisti in visita da tutto il mondo in Langa non poteva che favorire uno scambio culturale e una visibilità non da poco.
    Io non vedo nulla di scandaloso nell’investire nell’immagine della propria terra.

    Se a Vignerons d’Europe hanno partecipato 600 produttori da tutta europa evidentemente qualcuso pensa che Slow possa esser ancora considerata una “forza di garanzia dei loro interessi, seria, autorevole, affidabile e disinteressata”; altrimenti non sarebbero andati fno a Montpellier. Spero di non essere stato troppo lungo nell’esprimere le mie idee e di non aver annoiato troppo i suoi lettori. Sempre pronto a un bel dibattito come questo

  3. Questi dati forniti da Jean dimostrano come in Francia – e Vignerons d’Europe si svolgeva a Montpellier… – il seguito di Slow Food sia non proprio esaltante tra i vignerons e come lo zoccolo duro vinicolo sia rappresentato dai fedeli amici e compagni di strada italiani…
    Sarebbe molto interessante conoscere i nomi dei produttori presenti, pensi che si possa ottenere Jean ?

  4. Caro Jean, lei riporta dati molto precisi, quindi lei era presente all’evento? e’ un vignerons? e se lo è perchè non mette il suo nome e cognome?
    Per quanto mi è capitato di leggere sulla rivista Slow Food 27(corredata da ampio materiale fotografico) riguardo a Vignerons d’Europe mi pare di aver capito che ci fosse anche una discreta presenza Spagnola (20/30), ci fosse almeno Movia che è Sloveno, alcuni tedeschi e che i francesi non fossero meno di 200.
    Per quanto riguarda il signor Paolo mi chiedo come mai continui da 5 anni a fare la tessera di Slow se il Movimento si macchia dei crimini da lei indicati. Io sono una neo iscritta e leggo con piacere la rivista che ha pubblicità di grandi aziende, ma come non potrebbe essere così visto che la pubblicità ha un costo e realizzare un bel prodotto dal punto di vista grafico ha i suoi costi?
    Però se si mette a sfogliare la setssa vedrà che negli articoli si parla di piccole produzioni, di produttori seri che si fanno il cìosedetto mazzo per realizzare prodotti Buoni, Puliti e Giusti. Insomma una critica un po’ ingenerosa la sua. penso che i lettori badino maggiormente ai contenuti rispetto alle pubblicità.

  5. Il signor Paolo ha scritto: “In Italia si dice, a torto, che la cultura é di sinistra, allora dovremo anche dire che mangiare e bere bene é di sinistra?”. Questo è il punto, non sorvoliamo. E tanto per sdrammatizzare e per non dare alla politica il peso che NON si merita, destra o sinistra, facciamo un gioco (beh, lo faccio io, chi vuole mi segua): la mortadella? DI sinistra! Il prosciutto di SanDaniele? Di destra! I capperi di pantelleria? Di destra! Il lardo di Colonnata? Di sinistra! La finocchiona? Di sinistra! Il pecorino senese? Di destra! Il pecorino sardo? Di sinistra! Il Barolo? Di destra! Il Barbaresco? Di sinistra! Il brunello? Di sinistra! Il bolgheri sassicaia? Di destra! Il basilico? Di sinistra! La mentuccia? Di desta! E così via.

  6. Potrebbe essere divertente il gioco della politica ma innanzitutto per il vino rosso bianco o nero sono solo i colori del vino. Chi lavora con la natura non può far scelte di campo perchè in natura i dogmi crollano. Eppoi il lardo di colonnata semmai è anarchico!!

    Invece più seriamente senza affrontare polemiche che non mi riguardano su Carlo Petrini (se lo trovasse necessario interverrebbe personalmente), devo sottolineare Che Carlo Petrini ci ha unito e ha dato dei messaggi stimolanti, tra cui ricordo l’invito ad accettare tra noi anche quei produttori che adesso sono più vicini all’industria, ma che, un giorno potrebbero desiderare di cambiare campo, senza chiudersi negli eccessi di parrocchia, perchè nella vita capita di cambiare idea, Carlo Petrini non ha redatto il documento in questione, partorito da un gruppo di produttori (non so se hanno tessere politiche…)tra i quali il sottoscritto e Ampelio Bucci che hanno raccolto commenti in Italia per 6 mesi via pc dai nostri uffici, prima di arrivare a Montpellier.
    Slow Food ci ha coordinati, riuniti in due occasioni a Torino e a Montpellier dove i produttori (quale che sia il numero e la nazionalità) si sono riuniti pagandosi le spese di viaggio più un contributo di 40 euro ai colleghi ospiti della Languedoc senza alcuna ambizione di apparire. Non c’erano giornalisti da lisciare nè importatori da conquistare, due giorni rubati alla famiglia ed al lavoro per voler contribuire alle nuove politiche sul vino insieme ad altri “vigneron”. Chi è venuto lo ha fatto non per Slow Food ma perchè sapeva di trovare altri produttori come lui! Slow Food non c’entra se non per aver intuito che la politica è ormai distante anni luce da chi produce come da chi consuma e che occorre riavvicinare i politici alla larga base. Non perchè l’industria sia “malvagia” ma perchè essa rappresenta solo una parte della società civile.

