Vini anni Sessanta, che nostalgia ! Uno splendido dossier firmato Bibenda

Ottima, come sempre, l’uscita, la numero 24, di Bibenda che in sei anni di storia si é affermaa non solo come la più elegante e raffinata (soprattutto dal punto di vista dela confezione) tra le molte riviste che si occupano di vino in Italia, ma, via via, in corso d’opera, quella dotata del più lineare progetto editoriale, teso ad illustrare un’idea del vino italiano in continua evoluzione, rappresentazione di qualità di "un made in Italy serio e credibile", come lo definisce il direttore, Franco Ricci, in un editoriale che merita attenta lettura e che sottoscrivo.
Molti i temi particolarmente interessanti toccati in questo numero, da una rivalutazione ed esaltazione dei Super Tuscan, secondo l’autore dell’articolo, Stefano Milioni, tuttora “grande patrimonio dell’enologia italiana, un bene di valenza internazionale ed il traino di tanti altri vini che sulla loro scia si sono rinnovati”, opinione sulla quale, ovviamente, non concordo e sui conto di dire la mia presto in un apposito intervento, ad un dossier sulla vera mozzarella di bufala (le sue caratteristiche, le sue tecniche di produzione, la sua storia, i suoi segreti) con la proposta di una serie di vini che meglio ne reggono l’abbinamento.
Senza trascurare un bellissimo speciale su vini e prodotti tipici di Liguria, introdotto da una persona che la Liguria la conosce bene come Antonello Maietta e poi corredato da una bella degustazione di Cinque Terre, Vermentino, Pigato, oltre che qualche rosso, ottimamente inquadrata dalla bella premessa intitolata “Quel vino che sa di mare” firmata da Monica Coluccia, e poi il consueto itinerario colto nei vini del mondo curato da Giovanni Ascione, in questa occasione dedicato a British Columbia, il Canada della qualità, il pezzo forte di questa uscita è il ricchissimo servizio d’apertura, circa 25 pagine, dedicato agli Anni Sessanta.
Riprendendo e adattando un’idea già sviluppata dalla rivista inglese The World of Fine Wine (che ad ogni uscita sceglie un grande vino simbolo di un grande millesimo e ci racconta cos’è accaduto dal punto di vista storico e culturale in quel determinato anno), un trio di ottime firme, Daniele Maestri, Aida Antonelli e l’amico (e tenace barolista) Armando Castagno, ci riporta idealmente agli anni in cui l’avvento delle prime forme di pubblicità televisiva furono determinanti nel modificare i consumi ed il mitico Carosello era “lo spettacolo più seguito dagli italiani”. Anni lontani in cui un quotidiano costava 30 lire, un litro di vino 120 lire (proprio come un litro di super ed un chilo di pane…) ed il consumo di carne annuo pro capite passò da 15 a 25 chili.
Sulla produzione vinicola di quell’epoca, che sembra remota, anche se dista “solo” quarant’anni, e che vide nascere capolavori come la Dolce vita e 8 e ½ di Fellini, il Gattopardo di Luchino Visconti, Blow Up di Michelangelo Antonioni, oltre che film cult esteri quali Agente 007 missione Goldfinger, il Dottor Zivago, il Laureato, 2001 Odissea nello spazio, Easy Rider, e canzoni che sono diventate dei classici come Il cielo in una stanza di Gino Paoli, Blowin’ in the wind di Bob Dylan, Ritornerai di Bruno Lauzi, la Bambola di Patti Pravo e Mi ritorni in mente di Lucio Battisti, si sa ben poco.
Si è a conoscenza del fatto che alcune aziende importanti, che poi ritroveremo puntualmente protagoniste e centrali anche nell’ambito produttivo dei decenni successivi esistevano e già lavoravano bene, ma com’erano i vini di quegli anni e, soprattutto, come hanno resistito alle insidie del tempo e come si presentano ad un assaggio secondo il gusto attuale, oggi ?
