Eccesso di alcol nei vini: sempre e comunque un problema

Ha provocato qualche uscita un po’ eccessiva, ad esempio la simpatica accusa, nei miei confronti, di scrivere post che “risentono davvero del caldo… Quello che dà alla alla testa e fa sragionare”, nonché di fare “considerazioni che, alla fine, risultano generaliste e banali, tanto quanto quelle di James Suckling o Robert Parker. Contrarie. Ma uguali nella loro pressapochezza” – un rilievo, quello di scrivere cose simili a quelle di Suckling, che in altri tempi, bei tempi !, sarebbe valsa una sfida a duello e la scelta dell’arma e dei padrini – il mio recente post su “Vino e alcol scarsa chiarezza tra I consumatori inglesi”.
Mi dispiace per chi è intervenuto attribuendo la colpa dei vini troppo alcolici al global warming, alle “stagioni che, signora mia, non sono più quelle di una volta” e sostenendo che non è vero “che i vignaioli producono vini da 14 gradi perché vogliono fare vini “superqualcosa”, ma non credo che le cose stiano così e che sia molto interessante e condivisibile l’analisi di Roberto Giuliani di LaVINIum, che chiama in causa le “maggiori concentrazioni in vigna”. E che osserva, e come dargli torto ! che “il cambiamento degli ultimi venti anni, che ha visto una selezione dei cloni meno produttivi e una più o meno forte riduzione di grappoli per pianta, non poteva che portare un aumento della gradazione, vista la maggiore concentrazione di zuccheri. A questo si è aggiunto, praticamente in contemporanea, un aumento progressivo delle temperature, che ha fatto si che nelle annate torride l’uva presenta seri problemi di equilibrio nella maturazione: tanto zucchero e quindi alcol potenziale elevato, ma tannini ancora verdi, soprattutto quelli dei vinaccioli, più coriacei e bisognosi di tempo per maturare”.
Quello dell’alcol eccessivo nei vini, comunque lo si osservi, attribuendo le colpe al destino cinico e baro e all’effetto serra, oppure anche agli eccessi di una certa “estetica” enologica, che ha fatto più danni di Attila, sta diventando un problema serio, che provoca risposte e reazioni forse eccessive, ma più che giustificate.
Accade così, in quella californiana Napa Valley dove le gradazioni medie dei vini sono passate dai 12,5° del 1971 ai 14,8 delle ultime annate, che un commentatore, Elin McCoy, su Bloomberg.com possa cominciare un proprio articolo sull’argomento raccontando di aver “gettato nel lavandino un Merlot di Sonoma del costo di 75 dollari perché il retrogusto gli ricordava il bruciante finale di una pessima grappa”, nonostante sull’etichetta figurasse un contenuto alcolico di 15 gradi, non quello di un distillato.
E’ l’era, questa, degli “overpowering wines”, dei vini prepotenti e insopportabili, come lo definisce il wine writer Usa, il quale riconosce che “l’alcol è un componente essenziale del vino, e contribuisce al corpo e alla tessitura, ma che quando è eccessivo finisce con il cambiare sensibilmente il gusto dei vini contemporanei. I vini ad alto contenuto alcolico presentano un carattere dolce, ricco, denso e compatto, ma molti hanno un pesante sentore di prugne di uve e non presentano alcune di quelle caratteristiche di finezza e di freschezza nel sapore che rendono il vino l’ideale complemento del cibo”.
Questa forma di nausea per un simile tipo di vini decisamente eccessivi, volgari, senza eleganza – e dalla scarsa piacevolezza – ha ad esempio condotto un noto e rispettato venditore di vino di lunga esperienza e sapienza come Darrell Corti della Corti Brothers a Sacramento, a decidere (vedi articolo) di non acquistare e porre più in vendita vini che presentino un grado alcolico superiore a 14,5. Recentemente, racconta Corti “abbiamo degustato una serie di Zinfandel con una gradazione dai 15,6 ai 17 gradi e non erano per niente piacevoli. Così abbiamo deciso di prendere una posizione chiara”.
