Danni collaterali: l’estetica delle guide e la mentalità stravolta dei produttori di vino

Prima o poi a qualcuno bisognerà pure presentare il conto per i danni oggettivamente provocati nel mondo del vino italiano, indotto a diventare e credere di essere altra cosa rispetto a quello che, secondo buon senso e logica, avrebbe dovuto essere ! Ai signori delle guide, che avrebbero dovuto limitarsi ad informare il consumatore sul panorama produttivo di casa nostra e che invece sono diventati, da semplici informatori, formatori del gusto, creatori e portabandiera di un’estetica e di una filosofia del vino spesso astratta dalla realtà e lontana – e nemica – delle esigenze di chi il vino vorrebbe soprattutto berlo, portatori di interessi non sempre chiari, si dovrà pur chiedere ragione per gli effetti deleteri della loro azione…
Tre semplici esempi, per dare un’idea dei “danni collaterali” causati, della confusione mentale in cui oggi, causa la guido-mania imperante, versa larga parte del mondo del vino. Siamo in Toscana, una delle zone che più ha risentito del cosiddetto “spirito del tempo”, delle logiche, se così possiamo chiamarle, ancora dominanti.
Tre veloci flash ricavati nel corso di recentissime visite ad alcune cantine della zona di produzione di uno storico vino. Arrivo nell’azienda XY e vengo accolto da uno dei responsabili. Una simpatica, schietta figura di contadino, tuta blu, mani callose, battuta pronta, una lunga storia di lavoro e di fatica spesa nei vigneti, tenuti benissimo e condotti con ogni cura. Davanti ad una vigna particolarmente bella il contadino, un’età più vicina ai settanta che ai sessanta, improvvisamente mi fa: “adesso qui tra un po’ butteremo giù un bel po’ di uva, perché dobbiamo ottenere il vino da barricare e da presentare alle guide per cercare di fare bella figura”.
Frase detta senza alcuna convinzione e partecipazione emotiva, come se si trattasse di una regola, non scritta, cui attenersi, perché così vanno le cose oggi, perché così è “il mercato”…
Seconda visita. Incontro un altro produttore, anche questo di età matura, capelli bianchi, lunga esperienza di lavoro. In una discussione dove gli faccio notare come la Doc riservata a vini rossi, di ogni tipo, dal Sangiovese al Cabernet o al Merlot in purezza, creata una decina d’anni fa, con confusa ispirazione simil bolgherese, nella sua zona, universalmente nota per la produzione di vini bianchi, fatichi ad emergere, non prenda piede, non si sviluppi, non abbia un’immagine precisa, il produttore mi risponde attribuendo questa stasi non alle scelte confuse che hanno creato un disciplinare di produzione tanto aperto da impedire di fatto la formazione di qualsiasi identità, ma, parole testuali, al fatto che “sinora né Wine Spectator né Robert Parker hanno ancora dato un 95/100 ai rossi della zona” e che di “tre bicchieri ne sono arrivati sinora troppo pochi e a poche aziende, per poter determinare un’immagine forte di grande terra da rossi”…

La terza visita è ad un’azienda leader della denominazione in cui mi trovo, un marchio che molto ha fatto per far conoscere in Italia e nel mondo i vini prodotti su queste belle colline.
Recentemente l’azienda è stata acquistata da una grande gruppo internazionale che oltre a consolidare la produzione ha grandi progetti per il futuro, come mi illustra il general manager della casa. L’obiettivo numero uno, oltre a consolidare una produzione in grandi numeri del vino simbolo della denominazione, è, vedi sopra, fare crescere l’immagine, non proprio esaltante, dei vini rossi Doc prodotti, accreditare l’idea che in quella enclave di bianchi si possano ottenere rossi in grado di confrontarsi con i grandi rossi, classici e non, prodotti in terra toscana.
Obiettivo sicuramente rispettabile, se ci si crede, degno di investimenti, di lavoro, di ricerca, studio, fatica. Ma come pensate venga perseguito, con un lavoro scientifico di studio delle zone dove sono piantate le uve rosse, con sperimentazioni, prove di vinificazione, con una paziente opera di verifica delle varietà più adatte, delle modalità di vinificazione più indicate ?
Niente affatto. Il progetto “grande vino rosso in terra di bianchi” verrà perseguito, molto più semplicemente e comodamente, con una scelta, più di marketing che tecnica, affidandosi alle sapienti mani e all’immagine vincente di un notissimo enologo consulente coi baffi, amico delle guide italiche, coccolato dall’influente stampa internazionale di lingua inglese, ritenuto in grado, novello Re Mida dei giorni nostri, di tramutare in oro, ovvero in vini fregiati da molti bicchieri, stelle, grappoli e pompati da valutazioni da 95/100 in su, normali vini, spacciati per vini grandissimi mentre invece grandissimi non sono affatto.
C’è da scommettere che in pochi anni, così come ha saputo far diventare grandissima zona di produzione – sempre secondo guide e wine writer d’oltreoceano – il misconosciuto aretino, il magico wine maker tirerà fuori, come non importa, il top wine anche da questa zona conosciuta soprattutto per il suo storico vino bianco…
E con effetti devastanti come questi, con una simile distorsione di un’idea di tradizione, tipicità, terroir, di qualità legata ad una storia, con una tale capacità di indurre i produttori ad accettare come automatiche e ineluttabili scelte che intimamente, se non fossero vittima di un maligno incantamento, non potrebbero condividere, come non chiedere a guide e stampa “specializzata” (soprattutto nel raccontare frottole) di rendere conto del proprio operato e di salire sul banco degli imputati per provare, se ne hanno la capacità, di difendersi ?