    Un ultima nota: nel 1907 a Montpellier si sono riuniti 700.000 produttori francesi per protestare contro le leggi, il governo mandò il XVII reggimento con l’ordine di aprire il fuoco. Il reggimento di fronte ai vigneron si rifiutò di sparare e si unirono in una grande festa. Non avevano alberghi nè ristoranti nè aerei nè auto ed arano 700.000. Cent’anni dopo non siamo arrivati a mille. Secondo lei, Ziliani, perchè Slow Food non ha credibilità ma ci sono anche altre letture che si possono fare, e sopratutto quei pochi hanno lavorato bene insieme sottoscrivendo un documento che ha ricevuto consensi anche da tutti quelli che non c’erano. Un esempio di SENSO CIVICO e di partecipazione emozionante.

  7. Mi permetto di far notare, da vignaiolo, che il documento in questione non poteva non ricevere consensi in quanto piuttosto generico e banale nelle sue rivendicazioni.
    Sono stato molto in dubbio se partecipare a Vigneron d’Europe che, certamente, ha avuto il merito di aprire un dibattito sull’OCM vino e sulla viticoltura europea. Ma in realtà vi era e vi è un vizio originario, cioé la definizione stessa di vigneron o vignaiolo: se è colui che direttamente si occupa del vigneto e della cantina, trovo difficile considerare “vignaioli” aziende che producono più di 100.000 bottiglie e che sul famoso “terroir” nemmeno ci abitano. E a Vigneron d’Europe di aziende siffatte ce n’erano parecchie. Dunque torniamo sempre al punto centrale: che ne è dell’agricoltura contadina? Non è un caso che poche aziende francesi abbiano aderito. Per loro l’essere “contadino”, “vigneron” appunto, è cosa molto precisa.
    Peraltro nel documento non si fa riferimento alle pratiche naturali di coltivazione e di vinificazione che davvero discriminano il vigneron dall’industriale e che esplicitano al massimo il concetto di “terroir”. Nulla è detto sui rapporti con i consumatori, nel senso di un cambio di strategia nelle distribuzioni commerciali: vigneron è anche colui che predilige la vendita diretta per costruire rapporti di fiducia col consumatore.
    Insomma, nel documento ci sono tante parole condivisibili. Ma poca chiarezza sui contenuti reali e su quale idea di agricoltura si voglia per il futuro.

  8. Ho letto e riletto il post e ho provato quella sensazione di faciloneria e sicofantismo che spesso trovo negli articoli di Ziliani. Ma al di là di questo ci tenevo a dire una cosa al signor Petrilli: Caro Francesco Saverio, le faccio i miei più vivi complimenti per il suo commento elegante e posato. Trovo sconfortante (e lei credo a maggior ragione) che il Sig. Ziliani neppure si degni di dare una risposta perché a sputare sul lavoro degli altri ci va davvero poco, ma a sostenere un faccia a faccia con chi risponde a tono è un po’ più complicato e difficile. Che peccato, davvero.

  9. Devo ringraziare il signor Savino Maisen (sicuramente uno pseudonimo dietro al quale si nasconde una persona che non ha il coraggio di rivelare le proprie generalità) per aver tacciato quanto scrivo di “faciloneria e sicofantismo”. La faciloneria so bene cos’é, quanto al “sicofantismo”, vedermi accusare di essere uso a questa pratica mi ha indotto a consultare una serie di dizionari di cui dispongo, per trovare il significato esatto di “sicofante”. Ho trovato questa serie di simpatiche definizioni: “mentitore, spia, imbroglione, delatore mendace, calunniatore, imbroglione, ciarlatano, persona spregevole e infida”. Ho inoltre accertato che il termine, chiaramente spregiativo, “designava quei cittadini che sostenevano accuse a scopo di lucro. L’attività del sicofante rappresentava la degenerazione di una norma del diritto attico che consentiva a qualsiasi cittadino di accusare i delinquenti. Ai sicofanti veniva concessa una percentuale sugli introiti che lo stato recuperava grazie alle loro accuse”.
    Ci sarebbero tutti gli elementi per chiedere al signor Maisen di rendere conto di quanto scrive in altre sedi, visto il chiaro intento calunniatorio del suo intervento. Voglio solo lanciare una sfida a chi mi accusa di essere un “sicofante”, dimostrare quale vantaggio, anche economico, avrei tratto scrivendo quello che ho affermato a proposito di Slow Food e quale possibile attività di “lucro” si configuri nel mio libero esercizio della critica, che cita circostanze e casi ben precisi. Se così non sarà in grado di fare l’egregio Maisen dimostrerà lui di essere facilone e di accusare a vanvera…

