Cosa fare per lanciare il Cirò ? Semplice: “de-cirotizzarlo” ! Così parlò Francesco Siciliani

Singolare, istruttiva intervista al Corriere Vinicolo (n°29 del 23 luglio) rilasciata da Francesco Siciliani, proprietario di una storica azienda vinicola cirotana che dopo qualche anno di silenzio è tornata a fare parlare di sé grazie ad un accordo commerciale e di distribuzione siglato con il veronese Gruppo Montresor.
Cosa racconta Siciliani al suo interlocutore ? Niente di speciale, propone ricette vecchie e già superate, per ovviare alla non eccessiva notorietà, a suo dire, del Cirò, il cui “momento non è ancora arrivato, e forse è anche un po’ colpa di noi calabresi”, sostiene.
Siciliani esordisce con una dichiarazione – “se avessi maggiori possibilità di sperimentare all’interno della Doc, il nostro Cirò sarebbe un prodotto ancora più moderno di quello attuale” – che mutatis mutandis ricorda un po’ il Palazzeschi futurista “e lasciatemi divertire !” – e dopo aver rivendicato “abbiamo fatto tutto da soli, anche la sperimentazione sui vitigni autoctoni” (cosa che, in verità, a Cirò e dintorni abbiamo visto fare, ma da ben altra azienda….), con quale proposta se ne esce ? Ma semplice, ovvio, banale, “de-cirotizzare” i Cirò, bianco e rosso, modificando, ça va sans dire, i “disciplinari molti rigidi” che “prevedono l’utilizzo del solo Gaglioppo per il rosso e del Greco per il bianco”.
Per il modernista e aspirante innovatore Francesco Siciliani la via maestra, “se vuoi sperimentare nuove strade, nuovi vitigni” è “uscire dalla Doc”. Come del resto loro hanno fatto con un vino, Igt Calabria rosso, realizzato con un blend di 80% Gaglioppo, 10% Magliocco e 10%, indovinala grillo !, nientemeno che di Merlot. Questo, a suo avviso, dovrebbe essere, anzi “sarebbe il Cirò del futuro, la nuova Doc come mi piace chiamarlo”, per ora confinato all’Igt, come accade ad un bianco aziendale dove accanto al Greco “abbiamo potuto sperimentare”, altra geniale novità, “un venti per cento di Chardonnay”.
Non cessa mai di stupire e questa testimoniata dalle dichiarazioni di Siciliani non è che l’ennesima conferma, la stravagante mentalità dei produttori italiani, i quali pur disponendo ormai, accanto alle denominazioni storiche, di svariate altre Doc e Igt (nell’area di Cirò in Calabria, oltre alla Calabria Igt c’è l’Igt Val di Neto, utilizzata con successo da altre aziende della zona), nelle quali possono trovare ospitalità tutti i loro vini “sperimentali”, si ostinano, anzi hanno la sublime sfacciataggine, di pretendere di modificare, a loro uso e consumo, le Doc e Docg per collocare nel loro alveo i vini che realizzano senza sottostare alle “costrizioni” dei disciplinari di produzione.
Ma non sarebbe ora di finirla, una volta per tutte, con questo indebito uso spinto da interessi privati e personali di un qualcosa, le denominazioni d’origine, che sono patrimonio comune ?
Per quale motivo siccome al Signor Francesco Siciliani non garbano più un Cirò rosso e rosato a base di Gaglioppo e un bianco a base di Greco a Cirò si dovrebbe modificare il disciplinare della Doc per inaugurare, nel 2007, una nuova fase dove i vitigni locali dovrebbero essere corroborati dalle solite uve migliorative, ovvero Cabernet, Merlot, Chardonnay ? Perché non lavorare, invece, per studiare seriamente le grandi varietà autoctone calabresi, per mettere a punto, mediante campi sperimentali, ricerche, prove, studi, cloni più adatti e vigneti più consoni alla qualità ed in grado di meglio adattarsi a quello che sempre più, in Calabria ed in tutta Italia, diventerà il Grande Problema, ovvero il global warming, il riscaldamento globale, il grande caldo che rende anche i vigneti cirotani quasi un’appendice d’Africa in Italia ?