0 pensieri su “Danni collaterali: l’estetica delle guide e la mentalità stravolta dei produttori di vino

  1. Contento di rileggerti, Franco. A cio’ che scrivi aggiungo che anche un conoscente che possiede 2 soli ettari e produce Dolcetto di Ovada ha espiantato 1 ettaro per piantumare altri vitigni e ha comprato una barrique, quindi il problema non e’ solo di grandi e medie aziende, ma sta raggiungendo perfino la base produttiva. Quella che, se stravolta, vedra’ il nostro Paese diventare una novella California con ulteriore peggioramento gustativo e una conseguente nuova riduzione del consumo pro-capite di vino

  2. Caro Franco probabilmente non sarai forse d’accordo con l’autocritica che sto per fare ma è quello che penso. Anche alcuni di noi hanno, ormai, abbassato la guardia ed allentato la presa. Almeno, parlo, rispetto al passato. Non volevamo essere tacciati per talebani del vino, di criticismo ad oltranza, di frustrazione da gambero, e così via discorrendo. Abbiamo iniziato a convincerci che qualcosa stesse cambiando a livello di gusto/i, e non solo in Italia, ma anche all’estero. E forse sarà pure così. Mentre scriviamo che la gente è stufa dei vini roverizzati, iperconcentrati e merlottizati in alcune zone d’Italia soprattutto il mio/nostro meridione questa moda sta continuando a far vittime, spesso bravi piccoli artigiani che avevano cominciato a fare in proprio e, soprattutto, a far bene. Può essere che mi sbagli mi sembra però che i nostri attacchi quasi quotidiani alla stampa e alle guide di regime abbiano oggi assunto una cadenza molto più diradata e sfocata. Purtroppo questi pezzi finiscono per essere additati, oggi e spesso, da molti nostri colleghi, come anacronistici e faziosi.
    ciao
    fabio

  3. A me sembra un allarmismo un po ingiustificato. Chiunque frequenti il mondo del vino nel profondo sa che ormai quella stagione di vini e di stili sia passata. Può darsi che questo ancora non abbia permeato il grande pubblico e i produttori “più lenti” a reagire, ma è un processo che ha preso ormai il via, e per alcuni anni continuerà a crescere. Persino in USA, che per certi versi sono la patria e persino i maggiori promotori di certi vini super estratti, legnosi, super fruttoni, il vento sta cambiando, e ormai certi chardonnay da caricatura li bevono solo i meno avveduti. Da noi poi è ormai acquisito. Un vino su tutti: vi ricordate lo Chardonnay di Planeta, per un certo periodo, fino a tre-quattro anni fa, uno dei vini di maggior successo dell’azienda siciliana? Dove è finito, qualcuno ne sente più parlare?
    Gli eccessi ci sono stati, e ancora ci sono, non c’e’ dubbio. Le guide hanno cavalcato e in alcuni casi rimarcato queste tendenze. Ma a mio modesto giudizio il tutto nasce dalla nostra inevitabile ignoranza, pochezza culturale, ritardo nel affrontare la cultura alta del vino. E dico inevitabile, perché figlia della nostra povertà materiale, che risale a poco tempo fa, ad un mondo contadino spesso fatto di pezzenti, ad una cultura alta del cibo arrivata tardi, e anch’essa ricca di contraddizioni ed eccessi da contadini arrichiti. Un pò come quelli che negli anni 60 si vestivano con improbabili completi a righe e cravatte sgargianti, scarpe bianche, oro e collane, direttamente passati dalla fame al benessere relativo.
    Così è la nostra storia, e scorciatoie non ve ne sono, tanto più nel vino che è frutto della vite che ci impone una esperienza ed una sola all’anno. Quante vendemmie farò nella mia vita professionale, forse 40? Quanti anni ci vogliono per sperimentare un territorio, tanto più in un paese come l’Italia dove la ricerca, in tutti o quasi tutti i settori, è al lumicino.
    Ci siamo dovuti passare dalla cafonaggine del vino, ma ormai la parte più grossolana ce la stiamo buttando alle spalle. Non che siamo arrivati ancora da nessuna parte, ma almeno abbiamo capito che non eravamo neanche partiti. E’ già qualcosa.
    Ma non siate eccessivamente severi, e lasciamo i talebani ad altri contesti. Nessuno nasce imparato, si diceva una volta, e purtroppo di eredità i nostri predecessori ce ne hanno lasciate ben poche, a parte alcune, pochissime, notabili eccezioni.