E le risposte del pubblico dei consumatori, nonostante Corti sia stato accusato di volta in volta di un atteggiamento censorio o di esibizionismo o di una mentalità poliziesca, una volta che nella blogosfera si era diffusa l’eco della sua decisione, sono state nettamente positive, perché “stanchi di bere vini che hanno lo stesso gusto e gli aromi di un Porto”, ma senza esserlo.
Americanata ? Niente affatto, perché nel Vecchio Mondo, nella civilissima Inghilterra, una delle responsabili della food division di uno dei più importanti rivenditori di vino, ha dichiarato a Decanter che é continuamente alla ricerca di vini che presentino un contenuto alcolico dai 12 ai 14 gradi e non di più. Segno che i consumatori dimostrano nei fatti di non poterne più dei risultati di una pratica agronomica che prevede la raccolta a piena maturazione, pardon, sovramaturazione, con il risultato di ottenere un contenuto zuccherino elevato che si traduce in alcol elevato dopo la fermentazione.
E questo, lo dicono i wine writer californiani, non il sottoscritto che come qualcuno sostiene sarebbe stato obnubilato dal caldo, attribuendolo non solo al global warming, ma al fatto che si intende “compiacere un trend alla moda che vuole vini più concentrati dai profumi sfrontati e densi che sacrificano l’equilibrio in nome di una capacità di impressionare fortemente al primo impatto”. Anche se poi questo conduce ad ottenere prodotti che non si fanno bere e il cui apprezzamento, quando c’è, si ferma al primo bicchiere…
Certo, come racconta l’articolo, per risolvere l’annoso problema dell’eccesso di alcol nei vini esistono, volendo, delle soluzioni, cui molti, in California e altrove, ricorrono, proposte e caldeggiate, ad esempio, da un esperto del settore come Clark Smith, titolare del laboratorio Vinovation a Sebastopol in California, che si presenta, anche in lingua italiana, sul proprio sito, come “un’azienda californiana che mette a disposizione dei produttori di vino consulenze, servizi ed attrezzatura. I nostri servizi sono rivolti alla comunità di enologi professionisti di tutto il mondo” e usa “membrane rispettose della qualità del vino (dette di “osmosi inversa”) che permettono di vendemmiare al massimo della maturità e della qualità eliminando gli effetti collaterali negativi”.
Sicuramente tutto bello, tutto in regola, come potrebbero documentarci i collaboratori e referenti in Italia di Vinovation, una società con sede a Cortona nell’aretino e filiale a San Gimignano.
Ma può essere l’osmosi inversa, reverse osmosis, anche se l’autore dell’articolo ci racconta la positiva esperienza dell’assaggio di quattro campioni dello stesso vino, uno l’originale, gli altri tre “trattati” in diversa misura, con diverse riduzioni di contenuto alcolico, dal laboratorio di Clark Smith, con risultati a suo avviso soddisfacenti in termini di piacevolezza ed equilibrio, la soluzione ?
Non si passa davvero, in questo modo, all’insegna di un interventismo forte in laboratorio, pardon, in cantina, dalla padella dell’eccesso di alcol alla brace dei vini che di naturale hanno ben poco e che sono pasticciati, costruiti, tutt’altro che naturali ?
p.s. letto questo post, mi ha telefonato Darrell Corti dalla California. Mi segnala che l’eco delle vivaci discussioni sulla sua uscita si possono leggere in questo articolo che compare nella sezione food and wine di un sito Internet based in Sacramento, di cui é responsabile il wine writer Mike Dunne. Very interesting !