Una curiosità intellettuale e culturale che l’équipe di Bibenda ha provveduto ad esaudire con una degustazione attenta di 26 vini datati dal 1960 al 1969 le cui impressioni d’assaggio, firmate da quel giornalista sensibile e degustatore colto che è Armando Castagno, ci restituiscono lo spirito di una filosofia del vino che sarà pure datata, non così tecnicamente agguerrita e smaliziata come quella odierna, ingenua dal punto di vista del “marketing e della comunicazione”, ma indubbiamente vitale e sana.
Lo dimostrano, riassaggiati dopo 40 anni e più e trovati ancora in splendida forma, buoni non solo al riscontro cuore – cervello di un degustatore curioso, ma piacevolissimi da bere, equilibrati, vivi, ricchi di sapore, di una tensione e verità espressiva, vini come il Chianti Rufina riserva 1968 della Fattoria Selvapiana, il Valtellina riserva della Casa 1964 della Pelizzatti, ora Arpepe – “nobile ed elegante succo di roccia” –  lo strepitoso Barolo Monfortino 1961 di Giacomo Conterno, il Barbaresco 1961 di Giovanni Gaja, i Montepulciano d’Abruzzo 1960, 1965, 1967 ed il Trebbiano d’Abruzzo 1964 e 1968 di Valentini, il Recioto della Valpolicella Amarone 1967 di Bertani, il Barolo 1967 di Borgogno, il Brunello di Montalcino 1966 del Poggione, gli ineffabili Terlaner 1968 e 1969 firmati da Sebastian Stocker della Cantina di Terlano, il Brunello di Montalcino riserva 1969 (ma avrebbe potuto essere anche l’immenso 1964 da me recentemente degustato) di Franco Biondi Santi, il Torgiano riserva 1966 di Lungarotti, oggetto dell’assaggio retrospettivo di Bibenda. Un’atmosfera rarefatta tutta aromi terziari, ineffabili sfumature aromatiche, screziature e intarsi preziosi del gusto, patrimoni di eleganza, armonia, essenzialità, una capacità commovente di esaltare vitigno, vigneto e terroir, in questo dossier anni Sessanta, una delle pagine più originali e riuscite del giornalismo del vino di oggi e che non può che suscitare in molti di noi, pensando alle caratteristiche di troppi vini di oggi, costruiti per il presente e senza alcuna volontà di consegnarsi al futuro, di sfidare vittoriosamente le insidie del tempo, una divorante, malinconica, pessimistica nostalgia.
Si beveva forse meglio e si facevano dei vini più veri quando in Italia il vino e l’enologia erano ancora bambini ?

0 pensieri su “Vini anni Sessanta, che nostalgia ! Uno splendido dossier firmato Bibenda

  1. Ricordo con nostalgia un ottimo Chianti Classico Santa Cristina 1966 Antinori bevuto a Orvieto in enoteca, credo che ne facessero meno di mezzo milione di bottiglie, poi Piero scelse di fare del Santa Cristina quel che sappiamo, ma a piu’ di quattro milioni di bottiglie. Ricordo anche altri vini, ma e’ inutile allungare l’elenco perche’ gia’ quest’esempio e’ indicativo. Allora si bevevano vini rossi piu’ veri, ma non molti erano i vini rossi emozionanti. Oggi si fanno vini rossi con meno naturalita’, ce ne sono in media un po’ piu’ di buoni ed affidabili, ma di emozionanti ne trovo senz’altro di meno. Altro discorso invece per i vini bianchi e per i vini mossi (vivaci, spumanti) e passiti. Una volta i vini bianchi ottimi erano pochissimi, il resto erano gialli, poco trasparenti, trasandati. La tecnologia del freddo qui ha fatto davvero un miracolo. E i vini mossi o i passiti di oggi sono senz’altro piu’ puliti e sani, effetto anche questo della tecnologia.

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