  4. Siamo sicuri che invece….alla rovescia….il problema non siano le Guide…..ma la Toscana stessa??? A parte Montalcino e qualche eccezione nel Chianti ( e forse un paio a Bolgheri) siamo sicuri che la Toscana non stia vivendo un feroce crisi d’identita’ di prodotto??? Che tutti questi uvaggi,tutti uguali tra loro non portano ne’ 1 nè 3 bicchieri, costano sempre troppo, e rimangono perlopiu’ invenduti???
    Che territorialita’ trovo in un banale rosso composto da Cabernet,Merlot,Syrah e una parte di sangiovese, che magari costa sopra i 30 euro???

  5. Posto che la vite che si pianta oggi darà un vino da bere minimo fra 5 anni, non dimentichiamolo, parlando da un punto di vista professionale ho notato che l’inversione di tendenza é già iniziata. Due i punti fondamentali: il consumo da parte dei giovani, che non sono intenditori, é rivolto a vini autoctoni freschi e che costino poco o il giusto. Dunque i super IGT sono tagliati fuori dal consumo e quindi dai ricavi e possono solo posizionarsi nei mercati del lusso emergenti, Russia in primis. Anche il piccolo produttore ha le barriques in casa, ma non é detto che le sappia usare. Ha espiantato le vecchie vigne per sostituirle con uve internazionali, quindi si é condannato a morte da solo perché non venderà i nuovi vini, di scarsa qualità grazie alla sua incapacità a farli. E non sapendo posizionarli sul mercato, perché ignora le leve del marketing, li venderà sfusi alla GDO fino a quando, strozzato nella morsa del pagamento a 120 giorni non fallirà e le banche gli ipotecheranno i terreni per poi rivenderli ai vari megagruppi. Rimarranno solo i nomi storici che da sempre lavorano bene e curano l’autoctono e gli industriali con i dané che fa figo avere il vigneto piuttosto che la squadra di calcio. Questa sarà l’Italia da bere. E non sappiamo ancora che fine faremo dopo il decreto UE del 28/03/08. Nel frattempo rincuoramoci, ma sì dai, tutto va bene così… W le guide!!

  6. Parole sante, caro Franco!
    Ma sono rincoglionito o sarà una coincidenza che gli assaggi che ultimamente mi hanno fortemente deluso sono proprio quei vini iperpremiati dalle guide e da certa stampa, quasi tutti Superqualcosa (Tuscan, Friul,Venetian, ecc.), nessuno ovviamente di doc storica o con uve del territorio e nella maggior parte dei casi Mischioni a base di Internazionali….
    Max Perbellini

  7. intanto grazie Franco per non aver messo la foto della “nostra” Duemilavini AIS tra le guide che mostri! Ma un pochino anche noi ci siamo “macchiati” di qualche ingenuità su alcuni grandi vini che però grandi vini rimangono! voglio dire è vero che si sono perse grandi espressioni di tanti terroir ma al contempo non si pò negare che alcuni vini siano di grandezza assoluta! Voglio dire magari un Ornellaia di Toscano non ha nemmeno un accento ma resta un grande vino se non alla pari di certi francesi, di sicuro con molti californiani. e lo stesso si può dire di altre realtà piccole o medio piccole (per restare nel bolgherese e simili michele satta, petra, argentiera…).
    Quanto alle guide, direi che non obbligano nessuno a comprare un vino e non obbligano nemmeno i produttori a mandare i loro vini! Magari ha un senso per Banfi Antinori Frescobaldi Ruffino e altri che devono vendere 10 milioni di bottiglie all’anno ma tanti altri potrebbero fare a meno delle guide! Semmai forse è la categoria dei giornalisti che dovrebbe fare un pò di autocritica soprattutto sul fatto che si scrive di più su Casanova di Neri che su Soldera Case Basse o Poggio di Sotto…

  8. Fabio, essere additato da colleghi giornalisti come anacronistico e fazioso per quello che scrivo, ad esempio questo post, é per me motivo d’orgoglio. Del consenso di conformisti, lecca…o e altro non so che farmene…

  9. @Gianpaolo: sono – e sono sempre stato – pienamente d’accordo e solo per pure questioni di gusto personale : i vini palestrati o meglio “cantinati”, vini orso, vini con gli steriodi anabolizzanti e in genere vini non equilibrati , non mi sono mai piaciuti. Il vino é armonia. Mi sembra peró che il collega giornalista metta l’accento su gli strascichi economici delle mode…..