0 pensieri su “Eccesso di alcol nei vini: sempre e comunque un problema

  1. Beh tutto in regola non proprio; l’osmosi inversa in Italia si può usare solo per l’autoarricchimento sul mosto ma non sul vino. Anche se tutti la usano! 🙂

  2. Ciao,

    proprio ieri, è passato nella nostra azienda uno di quei consulenti /venditori che girano le cantine per vendere tannini, lieviti ecc.
    Lavora per un grosso gruppo che produce e commercializza macchine per la nano filtrazione (osmosi inversa).
    Ci spiegava (anora una volta) che con queste macchine ( e le relative resine ausiliarie) si possono correggere i vini concentrandoli, dealcolandoli, togliendo un pò di acidità volatile, eppoi con l’elettrodialisi, stabilizzare l’acidità tartarica. Certo che detta così, il prodotto della cantina, non sembra tanto naturale.
    Certo è che nella mia zona (Valpolicella) il problema dell’alcol sta diventando forte. In questi anni abbiamo delle ottime uve che iniziano gli appassimenti per la produzione dell’amarone. Con 4 mesi di appassimento “professionale”, ci troviamo ad ottenere dei vini con 17 gradi alcolici potenziali.
    Questo consulente ci raccontava di un cliente che annacqua il mosto prima delle fermentazioni e dopo un anno concentra il vino. Poi lo dealcola!!Forse stiamo impazzendo (stanno!!).
    Certo che i mercati premono e i produttori fanno di tutto per assecondarli. Chi esporta i vini in Canada ed in Svizzera, sa cosa vuol dire in termini di tasse , avere vini sopra o sotto i 15 gradi.
    Non so capire però come mai si continua a dire che i vini molto alcolici siano superati, e qui da noi ci chiedono solo Amarone e Ripasso (15, e 14%), e i Valpolicella e Bardolino “normali” (11,50-12%), non se li fila nessuno

    Carlo

  3. @Carlo
    Concordo con te ed aggiungo che alla tua domanda finale ti sei dato anche la risposta. Quel tipo di vino é richiesto solo lì da voi. Ricordi la ricerca che il consorzio fece fare dal prof. Mannehimer e che fu presentata all’anteprima di Palazzo della guardia nel 2002? Il 45%degli italiani non sa neanche dove sia la Valpolicella ed il 22% dei veneti la colloca in un’altra provincia. Senza contare che la metà dell’annata 2001, allora, era ancora in cantina invenduta. Il 68% per cento del vino a denominazione Valpolicella viene consumato in veneto. Non c’é nessun altro posto in Italia dove si beva come e quanto a Verona e provincia.

  4. @paolo

    chiarisco che “qui da noi” vuol dire che le cantine della valpolicella vendono molto bene (e soprattutto all’estero) vini alcolici come l’amarone ed il ripasso. Non è che vendiamo in veneto (ed in italia)i nostri vini, anzi..
    Quindi la teoria che nel mondo stanno andando di moda i vini leggeri, noi ( valpolicella) non la percepiamo. Infatti se fosse veo dovremo vendere molto piu’ facilmente vini tipo i valpolicella “base”.
    @roberto
    condivido e sottoscrivo

    Carlo

  5. A proposito di alcol. Per fare un esempio (non casuale) a dimostrazione che il caldo da solo non può bastare a giustificare certe gradazioni, ci sono aziende come Ar.Pe.Pe. in Valtellina che con l’Ultimi Raggi, un vino ottenuto da nebbiolo appassito sulla pianta e, quindi, con una maggiore concentrazioni di zuccheri, che esce dalla cantina attorno ai 13,5 gradi; questo è il valore massimo dei vini Ar.Pe.Pe., mentre la media è di 12,5 gradi, con vini come il Valtellina Superiore Sassella Rocce Rosse Riserva, cioè un vino di punta.
    Nella stessa zona, abbiamo Nino Negri che con il Valtellina Superiore Sassella Le Tense ha una media di 13,5 gradi, cioè un grado in più. E’ colpa del caldo? Ar.Pe.Pe. tiene le uve sotto l’ombrellone?