  10. Perfetto, inciampato il passo al primo commento, torno indietro e provo a dare una spiegazione. Non era mia intenzione insinuare che lei riceve compensi o cosa. Un conto sono le definizioni da dizionario e un conto sono i “colori” che alcune parole assumono con l’uso. Nell’accezione comune (che poi forse tanto comune non è per cui mi scuso) si usa definire sicofante quella persona che accusando una persona famosa cerca di trarne fama lui stesso. Uno dei primi sicofanti che la storia ricordi è stato colui che accusò Socrate (di cui ovviamente non ricordo il nome). Poi ce ne sono stati mille altri. Mi scuso con lei se l’ho offesa Sig. Ziliani perché, per quanto indispettito da molte sue affermazioni, non era mia intenzione diventare cafone e urtarla in questo modo. Ho letto mille volte le sue polemiche e spesso le ho trovate un po’ superficiali e qualunquiste, altre volte azzeccate e mirate. Come sempre, dipende dai casi. Nel caso di Slow Food in particolare mi sembra che lei sia davvero un po’ troppo accanito. Una volta, tempo fa, è addirittura arrivato a parlare del fatto che il Comune di Bra si lamentava di traffico e sporcizia nella via in cui ha sede Slow Food. E allora mi è venuto spontaneo il dubbio che forse a volte si accusa qualcuno di “famoso” per averne qualche ritorno, anche solo in notorietà. Con questo, se mi dice che non è così, le prometto di crederle. Ma il dubbio mi sia quanto meno consentito. Saluti.

  11. E no, troppo comodo “signor” Maisen (come avevo detto uno pseudonimo dietro al quale si nasconde qualcuno che non ha il coraggio di dire chi realmente é: basta vedere che rispondendo alla sua mail il messaggio torna indietro perché il destinatario non esiste: bravo !), lancia il sasso e poi nasconde la mano chiedendo scusa e dicendo di non aver voluto offendere ?
    “Non era mia intenzione insinuare che lei riceve compensi o cosa” dice ora, con la scusa che “un conto sono le definizioni da dizionario e un conto sono i “colori” che alcune parole assumono con l’uso”. Poi cosa fa ? Dice che “nell’accezione comune (che poi forse tanto comune non è per cui mi scuso) si usa definire sicofante quella persona che accusando una persona famosa cerca di trarne fama lui stesso” e poi “mi scuso con lei se l’ho offesa Sig. Ziliani perché, per quanto indispettito da molte sue affermazioni, non era mia intenzione diventare cafone e urtarla in questo modo”, pur esprimendo “il dubbio che forse a volte si accusa qualcuno di “famoso” per averne qualche ritorno, anche solo in notorietà” ?
    Per sua norma guardi che io non ricorro a questi mezzucci da magliaro e che penso facciano testo i miei quasi 25 anni di esperienza nel mondo del vino per attribuirmi quel pizzico di notorietà e di autorevolezza che anche persone che non mi possono soffrire sono costrette, obtorto collo, a riconoscermi. Non ho bisogno di sparare su Slow Food e sul Carlin di turno per dare, come lei insinua, un segno della mia esistenza e per farmi notare. Proprio perché sono libero, indipendente, e perché – dicono – faccio opinione, nel bene o nel male (libere le persone di vederla in un modo o nell’altro) mi permetto il lusso di criticare cose che altri colleghi trovano scandalose come me, ma sulle quali tacciono perché non conviene proprio attaccare poteri forti come quelli rappresentati da Slow Food.
    Altro che trarre vantaggi, anche economici, dalle mie critiche a Slow Food, facendolo si rischia, perché nel mondo del giornalismo e del vino esiste una precisa cupola di interessi, e poi magari si viene tacciati di “sicofanti” dal primo misterioso “Maisen” di turno…

  12. Caro Franco,

    Il nocciolo della questione : “altri colleghi trovano scandalose come me, ma sulle quali tacciono perché non conviene proprio attaccare poteri forti come quelli rappresentati da Slow Food.
    Altro che trarre vantaggi, anche economici, dalle mie critiche a Slow Food, facendolo si rischia, perché nel mondo del giornalismo e del vino esiste una precisa cupola di interessi”.

