Eataly: un grande business presentato con sapienza golosa


Dovrei avere una bella sfacciataggine e un notevole pizzico di spudoratezza per pensare di smentire o sminuire gli illustri ed entusiasti pareri, letti in questo post di Kela blu (che sull’argomento propone anche un video), pronunciati sul progetto Eataly da numi tutelari dell’enogastronomia e del giornalismo italico quali Enzo Vizzari, Gianni Mura, Stefano Bonilli (per inciso Peperosso riporta anche le celebrazioni, pardon, i pareri, di Luca Sofri, figlio di Adriano, e del professor Giampaolo Fabris), eppure, in attesa di farmi io direttamente un’idea, quando finalmente mi deciderò ad andare a Torino a visitarla, qualche perplessità sull’operazione megastore gastronomico di qualità lanciata da Oscar Farinetti con la consulenza dei suoi amici di Slow Food, comincio ad averla.
Soprattutto dopo aver ricevuto, da un lettore torinese di questo blog, che non conosco e al quale mi lega solo il comune amore per il Nebbiolo e per il Barolo – ça va sans dire, quello vero, mica quello taroccato o iper moderno di qualche irriducibile furbetto… – questo commento, che pubblico integralmente lasciando a voi le debite riflessioni.
Scrive il mio “osservatore torinese”: “Ciao Franco, volevo dirti dell’enoteca di “Eataly”, che sta a un quarto d’ora da casa mia, ma nella quale sono riuscito a recarmi solo qualche giorno fa. Chissà cosa ne penserai tu, quando ci andrai (come ti sei ripromesso) e leggerai all’ingresso che (vado a spanne, non cito testualmente) “Nelle Langhe il metodo classico per l’invecchiamento del Barolo e del Barbaresco è l’utilizzo di grandi botti in rovere di Slavonia. Tuttavia molti produttori hanno di recente introdotto l’uso della barrique con ottimi risultati. Altri hanno invece preferito attenersi alle ferree leggi della tradizione. Da questa situazione sono nate anche simpatiche (!!!) polemiche”. “Simpatiche”, capisci? Già, mi dirai che forse c’è poco da stupirsi, considerando che da quelle parti Slow Food gioca in casa e che tra i produttori più osannati troviamo Clerico, Altare & C.
La lista dei vini presenti sugli scaffali (60mile bottiglie di trecento produttori, selezione effettuata da Slow Food come mi ha spiegato il personale gentilissimo e competente) mi ha sinceramente deluso: tanto Piemonte, ma con diversi buchi a mio avviso clamorosi.
Per dirti, ho trovato solo uno uno dei miei Barbaresco preferiti (il Montestefano di Cà Nova), mentre degli altri Barbaresco “del mio privilegio” (Cà Romé, Rizzi, F.lli Giacosa, il “nostro” Romano Bonino) non c’è traccia. I Barolo boys ci sono tutti, mentre non c’é nulla di produttori che io amo senza condizioni, come Flavio Roddolo e Cavallotto.
C’è Beppe Rinaldi, c’è anche l’Otin Fiorin di Baldo Cappellano, mentre Brezza e Giuseppe Mascarello, come molti che non sto a elencarti ma che potrai immaginare, sono clamorosamente assenti.
Il Barolo di Bartolo Mascarello lo trovi solo nella a mio avviso antipatica “Sezione cult”, uno spazio nel quale si può entrare solo su richiesta e dove sono disponibili alcuni Super Tuscan, diversi Barolo di grande annata, nome, levatura o prezzo nonché la produzione pressoché completa di Gaja. Tante assenze comunque anche in questo “spazio privilegiato” a temperatura e luci controllate.
Qui dentro Farinetti si è tolto uno sfizio, quello di mettere in esposizione la sua collezione personale di bottiglie con l’etichetta disegnata da Bartolo (“No barrique no Berlusconi” inclusa, ma pensa un po’…), ovviamente non in vendita. Buona (tranne le inevitabili assenze dettate da ragioni di spazio) l’esposizione delle Barbere.
Anche i Dolcetto registrano diverse assenze di peso. Le selezioni dei vini di fuori regione risultano a mio parere mortificanti, specie per la Toscana e il Brunello, ignorato del tutto in alcune di quelle che io reputo le sue migliori espressioni (Col d’Orcia, Lisini, Tenuta di Sesta…).
Chi, come me, ha un ottimo rapporto con il Morellino rischia di rimanere parecchio deluso. Direi maluccio anche la Puglia (specie per rossi e rosati), male Veneto, Abruzzo e Umbria, così così le Marche. Benino forse la Sicilia. Benino (ma a colpo sicuro, senza outsiders) anche la Francia. Buona la selezione dei trentini, un po’ meno quella dei friulani. La “tua” Valtellina? Di Triacca e Pelizzatti Perego-Arpepe neppure l’odore, amico mio. Nino Negri, ça va sans dire, a volontà: produzione completa a disposizione sugli scaffali.
Ora – fermo restando che ogni operatore commerciale ha il diritto di mettere in vendita ciò che più gli aggrada – il fatto è che in città questa cantina ha acquisito la fama del “posto del vino” per eccellenza, dove puoi trovare tutto il meglio nello spazio di pochi metri quadri.
E qui nasce il problema: se un’enoteca pretende di offrire “il meglio del gusto”, con tanto di benedizione firmata Slow Food (che sotto la Mole significa molto) e di campagna promozionale 365 giorni l’anno, se insomma si “istituzionalizza” e poi esclude arbitrariamente dai suoi scaffali alcuni “capolavori” come quelli che ti ho citato e come molti altri, non finisce per danneggiare certi importantissimi produttori e un grosso pezzo della nostra cultura vitivinicola (per intenderci, quella a cui io e te facciamo riferimento)?” Marco Arturi.
Insomma, sara anche “una delle idee d’impresa più geniali, e sicuramente produttive degli ultimi anni”, oppure “un progetto che non ha eguali al mondo” o ancora “una fine del mondo di supermercato-ristorante strafigo che se la tira moltissimo”, come dicono gli illustri “testimonial”, pardon, colleghi citati da Kelablu, ma il sottoscritto sente piuttosto, più che la novità, uno strano profumo di “déja vu” circa il ruolo di consulente strategico di Slow Food nel progetto Eataly.
Incarico, su cui si era già espresso con molta chiarezza l’amico Antonio Tombolini in questo post su Simplicissimus (leggere con molta attenzione anche i commenti) che vede l’associazione della chiocciolina incaricata di “controllare e verificare che la qualità dei prodotti proposti sia sempre all’altezza della promessa e che le aziende entrate a far parte del novero dei produttori di Eataly non compromettano la qualità della loro produzione per soddisfare una domanda crescente dei loro prodotti”, nonché “indicare i potenziali futuri fornitori identificati mediante adeguati criteri di selezione (qualità del prodotto, metodologia di produzione, disponibilità di materia prima, varietà della proposta, certificazioni necessarie per la vendita, eccetera) e ideare l’attività formativa e curare i contenuti del materiale didattico”.
Sarà anche il moderno che avanza, ma dall’Agenzia di Pollenzo, alla Banca del Vino, all’Asta dei Grandi Vini d’Italia in programma durante Cheese, a tante altre iniziative, ultima questa che vede l’Associazione di Bra in collaborazione e piena sintonia d’intenti con il tycoon Farinetti, si respira sempre lo stesso profumino di business, seppure incartato e proposto con sapienza golosa, di ottimale sfruttamento delle sinergie, con i soliti nomi e le solite logiche a menare la danza…
Del resto, non lo aveva scritto, qualche mese fa, lo stesso Stefano Bonilli, sul suo blog Papero giallo che “Farinetti, amico da sempre di Petrini, vendeva frigoriferi e televisori e poi ha piazzato la sua Unieuro-frigoriferi agli inglesi della Dixon perché, dice – “avevo esaurito la vena creativa” – Adesso pensa di fare i soldi con Eataly. Grande metratura, 10.000 mq, grande investimento per “alti cibi a prezzi sostenibili”, che è lo slogan dell’impresa, ristoranti, scuole, il tutto con la benedizione e l’appoggio pratico di Slow Food. A lui importano i soldi, dai televisori ai presidi, purché sian soldi” ?
p.s. se qualche produttore di vino ci vuole illuminare e raccontare le condizioni che vengono proposte per collocare i propri vini a Eataly, credo che darebbe un grande contributo alla chiarezza e completezza dell’informazione…