  6. @Carlo
    Avevo capito, ma se di amarone ne fate due milioni di bottiglie l’anno, anche supponendo che lo vendiate tutto all’estero, é chiaro che, nonostante la qualità indiscussa del prodotto, resta un vino poco noto. Quindi, se il consumatore medio nel mondo preferisce bere leggero, a voi interessa poco perché il prodotto lo avreste comunque piazzato presso gli importatori. Viceversa sentireste la crisi con una produzione media annua di 20 milioni di bottiglie.

  7. Troppo facile, Ziliani, portare a supporto della propria tesi il fatto che si producano Zinfadel da 17 gradi! E chi di noi li ha mai bevuti?!?!
    Qui il discorso è un altro, e cioé se si debba estremizzare taluni concetti per sviluppare ad ogni costo posizioni “contro”. L’alcool non può mai essere un problema in vini provenienti da vigne ben curate e da territori importanti. Ciò che è importa non è la gradazione di un vino ma il suo equilibrio complessivo. Chi l’ha detto che la gradazione sia contro l’eleganza? Pensiamo a certi vini del sud della Francia, con grandi tenori alcolici, ma dalla straordinaria eleganza e finezza. Il problema non è mai l’alcool in sé ma la capacità di compiere scelte oculate in vigna ed in cantina. La sovramaturazione è una scelta: se produce vini cotti è perché si è ecceduto. Ma non per questo bisogna allora affermare che l’alcool in assoluto è un problema. Perché altrimenti il rischio è quello di creare mode al contrario, prima andavano i superconcentrati, adesso spingiamo le sciacquette… Fino a ventilare che maggiori concentrazioni in vigna costituirebbero un problema! Signori, Romanée Conti produce 12 hl. per ettaro. La concentrazione in vigna è una regola aurea per produrre vini di qualità.
    Non solo. Ma come giustamente scritto, non è assolutamente detto che vini meno alcolici siano meno lavorati, anzi, spesso capita il contrario poichè si devono “lavorare” uve immature oppure de-alcolizzare uve stramature. Di nuovo, il problema non è quello di una battaglia astratta contro il tenore alcolico, ma quello di un sostegno ai vini veri. Che siano di 12 o di 14 gradi.
    In tutto questo dibattito posso capire le preoccupazioni di tipo salutistico, ma allora signori che si faccia una battaglia seria contro gli eccessi di solforosa, questa sì dannosa e causa di mal di testa.
    Infine, visto che qui paiono tutti anche esperti di climatologia, mi piacerebbe mandarvi le medie statistiche relative all’andamento delle temperature degli ultimi anni giusto per capire l’entità del fenomeno cui stiamo assistendo e capire che non basta portare come esempio un solo produttore per smentire un fatto (specie se si è giornalisti): ovvero che da venti anni a questa parte sta cambiando radicalmente la geografia vitivinicola. Parlate con i vignaioli tedeschi, ad esempio. E guardate le gradazioni dei loro vini. Guardate come la coltivazione della vite si stia spostando verso nord.
    Le mode passano mentre questo è un cambio epocale che non può essere sottovalutato.

  8. @roberto
    …ehmmm…in realtà anche le nostre ultime annate si stanno alzando decisamente di gradazione.
    Per Il 2005 la media è stata di 13.25, mentre per il 2006 siamo intorno ai 13,50.
    Un caso a parte è la vendemmia tardiva Sassella “ULTIMI RAGGI” che nel 2002 era 13.90; nel 2004 14.30; nel 2005 14,50; nel 2006 14,85.

    Comunque dipende sia dalla stagione e dal carico produttivo per ceppo.