    E´qui che non sono d’accordo (transeat) e non mi tornano i conti. Vediamo un po’:

    “Altri colleghi”: non é che ce ne siano a bizzeffe di gente che scrive di vino. Quelli bravi e costanti saranno a contarli male una dozzina. Vogliamo dire una ventina ? va bene. Esclusi quelli che scrivono per
    la premiata ditta di Bra – come la chiami tu – non mi sembra di leggere remore o riguardi nei varii Pittaro, Sangiorgi, Masnaghetti, Winesurf, Acquabona, Lavinium, Tigullio Wine. Eppure mi sembra sopravvivono tutti anche senza neanche tanti crucci e complessi come quelli cui dai sfogo spesso e volentieri tu.

    Dove siano gli altri, gli oppressi, onestamente non lo so e ti sarei grato se stu stilassi un “avviso ai naviganti” di quelli che esercitano autocensura. Cosi´in modo che noi lettori si sappia fare le addizioni e le sottrazioni, ogni volta che leggiamo articoli di giornalisti repressi o
    omertosi.

    In che cosa consistano poi i vantaggi economici, con quello che viene pagato chi scrive, o peggio in cosa consistano le rappresaglie, sarebbe anche cosa interessante sapere: ritiro del tesserino, negazione del posto macchina, rifiuto di posto all’asilo nido per i figli….

    Insomma: non sará che questa precisa cupola di interessi esiste solo nella tua immaginazione og che , se esiste, sará solo cupola verso i giornalisti pecora, dacché “chi pecora se fá, er lupo se lo magna ?”
    Ed i giornalisti pecora, chi credi che li legga e li consideri ?

  13. A risposta del mio post sovrastante, ricevo sulla mia mail il seguente commento di Franco :

    “Mi hai letteralmente stancato. Sono stufo di leggere questi tuoi commenti, sempre uguali, perché non smetti di leggere Vino al Vino e facciamo prima?
    f.z.

    Non so se devo interpretare questa tua mail come un segno di stanchezza o anche di prossima resipiscenza. Io per mio smetterei volentieri di leggere il tuo blog, se tu smettessi di scriverlo. Ma visto che insisti con queste critiche anche loro, guarda caso, sempre uguali, mi sento libero di commentare. Spero solo che nei miei commenti tu , o qualcuno, trovi un seme di ragione: questa tua viscerale avversione a Slow Food e tutto quello che gli gira attorno, te la puoi certo permettere come persona , ma come giornalista e come blogger hai il dovere di sostanziarla. E quando ti é passata la stanchezza ricordati che il proverbio “Pane al pane, Vino al vino” significa parlare chiaro. Quindi: né rispondere a post pubblici su mail private, né il dico-nondico delle cupole e le allusioni a chissá quali malefatte de i ” i centri di potere forte”. Ciao.

  14. Questa discussione, egregi signori, è semplicemente sconcertante: Franco Ziliani scrive la sua opinione – contestabile quanto si vuole, ci mancherebbe altro – e si trova a ricevere insulti di ogni tipo, più o meno espliciti. Il sig. Merolli continua – a occhio e croce da seimilacinquecento articoli o giù di lì – a chiedere a Ziliani di circostanziare le sue critiche nei confronti di SF, mentre basterebbe leggere l’articolo del quale discutiamo per trovare tutto. Copio e incollo ciò che ha scritto il padrone di casa: “Era o non era Vini d’Italia, la guida di cui Slow Food è da sempre coeditore, la guida che per anni ha premiato e continua tuttora a premiare fior di vini che tutto esprimevano tranne “identità e riconoscibilità legate ai luoghi di origine” e che vengono prodotti facendosene letteralmente un baffo di qualsivoglia “difesa della tradizione” ?
    Dov’era Slow Food e dov’era quel Carlin che oggi si erge a sacro difensore del terroir, quando il vero Barolo correva il rischio di scomparire, travolto da quella spinta all’innovazione e alla modernità d’espressione che Slow Food stessa predicava come giusta e doverosa, come ineluttabile segno dei tempi e del progresso?
    Perché, tra tanti presidi di prodotti alimentari buonissimi, non si discute, e importanti, da salvare dal rischio di estinzione (ma molti dei quali dopo che Slow Food ha cominciato a proteggerli sono diventati carissimi, vere prelibatezze da happy few), Carlin e Slow Food non hanno pensato che fosse il caso di lanciare un segnale forte e di “proteggere” e presidiare il Barolo vero, il vino della migliore tradizione, quel vino grande che regala quelle emozioni che nessun altro vino in Italia e nel mondo sanno regalare ?”.

