Valtellina: e se ci sforzassimo di parlarne in positivo ?

Intendiamoci bene: non c’è stato alcun miracolo o metamorfosi che in questa ultima settimana, lasso di tempo che mi sono preso decidendo di non pubblicare altri post sulla Valtellina del vino e lasciano in stand by (lo rimarranno ancora per un po’, per lasciare meglio decantare e rasserenare gli animi, comporre questioni in sospeso, risolvere equivoci che bastava poco a chiarire), abbia trasformato le cose in questa magnifica vallata e terra del vino lombarda.
I problemi veri, le questioni pesanti, relative al futuro più che del vino della viticoltura, sono e restano irrisolte e mentre siamo in tanti a parlare, continua a rimanere sospeso sulla testa di tutti, come fosse una spada di Damocle, il rischio di un’ulteriore riduzione delle superfici vitate, che se erano di quasi 2800 ettari nel 1970 oggi sono ridotte a 1200 ettari, 1100 delle quali con pendenze superiori al 30%, mentre le 12500 aziende agricole che erano attive e coinvolte nella produzione di uva nel 1970 sono oggi ridotte a sole 3000.
Conto di ritornare presto più dettagliatamente con una serie di considerazioni basate su numeri, statistiche e non su dissertazioni sul sesso degli angeli (che possono anche essere appassionanti, ma lasciano il tempo che trovano) sulla situazione viticola valtellinese. Ricordo, solo en passant, che alcune cose continuano, e come non potrebbero ?, a lasciare perplessi. Mi chiedo, ad esempio, come facciano a costare così poco determinati vini di aziende valtellinesi sugli scaffali della grande distribuzione locale (IGT a 3,20 – 3,45 euro, Doc a 4,50, Docg Inferno Grumello e Sassella a 4,50 – 4,80: ma non costava e non costa un sacco di soldi in più del normale lavorare sui vigneti terrazzati ?).
Ed in seconda battuta non riesco proprio a capire come sia possibile, alla luce del dettato della legge regionale n°10 dell’8 giugno 2007 che in materia di agriturismi prevede che “che ogni singola azienda agrituristica debba proporre ai clienti una quota non inferiore al 70% di prodotti realizzati direttamente o acquistati da altre aziende agricole o artigiane alimentari che abbiano sede nella stessa zona”, che un noto agriturismo valtellinese riconducibile ad un altrettanto nota azienda vinicola valtellinese, possa proporre una carta dei vini monstre, da ristorante stellato di città.

Una carta ricca di Barolo, Amarone della Valpolicella, bianchi friulani e altoatesini, Brunello di Montalcino, Tignanello, Solaia, Sassicaia, Ornellaia, Franciacorta e una trentina almeno di Champagne. Proprio le cose che ci “devono” essere in un agriturismo valtellinese…
Anche se motivi per “inca….si” continuano ad esisterne a bizzeffe, voglio però sforzarmi, ed è uno sforzo titanico, un’impresa da Sisifo, di concentrarmi sui molti aspetti positivi che la Valtellina, a chi la viaggi con curiosità-amore-passione (cosa che il sottoscritto ha sempre cercato di fare) immancabilmente presenta.