  10. Io questo cambiamento in atto non lo vedo. Sarò pessimista, non sarò pure in grado di leggere il mercato e l’attuale momento, ma quel genere di vino, palestrato etc…per quel poco che vedo nella realtà che frequento (Milano), quindi assolutamente parziale, continua a furoreggiare. Probabilmente, anche altri vini, fatti con altri stili, cominciano a vedersi o intravedersi maggiormente rispetto al passato, soprattutto se trainati da qualche moda (e penso alla schiera di vari vini veri, triple A etc…), ma nulla che mi faccia dire: sta cambiando realmente qualcosa. Sento da un po’ parlare di questo cambiamento, ma per adesso mi sembra più un auspicio, un desiderio, che non realtà.
    Gianpaolo, tu citi, esempio azzeccatissimo, lo Chardonnay di Planeta. Io lo vedo ovunque, gettonatissimo e richiestissimo. Probabilmente se ne parlerà anche meno rispetto al passato, ma non mi sembra che il gradimento per quel genere di vino sia cessato, anzi, ha fatto sì che spuntassero anche tanti simil cloni di quella bomba.

  11. Voglio sottoscrivere dalla prima all’ultima le parole di Alessandro. Almeno per quanto riguarda Napoli e la Campania. Segnali debolissimi… Le eccezioni ci saranno pure, figurarsi, ma una rondine non fa primavera.

    Franco mi sono espresso malissimo. Sarò più esplicito. Mi riferivo al fatto che mi aspettavo un pezzo come questo tuo già in occasione della celebrazione dei Super T pubblicata da F.M.Ricci su Bibenda n°24.

    So benissimo che anche in quell’occasione sei intervenuto a stigmatizzare certe posizioni e sottilineare la tua NON condivisione ma ho colto toni completamente diversi e, soprattutto, bersagli deviati. I punteggiONI in quell’occasione li hanno dati Costantini e Grippo collaboratori di F.M.Ricci, direttore della rivista. PunteggiONI che hanno indistintamente premiato, in quel pezzo, sangiovese 100% e tagli bordolesi o pseudo-tali.

    Per la cronaca sempre Bibenda ha premiato nel 2003 come enologo dell’anno quel “notissimo consulente coi baffi Re Mida di cui tu parli”.

    Quindi non posso essere d’accordo che “…,sono rimasti, Milioni e qualche guida a parte, solo alcuni irriducibili wine writer americani, ad esempio l’ineffabile James Suckling di Wine Spectator,..”

    Poi può essere benissimo che mi sbagli.

  12. Parto dalla frase, secondo me, più significativa: “come non chiedere a guide e stampa “specializzata” (soprattutto nel raccontare frottole) di rendere conto del proprio operato e di salire sul banco degli imputati per provare, se ne hanno la capacità, di difendersi ?”

    Già, come fare? C’è chi ci prova ed è difficile perchè gli interessi, svariati, sono tanti e tali che non sempre è facile e si rischia di perdere il filo della coerenza.

    La stampa specializzata, che spesso riporta frottole o mezze verità, non è però un invenzione di un signore oscuro o l’ineluttabile destino di qualche albero, se va meglio di carta riciclata.
    E’ il frutto del lavoro di persone che, a volte, di quello ci campano e che a volte per la “pagnotta” non seguono i propri istinti ed il proprio vero pensiero. E lo fanno con mirabile mestiere!

    Ed ecco che di fronte all’accusa diventa disarmante la difesa del “devo pure campare”, non già per tutti quei casi palesi ed eclatanti di guide … “guidate” da campioni provenienti da barrique ad hoc, ma per tanti altri casi dove genericamente si accusa tutti per non accusare nessuno: il vino del 2003 fa schifo? bene! Tiriamo fuori una dozzina di produttori (magari i minori, magari i meno noti) che se la sono cavata e tacciamo sui big che, tra qualche tempo, nell’oblio dell’esaltazione della vendemmia 2004, o di quella del 2005, potranno comunque vendere ai soliti prezzi, senza pudore e senza qualcuno – tra i giornalisti del settore e dalle pagine delle riviste specializzate – che abbia l’onestà intellettuale di fare opportunamente dei nomi nel sacrosanto diritto di critica.