  15. SECONDA PARTE (PER CHIAREZZA)

    Le accuse di Franco con le quali ho chiuso il mio precedente post mi paiono chiare e motivate – ripeto, condivisibili o meno che siano – e non riesco davvero a comprendere il perché del tenore di certi interventi. Capisco che lo stile “genuino” utilizzato da Franco posssa prestare il fianco a critiche sacrosante, ma ricordo che il blog non si chiama “Vino al vino” unicamente in omaggio al lavoro di Mario Soldati. Al sig. Ziliani si possono muovere diversi appunti – cosa che prometto di fare anche io in tempi brevi, dato che è la seconda volta in pochi giorni che mi trovo a fargli da non richiesto “avvocato difensore” – ma non mi sembra davvero che lo si possa accusare di ipocrisia e/o furberia. Non credo sia comodo né furbo, per uno che scrive di vino (non “divino”, Franco, di-vino) parlare in un certo modo di Gambero Rosso, Sf e Gaja come fa Ziliani. E non mi sembra proprio che sia la strada migliore per raggiungere chissà quale celebrità. Non entro nella questione “pecore e lupi” perché non ho sufficienti elementi per prendere una posizione, mentre vorrei far sapere a chi ha definito Ziliani “sicofante” che trovo profondamente sbagliato giungere a questi livelli. Vi chiedo quindi di stemperare i toni; se non volete farlo per
    Ziliani, allora fatelo in segno di rispetto nei confronti di coloro che, come il sottoscritto, utlizzano quotidianamente questo blog per raccogliere informazioni, suggerimenti utili e ragionamenti costruttivi sul vino e su tutto ciò che gli ruota intorno e non hanno certo piacere a leggere insulti da codice penale. Questo blog, come tutto ciò che sta in rete ed è interattivo, rappresenta un prezioso quanto delicato spazio di informazione e di libertà: sta a tutti noi tutelarlo (sì, perché Vino al vino non è solo roba di Franco Ziliani: è anche nostra) e fare in modo che non si riduca a un surrogato di certi bassi esempi di falsa informazione che potete trovare accendendo la Tv. Lasciamo a Rai e Mediaset le risse da cortile e torniamo a ragionare e discutere mantenendo come minimo comun denominatore di ogni scambio di opinioni il rispetto nei confronti di chi scrive e di chi legge. Chiedo scusa a tutti per la “lezioncina morale”, anche se non è mia intenzione dare lezioni a nessuno, del resto non ne sarei in grado; il mio intento è unicamente quello di difendere lo spazio di libertà che questo blog rappresenta. Ringrazio tutti per l’attenzione e vi invito a continuare il dibattito con toni anche accesi e appassionati ma rimanendo nei binari di un sostanziale rispetto reciproco.

  16. Bravo Arturi così si fa. Mentre non si fa, è scorretto, pubblicare una mail privata. A mio modestissimo parere. Anche a me fa piacere leggere questo blog che spesso si rivela davvero utile e interessante. Tutto sommato è gratuito e se è anche imparziale e fuori dagli schemi (intesi come interessi), meglio ancora. Su Slow Food l’impressione è che molti difendano per bandiera o per partito preso. Partito. Riflettiamo su questa parola.
    C’è ancora qualcuno la fuori che crede in un partito? Ci vogliamo far prendere per i fondelli per altri 50 anni da tutti (tutti) lor signori senatori? Carlin entra nel partito del partitone? Libero di farlo. Secondo me non è una buona mossa. Criticabile. Quanto meno per l’immagine di Slow Food che ne soffre diventando sospettabile. Diventando politica.
    Cibo e vino buono non sono politica, non sono idealismo. Quando sono buoni, sono buoni e basta. E sono di tutti. Rossi e neri, belli e brutti.

  17. la scorrettezza del lettore Merolli si commenta da sola e non necessita di ulteriori parole. Ringrazio Arturi e Poldo Wine per i loro interventi. Ai provocatori, a coloro che vogliono portare il dibattito sui binari dell’insulto e della rissa da cortile, non intendo rispondere.