51 pensieri su “Eataly: un grande business presentato con sapienza golosa

  1. Spulciando tra i commenti del post di Bonilli che hai citato, mi ricordavo che qualcuno aveva scritto quali erano “le condizioni che vengono proposte per collocare i propri vini a Eataly”. Era Claudio Sacco di Viaggiatore Gourmet, anche se alcuni mettevano in dubbio le sue fonti.

  2. La mia impressione in generale è che l’unica cosa “slow” è la volontà di cambiamento.
    Bene, abbiamo avuto conferma (ce n’era bisogno?) che il denaro ha un valore estremamente più alto, tanto da diventare elemento dominante per le scelte politiche come sociali.
    Ora il punto è: se molta gente, soprattutto italiani (perché loro possono informarsi e hanno maggiore possibilità di capire rispetto ad uno straniero che viene in Italia per comprarsi buon vino e buon cibo), affollerà l’enoteca e acquisterà con entusiasmo i prodotti esposti, e si convincerà che quello è davvero il meglio che può offrire il nostro territorio, bene, vorrà dire che chi è libero pensatore e non fa parte di certi “giri”, avrà il dovere di continuare a far sapere che c’è dell’altro, molto altro, che vale la pena conoscere e che merita la massima attenzione. Poi ognuno è libero di scegliere…ma deve sapere!

  3. Bella lettera, quella del cliente torinese, però, scusate ,io per motivi di lavoro sono spesso ad Eataly e sento spesso queste discussioni fra i clienti, “perchè manca questo, perchè c’e’ quello ecc” e ti assicuro caro Franco che lettere come quella su citata potresti riceverne altre mille anche se l’enoteca di Eataly fosse fornita con migliaia di etichette.E poi non dimentichiamo che quando apriranno questo centro in altre regioni, sicuramente ci saranno altre etichette.Per quanto riguarda il simpaticone di Tombolini, su Eataly ha detto e scritto su vari blog, un mucchio di inesattezze, non so se per disinformazione oppure volute .
    Ciao

  4. Loris, la invito ad indicarci il “mucchio di inesattezze” nel quale sarebbe incorso Antonio Tombolini. Da come lo conosco é persona corretta e prima di scrivere una cosa s’informa e non é solito scrivere a vanvera…
    Rinnovo l’appello ai produttori di vino che hanno aderito a Eataly ad informarci circa le modalità che sono state loro proposte e che hanno accettato…

  5. Prima o poi dovró andarci a questo Eataly per farmi un’idea mia, perché dai varii posts non é che ce se ne capisce molto. Tutti dicono la loro, ma vigliacco uno che si sia preso la briga di annotare ” Vino X: prezzo sullo scaffale da Eataly euro 5. Stesso vino stessa annata da Enoteca Persichetti : euro 4,90″. E via discorrendo con qualche dato tangibile. I famigerati fatti separati dalle opinioni.

    Perché in veritá mi sembra ben poco scoprire che:

    (a) per essere “comunisti” non bisogna essere necessariamente né poveri né
    scemi

    (b) i miracoli appartengono alla religione cattolica, non al commercio (del vino)

    Sul piano piu´terra terra: guardate bene che Slow Food nella sua santa o blasfema alleanza con Eataly si é ben protetto le spalle ; infatti :

    “qualità del prodotto, metodologia di produzione, disponibilità di materia prima, varietà della proposta, certificazioni necessarie per la vendita, eccetera)

    sono tutti gli stessi identici parametri ambivalenti usati dalla Grossa Distribuzione per scegliere, escludere o “strozzare” i prezzi del produttore
    in questione. E state sicuri che chi é presente sugli scaffali di Eataly o ha giá fatto i conti con quei parametri o li fará tra breve. Sono condizioni di gestione
    senza le quali la GDO non puó in pratica operare.

    Insomma: da voi che ci siete stati, si possono avere dei contributi con qualche dato concreto e paragonabile ? Perché sulla parte “ideologica” e sul peccato originale del connubio Slow Food – Eataly e´stato detto tutto nei posts cui fa riferimento Franco Ziliani ed onestamente mi sembra che di inesattezze ne siano state dette zero da Tombolini ed altri. Un grazie anticipato.

  6. Chiedo scusa se mi sono espresso male, la fretta è una brutta bestia, semplicemente intendevo dire che Tombolini qualche mese fa, quando Eataly non era ancora aperta, ha posto, legittimamente, alcune domande ed alcuni dubbi circa il funzionamento del tutto (gestire il limite, prodotti, produttori ecc.) e anche quando Farinetti e Slowfood hanno risposto ma soprattutto quando qualche produttore è intervenuto, Tombolini ha preferito tacere. Mi spiego meglio: se chiedi ai produttori d’intervenire per dissipare qualche dubbio e questi lo fanno (es. il produttore D’OC) e poi tu rispondi “Caro D’OC, avrei da ridire, ma non ridico”, cosa posso pensare io? Che non sai cosa replicare oppure che mantieni le tue posizioni, per carità, del tutto sacre, pur essendo la verità un’altra. Inoltre devo dire che ho trovato onesta la sua (tua, posso darti del tu) dichiarazione sul fatto che forse è sempre meglio vedere le “cose” e poi parlare, cosa che Tombolini qualche tempo fa non ha fatto, anzi commentava “Uno,non credo che per parlare sia necessario prima conoscere tutto direttamente. Due perché, per quanto mi riguarda, tutte quelle cose le conosco di fatto direttamente, MOLTO direttamente.
    E’ una mia impressione, che non conta nulla, ma mi è parso in Tombolini una certa arroganza, una idiosincrasia verso Eataly e un modo un po’ prevenuto di porre le questioni. Ripeto, tutto legittimo, e meno male che non tutti la pensano allo stesso modo.
    Per rispondere a Merolli, posso dire per quanto riguarda l’enoteca mi cogli un po’ impreparato ma su altri prodotti , formaggi, salumi, confetture ecc. i prezzi sono più che onesti a rispetto della qualità, e posso anche dire, e qui, lo so, arriveranno valanghe di commenti, molto spesso più bassi che in molte famose botteghe.