0 pensieri su “Cosa fare per lanciare il Cirò ? Semplice: “de-cirotizzarlo” ! Così parlò Francesco Siciliani

  1. bevendo il ronco dei quattroventi ogni tanto qualche dubbio che gli esperimenti siano andati un pò in là mi viene…e comunque sempre per non fare nomi ma solo cognomi (Librandi) mi pare che la valorizzazione dell’autoctono anche in calabria sia la strada maestra.
    Nessuno si ricorda del MAntonico che Veronelli diceva avrebbbe soppianatatp lo chardonnay? o il greco di bianco? o il magliocco di Lamezia che ad esempio le Cantine Lento vinificano alla grande? e che cavolo sono 5 anni che vado in vacanza in calabria e la cosa più bella era proprio che non ero costretto a bere cabernet e merlot!

  2. Egr. dott. Ziliani,
    sempre a criticare le chiarissime cantine calabresi!
    Ma come,non ha visto come sono cambiate le cose a Cirò dopo la splendida programmazione dei fondi europei 2000-2006 ?
    Non ha visto quante cantine si sono affrettate a investire i milioni di euro piovuti (legittimamente)sulla sperimentazione e sul miglioramento del materiale ampelografico?
    Sulla promozione di un terroir che può vantare addirittura la premiazione in bottiglie di vino di tutti i medagliati di Atene 2004,cosa che ha avuto un grandissimo riscontro internazionale (parker non ne ha parlato solo per non danneggiare bordeaux,sa le solite cricche plutogiudaicomassoniche).
    Insomma basta con questo qualunquismo,ci vuole coraggio e spirito di innovazione a mettere merlot nel gaglioppo.
    Non vorrà mica cercare facili scorciatoie sperimentando vitigni autoctoni calabresi sconosciuti? E se poi sono buoni?

  3. Caro Franco;
    Ma se il Merlot, in Toscana ha problemi di caldo, e lo devono raccogliere ai primi di Agosto, in Calabria devono cominciare a meta Luglio !!
    Non capisco l’isolazione di questa Regione, quasi tutti i Produttori hanno Consulenze blasonate, hanno un parco vitigni unico al Mondo, un clima invidiabile da tutti, e alla fine di ogni anno si vede che la minuscola Valle D’Aosta prende piu riconoscimenti e ha vini piu interessanti.
    Non sono nemmeno capaci di rilanciare il Greco di Bianco dolce, che ha un potenziale enorme, in mia opinione superiore a tanti altri vini Italiani e non.
    Grazie
    Angelo

  4. Del resto cosa vuoi aspettarti…..nel cirotano funziona così!I giovani rampanti del paesello, quando non riescono ad emergere nella loro professione principale – vedi Francesco Siciliani laureato in legge – pensano di ripiegare facilmente nella professione di vignaiolo credendo che si tratti di un settore dove l’approssimazione e l’iprovvisazione siano sufficienti per raggiungere un risultato. Così non è e mi dispiace solo che, a pagarne le conseguenze, sia proprio il Cirò! Peccato!

  5. Sono pienamente d’accordo con l’opinione del Dott.Siciliani, nonostante non rientra in una mia conoscenza professionale.Anche io , nella qualità di operatore del settore, denuncio una la pochissima volontà dei vari produttori a dare delle performance al Cirò e di farlo uscire dalla blindatura di un disciplinare assai rigido.
    Nicola Trotta-Terre Borboniche Vini