  18. A Poldo ed ad Arturi nonché a Franco: grazie per la vostra presa di posizione. Specie quella di Arturi che richiama a toni piu´calmi. Meno a Franco che mi accusa di scorrettezza. Vediamo perché, sia nella forma che nel merito:

    La forma:

    (1) Profondamente scorretto é secondo me rispondere privatamente ad un post in un blog pubblico. O non si risponde ( che giá e´risposta) o si risponde pubblicamente. Al massimo, si risponde privatamente, quando si tratta di risposte non attinenti (off-topic) oppure ben motivando la causa della “segretezza”. Segretezza che, ripeto, non ha nulla a che fare con la natura di un blog, né – in generale – con quella di internet.

    (2) “Vino al Vino”. Il proverbio esisteva anche prima di Mario Soldati buonanima ed anche lo scrittore riprendeva il modo di dire per sottolineare la sua intenzione di parlare chiaramente di un mondo agricolo che la prima ondata industriale del boom postbellico aveva cominciato ad inquinare. “Vino al Vino” é – che lo si voglia o no – un titolo che obbliga a parlare chiaro, citare nomi, fatti e non alludere trasversalmente a “cupole” etc.

    (3) “Insulto e rissa da cortile”: non credo che si evinca dai miei posts.
    E la cosa mi é comunque abbastanza lontana come stile.
    Basta rileggere i miei posts.

    Ed ora entriamo nel merito:

    (A) Il peccato di cui Franco accusa Slof Food (SF) e´ben riassunto in:

    “Era o non era Vini d’Italia, la guida di cui Slow Food è da sempre coeditore, la guida che per anni ha premiato e continua tuttora a premiare fior di vini che tutto esprimevano tranne “identità e riconoscibilità legate ai luoghi di origine” e che vengono prodotti facendosene letteralmente un baffo di qualsivoglia “difesa della tradizione” ?

    Si sarebbe tentati, per esagerazione, a pensare che il peccato della SF
    e´quello di non aver premiato i vini che Franco invece avrebbe premiato. Bene fin qui é una differenza di opinione, valida ed accettabile, e – forse sfortunatamente – non sapremo mai quali vini avrebbe premiato una guida di Franco Ziliani, che pure degli albori dello Slow Food e della guida ha fatto parte. Che non sia la sua continua avversione allo Slow Food un vecchio sassolino che non riesce a levarsi dalla scarpa é una cosa che penso io, ma gioverebbe
    sicuramente a tutti i lettori del suo blog ed alla chiarezza generale se dicesse una volta per tutte, perché ed in quali termini se ne uscí, o fu allontanato, dopo che addirittura gli fu proposto l’affidamento della condotta di Bergamo.

    Ha questa sua vecchia storia di novello Lucifero influenza sul suo modo di vedere tutto quello che ruota intorno a SF ? Mah, non ci é dato sapere ed in fondo una sua eventuale spiegazione – non dovuta –
    avrebbe solo valore informativo ed soddisferebbe solo qualche curiositá intellettuale.

    L’accusa invece alla Guida ed al movimento SF in genere pur sembrando valida rasenta in realtá il qualunquismo e manca di qualche aggancio storico. Vediamo perché:

    – venti anni fa il vino italiano usciva dallo scandalo del metanolo ed un cambiamento di rotta era obbligatorio;

    – fu la buonanima di Luigi Veronelli, dopo un famoso viaggio in California con Giacomo Bologna r.i.p. ed altri ad essere folgorato dalla barrique ed a farsene profeta dell’ uso in Italia

    – la Guida prese atto dei cambiamenti e fu parte attiva nella promozione del nuovo stile. L’aver promosso, preferito, sostenuto, premiato o comunque si voglia dire certi tipi di vino e certi tipi di produttori dimostra solo una attenzione degli estensori a quello che succedeva sul mercato.

    – a differenza del blog, che non costa quasi niente, la casa editrice
    della Guida non svolgeva opera di opinione o peggio di beneficienza:
    doveva vendere le sue pubblicazioni e mi sembra che ci sia risuscita in modo abbastanza soddisfacente.

    Per raggiungere questo traguardo ha scritto di quello di cui si interessava il pubblico e mi sembra che il pubblico gli abbia dato ragione:

    – io non ho mai letto e non conosco nessuno che abbia avuto modo di accusare di falso le recensioni dei vini della Guida.

    – io non conosco produttori esclusi – ” per partito preso” dalla Guida che siano andati falliti o si siano suicidati.