  7. Bene, leggo la retromarcia di loris qui sopra, e mi congratulo per la manovra. Aveva scritto infatti il buon loris:

    > Per quanto riguarda il simpaticone di Tombolini, su Eataly ha detto e scritto su vari blog, un mucchio di inesattezze, non so se per disinformazione oppure volute.

    Ora ci informa che questo popo’ di frase, così precisa ed argomentata, gli è scappata, si è “espresso male”, è colpa della “fretta, una brutta bestia”. Una bestia alquanto forbita, la fretta di loris, sembra di capire.
    Ma sia pure. Le scuse valgono dunque per il “tono” della frase, ma il contenuto? Ci si scusa anche di quello? Si vuol dire cioè che *NON è VERO* che il sottoscritto ha “detto e scritto su vari blog un mucchio di inesattezze”? Né per “disinformazione” né (chissà mai perché) “volute”? Sarebbe interessante capirlo, perché se così non fosse, resta in piedi la domanda: loris caro, per favore, esibisci qui, sii gentile, qualche reperto del “mucchio di inessattezze” da me propinate agli ignari lettori.

    Ma già che ci siamo, torniamo a Eataly.
    A Eataly, per tranquillizzare tutti, ci sono andato, tre volte per l’esattezza. A voi piace? A me no, pazienza, tanto non credo conti granché, e non vedo perché la cosa debba scaldare tanto.

    E torno a quel che conta di più, riguardo al “modello di business” che Eataly rappresenta.
    Da alcuni produttori che conosco da sempre ho continuato a sentire che la condizione per l’ingresso era non solo garantire il massimo dello sconto, ma fornire, al primo ordine, il 40% di merce gratis per l’esposizione. Mi hanno mentito? Possibilissimo. Aggiungo ora di nuovo che alcuni fornitori cominciano a telefonarsi l’un l’altro chiedendosi “Ma a te ti ha pagato o no?”. Lo fanno per simpaticamente salutarsi? Possibilissimo.

    Aggiungo che (eh, facile dimenticarsi le cose…) nella fase calda del “lancio” venivano date per *certe* e *imminenti* le aperture di (almeno!) Genova e Milano, addirittura entro giugno (quello già passato), mentre oggi di quelle aperture non si sa nulla, se non un vago “sono in corso trattative per l’individuazione dell’area”. Ancora a Maggio Farinetti parlava di 8 città italiane + New York, con tanto di “accordi già fatti”:
    http://www.winenews.it/index.php?c=detail&dc=96&id=10404

    Circolano intanto ancora in questi giorni notizie come questa:
    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=177861

    in cui ci si assicura che a New York “Oscar volerà tra pochi giorni per lanciare l’apertura dopo l’estate, nel Rockefeller Center”. Molto bene. La mia amica Beatrice di http://www.gustiamo.com che lì ci campa e ci lavora ne sarà felice, anche se per ora non ne sa nulla.

    Nel frattempo, a voler cercare, scopriamo che già dal marzo scorso il buon Oscar ha cominciato a frenare:
    “Si dice che lei pensa di aprire un nuovo Eataly a New York e poi in altre città italiane. E’ così «Si, questo sviluppo inizierà nel 2008, il 2007 lo vogliamo dedicare a imparare e a gestire bene questa macchina straordinaria che è Eataly di Torino e a cercare nuovi produttori virtuosi che possano fornirci cibi che promettiamo di buona qualità».” (La Stampa, 11-03-2007).
    http://vino.slowfood.it/press/ita/leggi.lasso?cod=750462d269e0401e1520a0b34406dd51&ln=it

    Tutto e il contrario di tutto, a quanto pare.

    “Oscar” il suo affare (immobiliare) l’ha già fatto, questo è sicuro: assicurarsi gratis l’uso dell’immobile per 70 anni non è una cosa da tutti. Assicurarsi la consulenza e l’endorsement commerciale (per la prima volta!) di Slow Food non è una cosa da tutti. Ottenere di essere il Presidente della “Agenzia di Pollenzo”, la società che gestisce l’Università Gastronomica e tutto il ben di Dio di Pollenzo non è una cosa da tutti. Avere in società al 40% Coop non è una cosa da tutti.

    Quello che secondo me non sta in piedi, ed è una mistificazione, è la storia della “qualità per tutti” a prezzi bassi ecc…
    Può funzionare al primo giro, se i fornitori ti regalano la merce. Può funzionare anche al secondo, se decidi di strozzarli. Non funziona più già al terzo, neanche se li strozzi, perché se continui a strozzarli o ti mollano, o per sopravvivere saranno costretti a mollare sulla qualità. Tertium non datur.

    Volete mangiare e bere cose eccellenti? Spendete un po’ di meno per l’automobile. Mangiate e bevete di meno, che vi fa pure bene, e spendeteci di più, in ciò che mangiate e bevete. Se ci spendete di più, manderete in crisi chi fa monnezza, e magari date una motivazione economica (e non chiacchiere ideologiche) per continuare a occuparsi di cibo buono e vino buono anche ai figli dei produttori eccellenti. Ridurre il piatto di pasta della metà significa potersi permettere di spendere il doppio per comprarne una incomparabilmente più buona, senza gravare sul bilancio familiare. Mangiare la carne 2 volte a settimana invece di 4 significa potersi permettere di comprare quella che costa il doppio. E’ già successo, in gran parte, col vino. La strada è quella, e solo quella. Diversamente avremo solo la “facciata” della qualità, senza la sostanza.

  8. Bravo Antonio, impeccabile puntualizzazione che, ne sono certo, qualche difensore d’ufficio della premiata associazione di Bra, specializzato – anche nei commenti su questo blog – nella sua giustificazione a prescindere, cercherà vanamente di confutare. Come cantava Caterina Caselli in quella celebre canzone di tanti anni fa ? “la verità ti fa male lo so…”

  9. Sarebbe interessante sapere chi sono questi produttori che cominciano a telefonarsi tra di loro,e comunque lungi da me a prendere le difese di Farinetti, non m’importa nulla,e comunque non è alla Beatrice che deve dire quando aprirà a New York ma posso assicurare che lo farà e fra non molto.
    Direi di aspettare ancora qualche “giro” e poi magari canterete o canteremo con la Caselli.Ok?
    Ps -Tombolini,però quando scrivevi qualche mese fa, a Torino non c’eri stato o no? Vabbe non cambia molto. Dimenticavo: non faccio parte della “premiata associazione” di Bra.
    Saluti

  10. Voci di corridoio mi dicono che siamo già al quarto giro e tutto fila liscio, ma aspettiamo, aspettiamo, ci vuole prudenza. La fretta è una brutta bestia.
    Saluti

  11. E qui, se mi permettete la volgaritá, sono c…i acidi (avviso al disinvolto commentatore che pensa di essere in una taverna o chissà dove: alla prossima volgarità gratuita non attenuo e non ricorro ai puntini di sospensione, ma taglio il commento, senza esitazioni – nota del curatore del blog): Antonio ha ragione – da vendere, direi – ed ha messo non dico il dito sulla piaga ma l’occhio di bue su
    il problema centrale non solo di noi, enogastronauti di qualitá, ma di tutto il mondo occidentale. Alla lontana ? neanche tanto, secondo me. Se non impariamo, se non ci abituiamo, a scegliere meglio, a scegliere meno per scegliere meglio, l’unico risultato che otteniamo é finanziare l’aumento globale della cacca. E non c’é Eataly & co che tengano. Quindi riflettiamo un attimo su questo passaggio, perché come in certe cure radicali “deve dar dolore prima di fare bene” :