    E questo, alla lunga, confonde il lettore comune e non aiuta i produttori a fare meglio. E fa somigliare tra di loro tutte le guide e tutte le riviste.

    Qualcuno ci prova, magari in modo naif, magari sbrodolandosi addosso, magari rasentando l’eccesso, ma davvero vedo zero persone pronte a cogliere lo spirito della critica, per affinarne le capacità di analisi e di obiettività e, invece, diverse persone che allargano le braccia sorridendo con rassegnazione piuttosto fastidiosa.

  13. Ma non si può buttare tutta la responsabilità addosso alle guide, come se esse stesse non siano state influenzate da un certo clima e da un certo contesto storico. E il contesto storico è quello di anni in cui si veniva da una situazione dei vini italiani che poco si sbaglierebbe a definire disastrosa. Non tutti i vini erano quegli esempi di raffinetezza ed eleganza che oggi si vuol credere che fossero. Parecchi vini erano poveri, magri, sgradevoli, difettosi, invendibili.
    Da qui un movimento che, pur con molti eccessi e forzature, ha portato alla rinascita del vino italiano, anche, e non è poco, come successi commerciali nel mondo. Negare questo vuol dire negare l’evidenza.
    E’ chiarissimo, almeno per me, che questo è stato solo il primo passo, e che da lì e guardando agli esempi di alcuni vini del passato, pochi, in grado di delineare altri stili e altra classe, che si deve necessariamente partire.
    Quello che voglio dire è da questa fase precedente, figlia di quella ancor precedente che era forse peggiore, si doveva per forza passare per arrivare a qualcos’altro, che oggi per me si comincia a vedere, non dappertutto e non da chiunque, ma incontestabilmente. Sarebbe incomprensibile riproporre oggi certi vini del passato, e sicuramente ce chi ancora lo fa e continuera a farlo fino a che il mercato non gli chiuderà completamente le porte, ma si possono comprendere col senno del poi. Ora avanti per la 3° repubblica del vino, e si può scommettere che non sarà l’ultima, ma forse migliore delle altre 2.

  14. Caro Gianpaolo non la penso affatto così. Non ritengo che la “rinascita” ed il “successo” dei vini campani nel mondo dovessero necessariamente passare per le Feci di San Gregorio. I loro vini hanno avuto effetti distorsivi e perversi sulla promozione e riconoscibilità delle nostre uve autoctone e di alcune delle nostre denominazioni più prestigiose (il Greco che sa di banana, flanghina e fiano idem, l’aglianico completamenmte piallato, merlot fuorilegge, ma andate a quel paese!). Io avrei preferito che i vini della mia regione rimanessero sconosciuti piuttosto che raggiungere la fama e gli onori (ma quali onori???) in questo modo. SE tutti quanti ci fossimo sforzati già in passato di sostenere, invece, quegli esempi virtuosi che pure son sempre esistiti forse ci sarebbe voluto più tempo (?) ma stai sicuro che non ci troveremmo a discutere di questo. Un altro esempio che faccio spesso, negli ultimi tempi, su tutti, e chiudo, riguardo al discorso guide/stampa, è sulla Calabria: Ippolito e Librandi (senza nulla togliere a quest’ultimo). Qualcuno ne vuole parlare ?!

  15. Mi sorprende sempre, ma poi non più di tanto, riscontrare come i più grandi difensori delle guide siano sempre (come accade in questa discussione) i produttori…

  16. Io farei anche un’analisi su quante copie delle guide restano invendute sugli scaffali delle librerie e su quante vengono regalate per gonfiare la tiratura, perché con i prezzi che hanno oggi si bevono almeno 3 buone bottiglie.
    Ricordatevi che sarà sempre il mercato a decidere, nel bene e nel male ovviamente, e che funziona con velocità diverse. Strombazziamo tanto i risultati dell’export di quest’anno (+18% il vino italiano) per poi scoprire che in Russia, paese enorme per popolazione e per bevitori, bevono in media 6 litri di vino l’anno. Meditiamo un pò prima di fare i pavoni in giro…

  17. @Fabio Cimmino. Quando dico che si “doveva” passare per una certa fase, il significato del verbo “dovere” non è quello di una scelta o di una preferenza, ma quello di un processo storico e di crescita invevitabile. Allo stesso modo in cui si dice “si deve andare via dalla propria terra per toranare ad apprezzarla in pieno”. Tra l’altro io non sono così sicuro che i Feudi di San Gregorio abbia rappresentato una calamità per la Campania, né capisco l’affermazione che fai quando dici: “Io avrei preferito che i vini della mia regione rimanessero sconosciuti piuttosto che raggiungere la fama e gli onori (ma quali onori???) in questo modo”. Non ti sembra di esagerare un tantino? Io stavo cercando di portare un po di equilibrio e di contesto storico nella discussione, ma se si fa ricorso ad affermazioni apodittiche è meglio lasciare stare. Un pò di iconoclastia non fa mai male, e poi oggi la fanno tutti. Sembra di vedere quei film western dove il cattivone di turno viene messo con la testa dentro un buco e fatto bersaglio con le torte in faccia e poi cosparso di pece e di piume.