    Oggi tornano di moda i vitigni autoctoni, i vini veri, naturali, il vino che sa di vino e non di legno ? la Guida – e le altre guide – ne prendono atto. Attribuire alla Guida – o alle altre guide – poteri occulti, di “cupole” o di massima influenza, é un atteggiamento elitario che non rispetta il libero giudizio ed i gusti di quelli che la Guida la seguono e – a maggior ragione – di quelli che non la seguono.

    In ogni caso anche volendo dire tutto il male possibile di SF ed il suo mondo rimane sempre un ampio margine di positivitá del fenomeno
    – con effetti positivi per la consocenza del vino, non solo in Italia ma all’estero – che é antistorico, poco generoso e pochissimo obiettivo disconoscere. Cosa che invece Franco fa ad ogni pié sospinto.

    E visto – come giustamente scrive Arturi – che il blog e´di tutti (fermo restando un grazie per l’ ospitalitá) é permesso a Franco di tediarsi e di stancarsi, ma non di scrivere critiche non dettagliatamente motivate ed oggettive senza beccarsi i post di chi della cosa si interessa.

    Se fossi in lui mi preoccuperei molti di piú del fatto che le persone che attacca, non si degnano di rispondere.

  19. Rispondo alle domande che mi hanno rivolto poco sopra.
    Resto associato a Slowfood, con rammarico, solo per ricevere le riviste, sotto forma di abbonamento. Ma resto anche abbonato a Gambero Rosso, anche se non mi é mai piaciuta come rivista.
    Perché direte voi? Perché come operatore del settore voglio sentire tutte le campane e poi farmi una MIA opinione. Per lo stesso motivo consulto Vini d’Italia, Duemila vini e la Guida Veronelli. Quello che cerco é solamente un minimo di coerenza, Quindi mi rammarico se la rivista elogia il sig. Santoleri, ma poi pubblicizza le paste industriali fatte senza un briciolo di grano italiano ed allora mi pongo delle domande.
    Allo stesso modo mi rammarico e mi pongo delle domande quando vedo validi produttori conquistare le vette delle guide, ma sparire nell’oblio l’anno dopo. E noto che “i soliti noti” hanno sempre il massimo dei punteggi a scapito di quello che si assaggia. Come si fa a fare un vino sempre uguale negli anni? spiegatemelo voi che siete più bravi…
    Quindi, lasciando la politica a casa, mi chiedo: attenzione lo Slowfood sta diventando un partito politico? Lo chiedo perché si sta comportando come tale, in Italia ed a Bruxelles. E finché sposa anche le mie idee, difesa dell’autoctono, difesa dei formaggi a latte crudo, difesa del pescato povero del Tirreno, etc. etc. mi sta bene. Ma poi? Il 73% del Made in Italy alimentare negli USA é falso. Gli imbottigliatori-industriali di vino e di olio non vengono mai toccati, ma si lasciano espiantare le viti e comprare navi di vinaccie in cile per fare la grappa. Si lasciano chiudere le saline, vendere gli ulivi centenari per le ville dei milanesi in Versilia, per il paesaggio non si é mai spesa una parola e nessuno ha il coraggio di dichiarare in etichetta cosa c’é dentro una bottiglia di vino, a cominciare dai pesticidi. Allora come funziona lo Slowfood? Spero che non sia diventato il solito carrozzone e che non faccia la fine degli altri enti nati per promuovere il tanto vituperato made in Italy (enoteche regionali, accademie ed istituti di protezione vari) che hanno lasciato dietro di sé solo un bel buco di milioni di euro e noi, poveri ed ignari consumatori, a bocca aperta ed asciutta…

  20. Io non avrei messo in pubblico la email privata, ma concordo parzialmente col primo post di Merolli (quello che ha suscitato la reazione), che oltretutto è dotato della giusta dose di ironia. Insomma, si può avere o no un bell’elenco di tutti gli affiliati alla fantomatica cupola della censura enologica dei poteri forti? O almeno uno parziale, almeno nella personalissima opinione dell’autore? Questo detto, sia chiaro, col sorriso sulle labbra, perché invettive e litigi su cose del genere meritano solo di essere trattati con la debita distanza e con molta, molta leggerezza d’animo.

  21. Molto, molto, molto belle le parole, i fatti, i concetti, le deduzioni e i timori di Paolo nel penultimo post. Pienamente d’accordo. I Consorzi sono ridicoli (a dir poco), gli enti sono esecrabili, le grandi aziende fanno il loro interesse (giustificato (?) dai fini di lucro) e Slow Food delude (senza fini di lucro) proprio perché all’inizio abbiamo creduto tutti che fossero duri e puri (mantenendosi così). Insomma anche loro scendono a patti con il mercato. Comprensibile, ma anche criticabile.