Comincio con un piccolo esempio, con un blog scoperto quando volendo codificare esattamente un piatto gustosissimo come i taroz, ho scoperto il vivace, anche se non aggiornatissimo, La montagna della Valtellina, sottotitolo “Spunti, scorci, angoli più o meno noti della valle al centro delle Alpi. Montagna, terme, vino, arte e fede”, che vale la pena di essere visitato e stimolato, come faccio io ora, ad inserire altri post, a raccontarci, per brevi schizzi, appunti, riflessioni, lo splendore e le caratteristiche della montagna valtellinese. Parlavo di taroz, piatto, ci racconta il blog, “a base di abbondante burro e formaggio: insomma una sublimazione per i trigliceridi. Si fanno lessare patate e fagiolini (ma si possono anche riciclare quelli avanzati). Si fa soffriggere il burro in una padella antiaderente ci si buttano le patate tagliate grossolanamente e i fagiolini e con un cucchiaio di legno si tarano, cioè si girano spappolandoli; si aggiunge del formaggio casera (latteria) tagliato a dadini. Il composto ottenuto può essere passato al forno dopo averlo innaffiato di cipolla soffritta nel burro”.
Bene, di taroz ho gustato una versione impeccabile, qualche giorno fa, in un posto che non posso non segnalarvi. E che mi sono già appuntato nel mio carnet dei posti dove, quando tornerò, spero presto, in Valle, voglio assolutamente tornare. Il locale, più o meno sui mille metri di altezza, ad una diecina di chilometri da Sondrio, lo si raggiunge superata la frazione Centro di Albosaggia, salendo, tornante dopo tornante, in un fresco scenario boschivo, mentre la strada si stringe e s’inerpica, verso la frazione S. Giacomo. Un vero, ruspante, autentico agriturismo, l’Agriturismo Gaggi (tel. 347 7543826 – 348 7634383) posto in un pianoro circondato da alberi dove i proprietari affiancano alla conduzione di una stalla e alla produzione di formaggi, che sono anche in vendita, l’attività di trasformazione e proposta al pubblico, secondo lo spirito di quella legge regionale di cui altri, invece, non tengono conto, delle materie prime prodotte in azienda.
Nonostante il caldo, che però quassù, pranzando all’aperto, era piacevolissimo, e nonostante, o forse complice il fatto che in quattro ci siamo bevuti, godendocele allegramente, due bottiglie di vini valtellinesi di quelli che nel cor mi stan, Rosso di Valtellina 2004 e Valtellina Superiore Sassella Stella Retica riserva 2000 di Pelizzatti Perego – Arpepe, (normalmente qui si trovano i vini di Marsetti) a fine luglio, sfidando i teorici del “pensiero debole” a tavola (solo un’insalatina, al massimo un carpaccio, due fette di bresaola e del prosciutto e melone) mi sono goduto, in una cornice di assoluta rilassatezza e serenità, abbondanti sciatt con radicchio croccante appena raccolto e una fresca ricottina fatta in casa, quindi un assaggino di taroz e poi, proprio per non farci mancare niente, e perché il Nebbiolo di montagna croccante e sapido, bevuto un po’ più fresco, invoglia a mangiare e fa ben digerire, due primi.
Immancabili, e chi se li sarebbe perduti ?, i pizzoccheri, in una versione davvero ben fatta, e poi, tanto per gradire, gustose tagliatelle spesse con funghi porcini freschi. Per finire, saltando il formaggio nonostante la consapevolezza anche qui, dall’altra parte delle Orobie, che la “boca l’è mia straca se la sa mia da ‘aca” (ovvero che non si può finire il pranzo senza un po’ di formaggio), un dolce “leggerino”, a base di cioccolato e ricotta. Che dire di questa cucina valtellinese, proposta, meglio sempre telefonare, da maggio a settembre tutti i giorni, il resto dell’anno venerdì, sabato e domenica e festivi solo su prenotazione (chiuso da metà gennaio a metà marzo), con una schiettezza, un nitore, una semplicità ed un garbo nel porgere (anche da parte della giovane, alta e asciutta, dolce Alba, vero angelo del focolare di questa casa, che aiuta in cucina, si occupa dell’azienda di famiglia e serve ai tavoli) che hanno del commovente ?
Semplicemente che di posti così, dove si mangia bene quel che giornalmente passa il convento e offrono stalla, orto e bosco, fatti a misura d’uomo, e dove il cliente si sente a casa propria, quasi come un ospite, (a proposito, da poco sono disponibili anche 4 camere, una singola, due doppie, una con quattro posti, dove provare sino in fondo la formula e lo spirito del vero agriturismo. I prezzi sono di un’onestà incredibile: pernottamento prima colazione compresa da 22 a 28 euro in base ai giorni di permanenza. Pranzo a menu fisso 10 euro, pranzo completo da 15 a 20 euro !) se ne vorrebbero trovare sempre di più.
Soprattutto in quella Valtellina dove gli agriturismi sono spuntati come funghi e dove qualcuno, per apparire più “fico” e più à la page degli altri, su piatti presentati come “classica cucina tipica valtellinese” tipo “culatello di Zibello con giardiniera di verdure, terrina di fegato grasso d’oca, involtino al radicchio rosso e tartufo nero, controfiletto d’agnello, coscia d’anatra candita con peperonata” propone nientemeno che Champagne, Barolo, Ornellaia e Sassicaia… (vedi Carta dei vini agriturismo Fracia che si può leggere e scaricare dal sito Internet) E questa la chiamano Valtellina…

0 pensieri su “Valtellina: e se ci sforzassimo di parlarne in positivo ?

  1. Io mi accontenterei se in ogni agriturismo della Valtellina si potesse trovare una bella fetta di Casera 36 mesi, quello con la crosta scura aggredita dagli acari, un buon bicchiere di rosso, lo Stella retica va benissimo ed un letto, anche dietro la stalla, nel profondo silenzio della montagna. Chiedo troppo?

  2. chiede il giusto ! Ma vuole mettere come fa più chic e come serve ad apparire più “importanti” farsi servire, in un agriturismo a Teglio, oltre che lo Sfursat Cinque Stelle (ça va sans dire, si gioca in casa…), un Barolo di Sandrone, un Valpolicella di Dal Forno, un Montevetrano o un Sassicaia, o meglio ancora uno Champagne Dom Perignon, Krug, Selosse ? Tipica produzione “valtellinese”, dai “vigneti di Valtellina”, ovviamente…

  3. Sciur Franco, io a S.Giacomo di Teglio mangio volentieri i pizzoccheri al ristorante “La corna”, ma tutta quella roba lì da sciuri raffinati che dice Lei non ce l’hanno mica…
    Però hanno tutti i vini della Valtellina!

  4. Buongiorno, ho da poco scoperto il suo blog e le faccio tanti complimenti. Ho visto che le piace parlare della Valtellina, dei suoi vini, dei suoi cibi e delle sue contraddizioni. A tal proposito mi piacerebbe sentire un suo parere sulla questione del marchio data al formaggio “Bitto” prodotto al di fuori delle Valli del Bitto (Gerola ed Albaredo). La invito a farci una visita, di solito a metà settembre, alla festa del Bitto di Gerola Alta. Saluti.

  5. Ci siamo andati oggi, accoglienza cordiale
    I proprietari (dopo aver detto lori che avevo visto il suo blog)si ricordano ancora della sua visita.
    Mangiato ricottina fresca con insalat, sciatt(buonissimi)
    pizzocheri strabuoni, un quarto di vino, minerale, grappa doppia, amaro..!18 euri(2 persone..

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