    “Volete mangiare e bere cose eccellenti? Spendete un po’ di meno per l’automobile. Mangiate e bevete di meno, che vi fa pure bene, e spendeteci di più, in ciò che mangiate e bevete. Se ci spendete di più, manderete in crisi chi fa monnezza, e magari date una motivazione economica (e non chiacchiere ideologiche) per continuare a occuparsi di cibo buono e vino buono anche ai figli dei produttori eccellenti. Ridurre il piatto di pasta della metà significa potersi permettere di spendere il doppio per comprarne una incomparabilmente più buona, senza gravare sul bilancio familiare. Mangiare la carne 2 volte a settimana invece di 4 significa potersi permettere di comprare quella che costa il doppio. E’ già successo, in gran parte, col vino. La strada è quella, e solo quella. Diversamente avremo solo la “facciata” della qualità, senza la sostanza.

    Apocalittico ? No, siamo alla frutta, anzi : ai presidi.

  12. Ullalla, Tombolini è partito in quarta, – post, commenti, link, chissà se apriranno, chissà quando, Farinetti disse , non disse ecc.,- va bene, se Loris ha scritto qualcosa di non vero, giusto che faccia la retromarcia e glielo si faccia notare , ma Tombolini, lo sai meglio di me che in rete c’è tutto di tutto e tutto di niente (tanto per restare in tema di canzoni), ma forse calarsi nella realtà locale, a volte servirebbe molto di più. Andare due o tre volte ad Eataly non vuol dire proprio nulla, ma se tu scrivi che conosci direttamente il tutto, MOLTO direttamente, probabilmente sarà vero e saranno vere quelle affermazioni di quei produttori che si telefonano ormai dubbiosi dei loro contratti, ma saranno anche vere quelle parole che scrivevano D’OC e ad altri produttori che tu non hai citato? Mah non lo so , anch’io avrei da ridire ma non dico. Aspetto. E’ da gennaio che qualcuno scrive che bisogna aspettare qualche mese per vedere come andrà a finire, ora tu scrivi che bisogna aspettare qualche giro, bene aspettiamo. Ma se avete fretta, con una bella bomba si risolve tutto. Metaforicamente scrivendo. Altri hanno scritto che Eataly “rallenta” e tu , Tombolini, prontamente lo hai riscritto; onestamente, detto terra a terra, vorrei “rallentare” io come lo sta facendo Eataly.
    Solo una curiosità: Tombolini hai scambiato qualche battuta con Farinetti? Come hanno fatto Bonilli, Massobrio e tanti altri del “giro” enogastronomico. Ripeto, è solo una mia curiosità.
    Mah, aspettiamo ed intanto i dipendenti sono circa 140 e si continua ad assumere. Dimenticavo, questi ragazzi non sono rumeni, con tutto rispetto per questi.
    E si, a volte la verità più che far male, rode. Ma aspettiamo, con il tempo tutto passa, Loris dice che siamo già al quarto giro…

    G. Burdisso ( da non confondere con Burdese, quello sì che fa parte della premiata associazione di Bra)
    Buona serata

  13. A proposito di Slow Food, come ci comunica stasera l’Ansa http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_151053607.html “Addio vecchio brodino e pasta scotta. Non sarà come cenare in un ristorante a cinque stelle, ma presto i pasti in ospedale ‘volteranno pagina’: in arrivo, nel menu in corsia, ci sono infatti prodotti tipici locali di qualità, che scalzeranno senza pietà pasti precotti e ‘spediti’ al mittente. Insomma, tutta un’altra tavola, perché ‘la guarigione vien mangiando’. Meglio se con gusto. Sembrerebbe un ‘piccolo’ obiettivo, ma non è così, e per realizzarlo è nata un’inedita alleanza, quella tra il ministero della Salute e l’associazione Slow Food. Il progetto è nero su bianco, in un Protocollo d’intesa siglato oggi dal ministro Livia Turco e dal presidente di Slow Food Italia Roberto Burdese. Gli obiettivi sono chiari: garantire una “buona e corretta” alimentazione al malato, perché anche il cibo contribuisce a migliorare il suo equilibrio psico-fisico facilitando la guarigione”. Perbacco !
    Non vedo l’ora di farmi ricoverare in ospedale per gustare i prodotti dei presidi S.F. !

  14. Signor Giovanni, io di solito riesco a tollerare le opinioni altrui senza grossi sforzi, ma mi tocca farle sapere che la frase “questi ragazzi non sono rumeni” non è a mio avviso assolutamente ammissibile in una conversazione civile come questa. Neppure se tale frase viene edulcorata da “con tutto il rispetto per questi”, intercalare che di solito fa coppia con “Io non sono razzista ma”. La prego quindi di evitare di imbattersi nuovamente in un “incidente” come questo che, ne sono sicuro, è stato assolutamente involontario.

    Saluti

    Marco Arturi

  15. Sig. Arturi, mi permetto di risponderle io,poi magari lo farà Giovanni. Credo e ne sono certo che il sig. Giovanni non intendesse “metterla” sul piano del razzismo; sicuramente, visto che la discussione era con il sig.Tombolini il tutto era riferito al fatto che la San Lorenzo (società dove Tombolini collabora), circa un mese fa ha LICENZIATO 600 operatori addetti ai call center sparsi in Italia.Si parla anche di dieci milioni di euro di contenzioso, ma questo è un’altro discorso. Tali centri sono stati spostati in Romania.Probabilmente Lei non era a conoscenza di questa storia.
    Saluti

  16. Loris, qui si sta parlando di Eataly e di Slow Food e della loro collaborazione. Manteniamo la discussione su questi temi, che la San Lorenzo non c’entra proprio niente e sviare il discorso non ha proprio senso…

  17. Mi sono solo permesso di dare una “mia” interpretazione, e penso sia quella esatta, alle parole di Giovanni, non voglio assolutamente sviare nulla.Se ho sbagliato ditemelo, che farò nuovamente retromarcia.
    Saluti

  18. @Loris e Giovanni: non ero, evidentemente, a conoscenza della vicenda San Lorenzo. Adesso posso spiegarmi le parole del signor Giovanni che tuttavia, senza la precisazione di Loris, puzzavano – di questo dovete darmene atto – insopportabilmente di razzismo, termine che comunque non ho usato proprio perché esisteva la possibilità che di altro si trattasse, vale a dire di un’incomprensione. Per quanto attiene la vicenda San Lorenzo, preferisco non affrontare un tema così delicato nell’ambito della discussione su Slow Food – Eataly, dove si ridurrebbe a qualcosa di inammissibilmente superficiale.