  9. Grazie per la precisazione Emanuele!
    Mi domando però, se quanto dice Corrado abbia lo stesso valore anche con un clima sempre più caldo e magari anche siccitoso. In questo caso cambiano gli equilibri, e se 10 anni fa lasciare due grappoli per pianta comportava un certo risultato, oggi quegli stessi grappoli potrebbero non aver più necessità di essere “solo in 2” per ottenere qualità, magari 3. Intendo dire che la diluizione delle sostanze su una pianta che produce cinque chili d’uva è inevitabile, ma 1 kg forse, con un caldo che comunque tende a far ridurre l’acqua contenuta negli acini, può non essere più necessario e si può trovare un maggiore equilibrio con 1,5 kg.
    Staremo a vedere Se Romanée Conti continuerà a produrre 12 hl o con il clima sempre più torrido aumenterà.

  10. Se c’è stress idrico c’è meno linfa, la vite lavora meno, a volte si ferma del tutto. Quello che succede è che la maturazione dei grappoli avviene più per “appassimento” che per un reale nutrimento. E’ il caso paradigmatico del 2003. Ma anche in anni più piovosi si è assistito a due/tre settimane di caldo estremo che provoca effetti simili: l’effetto è quello di avere una maturità zuccherina a causa di questo appassimento forzato ma di avere tannini verdi poiché la pianta ha avuto uno squilibrio idrico. Una sana gestione della vite deve condurre, in questo caso, verso una pratica opposta a quella “suggerita” da Roberto Giuliani, ovvero tenere meno uva possibile, proprio poiché vi è poca acqua, e tale acqua va risparmiata e gestita dalla pianta su meno grappoli possibili per avere un equilibrio fisiologico. Siete nel deserto e manca l’acqua: se la razionate in due potrete vivere meglio che se la razionate in tre, o no? L’errore di fondo sta proprio nel pensare alla gradazione finale del vino: voglio fare un vino di gradazione inferiore dunque lascio più uva. E la fisiologia della pianta? L’idea che debba esserci un equilibrio agronomico? E’ fare viticoltura naturale questo approccio? Tutto questo a me pare il giano bifronte dei vini iper-concentrati, costruiti per piacere a un certo pubblico: così si costruiscono i vini “più leggeri” che vorrà la nuova moda. Alla faccia di una viticoltura sana.

    PS Nell’ascolano in questo momento stanno scaricando completamente l’uva, non per fare qualità ma perché c’è tale penuria d’acqua che si vuole salvaguardare la sopravvivenza stessa delle piante…

  11. e mi sa che sabato vado anche io a scaricare un po’ di uva, perchè con questo secco mi muore tutto…sig
    Ben detto Corrado, sottoscrivo tutto in pieno. Il bravo vignaiolo non fa il conto dei gradi, dei tre chili per pianta o del chilo e mezzo, non cima solo perchè c’è scritto sui libri o perchè lo fanno tutti, ecc: va in giro per la sua vigna e vede come stanno le sue piante, quante foglie hanno, se sono in equilibrio col carico di uva che portano e così via.Non ci sono le ricette e sia la vigna che il vino sono sistemi talmente complessi che quando cominci a fare dei conti sai già che stai trascurando qualche cosa.
    E per quanto riguarda l’alcol basso dei vini di una volta, “che allora sì che erano freschi e buoni” andate a leggere su “Vino al Vino” di Mario Soldati la descrizione che fa del verdicchio del contadino che nel 1970 “alzava” 14 gradi. Lo paragona agli Chablis “la classe è la stessa, ma la composizione degli aromi è diversa, particolare del Verdicchio,(..)e insomma unica”. Questo per dire che il vino è buono se equilibrato, i numeri lasciamoli alla matematica.

