
Piccolo esercizio per mantenere in attività lo spirito critico e non “tavernellizzare”, pardon, banalizzare e appiattire il discorso sul vino anche quando agosto é alle porte e la calura opprimente impazza. Riuscite ad immaginare una zona di produzione estera specializzata, sino ad identificarvisi, con un vino bianco noto in tutto il mondo, per dire, la Mosella in Germania, la Wachau in Austria, Rias Baixas in Spagna, Chablis, Sancerre, Sauternes, Pouilly-Fumé o Alsace in Francia, che ad un certo punto decida di diventare anche una zona di produzione di vini rossi, anzi, di farsi notare e apprezzare soprattutto per questo ? Impensabile, perché all’estero sono perfettamente consapevoli come il meccanismo di identificazione zona – prodotto sia fondamentale. In Italia, invece, dove “todo es possible” e il why not, il never say never, il “proviamo a vedere cosa succede” imperversano, anche nel mondo del vino, può tranquillamente succedere che in una delle storiche zone di produzione di vini bianchi, anzi in un’isola di bianco, a white island in a tuscan red sea, ovvero a San Gimignano, patria della celeberrima e storia Vernaccia, primo vino italiano in assoluto a ricevere la Doc, nel lontano 1966, si siano messi in testa l’idea “meravigliosa” di diventare anche zona di produzione di grandi vini rossi.
Intendiamoci, produttori di vini rossi nel celebre borgo turrito lo sono da sempre, visto che San Gimignano fa parte dell’area di produzione del Chianti Colli Senesi, e alcuni vini (ad esempio quelli di Montenidoli, dei fratelli Vagnoni, di San Quirico, di Fattoria Sovestro – Baroncini) hanno una loro indubbia piacevolezza e salda personalità.
Il Chianti Colli Senesi non essendo però sufficientemente appealing, à la page, troppo normale e beverino e schietto per vellicare le papille e stuzzicare la libido dei wine writer e delle varie guide, cosa hanno allora pensato di fare a San Gimignano ?
Molto semplice, di inventarsi, nel 1996, la nuova Doc San Gimignano Rosso, che dopo undici anni di vita conta oggi su un centinaio di ettari (non è cresciuta molto…) e su una produzione che non raggiunge il mezzo milione di bottiglie.
Cosa prevede questa Doc sangimignanese in rosso ? La possibilità di produrre, se si vuole, un San Gimignano Sangiovese, ma anche e soprattutto, con un mal masticato concetto tardo bolgherese, quando ormai a Bolgheri questo modello mostra la corda, i soliti Cabernet, Merlot, Syrah e persino Pinot nero (mais oui !) ad accompagnare il Sangiovese o più spesso utilizzati in purezza.
Ovviamente il San Gimignano rosso non ha preso piede, anche perché, genialissimi, alcuni produttori locali particolarmente ambiziosi e ansiosi di proporre in loco una loro personale way to Super Tuscan e di guadagnarsi (cosa che in alcuni casi si è verificata) l’attenzione ed i premi delle guide, i loro vini a base di vitigni bordolesi non li hanno proposti come San Gimignano rosso, bensì come Igt Toscana o Colli della Toscana Centrale. Di fatto “cannibalizzando” e svuotando di quel poco significato che poteva magari avere questa Doc di recente storia che vorrebbe (come nell’elaborazione grafica, con le torri arrossate per l’occasione, vedi foto) mostrare un’inedita “Red identity” di San Gimignano.
Quella che una nota cantina che molto ha fatto per la notorietà della Vernaccia, tanto per non fare nomi, Teruzzi & Puthod, oggi passata alla Campari tramite la controllata Sella & Mosca, vorrebbe creare, affidando la consulenza di un ambizioso-immaginifico “progetto di un grande rosso”, sospinto anche dell’Amministrazione Comunale, nientemeno che allo “omino co’ baffi”, ovvero l’enologo super star Carlo Ferrini.