  22. Non sono cosi’ convinto che il coinvolgimento in un partito politico da parte del leader di un’associazione che si occupa istituzionalmente di tutt’altro sia sbagliato. Al di la’ del fatto che non e’ mai stato un mistero che non solo Petrini ma moltissimi altri confluiti nell’esperienza di Slowfood fossero e siano (genericamente detto) “di sinistra” (penso all’ex ArciGola, penso all’esperienza di La Gola e a chi ci scriveva), non vedo che cosa ci sia di male se una persona nota per il suo impegno nella cosiddetta societa’ civile decide di impegnarsi anche nella politica. Anzi, in generale lo trovo un fatto positivo, e trovo che sia molto meglio della (auto)selezione di una casta di politici professionali ufficialmente avulsi dalla societa’ (in realta’ poi liberissimi di intrecciare i loro legami con i diversi settori). Essere il fondatore di SlowFood non e’ lo stesso che essere il presidente di una corte d’appello, voglio sperare si converra’.

  23. Benissimo. Allora ripeto la domanda che ho già fatto più volte nel blog: secondo voi, Carlin, Slow Food in generale, politicamente posizionato a sinistra, difenderebbe con il medesimo impegno e dedizione un produttore che notoriamente vota DS rispetto ad un produttore che notoriamente vota Alleanza Nazionale (poniamo per ipotesi un produttore che fa formaggi, ma che è anche nel consiglio comunale del suo paese e quindi si sa da che parte sta politicamente)? Slow Food farebbe delle preferenze aprioristiche? Sì, no? E se le facesse queste preferenze, ritenete giusto che vengano operate rispetto al credo politico piuttosto che alla qualità del prodotto da tutelare?

  24. Non vedo perché SF dovrebbe mettersi ora a discriminare produttori non in linea col “credo” di Carlin Petrini, se non l’ha fatto fino ad ora (per lo meno a quanto mi risulta).

    Anzi, mi sembra che lo stesso Carlin si accompagnasse a Ghigo ed Alemanno molto di più di quanto stia facendo ora con Bresso e Di Castro.

    Mi senirei quindi di tranquillizzare Poldo Wine sotto questo aspetto.

    Giuliano Boni

  25. Senza avere la sfera di cristallo, cerco di rispondere alla domanda di Poldo. Sono passati vent’anni dalle prime uscite di Gambero Rosso diretto figlio de il Manifesto. A quei tempi c’ era solo la Guida Veronelli a fare da contraltare al Gambero. Se metti a paragone le due guide vedrai che molti produttori citati nell’ una non sono presenti nell’ altra. Puo´essere casuale, ma puo´anche essere l’espressione di una scelta politicamente guidata: il Gambero privilegiava le cooperative, i piccoli produttori e non era tenero con l’ industria.

    Quindi quindici vent’anni fa avrei risposto – forse sbagliando, ma con qualche convinzione – che si´, il formaggiaio di AN non sarebbe stato
    mazzolato ma che come prioritá, sarebbe stato in fondo alla coda di quelli da promuovere o difendere.

    Oggi le cose sono cambiate, il rosso é diventato un po´rosa, ci sono altre guide che si accorgono di quello che trascuri, ci sono i presidii
    in cui tutto va difeso, c’é stata una crescita anche di responsabilitá sociale, il Partito democratico é dietro la porta. Inoltre l’allargamento stesso del numero dei soci é tale che all’ interno di SF convivono non solo “compagni duri e puri” ma tutto un universo di amanti del buon bere e del buon mangiare non necessariamente agganciati alla matrice ideologica di SF. Credo che Carlin & Co. avrebbero molto piu´da perdere che non da guadagnare nel non difendere la qualitá, di qualsiasi colore essa sia.

    Ma – saró anche ottimista – voglio credere che chi ha usato venti anni della propria vita a cercare la qualitá non la subordini poi a credi politici una volta che l’ha trovata.

    (Se qualcuno ha prove del contrario: nomi cognomi ed indirizzi)

  26. “Credo che Carlin & Co. avrebbero molto piu´da perdere che non da guadagnare nel non difendere la qualitá, di qualsiasi colore essa sia…”. Lo credo anche io. Grazie Merolli, sono più tranquillo. Lo dico davvero. A me lo Slow Food duro e puro piaceva (piace?) molto (insomma, uno Slow Food stile Ziliani… paragone azzardato?). E comunque se quelli di Slow Food non fanno vaccate (in senso ampio :-), molto meglio per tutti.

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