Dai Super Tuscan ai Tusco-international wines: o della faccia di tolla dei winemaker

Acciperbacco che fantasia fervida e che duttilità di pensiero dimostrano di avere quegli autentici “fenomeni” che sono i flying winemaker, gli enologi consulenti che dispensano tesori della loro sapienza indifferentemente dal Piemonte alla Toscana, dal Trentino alla Sicilia, contribuendo, con il loro know how, a quella omologazione e standardizzazione del vino (che in qualche caso rischia di essere sempre lo stesso, ci si trovi a nord piuttosto che a sud o nel centro Italia: l’Italia è non è il Paese delle autostrade ?) che è uno dei fenomeni più deteriori cui stiamo assistendo da tempo.
Per giustificare il loro operato questi signori profumatamente pagati – sto parlando dei cosiddetti enologi super star, quelli che aiutano a vendere, quelli che hanno feeling con le guide, la stampa specializzata ed i potenti importatori oltre Oceano, non certo dei tanti onesti e seri professionisti che concepiscono la loro professione di enologo con spirito di servizio e senza protagonismi di sorta – arrivano a dire tutto ed il contrario di tutto. Una dimostrazione ? Presto fatto.
In un recente articolo – Arezzo typically tuscan or for the tourist ? – scritto dalla wine writer inglese residente in Italia Michèle Shah e dedicata al Rinascimento, in gran parte dovuto all’azione mediatica e alla presenza in alcune cantine di qualche wine maker dei più celebrati – del vino nella Provincia di Arezzo, pubblicato sul numero di agosto della rivista inglese Decanter, si possono leggere, oltre che una difesa d’ufficio dell’opportunità di produrre Merlot in terra toscana che secondo l’enologo Lorenzo Landi (vedi) “mal si adatta ai climi caldi come, ad esempio, quello che trova in Toscana”, due dichiarazioni di segno assolutamente opposto. Nella prima l’enologo consulente Stefano Chioccioli – secondo il quale, per inciso, “non ci sono specifici problemi per il Merlot in Toscana” – parlando del rapporto tra vitigni autoctoni e vitigni internazionali nella terra di Dante, afferma che “la Toscana ha l’abilità di trasformare il carattere delle varietà internazionali in vini di unico e peculiare carattere indigeno e toscano”, ovvero sia che la forza del terroir toscano è superiore e s’impone giocoforza sulla varietalità dei vini.
Nella seconda un altrettanto importante personaggio che tramuta in oro, novello re Mida enologico, ogni vino che tocca, ovvero Carlo Ferrini, raccontando del suo lavoro presso la Tenuta Sette Ponti di Castiglion Fibocchi portata in soli undici anni di storia sino ai fasti dei riconoscimenti, per il suo Oreno, generosamente elargiti da Wine Spectator ( 5° e 10° in due successive edizioni dei celeberrimi Top 100), cosa ci dice ? Nientemeno, ed in perfetto stile cerchiobottista, che “nei terroir top della Toscana possiamo produrre Tusco-international style wines, come pure dei Sangiovese”.
Disinvoltura a parte del rivendicare la capacità della Toscana di esprimere tutto, basta lasciar fare agli enologi e dare loro mano libera per sbizzarrirsi, avete notato la nuova definizione di “Tusco-international” ? Non ci bastavano i Super Tuscan che hanno fatto danni, con la loro presunta superiorità e la loro indipendenza da regole, peggio della gramigna, ora, entrati in crisi i Super Tuscan, s’inventano nientemeno che il Tusco-international, il vino toscano conforme agli stilemi internazionali, il vino fatto in Toscana ma con ben poco di toscano perfetto per compiacere gli americani ?
Ma allora, mettiamoci d’accordo, una volta per tutte: è sto benedetto terroir toscano, come sostiene Chioccioli, che ha la forza incredibile di de-varietalizzare e rendere fortemente toschi i vari Cabernet, Merlot, Syrah, Petit Verdot (ecc.), oppure, come afferma “l’omino co’ baffi”, la Toscana è diventata, in molti casi, un’appendice di Nuovo Mondo in terra italiana, dove dai laboratori dei Dottor Mabuse del vino, escono terrificanti ibridi, vere concessioni alle mode, ai gusti dei vari Suckling, Parker e dei loro sostenitori, come i cosiddetti “Tusco-international wines” ?

0 pensieri su “Dai Super Tuscan ai Tusco-international wines: o della faccia di tolla dei winemaker

  1. Perché stupirsi per qualcosa che é ovvio, cioé che la maggior parte degli enologi lavora come il juke-box, basta infilare la moneta e scegliere la canzone da ascoltare?
    Al primo salone del vino di Torino ho sentito dire in conferenza dall’enologo di Chateau Margaux che l’Italia non ha i terroir e quindi i suoi vini non hanno carattere. Parole così si commentano da sole…
    I nostri enologi sono migliori dei francesi solo perché riescono a lavorare contemporaneamente con 81 aziende diverse e per telefono, forse hanno fatto il corso dal mago Houdini.
    Ma cosa vogliamo di più quando i disciplinari valgono meno della carta igienica? Abbiamo lasciato votare SI per l’IGT? Abbiamo creato dei mostri! Adesso lasciamo votare l’IGT ITALIA? Vorrà dire che berremo nel tetrapack del gran mosto allungato con l’acqua dell’Arno, o del Mincio, o del Po , tanto per accontentare gli amici del terroir…
    W l’Italia, W gli italiani !