Ma accidentaccio, invece di rincorrere illusioni e utopie, di intonare, novelli Mamas & Papas, “California dreaming”, tentando di accreditarsi come terra di rossi importanti come lo sono Montalcino, Montepulciano, il Chianti Classico, la Rufina, Carmignano, scampoli di Maremma, invece di sprecare tempo ed energie ad immaginare per il San Gimignano Rosso una fantomatica identità che non ha ancora trovato e chissà se potrà mai trovare, a San Gimignano, pur continuando a produrre onesti e simpatici Chianti Colli Senesi, non sarebbe meglio e più ragionevole che tutti i produttori si dedicassero a rendere sempre più buona, appealing, gustosa, unica e inimitabile, quella Vernaccia che da sempre fa la loro nobilitate e dà loro da vivere ?
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0 pensieri su “San Gimignano – 1: California (or Bolgheri ?) dreaming”
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E se quest’ultima opzione (rendere la Vernaccia, gustosa, unica, inimitabile, appealing, ecc), fosse alla prova dei fatti una strada poco percorribile? Voglio dire, è solo una ipotesi provocatoria, ma bisogna pur mettere in conto che non tutte le cose possano essere come vorremmo.
La storia raccontata da Ziliani è comunque interessante, e varrebbe la pena di prenderla come spunto dal quale partire per fare un ragionamento complessivo sul sitema delle Denominazioni d’Origine italiane.
Cosa è successo a S.Gimignano, o meglio ai suoi produttori? Non riuscendo a sfondare con la Vernaccia, specialmente sui mercati internazionali, hanno voluto/dovuto produrre dei rossi. Quali strade avevano? Chianti dei Colli Senesi. Non funziona, lo dice anche Ziliani. Non ha appeal, ma non solo sulle guide, anche e sopratutto sui consumatori. Perché, perché è un invenzione di sana pianta e di matrice politica, tanto per dare una spolverata di Chianti – che è una zona geografica ben precisa tra Siena e Firenze – anche su zone che non c’entravano nulla. Quindi, una DOC debole, e come tale percepita da tutti, persino dalla maqggior parte dei produttori. Altra strada: creare una DOC nuova, che come si sa qui da noi non si nega a nessuno. Hanno quindi pensato bene di usare il nome San Gimignano, che in fondo è molto conosciuto anche all’estero grazie al bellissimo paeseaggio che ne ha fatto una delle destinazione turistiche favorite in Toscana. Non ha funzionato, a quanto leggo qui, neanche questa strada. Perché anche questa è una DOC senz’anima.
Allora, cos’e’ che volevano veramente i produttori di San Gimignano? Oso buttarla lì, consapevole di dire una bestemmia in chiesa: volevano avere a disposizione una categoria di vini che, pur essendo ormai da tutti denigrata e aborrita, risulta essere ancora, a dispetto di molti, qualcosa che in giro per alcune parti del mondo (specialmente USA) si vende ancora, e bene: i Supertuscans. La stessa etimologia della parola è volgare, semplificatrice, molto all’americana. Però si vende. E allora? Perché crearsi uno scudo con DOC più o meno inventate per poter fare quello che invece si vorrebbe fare ma non si vuol dire, tranne che quando si incontra il buyer straniero, che dopo aver cercato di capire che cosa gli stai bofonchiando parlnando di DOC San Gimignano, IGT Maremma, IGT Toscana, al momento che gli dici: Supertuscan, tira un sospiro e dice, ah, ho capito.
Quale ditta privata, avendo a disposizione un brand che funziona, cercherebbe masochisticamente di confonderlo con qualcosa d’altro che si chiama in un modo diverso, che va spiegato con difficoltà, e che alla fine per far capire si deve chiamare con il nome che è conosciuto?