  6. Purtroppo, c’è da condividere le considerazioni della calabrese docg, in data 3 agosto 2007, e ci sarebbe da aggiungere tanto altro ancora per meglio far comprendere la realtà e le vicessitudini del Cirò, ma (a mio parere) ancora di più – forse – per capire l’attendibilità delle indicazioni espresse di colui che appare (a chiunque non lo conosce neppure minimamente) come esperto agronomo, enologo e – ancora di più – imprenditore/industriale!!!!!!
    Per quanto riguarda l’autoctono “Cirò”, bellissima è la considerazione espressa da andrea gori, “””…e che cavolo sono 5 anni che vado in vacanza in calabria e la cosa più bella era proprio che non ero costretto a bere cabernet e merlot!”””, tralasciando ogni altra considerazione circa la “sperimentazione”.
    In merito, dico solo che i professionisti che seriamente avevano intrapreso la sperimentazione nei centri ARSAA, sono stati messi nelle condizioni di non mettere più piede in Calabria!!!!
    Altra considerazione (l’ultima altrimenti non finiremo più): a Cirò Marina (che vive di vitivinicoltura) esiste in istituto tecnico agrario che, a mio parere, non fornisce “idonea” specializzazione agrotecnca, agraria e nessuna enologica.
    In estrema sintesi: dovrebbero cambiare i soggetti (tutti quelli che sin ora hanno occupato le varie cariche e/o incarichi istituzionali e sociali), e dovendo stilare una graduatoria, a mio avviso, i produttori occuperebbero l’ultimo posto.

  7. sono un appassionato di vini,e mi chiedo anzi le chiedo;come mai un vino calabrese che ha ottenuto riconoscimenti come miglior rosato 2005 il Graysus etichetta grigia sia considerato mediocre dagli esperti della guida Vini d’Italia dellì’Espresso

  8. il vero mistero non é che la Guida dell’Espresso sottovaluti i rosati Grayasusi dell’azienda Dattilo, ma che qualcuno li abbia considerati come il miglior rosato d’Italia… E dico questo anche se conosco bene l’azienda, che ho visitato due volte, e posso dire di considerare Roberto Ceraudo, il proprietario, un amico. I migliori rosati di Calabria si fanno poco distante da Strongoli e sono il Cirò rosato ed il Terre Lontane di Librandi. Questa mattina a Madrid durante le degustazioni del Concorso Internazionale Bacchus ho degustato una batteria di rosados spagnoli, quasi tutti della zona di Navarra, ma anche della Rioja, del Somontano, de Cataluña ed i vini migliori avevano una freschezza, una succosità del frutto, una ricchezza croccante di espressione che i vini di Dattilo se la sognano…

  9. Stò scrivendo un libro sui vini calabresi,sarei felice se lei mi potesse aiutare.Ho avuto due ischemie che oltre l’uso parziale delle gambe mi ha tolto anche la parola,ma non la voglia di sapere del meraviglioso mondo del vino.

  10. Si sa la cultura del vino soprattutto in Calabria è latitante, cosi come in Italia.Purtroppo tutti parlano di vino senza conoscere bene i luoghi di produzione, i metodi di trasformazione e soprattutto le uve. Il Cirò ha potenzialità enormi, purtroppo manca da parte dei produttori( non per tutti)l’accortezza di rispettare determinate procedure di raccolta delle uve e di trasformazione delle stesse.Alla zona del Cirò il creatore ha regalato condizioni climatiche uniche per produrre dei grandi vini,ma purtroppo l’assenza di scuole di formazione,di sperimentazione, di supporto istituzionale e di marketing relegano la zona del Cirò a fanalino di coda nel panorama enologico nazionale.Nonostante tutto esistono giovani produttori che producono vini eccellenti.Un esempio per tutti è l’azienda Du Cropio, che per filosofia aziendale produce solo vini rossi, Il Don Giuvà doc superiore, e il Serra Sanguigna IGT.Durante il Vinitaly ho avuto modo di testare la possenza di questi vini,cosi autentici e tipici, di certo non omologati.Vini che lasciano il segno,cosi come la terra di Calabria.Altro che DECIROTIZZARE il Cirò, al contrario una oculata e attenta cura agronomica delle uve tutte di provenienza collinare,l’esatto periodo di raccolta,un protocollo di trasformazione rispettoso della materia prima,fanno di questi due vini un esempio vincente delle potenzialità del comparto enologico calabrese.

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