  19. Cosa vuoi che ti dica….Franco. Piuttosto che aprano l’ennesima catena straniera, di burgher o altre schifezze…..è sempre meglio un MADE in ITALY 100%.Il progetto è molto ambizioso…..e casomai andasse male il mio settore (tessile,sempre piu’ sfasciato dai cinesi)….vorra’ dire che mi faro’ assumere nella nascitura futura sede di verona……
    ps scusatemi per le battute di spirito

  20. Sono all’internet point di Eataly (non è una balla, Ziliani guarda l’IP), e un po’ fa sono riuscito tramite un mio collega a parlare con un produttore di formaggi che qui vende. Non aveva l’aspetto di uno strozzato e nemmeno di chi si fa strozzare, anzi mi è parso in ottima forma, come i suoi formaggi e mi ha assicurato che tutto funziona alla grande. Non so a quale giro sia arrivato lui, forse al primo? Noo, non credo, comunque aspettiamolo fiduciosi al varco. Putroppo è l’unico con cui sono riuscito a parlare, me ne mancano ancora “qualcuno” e poi sono alla pari di Tombolini. Non demordo, domani ritorno in questo mondo di strozzati.Ci potete contare. Ah, per quanto riguarda i ragazzi romeni, ha già detto tutto Loris.
    Buona serata
    Giovanni

  21. Giovanni, non sapevo che vagavi da quelle parti, ci devo andare sabato ad Eataly, magari ti becco a caccia di produttori. Scherzo. Tombolini ha scambiato qualche battuta con Farinetti? Non serve, ha ragione lui (A.T.) , dopotutto a gennaio, quando Eataly doveva ancora aprire i battenti, scriveva già le stesse cose che scrive ora , è coerente.”Il culatello per tutti è una cazzata” diceva. Certo, se il culatello lo svendi , sarà pure una cazzata ma se lo vendi a prezzi “avvicinabili”, non credo lo sia. Farinetti non è sicuramente babbo natale, (almeno fino ad ora ..) ma che molti prodotti siano meno cari che in certe boutique del gusto, non ci piove. E se qualche produttore inizia a fare il prestigiatore, state tranquilli che se non al primo o secondo giro, sicuramente al terzo il consumatore se ne accorge, è già successo al tempo dei primi Saloni del Gusto, e ora questi produttori “vagano” come me. Al momento so, che molti vogliono entrare in questa iniziativa, ma ribatterete che o hanno fiutato il business o vogliono farsi strozzare. Tertium non datur.
    Mi sono riletto il precedente commento di A.T. e devo dire con un bisticcio di parole che mi preoccupa la preoccupazione di Tombolini riguardo alle prossime aperture di Eataly a
    New York, Milano, Genova , ma stai tranquillo!! E anche la signora Beatrice può stare tranquilla, molto tranquilla. Bisogna sapere che Google è una bella risorsa, ma li si trova solo quello che qualcun altro ha deciso che venga trovato.
    Diventare Babbo Natale non è cosa da tutti.
    Spero di non dover fare altre retromarce.

  22. Mah, ho cercato, nel mio post, una risposta concreta, alla domanda magari un po´ ingenua, sul fatto se Eataly conviene, come mercato o no. Finora ventuno contributi che hanno spaziato da Caterina Caselli a Livia Turco. Ideologia in prima fila, ma i fatti sembra che interessino a pochi, anzi, mi sa, vengano guardati con sospetto.

    Allora mi sono preso il gusto di fare un giro in rete per cercare un prodotto da confrontare. Qualcuno mi dirá che non si puo´solo paragonare il prezzo, ci sono anche le spese di spedizione, la qualitá del servizio etc. Giusto, per questo ho scelto un prodotto in cui i margini di paragonabilitá sono inversamente proporzionali allo standard: l’aceto balsamico tradizionale capusla oro. nella confezione standard del Consorzio, bottiglietta Giugiaro da 10 cl. per intendersi.

    Ho preso i primi siti che mi venivano in mente :

    Esperya : 98,01
    Gastarea: 110,-
    Acetaia Sereni : 69,72
    Drogheria Pedrelli : 85,22
    Acetaia Malpighi : 78,85
    Palati Fini 89,-

    A parte che Acetaia Sereni e Acetaia Malpighi sono produttori diretti, e quindi capaci di prezzi “alla fonte”, mi sembra che le differenze ci siano e che magari
    Eataly avrebbe potuto essere l’ago della bilancia con un prezzo, che so’ ?, a metá strada tra quello dei produttori diretti e quelo degli altri “droghieri”. Quanto ? diciamo ottanta euro.

    Eataly invece ha scelto di non trattare Balsamico Tradizionale Oro (o perlomeno non l’ ho trovato sul sito) e quindi la mia piccola ricerca va a monte!
    Peró rimane il concetto: non é che posso pretendere che ogni contributo sia
    corredato da una ricerca di mercato, ma qualche fatto in piu´ed un po´di partito preso in meno, forse aiuterebbero tutti.

    Volevo chiudere con un commento a Loris che scrive : ” Bisogna sapere che Google è una bella risorsa, ma li si trova solo quello che qualcun altro ha deciso che venga trovato.”.

    Verissimo: esiste una vita al di fuori della rete. Ma : intanto Eataly ha un suo
    sito elettronico e poi il tuo commento sarebbe piú valido se fatto fuori, nel mondo reale. Espresso in rete, in un blog, mi sembra una cosa un po’ comica, quasi una contraddizione in termini. E se Eataly apre anche un sito su Second Life ?

  23. Carlo, il modo migliore per confrontare i prezzi è farsi un giro a Torino ad Eataly e poi in alcuni famosi negozi.Certamente non ti regalano nulla, però un pò di differenza c’è.Su Google e sulla rete hai anche ragione,(ho postato un commento un pò fa a Tombolini su questo, adesso vedi che s’incazza).Il sito di vendita online di Eataly effettivamente non fa testo perchè i prodotti sono veramente pochi.Se apre su Second Life ci facciamo un giro tutti, è ovvio, ma io le notizie che m’interessano vado, quando posso, a cercarmele sul posto e sapessi quante cose si scoprono e come sorridono certe persone quando leggono certi commenti. Vabbe, così gira il mondo,aspettiamo come dice Loris.Io non ho fretta.

  24. Concordo, Giovanni, l’unico sistema è fare un salto a Torino,anche se ho già letto commenti sul fatto che se un prodotto costa un pò meno, potrebbe essere una “seconda scelta”, mah!Sulla bottega online di Eataly,hai ragione, non è un granchè, esisteva già prima dell’apertura. A Merolli:certo che esprimo il mio commento in rete, se vuoi ci vediamo sotto al bar e facciamo quattro chiacchiere, ma vedi io mi riferivo soprattutto al fatto di buttarsi a capofitto su Google e pensare di riuscire a trovare chissà quali notizie. Ciao

  25. @ Giovanni ed @ Loris: sono stato io per primo a scrivere che un salto a Torino prima o poi lo devo fare ma qualche riflessione su quanto scrivete é d’obbligo,
    anche se usciamo un po´dal seminato.

    Dunque: non credo che Eataly abbia fatto quel po´di investimento che ha fatto
    per attendere che tutta Torino e magari il Piemonte vadano a fare la spesa li.
    Fino al momento in cui non ci sará un Eataly, diciamo, in ogni cittá in cui c’é Ikea, la rete é uno dei mezzi di comunicazione e di vendita al giorno d’oggi piú importanti e – visti i costi di gestione – piu´vantaggiosi.