    @Franco Ziliani: anch’io mi sorprendo, ma poi non più di tanto, nel vedere che chi considera le guide il cancro del vino siano sempre (come accade in questa discussione) quelli che non le fanno…

  18. Mi sorprende sempre, ma poi non più di tanto, riscontrare come i più grandi detrattori delle guide siano abbastanza di frequente (come accade in questa discussione) i giornalisti del settore o … quelli che “giornalisti del settore” vorrebbero essere.

  19. Non esagero.

    La storia la conosco bene. Almeno quella del vino campano…

    E’una questione di prospettiva, vedi.

    C’è chi pensa (come probabilmente tu ed altri) che senza Feudi non ci sarebbe stata alcuna chance per i piccoli artigiani come Villa Diamante. C’è chi, invece, come il sottoscritto, è convinto che senza Feudi ci sarebbero oggi molte più Villa Diamante.

    Non so se rendo l’idea…

    Nella vita come nel vino si cercano di imitare esempi di successo dimenticandosi troppo spesso (o sottovalutandoli) gli aspetti etici ed estetici.

    Feudi è un esempio di successo anti-etico ed anti-estetico. Tutto qui.

    Il fine (in questo caso il successo commerciale) non può essere valutato in maniera avulsa dal mezzo (vini irriconoscibili dal punto di vista territoriale e varietale).

    Nessun pregiudizio.

    Mi sa che sei tu ad avere pregiudizi sulle mie considerazioni… giudicando le mie affermazioni apodittiche e paragonando gli interventi altrui ai western all’italiana.

    Quando vuoi possiamo bere insieme qualche bottiglia di Feudi e poi ne riparliamo(paghi tu sia ben inteso, io ho già dato).

  20. “grandi detrattori delle guide”
    …è una definizione generica. Oggi in Italia di guide se ne fanno diverse mentre in questo caso si sta parlando in particolar modo del ruolo svolto dalla più importante ed influente cioè quella del Gambero Rosso.
    Tra l’altro sarei pure in conflitto di interessi (oltre che stupido) dal momento che io sono due anni che partecipo a quella ai Vini Buoni d’Italia del Touring.

  21. @Fabiocimmino .Guarda Fabio, sei tu che stai spostando la conversazione verso un inutile diatriba “Feudi sì/Feudi no”. Personalmente non mi importa più di tanto di Feudi, né sono stato un estimatore e né un consumatore, neanche ai “tempi d’oro”.
    Mi interessa ripercorrere un epoca, e capire che cosa è successo e perché. Che tu o io lo vogliamo o no Feudi è un realtà di quell’epoca, visto che ci sono stati e probabilmente ci sono anche oggi, milioni di consumatori di quei vini. E come Feudi ci sono tante altre piccole o grandi realtà che sono cresciute, prosperate, e che oggi per molti appassionati (per alcuni anche prima) hanno poco senso.
    Vogliamo liquidare il tutto dando la colpa alla guida del Gambero Rosso? Non vi sembra alquanto, giusto per usare un aggettivo sobrio, eccessivo? Mi chiedo, e forse anche altri si chiedono, se è buon giornalismo sbrigare la pratica di un decennio di vino accollando tutti gli eccessi e i difetti ad una guida o ad una ristretta cerchia di persone?
    Forse può far piacere a qualcuno una semplificazione del genere, ma mi sembra che lasci fuori tutta un epoca, che ha avuto luci ed ombre, che ha visto la rinascita del vino italiano dalle ceneri dello scandalo del metanolo, dai chianti acidi e color mattone (no, prima che qualcuno lo dica, non sono un fan dei chianti ciccioni e iperpalestrati) che erano considerati il vino dell’emigrante.
    Forse la storia meriterebbe di essere raccontata meglio, se uno la vuol raccontare. Se poi gli intenti sono solo polemici sai che novità, basta girare per la rete per non vedere altro, sia nel cibo che nel vino.

  22. ” in questo caso si sta parlando in particolar modo del ruolo svolto dalla più importante ed influente cioè quella del Gambero Rosso.

    Non sono d’accordo. Almeno non mi è sembrato che FZ si stesse riferendo alla sola guida del crostaceo. Anzi, nel suo post (mi autocito) “si accusa tutti per non accusare nessuno”. Diversamente mi chiarisca.