  2. Il discorso mi pare semplice semplice: è evidente come per questi signori (e per i loro nobilissimi amici toscani) la Toscana rappresenti l’eldorado, un bel mercato aperto a tutti, uno stupendo laboratorio a cielo aperto nel quale potersi permettere la faccia tosta di esaltare il terroir nel medesimo istante nel quale lo si sta mortificando in maniera imperdonabile. Per loro “Toscana” fa rima con pu.., e mi sembra chiaro che adesso il compito di non svendere identità territoriale, cultura e tradizione al miglior offerente spetta tutto ai produttori; da parte mia sono convinto che chi tra loro sarà capace di resistere, puntando sulla forza del vitigno autoctono e su una visione economica a medio-lungo termine, troverà una preziosa sponda in coloro che fanno informazione in maniera seria e onesta. Ad ogni modo la definizione “Tusco – international” è a mio avviso ridicola (perchè si poggia su un prestesto palesemente forzato, quello del fantomatico terroir che si adatta a tutto e al quale tutto si adatta) quanto pericolosa, perché gioca fin dal principio su un evidente tentativo di seduzione delle platee anglosassoni (più che altro quella americana, chiaro) che di solito tende a funzionare in virtù di quell’idea di Toscana=alta qualità della vita e quindi vino toscano=status symbol.

  3. le parole hanno una grande importanza, specie se associate alle cose e ai prodotti.
    La Toscana, quella del vino almeno è molto tempo che si chiama Tuscany

  4. E’ finita l’epoca delle vacche grasse, e non basta realizzare una cantina d’effetto o assoldare un enologo di grido per diventare leader di mercato e anche chi ha storia e blasone deve far i conti con il consumatore.
    C’è ancora chi compra per status, ma i super-tuscan spesso rimangono in cantina ed inglesi ed americani non sono disposti a spendere cifre da capogiro per comprare vini tutti uguali, quindi lo svecchiamento dei termini con l’introduzione del nuovo Tosco-international non può avere vita lunga perchè il terroir non si crea con due parole nuove ma nasce da una cultura radicata nel territorio e dal rispetto delle tradizioni locali (metodi di allevamento, ceppi per ettaro, vitigni autoctoni, affinamenti adeguati…).

  5. da un discorso che ci fece il Pallanti di Castello di Ama, almeno per il chianti si può parlare di vini “moderni” “tradizionali” e “internazionali” laddove moderno ad esempio è Fontodi, tradizionale è Cacchiano (almeno fino a 2 anni fa, pre-chioccioli) e internazionale è Castello di Brolio (quindi Ferrini…).
    Dal fronte chianti quindi le toscane non sono solo due ma addirittura 3! e in effetti nelle bottiglie ci si sente di tutto. E comunque io da ottimista toscanista sono per il terroir che toscanizza tutto quello che ci cresce sopra!

  6. Forse le Toscane potrebbero essere 4…
    Mi sono venute le parole del mio amico Marek Jarosz che tornando dalla Toscana mi scrisse: “Ho provato così una sensazione violenta, come se da qualche parte a Firenze esistesse un enorme tino dove si mescolano tutti i vini del circondario per imbottigliarli ed etichettarli come vino DOCG per diversi produttori. Un miscuglio ovviamente privo di tutto ciò che è importante nel vino, cioè la personalità, il carattere, l’anima. Ma che sicuramente si vende bene”.
    Il resto delle sue opinioni, che condivido, e’ su http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=1752 e su http://www.enotime.it/zoom/default.aspx?id=1892

  7. In una frasetta dell’articolo di Ziliani sta molto del brodo: l’Italia e’ il paese delle autostrade. Chi ha orecchie per intendere intenda. Ah: quest’anno la stagione e’ molto avanti, circa un mese. Il che significa che le autobotti sono gia’ in giro.

  8. Caro Filippo, hai proprio ragione!Il Camartina 1988 è stato la prima annata di questo vino in commercio perlomeno fra il grande pubblico e la migliore bottiglia prodotta fra tutte le annate successivi. Ma come ha fatto il produttore solo dopo pochi anni a produrre un vino così buono da far trasalire i vari guru??
    Un amico agronomo che lavora all’Università di Firenze e collabora con alcune aziende toscane mi ha sempre detto: caro Domenico le cantine sono buie e il vino è più sulle strade che nelle cantine.

  9. condivido il tema di fondo dell’articolo. mi occupo, anche professionalmente, di vino e a dire il vero di questi super tuscany non ne posso più. li trovo banali; mal fatti, carichi all’inverosimile e…. non propriamente toscani. sono vini fatti su dettatura: parker scrive…. l’enologo (superstar)esegue, parker premia, il consumatore compra, il criticonzo locale esalta, la piccola azienda si impressiona e ricorre alla consulenza del superstar che proporrà (visto il limitato budget a disposizione)la riproposizione di un modello di vino nuovo che deve andare bene per tutti. nell’articolo si cita ferrini. premettendo che sono un siciliano, estimatore di vini siciliani, mi sono accorto che il rosso del conte di Tasca d’almerita e il mille e una notte donnafufìgata sono diventati praticamente la stessa cosa.

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