    Credo che in Italia la cosa sia meno diffusa ma in altre parti del mondo, i motori di ricerca tipo Google sono il primo mezzo che viene usato per cercare
    informazioni “di scrematura”. In Italia – per sfortuna o per fortuna : se ne potrebbe discutere – la ristretta conoscenza delle lingue estere e le difficoltá
    di connessione non hanno (ancora ?) portato internet a quel livello di diffusione e di efficienza che rende la rete uno strumento attivo di lavoro per milioni e milioni di persone nel mondo.

    Infatti su Google si trova sia quello che giustamente qualcun altro ha deciso che venga trovato, ma anche e molto piu´spesso quello che qualcun altro non desidererebbe si trovasse. E questo é il bello della rete. Quindi non aut aut, ma ” sia / e”. Tutto dipende dalla vicinanza fisica a eataly.

  26. Faccio due premesse: 1) sono un operatore del settore enogastronomico di Torino e da Eataly ci vado tutte le settimane fin dalla serata inaugurale; 2) se avessi avuto 20 milioni di euro e gli agganci del Farinetti, quel posto l’avrei aperto io 10 anni fa.

    Detto questo, 7 miei fornitori vendono i loro prodotti anche lì e per ora nessuno é stato strozzato. Si capisce che vendere ad una gastronomia o ad un’enoteca é diverso che vendere in un esercizio strutturato come la GDO: avete mai visto una gastronomia dotata di un buyer? Se produco un vino “cult” é l’enotecario che mi telefona in azienda per averlo, non il contrario. Ma queste sono regole economiche, scelte che esulano dalla qualità dei prodotti. Parliamo dei prodotti: la qualità c’é, non é totale, peccano ancora di un pò di inesperienza e di esuberanza, ma i prezzi sono più bassi della media. Un solo esempio: il Parmigiano delle vacche rosse costa 4 euro meno che a Milano. Perché? Semplicemente perché comprando grandi quantità usufruiscono di una scala sconti, tanto quanto la GDO. Il negozio di Torino é per forza di cose piemonte-centrico nell’offerta, dal vino in su, ma questo é normale. Sarà così anche nelle altre sedi, vedremo invece cosa ci sarà in quella di N.Y. E’ chiaro che un piemontese vuole mangiare i peperoni col corno di Carmagnola sottaceto, un toscano ne ignora anche l’esistenza, e regalerà al nipotino una scatola in latta di bicciolani, un veneto penserà che sia un gioco di società… e assagerà una bottiglia di Ramié che non é un anticrittogramico da dare alle rose. Mi spiace invece per le obbligatorie marchette dettate dallo Slowfood, a partire dall’acqua minerale, non mi piacciono, ma devo dire che i presidi ci sono tutti e non esiste un posto in Italia dove siano tutti presenti. Si può fare di più? Sicuramente, ma il primo passo l’hanno fatto bene. Si può fare di meglio? E’ già stato fatto, con qualità superiore, ma in quale negozio entrano, mangiano e si acculturano più di 5000 persone al giorno? A Londra, Parigi e Berlino ci sono degli esempi di livello più alto, ancora più di nicchia, ma i prezzi sono da gioielleria. Qui no, bisogna ammetterlo. E’ chiaro che se faccio il muratore non mangio un panino col patanegra in pausa pranzo, tutto va misurato…
    Io aspetterei di vedere come evolve.

  27. Vi prometto che nel giro di una settimana vi darò qualche prezzo di Eataly, magari comparato con qualche altro negozio. Ovviamente stesso identico prodotto. E per favore non tirate in ballo la storia della “seconda scelta”, come ho letto in qualche commento su altri blog.

  28. Dimenticavo, una curiosità, una delle tante mie, mi rivolgo a Paolo, cosa intendi per marchette…a partire dall’acqua minerale. Quale acqua minerale?

  29. @Giovanni
    Comparare i prezzi con il negozio non é possibile, perché l’esercente compra dal produttore a prezzi più alti e pratica un ricarico più alto, invece Eataly compra a prezzi più bassi ed anche se pratica lo stesso ricarico e non credo, il prezzo al dettaglio sarà sempre più basso. Inoltre, così come avviene nella GDO, tutti i prodotti non hanno lo stesso ricarico, ma viene spalmato sulle tipologie. Facciamo un esempio: la Raschera DOP d’alpeggio costa dal produttore 8 euro al kilo, al mercato la trovi ad 12 euro, al negozio a 17, nella GDO a 15, ma é quella di caseificio. Da Eataly la trovi a 15 ed é d’alpeggio. In gastronomia in centro a Milano la trovi a 20. Allora ,secondo te, il prezzo praticato da Eataly é basso o alto?
    Le marchette Slowfood sono semplicemente tutti i prodotti pubblicizzati sulla rivista che si trovano sui banchi di Eataly. Da un certo punto di vista é normale che sia così, ma non sempre concorda con l’antica filosofia di slowfood, dunque predicano bene e razzolano male. Basta saperlo e non comprare quei prodotti. Ripeto l’idea di fondo del negozio é valida e migliorabile e non voglio dire in questa sede quali e dove sono i punti deboli, perché se il signor Farinetti legge risolverà da solo la questione, invece mi deve pagare cash la consulenza. Non si vive di sola poesia ragazzi!

  30. @ Paolo
    Sono pienamente d’accordo su tutto. Il mio voler comparare i prezzi era solo un modo terra a terra per smentire alcune voci, poi lo so benissimo che subentrano parecchi fattori. Però se ad es. una birra la trovo a 9 euro da Eataly e a 11,50 in altri negozi, c’è poco da fare, vedendo tutto dalla parte del consumatore, costa meno, punto.

  31. @Giovanni
    Hai ragione, le voci sono facilmente smentibili, soprattutto se chi parla/scrive non é mai entrato ad Eataly e a casa sua non fa mai la spesa. Proseguendo nel discorso, ho notato con stupore che nel numero di luglio del Gambero rosso, dedicato alla nuova filosofia di vita low cost-alta qualità, si parla del megastore e stranamente lo magnificano, ma siccome Eataly é entrato nella nuova guida dei ristoranti low cost, va da sé che quando si é clienti le cose cambiano. Comunque questo dictat non vale in assoluto, il megastore non é un rimedio al caro prezzi, perché si possono mangiare prodotti di qualità senza andare da Eataly e senza spendere tanto, per esempio nei mercati che a Torino e provincia sono molto competitivi e si trovano tutte le specialità (ortofrutta, formaggi, salumi, carne e pesce), presidi Slowfood compresi. Certo che nel resto d’Italia non é così. Io vado spesso sulla costa Toscana e trovo che l’insalata locale é di plastica, i limoni vengono dall’Argentina, le pesche noci dal Cile, la chianina si compra su ordinazione e l’unico pesce del Tirreno sono i muggini o le acciughe.
    Ricordiamoci che la migliore pescheria del nord é l’aeroporto di Malpensa. In ultima analisi, quando il consumatore medio é stato appiattito da 25 anni di GDO spersonalizzante e globalizzata, un posto come Eataly diventa il paradiso del bengodi.