Non tutte le zone vinicole sono Montalcino, Montepulciano, Chianti Classico. Molte delle oltre 300 DOC e persino DOCG sono poco note, spesso inutilizzate o mai partite. Siccome nulla è immobile sotto il sole, e persino i dinosauri si sono estinti dopo qualche centinaio di milioni di anni, forse sarebbe il caso di fare un po di pulizia, e lasciare in piedi solo le DO vive e vitali, quelle che hanno un minimo riscontro nazionale e internazionale. Quelle dove almeno la percentuale di rivendicazione e di utilizzo supera una certa soglia (questo sarebbe già previsto dalle leggi attuali). Inoltre andrebbero riviste le commissioni delle CCIAA, che oramai hanno raggiunto un livello di credibilità ai minimi storici a giudicare da quello che consentono di immettere sul mercato recante il marchio DO (vedere anche ultimo interessante articolo di Carlo Macchi in proposito http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=212). Le IGT, che comunque hanno dimostrato di essere utili e vitali potrebbero venire potenziate, magari con la possibilità di inserire il nome del Comune di origine delle uve e le DO dovrebbero essere utilizzate solo in casi di elezione, e non come spesso succede, per l’elezione di qualcuno.
Sottoscrivo in pieno, Franco.
Il punto è che tutte, ma proprio tutte le denominazioni degli ultimi anni prevedono le stesse combinazioni di sangiovese, cabernet, merlot, syrah (vedi Sovana, Orcia, Cortona, Val di Cornia, Val di Chiana, Terratico di Bibbona ecc.), a dimostrazione che la diversificazione territoriale non conta un piffero. Il sistema è ormai applicato un po’ ovunque, non c’è più neanche il limite di utilizzo delle uve autorizzate nell’ambito delle singole province ma fa testo l’intera regione!
Non è vero che San Gimignano decida improvvisamente di diventare anche una zona di produzione di vini rossi, anzi, di farsi notare ed apprezzare soprattutto per questo.
San Gimignano ha sempre prodotto vini rossi e gli ettari di vigneti a bacca rossa impiantati nel territorio comunale sono superiori rispetto a quelli impiantati a Vernaccia, pertanto non ci stiamo inventando nulla di nuovo, abbiamo solamente cercato di individuare una strada per valorizzare maggiormente le produzioni del nostro territorio.
E’ vero che San Gimignano è una zona del Chianti Colli Senesi, ma come ormai abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, la Denominazione Chianti è troppo estesa e le forti fluttuazioni economiche a cui è soggetta, per i più svariati motivi, ci condizionano enormemente senza la possibilità di poterci differenziare e difendere: in questa denominazione siamo una goccia in mezzo al mare.
Il fatto che alcune aziende producano già ottimi Igt Toscana e non li propongano come San Gimignano rosso è più che giustificabile, infatti prima di entrare a far parte di una nuova denominazione, è logico volersi rendere conto della tipologia di prodotti a cui ci si andrà ad affiancare. Se i produttori iscritti alla nuova Doc dimostreranno di produrre vini di buona qualità, accadrà che, chi ora non ne fa parte, sarà invogliato ad entrarvi, contribuendo a valorizzarla ulteriormente.
Espongo una mia convinzione: oggi per avere un certo successo nel settore vinicolo bisogna innanzitutto produrre qualità e poi, indispensabilmente, farsi conoscere. Per farsi conoscere bisogna avere molte disponibilità finanziarie. Le disponibilità si hanno solo se si è aziende di grandi dimensioni o se ci si aggrega. Io punto sulle aggregazioni di molte aziende, di un territorio circoscritto, diverse tra loro, con il loro stile inconfondibile, ma che perseguono lo stesso fine, il miglioramento della qualità, con la conseguente valorizzazione del territorio e che pertanto si danno delle regole, cioè un disciplinare di produzione di una Doc e si associano in un Consorzio che si occupi del marketing.
In fine una promessa: continueremo a puntare le nostre risorse, più di quanto fatto sino ad ora, nel rendere sempre più buona, appealing, gustosa, unica ed inimitabile la nostra Vernaccia e pure continueremo a produrre onesti e simpatici Chianti Colli Senesi, ma proseguiremo anche nella strada, in salita, per l’affermazione del San Gimignano rosso.
A Gianpaolo dico che, prima di intervenire dovrebbe leggere con maggiore attenzione: Ziliani sprona a rendere la Vernaccia sempre più buona, gustosa ecc. e non a renderla buona, gustosa ecc. Una piccola differenza!! Vero?
La Vernaccia non ha bisogno di sfondare all’estero: circa il 50% della produzione va all’estero, semmai ha bisogno, come penso lo sia per tutti, di rafforzare le sue posizioni.