    E poi, siamo davvero sicuri che le altre guide siano così diverse? A me pare che ci sia una certa unità di intenti e se oggi si da addosso alla barrique lo si fa comunque tutti assieme.
    Se domani si desse addosso alla poltiglia bordolese lo si farebbe tutti assieme.

    Io lamento una generale scarsa indipendenza NELLE/DALLE pagine di riviste e guide (di carta) mentre mi sembra che la rete (blog, newsgroup e forum) abbia più coerenza, espressività ed indipendenza.

    Forse forse, se alla fine analizzassimo il fenomeno come farebbe Baccaglio, i più indipendenti potrebbero essere proprio i produttori.

    PS Non ho mai letto la tua guida, Fabiocimmino, sorry, cercherò di colmare la lacuna

  23. Giusto per correttezza non è la mia guida, collaboro solamente, sono una delle 15 (quindici) persone impegnate nelle commissioni di degustazione che assaggiano Campania/Basilicata/Calabria e quest’anno più che probabilmente ci troverete pure Feudi in guida e forse finanche premiata…

    Io ho sposato l’attenzione su Feudi e la Campania unicamente perchè mi piace parlare di quello che conosco o penso di conoscere. Tutto qui.

    Comunque visto che sono andato fuori tema, una curiosità Gianpaolo cosa ne pensi del Morellino di Vigna I Botri ?

  24. Il problema non è o meno l’esistenza ed il successo commerciale di aziende come Feudi, ma della proliferazione di aziende che hanno cercato di emulare quel modello, stilistico e commerciale, replicando cloni improbabili, abbandonando magari una tradizione ed uno stile propri, sull’onda del successo di altri. Che ci siano aziende di grandi dimensioni, che riescono ad avere, per mille motivi, successo, sia di critica che commerciale, sia in Italia che all’estero, non l’ho mai reputato un problema, anzi. Penso ci sia spazio per Feudi e Villa Diamante. Il problema è: è vero che c’è spazio per entrambi? oppure ad un certo punto c’è stato solo per aziende come Feudi e poco o nulla per aziende come Villa Diamante all’interno delle guide più importanti e di prestigio e di un certo tipo di critica? E’ possibile che abbia cittadinanza solo un unico modello per poter essere presenti? Quando si leggono affermazioni come quella riportata dal post dal quale siamo partiti che dice: “…dobbiamo ottenere il vino da barricare e da presentare alle guide per cercare di fare bella figura”, questo mi spaventa perchè denota una visione del vino ad un unica dimensione.

  25. Ma invece di fare la solita scaramuccia fra guelfi e ghibellini, perché non torniamo al nodo della discussione e diciamo che le guide hanno orientato troppo i produttori a fare un vino che incomincia a non piacere più a nessuno e soprattutto costa troppo rispetto a quello che é?
    Gli addetti del settore lo sanno come si fa ad ottenere i 3 bicchieri senza essere mai stati presenti prima sulla guida, ma anche molti consumatori l’hanno capito. Quindi o si cambia rotta tutti quanti o le bottiglie faranno polvere sugli scaffali, perché sopra la soglia dei 15 euro si fa molta, ma molta fatica a vendere.

  26. Conosco Lanza fin dall’inizio della mia strada di vignaiolo. E’ una persona appassionata ela sua è una delle aziende storiche, forse meno in vista di quanto meriterebbe. I suoi vini sono interessanti, longevi, ricchi di personalità. E mi paiono tutte cose importanti, no?
    Visto che conosci la campania, qualche volta passa in Maremma, che qualcosa di interessante c’e’ anche qui.
    Saluti cordiali

  27. Amo i vini di Lanza, perciò mi faceva sapere un tuo parere (ancor di più visto che positivo) a riguardo.

    “forse meno in vista di quanto meriterebbe” è un eufemismo, vero ?!

    Scherzo. Non voglio ricominciare… lo giuro.

  28. Concordo col fatto che l’attenzione vada posta nel trovare risposte a questioni come questa :
    “E’ possibile che abbia cittadinanza solo un unico modello per poter essere presenti? Quando si leggono affermazioni come quella riportata dal post dal quale siamo partiti che dice: “…dobbiamo ottenere il vino da barricare e da presentare alle guide per cercare di fare bella figura”, questo mi spaventa perchè denota una visione del vino ad un unica dimensione.”
    Piuttosto che a cercare di chiamarsi fuori dicendo “io non c’entro”.
    Diciamo, dite voi del settore, cosa non vale la pena di comprare, cosa è buono e cosa no, cosa è fuorilegge e cosa no (è stato detto poco più in su), cosa è da considerarsi valevole per quel prezzo e cosa non lo è (nomi e cognomi please).
    Intervenite per creare guide e riviste che facciano da riferimento, non da spalla ai produttori o alle mode.
    Intervenite per far sorgere pensieri critici, senza “spuntare” la penna.
    Intervenite per modificare i meccanismi perversi del mercato che, distorti, non fanno percepire le qualità e le differenze e, quindi, i valori e le capacità dei singoli.