  32. Come promesso ecco alcuni prezzi d Eataly, non commento.
    Birra Baladin Super ,8.90 Eataly,8.90 Esperya, 12 euro Wine shop italia (prov. CR).
    Formaggio “tuma d’la paja” di Occelli, ad Eataly 18.90 kg, San Lorenzo 270 gr 6.48euro
    cioè 24 euro al kg.
    Birra Menabrea 33cl Anniversario Ambrata, da Eataly 1.20 euro, Esperya 1.50, sul sito della Menabrea 1.29 (24 bott.31 euro).
    Dolcetto San Romano “vigna del pilone 2004” da Eataly 6.90 , Enoteca Ronchi, milano 12 euro.
    Crema Gianduia Gobino 300gr da Eataly 11 euro, 13.55 su Esperya, 9.90 Peccati di Gola, Alba.
    Montebore , presidio SF, da Eataly 21.80 kg, da Gocce di gusto di Torino 650gr a 30.99 euro cioè 47 euro al kg, da Zarkè a Milano montebore non del presidio 600gr a 24.50 cioè 40.80 al kg.
    Riso baldo Gli Aironi 1kg da Eataly 3.50, sul sito di Electaonline 6 conf. da 1 kg a 26.90 cioè 4.48 al kg.
    Spero di non essere stato noioso.

  33. Ah, ma allora a Eataly si viaggia al ritmo del rapporto prezzo-qualità e la convenienza é di casa… Perbacco, vogliamo parlare, soprattutto riferendoci ai vini, che é la cosa che m’interessa di più, del perché sia possibile, almeno in questa fase, proporre dei prezzi che magari sono più convenienti rispetto ad enoteche e altri locali ? Quanto hanno pagato a Eataly le prime forniture di vino, che prezzi hanno praticato alla bengodi golosa di Farinetti le aziende che hanno deciso di essere presenti ?

  34. Bravo, Franco, hai messo il dito sulla piaga. Non ero ancora intervenuto in questo dibattito che lascio molto volentieri ai piu’ esperti o ai piu’ informati, ma un piccolo e modesto contributo adesso potrei anche darlo. Conosco commercianti di vino o di altri prodotti alimentari che per entrare nell’elenco dei fornitori stabili di una catena di supermercati o di enoteche o di boutique del gusto, oppure magari anche di un solo centro di vendita ma di grande risonanza mediatica, devono corteggiarli assiduamente per almeno un anno e ricevere anche piu’ di un audit, ma poi non basta pure. Si paga per entrare nella lista dei fornitori, si paga per ogni punto vendita da rifornire, si paga per la posizione sullo scaffale, si paga per la visibilita’ data al prodotto, si paga per finanziare la promozione che il cliente pretende ogni anno. E poi… i prezzi li fa addirittura il cliente. Se al fornitore non vanno bene, prego s’accomodi che c’e’ la fila.
    E’ logico dunque che per reggere tanto esborso qualcosa la si deve pur peggiorare. E la prima che si puo’ toccare e’ la qualita’.
    Ma come ben sai, Franco, non e’ un fenomeno solo italiano. Basterebbe chiedere a una grande cooperativa vinicola alsaziana come fa a rifornire per fare un esempio mettiamo Auchan. Le prime forniture offerte sullo scaffale ad altezza prima occhiata a 12 euro, poi dopo un mese una bella visita dell’esperto che arriva dalla Francia e visiona ed annusa i tappi, quindi una bella tagliata di prezzo fino ai 4 euro in offerta speciale sullo scaffale piu’ basso e poi su un bel mobiletto separato vicino alle casse perche’ le seconde forniture di vino odoravano appunto di tappo, infine quella cooperativa a quel supermercato non vende piu’. La cosa curiosa e’ che vende lo stesso vino ad una famosa enoteca che lo offre al pubblico a 24 euro. Mai avuti reclami.
    Cosa ne dicono i nostri amici enotecari?

  35. Ho visto i prezzi scritti da Giovanni, e proprio ieri avevo “commentato” da una altra parte i famosi formaggi di Occelli,vedo ora che ad Eataly hanno un prezzo più che onesto (ma allora alla San Lorenzo,hanno dei rivali chiusa parentesi).
    Sulla bottiglia di dolcetto devo dire onestamente che in alcune botteghe di Dogliani (Cn) la si può trovare anche a 7-8 euro, diciamo che forse a Milano hanno esagerato un pò o no?

  36. Dimenticavo, (la solita fretta): Mario Crosta, probabilmente hai ragione, c’è la fila ad entrare, ma è possibile, allora che tutti hanno intenzione di farsi “strozzare” come dice il sig.Tombolini? Di vino non ci capisco molto – è il blog giusto, mi perdonerai Ziliani – ma su molte altre etichette che ho visto di sfuggita, i prezzi sono, si mediamente più bassi che in molte enoteche, ma non come nell’esempio di Giovanni.Ha voluto strafare il mio compagno di merende ad Eataly.

  37. @Franco
    Io lo so dove vuole arrivare, anch’io ho avuto il suo stesso sospetto appena sono entrato in cantina. Ma adesso, vedendo il riassortimento e parlo dei piemontesi, noto che ci sono anche i piccoli produttori con poche bottiglie e con le nuove annate. Gli altri italiani sono sempre gli stessi. Nota a parte per i biodinamici stranieri, acquistati in blocco dalla VELIER e venduti con un prezzo diciamo “imposto”. Alcune aziende francesi hanno lo shop on line sul loro sito, ebbene, pur comprensivo di spedizione, il prezzo é quasi doppio che sullo scaffale di Eataly.
    @Giovanni
    Esperya, da quando é in mano alla Sogegross di Genova, é diventata una gioielleria on-line, paragonare i prezzi diventa difficile e distorsivo del mercato. Hai provato a guardare i prezzi nei negozi della tua città?
    @Mario
    Se un produttore vuole vendere alla GDO, sa a quali regole sottostare, se non gli piacciono é liberissimo di non vendere.
    Il 53% del vino italiano é nella GDO. Mi risulta che siano più “squali” i buyers della Coop che quelli dell’Esselunga, oltre che più ignoranti in materia.
    L’enoteca tradizionale é un punto vendita destinato ad estinguersi, non é competitivo, al pari del negozio di ortofrutta.
    In Francia quasi tutti i vignerons vendono nella GDO, non conosco nel dettaglio le loro regole, ma avranno la loro convenienza o quando firmano i contratti sono ubriachi?

    Porto un esempio sui ricarichi:
    Sassicaia 2001, in cantina dal Marchese, sempre che si sia già clienti, euro 54+IVA; alla METRO euro 123+IVA.
    Allora c’é o no qualcosa che non va nel mercato?

  38. Il fatto che in Francia i “vignerons” vendano alla GDO è una cazzata, così come il fatto che l’enoteca sia un punto vendita destinato per forza a scomparire.

  39. Ieri pomeriggio ero a Torino ed ho controllato in due negozi alcuni formaggi di Occelli e il riso di Acquerello e poi mi sono recato da Eataly: non ci sono paragoni, è decisamente più conveniente Eataly, non discuto sui ricarichi, sui vari fattori, ecc. ma parlando da consumatore , capisco il successo (almeno ora) di questa iniziativa torinese. Su Esperya ha ragione Paolo, ma neanche San Lorenzo non scherza.
    Se al “padrone di casa” non disburba, al prossimo giro potrei inserire alcuni prezzi di vini, così restiamo in tema.