  12. @Corrado,
    grazie per i chiarimenti. Il tuo ragionamento non fa una grinza, anche se io non intendevo suggerire un aumento della produzione in situazioni di estrema siccità. Ogni annata è diversa, lo sai meglio di me, e non c’è una formula standard per risolvere i problemi che si presentano. Suppongo che, in una situazione non di assenza di piogge, ma comunque di gran caldo, possa essere più difficile ottenere a maturazione piena una gradazione contenuta se la quantità di acini che riceve sostanze è sottodimensionata rispetto alla potenzialità della pianta. Ma queste sono solo teorie, poi sul campo si valuterà di volta in volta cosa è meglio fare. Certamente se da un’annata debole come la 2002 (non dapertutto) si pretende di ottenere 14 gradi per seguire il “gusto” del momento…

  13. Interessantissimo thread. Che allude ovviamente alle due diverse maturazioni dell’uva, quella tecnologica (o fisiologica? non ho mai capito quale dei due termini si usa, insomma mi riferisco a quella che coinvolge zuccheri e acidita’) e quella polifenolica. Anche se generalmente si prende in considerazione solo o prevalentemente la prima, quella piu’ delicata, a parere credo di tutti noi, e’ la seconda, anche perche’ meno sostituibile con trucchetti strani. A questo proposito se c’e’ una cosa che il cambiamento climatico potra’ produrre, io credo che sara’ uno slittamento dell’una maturazione rispetto all’altra. Slittamento che e’ recuperabile solo fino a un certo punto agendo sul carico di uva, e che e’ cosa ben piu’ seria qualitativamente di un semplice aumento del tenore zuccherino delle uve perche’ ha notoriamente a che fare con il carattere “verde” dei tannini (o con la necessita’ sistematica di acidificare il vino). In altre parole credo che il mutamento climatico portera’ una ridefinizione di dati abbinamenti vitigno/territorio: avremo che alcuni territori non saranno piu’ vocati a un certo vitigno come erano abituati ad essere, perche’ se sistematicamente un vitigno prende ad anticipare nettamente la maturazione polifenolica con quella tecnologica, c’e’ poco da fare, temo, a parte cambiare vitigno o cambiare zona.

  14. Roberto, solo un appunto.
    Nessuno mette in discussione “le testuali parole del famoso enologo francese Emile Peynaud, già maestro del nostro Giacomo Tachis: LA GRADAZIONE E’ UN ELEMENTO DI QUALITA’, NON PER IL SAPORE DELL’ALCOOL IN SE STESSO, MA PER IL MIGLIORE EQUILIBRIO CHE ESSO PERMETTE DI OTTENERE“. Pero’ qui non si sta parlando della gradazione, ma dell’eccesso di gradazione. Per vini rossi come l’Amarone, lo Sforzato ecc., la soglia minima non e’ la stessa che per un Dolcetto del Monferrato o un Grignolino d’Asti ed e’ logico che anche la soglia minima per parlare di un eccesso abbia altri tenori di alcool. E comunque, non si fa di ogni erba un fascio. Ogni vino e’ diverso dagli altri, ogni collina, ogni esposizione, non si puo’ certo dire che un Barbaresco Riserva Emilio Serafino 1952 di 13,5 gradi abbia un eccesso di alcool, perche’ l’ho bevuto pochi anni fa, e ne aveva solo 50 (!) ma era perfetto. Ma prova a berti i Dolcetto di Acqui o di Ovada 2000 a 14,5 e 14,2 e vedrai che anche tu preferirai quelli a 12,5.
    Ripeto che ogni cantina sa benissimo quali sono i suoi migliori vini e che livello di alcool minimo e massimo ideale dovrebbero avere, per esperienza storica.
    Sinceramente poi non vedo in questo blog quello che tu chiami “il moltiplicarsi di scritti, di pur bravi colleghi, che sostengono una tesi diametralmente opposta alla mia”. Mi sembra che non ci siano degli schieramenti diametralmente opposti e soprattutto prima di stigmatizzare terrei conto del fatto che ognuno ha parlato della sua esperienza con i vini propri o al massimo del vicinato ma non e’ andato a sindacare su vini e zone che non conosce, perche’ appunto e’ nella diversita’ che c’e’ ricchezza qualitativa, mentre nell’omologazione c’e’ sol brodo per conigli.