    Diversamente il produttore citato da Alessandro finirà per essere non la causa ma la vittima, e con lui i consumatori.

  29. “Diciamo, dite voi del settore”… veramente lo dice la legge.

    Che il merlot non fosse autorizzato in Irpinia ai tempi del patrimo non lo dico mica io o Ziliani.

    L’autorizzazione è arrivata nel 2002 quindi il 1999 ed il 2000 sono fuorilegge.

  30. Ma se lamentiamo il fatto che le guide – sia quella del Gambero Rosso, quella A.I.S., o quella de L’Espresso, poco cambia – abbiano con il loro eccessivo peso stravolto la mentalità dei produttori, portandoli a produrre vini da premi e riconoscimenti e non vini da bere, continuando a parlarne, criticandole più o meno aspramente, non commettiamo un errore? Non sarebbe meglio avere una sana indifferenza nei loro confronti, limitandoci a consigliare quei vini che, oltre i riconoscimenti e i premi, meritano di essere bevuti?

  31. @Giampaolo. Tu scrivi: “Franco Ziliani: anch’io mi sorprendo, ma poi non più di tanto, nel vedere che chi considera le guide il cancro del vino siano sempre (come accade in questa discussione) quelli che non le fanno…”. Consiglio d’informarti, io le guide non le faccio, deo gratias, mi é bastato collaborare, giusto vent’anni fa, ai primi due anni di Vini d’Italia, la guida di Gambero rosso – Slow Food curando la Lombardia. Quindi nessuna sindrome della volpe e dell’uva nel mio caso, ma semplicemente una critica meditata e circostanziata. Tornare a collaborare ad una guida qualsiasi é l’ultimo dei miei desideri…

  32. Lo bene Franco, la mia era una risposta a tono al tuo intervento polemico nei confronti di “certi” produttori.
    C’e’ da dire che almeno “certi” produttori partecipano al dibattito, anche se con punti di vista che possono essere discordanti da “certi” giornalisti. Oltra a questi c’e’ solo il silenzio degli innocenti 🙂

  33. Credo che a volte i produttori non rispondano perché un pò a disagio rispetto a dibattiti autoreferenziali che appassionano solo “critici” eno-gastronomici e qualche consumatore un pò piacione.
    Mi pare davvero eccessivo fare di tutt’erba un fascio e insistere continuamente, quasi quotidianamente, sul fatto che “certi” vini sono stati premiati da “certe” guide contribuendo a formare un “certo” gusto. Innanzitutto perché penso che molti vignaioli, e io credo che siano moltissimi, hanno continuato a fare il vino indipendentemente dalle mode. E in secondo luogo perché in fondo il consumatore è sovrano e può decidere in ogni momento di non comprare un vino o una guida.
    Insomma, basta… Parliamo dei vini buoni, veri, onesti che sono tanti e spesso sconosciuti e piantiamola di rimestare nelle mode, nelle guide, nei vini industriali, nei feudi e nei brunelli merlotizzati. E chissenefrega!

  34. @fabiocimmino Dai, lo sappiamo tutti cosa dice la legge ! Ma sappiamo anche quanto vale (leggi “è utile”) che oltre alla legge lo dicano anche i media, meglio se in TV.
    Come la storia dell’INPS, che riguardo ai lavoratori dipendenti è in attivo ma, non dicendolo una bella gnocca in tv o striscia la notizia, non fa testo e ci faranno lavorare fino a 3834 anni.

  35. Credo che sia indubbio che le guide (genericamente parlando) abbiano tanto influenzato il mondo del vino, da consumatore appassionato non ho mai capito quale tipo di “rapporto/collaborazione” ci siano tra Guide, Cantine ed Enologi, ma credo che questi 3 attori insieme abbiano sicuramente dettato le regole con un occhio agli interessi economici. Dall’altra parte si trovano a fare la loro parte (in alcuni casi interessi) Ristoratori, Enoteche e Consumatori, ed anche in questo caso e’ difficilmente definibile che e’ che indirizza i gusti: i primi (Guide-Cantine-Enologi) oppure questi ultimi che fanno la catena degli acquisti? Come in tutti i settori e’ veramente difficile essere acquirenti consapevoli.

  36. Essere acquirenti consapevoli significa ragionare con la propria testa, non con quella degli altri. Poi se si vuole spendere più di 150 euro per bere una bottiglia di cabernet bolgherese oppure comprare due biglietti aerei per Londra allo stesso prezzo, quello si chiama libero arbitrio.

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