  40. @Loris
    Hai ragione, il successo, parlando da consumatori, é proprio quello. Infatti all’Ascom di Torino, i soci dignignano i denti quando sentono pronunciare il nome di Farinetti.
    Tra non molto si lamenteranno anche i pubblici esercizi, ti faccio un esempio: 3 bicchieri di arneis, tra l’altro scadente, seduti ai tavolini in p.za Vittorio Veneto, senza neanche una nocciolina, euro 24.
    3 bicchieri di prosecco, standard, accompagnato con 9 ostriche fines de claires, un cestino di pane cotto a legna ed una bottiglia d’acqua da litro, seduti al bancone della pescheria di Eataly, euro 21.
    Vedi che gli altri di strada ne devono fare ancora tanta…

  41. Primo punto: non so a quali “vignerons” si riferisse Paolo ma quelli che conosco io alla GDO non venderanno nemmeno sotto tortura. Anzi recentemente nel Sud della Francia alcuni “vignerons” hanno al contrario assaltato e devastato alcuni supermercati. Dopodiché se il discorso era che le vendite di vino nei supermercati in Francia arrivano al 70% del mercato, questo è vero ma perché tradizionalmente quasi tutti i vini “base” dei grandi chateaux bordolesi e delle maisons borgognoni, oltre a grande parte delle centinaia di milioni di bottiglie di Champagne di marca, vengono vendute nei supermercati. Ma quelli NON sono vignerons.
    Secondo punto: la GDO in Italia copre quasi il 50%. Ma se si prendono in esame i grandi vini (costosi e particolari) non coprono nemmeno il 10%, a vantaggio delle “vecchie” enoteche. Come produttore posso garantire che enotecari bravi, professionali, in grado di selezionare produttori seri e con una identità definita, in grado di fare cantina e dunque avere anche una scelta di millesimi, sono tutt’altro che in crisi.

  42. Per quanto mi riguarda cito i dati del MI-wine 2006 e Vinexpo 2007, dove si é parlato specificatamente di vino e GDO, se non sei soddisfatto consulta i rapporti Ismea e Mediobanca 2006, la conclusione é che la GDO in Italia vende il 69% dei vini sotto i 10 euro, il 39% dei vini sopra i 10 euro ed il 11% dei vini sopra i 25 euro. Rapporto che verrà stravolto nei dati appena Eataly farà nuove aperture. In Francia, nella prima fascia, hanno raggiunto addirittura l’80%. I maggiori produttori sono tutto rappresentati, certo non troverai Nicolas Joly, ma neanche Stefano Bellotti vende alla GDO. Però li trovi entrambi da Eataly. Comunque, se vuoi che ti citi un esempio, da Auchan/Torino hanno 4 baroli sopra i 25 euro, 2 supertuscan sopra i 30 euro, 3 brunelli, 2 amaroni, 1 taurasi sopra i 25 euro, 6 champagnes sopra i 40 euro e guarda caso é una catena francese. L’ Esselunga, non c’é, ma in quella di Novara, trovi di tutto, da Biondi Santi a Querciabella, Sassicaia, Mazzei, Tignanello, Contini-Bonacossi, Gaja, Chiarlo, Foradori, Caprai, Valentini, Krugg, Laurent Perrier, Dom perignon e non sono i base, sono le riserve.
    Con questo non voglio dire che GDO é bello e che ne vorrei sempre di più. Tutt’altro! Non ti cito nemmeno Partesa e Marr.
    Ma i produttori si devono mettere in testa che vendere il vino come negli anni ’60, col rappresentante di zona che fa il giro dei ristoranti regalando un cartone ogni tanto, pagamento 90 giorni, é diventato anti economico. Il 42% dei vini sopra i 25 euro sono venduti nel canale horeca, ma a quali prezzi li bevi?
    Quanta gente non ti paga e quanti non incassando hanno le banche che gli soffiano sul collo?
    Io non ho detto che gli enotecari sono incapaci, ma ti cito l’esempio di Milano dove, al seguito della moda, le enoteche che hanno aperto dal 2000 ad oggi, 8 su 10 hanno già chiuso anni fa!
    Per non parlare dei soldi riciclati negli esercizi commerciali…
    Certo che gli enotecari storici, padroni dei muri, sopravvivono, sopravvivono fino a che non muoiono, con dei figli cha fanno altri mestieri. E allora l’enoteca si chiude e si realizza vendendo l’immobile, magari proprio ad una banca. A Torino delle gastronomie aperte prima del 1970 ne sono rimaste solo 3! Di enotecari di livello, come dici tu, ce ne sono 2 a Torino, 2 a Genova, ma questi il “cassetto” lo fanno con gli alcolici, forse 4 a Milano. E parliamo di città con centinaia di migliaia di abitanti, dove si fanno i numeri.
    Invece prova a pagare 75000 euro d’affitto all’anno per una buona posizione con 120/150000 euro di magazzino, anche senza dipendenti e vedi in quanto chiudi la saracinesca.
    E poi lo sai anche tu nel tuo settore che il “cassetto” si fa con 100000 bottiglie di base e non con 2500 di riserva.
    A meno che tu non faccia Dal Forno di cognome…

  43. …Biondi Santi, Querciabella, Sassicaia, Mazzei, Tignanello, Contini-Bonacossi, Gaja, Chiarlo, Foradori, Caprai, Krugg, Laurent Perrier, Dom perignon…
    Questi signori sarebbero vignaioli? Queste sono industrie e marchi ed è del tutto ovvio che vendano nei supermercati.
    Per quanto riguarda le enoteche: la competizione di alto livello della GDO non c’è da molti anni, lascia che gli enotecari bravi si organizzino e smettano di vendere ciò che vende anche il supermercato a meno, e poi vediamo. Non sono sicuro che sopravvivano ma neanche che debbano per forza di cose scomparire come hai ventilato. Il mondo del vino, ultimamente, riserva continue sorprese.

  44. @Corrado
    Non voglio fare polemiche, visto che siamo già andati fuori tema, ma a proposito di sorprese, quando saremo costretti ad espiantare 70000 ettari di vigneto ne riparliamo…

    P.S. tanto per la cronaca i Contini-Bonacossi fanno il vino da più di 500 anni, scusa se é poco.

  45. @paolo e corrado : Nicolas Joly vende i suoi vini alla GDO, al Carrefour vicino a casa mia (vicino a Toulon) trovo la Coulée de Serrant per poco più di €40. Pare quindi che le vigne biodinamiche possano essere attratte dalle stelle, dalla terra e dal soldo simultaneamente.

    @corrado : D’accordo che molti vignerons francesi di qualità non vendono alla GDO; ma mi pare inutile amalgamare le attività distruttive di alcuni disgraziati del Languedoc che non riescono a vendere i loro vini scadenti e quelle di veri vignerons che non ricorrono a tali metodi.

    E comunque concordo sul ruolo dell’enoteca. Avrei aggiunto che in Francia l’enoteca viene protetta dai vignerons rispettando un prezzo pubblico, e quindi anche la vendita diretta del vigneron si fa al prezzo dell’enoteca, per evitare una concorrenza sleale (tenendo conto che mantenere una struttura per vendere direttamente implica dei costi).

  46. @Mike
    Quel che dici é molto interessante. In fondo, anche Joly dovrà ben mangiare, mandare a scuola i figli e cambiare il trattore, no?
    Il discorso dell’equiparazione prezzi enoteca-prezzi vendita diretta bisognerebbe spiegarlo a quelli di Vinarius…

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