  15. Ciao Mario e grazie del tuo contributo, ma l’articolo è datato ottobre 2006, e non era riferito chiaramente a questo post, scritto a luglio 2007.
    Comunque io sono, e resto del parere che, non è tanto il tenore dell’alcol che può dare fastidio, ma quello che conta è l’equilibrio generale del vino : quando è in bocca non deve avere spigoli o punte, che pungono di qua e di là : il vino che a me piace deve essere SFERICO, dove ogni elemento : tannini-acidità-alcol sono in perfetto equilibrio.
    Un vino fatto male può dare fastidio anche con soli 12,50 gr., mentre altri con 14,50 se fatti bene sono gradevolissimi.
    Non è questione di alcol, questo è il mio parere.
    Ciao e buona giornata
    Roberto

  16. Cacchiolina, Roberto! Del 2006? Allora vuol dire che il problema era e rimane ancora davvero sentito!
    Sottoscrivo quella tua frase sui vini migliori che sono quelli dove “ogni elemento : tannini-acidità-alcol sono in perfetto equilibrio”.
    E’ la forzatura di una o dell’altra delle componenti che porta ad eccessi. l’esagerazione.
    Ti mando ad un mio link del 2003…

  17. Ho trovato un’altra chicca che sottoscrivo in pieno, frutto dell’osservazione acuta di Riccardo Farchioni e Fernando Pardini di http://www.acquabuona.it/ in un articolo del 21 febbraio 2003 a proposito del debutto del Brunello di Montalcino Riserva del 1997, che è considerata dai più come l’annata del secolo. „Con troppa frequenza ci sembra si sia caduti nel gesto dell’abbondare, del lasciarsi prendere la mano, dell’esasperare colori ed estrazioni, tramutatisi di fatto in eccessive pesantezze o monumentali apparenze – tanta morbidezza e poco vigor acido – senza giocare su quei registri di accurata ricerca delle sfumature e degli equilibri che soli sanno far allungare trame ed espanderle in profondità, senza bisogno di quel dilagare di materia decisamente impersonale”.

  18. Mi pare che ci sia troppa carne al fuoco. L’argomento lanciato da Franco, in realtà, voleva evidenziare come certe mode abbiano spinto numerosi produttori ad abusare in potenza, non solo alcolica anche se è elemento importante, ma generale. Potenza come tanto di tutto, come se per poter apprezzare un vino si debba “pomparlo”. E’ chiaro che la tipologia conta, ma proprio per questo è assurdo trovare Dolcetti da 14,5 gradi e Barolo da 13,5, laddove il Dolcetto non può offrire la stessa complessità e longevità di un Barolo, ma dovrebbe dare piacevolezza e serbevolezza perché sono le caratteristiche peculiari di quel vitigno.
    Un altro esempio è accaduto con il Bardolino, per il quale si è spinto per ottenere la Docg nella versione Superiore, perché la richiesta era (e in parte è ancora) verso vini più strutturati. Il punto è: se tutti forzano la mano sui propri vini, a prescindere dalle loro reali caratteristiche e funzioni (non dimentichiamoci che non si può mangiare brasato tutti i giorni!), il risultato è facile da intuire e lo vediamo ogni giorno. Il troppo alcol, spesso è accompagnato ad altri “troppo”, rendendo comunque i vini squilibrati, poco digeribili, pesanti, impossibili da accompagnare al cibo. Se poi si entra nel merito “clima” o “interventi in cantina”, è inutile raccontarci palle, oggi è molto più condizionante l’uomo (vogliamo dire il winemaker?) che gli eventi atmosferici. Da cui articoli come quello di Acquabuona sui Brunello 1997 e a seguire…

  19. Si, Roberto Giuliani, 100% d’accordo. Posso estrarre una frasetta da quell’articolo che scrissi per Acquabuona?
    “Rossano mi disse che basta lasciar passare pochi giorni in più dal termine ideale per effettuare la vendemmia, magari perchè si aspetta l’aria più asciutta e un po’ di sole, oppure perchè c’è qualche festa in famiglia e si rimanda la fatica al lunedì seguente, e subito l’uva molto sana di una vigna ben esposta va col tenore zuccherino a giocare più in alto, dove incrociano gli angeli e le frecce tricolori, appunto”. Questo lo diceva il mio amico vignaiolo per caso e per passione. Che non poteva ancora sapere che c’e’ anche qualcos’altro che manda l’uva col tenore zuccherino a giocare più in alto, perche’ lassu’ oggi non incrociano piu’ solo gli angeli e le frecce tricolori, ma pure gli enologi… volanti!!!

  20. NOn vorrei aggiungere altra carne dove forse davvero ce n’è già troppa al fuoco, però credo che si possa utilizzare l’argomento trattato da Franco per fare sintesi su alcuni problemi generali, sia di gusto dei consumatori, sia di taste leading.

    Innanzitutto, siamo drogati dagli eccessi gustativi.
    In un panel test, la scorsa settimana, con all’esame preparazioni di carne piemontese, su 50 assaggiatori nessuno ha colto che in un campione c’era la metà del sale presente nell’altro. La metà! Al massimo qualcuno ha colto la sfumatura: più delicato, più saporito.
    Questo esempio per dimostrare che gli eccessi di sapore cui quotidianamente siamo sottoposti e a cui veniamo educati (si pensi allo chef che afferma di avere un segreto: cuocere la pasta nel brodo fatto con un dado di glutammato…) ci induce a cercare un continuo aumento delle sensazioni olfattive e gustative. La finezza e l’equilibrio continuano ad essere virtù per una nicchia di consumatori estremamente educati e attenti, non per il pubblico di massa: il successo di certi areali viticoli e di certe tecniche enologiche degli ultimi anni lo dimostra.

    Quanto al problema di taste leading, è un fatto che le degustazioni da cui derivano articoli, resoconti, guide e classifiche sono fatte in ambienti e condizioni paragonabili al consumo di vino come aperitivo o comunque fuori pasto. In ogni caso, è raro che le valutazioni capaci di orientare vengano da una degustazione di vino accompagnato al cibo e soprattutto ad un pasto.
    E’ chiaro allora, che specie dei consumatori esperti, ma molto soggetti al problema dei cibi supergustosi come gli americani e, in misura minore, i britannici, trarranno un’impressione molto migliore da vini che in quel momento, prima del prossimo campione, nei 20 secondi che possono essere loro dedicati, esprimono una potenza olfattiva e gustativa fuori dagli schemi. E questa prestazione si ottiene di norma grazie all’alcol oltre le percentuali medie abituali.

    Perdonate le banalità, ma mi sembrava che il discorso fosse sufficientemente “sferico”, capace cioè di sintetizzare i maggiori problemi attuali del consumo e della comunicazione del vino.

  21. benvenuto, come commentatore, all’amico Michele Fino, già preziosissimo e qualificato commentatore ai tempi di WineReport e oggi apprezzato Assessore all’agricoltura del Comune di Saluzzo. Bravo Michele, é sempre un grande piacere leggerti !

  22. dimenticavo: ovviamente concordo in pieno, anzi sottoscrivo, le osservazioni che Michele Fino fa sulle condizioni – e degenerazioni – in cui svolgono troppe degustazioni, tra cui, ovviamente, quelle da cui scaturiscono i responsi delle varie guide, e di molti concorsi

  23. Ciao Franco,
    come sempre Darrel Corti conferma una cultura, una capacità di espressione ed una lucidità invidiabili. Grazie per il suo contributo e per la tua ospitalità.
    A presto
    Francesco Bonfio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *