Non ho il piacere di conoscere Oscar Farinetti (nella foto), capace imprenditore che dopo aver creato e portato ad eccellenti risultati la catena di negozi Unieuro – Trony (quelli della pubblicità con “l’ottimismo è il sale della vita” proclamato da Tonino Guerra) li ha venduti nel 2003 alla società inglese Dixons group e oggi, con i dané che ha fatto, prova a farne altri con quello che è diventato il suo pallino, ovvero l’enogastronomia, il cibo di qualità, dopo la partnership e l’accordo di collaborazione organico stretto con lo Slow Food del suo vecchio amico Carlo Petrini di cui dice “Sono un suo grande amico personale e un grandissimo fan e estimatore. Per quanto riguarda il mondo del cibo è una sorta di mio direttore spirituale”, come ha riconosciuto in un’intervista.
Fondatore, ideatore, proprietario di quella Eataly torinese di cui tanto si parla – e si è discusso – anche in questo blog, Farinetti, sebbene ce ne si dimentichi, con l’associazione golosa di Bra ha un rapporto stretto che dura da tempo e che non si è estrinsecato solo nella “consulenza strategica” fornita da Petrini & compagni per il grande emporio enogastronomico torinese, una sorta di “Salone del Gusto sei giorni la settimana”, com’è stato definito.
Farinetti è anche direttamente coinvolto, come consulente finanziario, socio finanziatore ed eminenza grigia, così si dice apertis verbis in Langa, in parecchie altre operazioni messe a punto in via della Mendicità Istruita, dall’Agenzia di Pollenzo Spa, di cui è pubblicamente Presidente del Consiglio di amministrazione, all’Università di scienze gastronomiche, e ha pertanto prevedibilmente potente voce in capitolo nelle decisioni che riguardano le strategie dell’ex Arcigola.
A Farinetti, in attesa di decidermi finalmente a visitare la sua creatura torinese e di farmi un’idea precisa di cosa sia e dei suoi, eventuali, limiti, voglio solo rivolgere un pubblico appello, da giornalista e da deciso estimatore, ma veramente, della biodiversità, che non è solo un bello slogan, una parola con cui riempirsi la bocca, ma si traduce, ad esempio, nel produrre vini che siano realmente uno diverso dall’altro, espressione fedele dei vitigni e dei vigneti d’origine, rispettosi specchi di quanto previsto dai loro disciplinari di produzione e non fantasiose, libere loro interpretazioni.
Vorrei tanto che Farinetti, che conosce bene la zona del Barolo, visto che ha una casa in quella bella località compresa nella zona di produzione di questo vino che è Novello, dall’alto della sua autorità, e del proprio peso decisionale chiedesse a Petrini e alla sua intendenza d’istituire d’imperio, manu militari, un ennesimo presidio dedicato alla difesa, onde evitarne la scomparsa, nonché al rilancio e alla valorizzazione di un qualcosa che è meritevole di essere protetto quanto la Gallina bianca di Saluzzo, l’Agnello Sambucano, il cardo gobbo di Nizza Monferrato o la robiola di Roccaverano.
Sto parlando, monsù Farinetti la conoscerà sicuramente, come la dovrebbero conoscere i “chiocciolinisti” più o meno sapienti, di quella varietà di uva misteriosa, la Nascetta, che proprio nella Novello cara al geniale imprenditore amico ha trovato il proprio habitat, l’heimat, la “ridotta valtellinese”, il contrafforte da cui difendersi tenacemente dalla scomparsa e dove, riprese forze e consapevolezza, ripartire per farsi conoscere. Per lanciare, in piena biodiversità, il segnale della propria esistenza.
Visto che nella Novello dove Farinetti ha trovato il proprio buen retiro dalle fatiche e dagli impegni di imprenditore, anno dopo anno, ad un ritmo di poche giornate, di qualche migliaio di metri alla volta, sino a raggiungere un estensione valutata intorno ai 5-6 ettari, la Nascetta o Anascetta, varietà già segnalata in loco da sommi ampelografi come il Rovasenda ed il Fantini nell’Ottocento, si è radicata, sviluppata, sino ad identificarsi con Novello e diventarne, con tutto il rispetto per il Nebbiolo e le altre uve, il viticolo simbolo, perché Slow Food non si prende l’impegno di fare da punto di riferimento, mediante quel segnale forte che è l’istituzione di un “presidio”, per mettere in campo una serie di iniziative tese a difendere e fare conoscere quest’uva ed i suoi non trascurabili punti di forza ?
Attualmente i due soli produttori di questo sorprendente vino bianco, unico e ben difficilmente paragonabile ad altri, l’azienda agricola Elvio Cogno, cui si deve la sopravvivenza e la salvaguardia della Nascetta e che ha fatto conoscere il vino (oggi lo vende anche negli States ed in Giappone) e la piccola azienda agricola Le Strette dei fratelli Daniele, commercializzano il vino, per anni vino da tavola, come Langhe bianco tout court, ma vorrebbero tanto che il nome del vitigno venisse in qualche modo riconosciuto a livello di denominazione.
Poiché è impensabile – al Ministero sembrano orientati a ridurre le Doc e ad accorparne alcune piuttosto che ad aumentarle – che si possa arrivare ad una nuova Doc Novello o Novello Nascetta (un po’ sulla falsariga della Doc Verduno o Verduno Pelaverga), perché Farinetti ed i suoi amici e sodali di Slow Food, considerando che alla Nascetta si stanno interessando altre aziende, tra queste la Fontanafredda che ha piantato alcuni ettari, non si fanno portatori e interpreti di un presidio per la difesa del vitigno e per ribadirne lo strettissimo legame identitario con Novello?
Perché viste le aderenze di Carlin a Roma e negli ambienti ministeriali romani, non propongono, come obiettivo ragionevole, la modifica della Doc Langhe bianco con la possibilità di scrivere sull’etichetta del Langhe bianco anche il nome del vitigno Nascetta?
Il vino c’è, è intrigante (degustata sabato scorso dai Cogno, Nadia ed il marito Valter Fissore, una batteria di vecchie annate, 2002, 2001 ed uno strepitoso 1997, assolutamente da urlo, dalla sorprendente mineralità, complessità e tenuta nel tempo), anzi “buono, pulito e giusto”, eco-compatibile, bio-diverso, strettamente legato al terroir, quindi inimitabile, i viticoltori cominciano a crederci, ne realizzano (anche alle Strette) versioni d’impeccabile e sicura qualità, allora perché non aiutarlo a farsi conoscere, ad acquisire ulteriore visibilità, credibilità e immagine, mediante un riconoscimento ufficiale, un segnale forte come un presidio del gusto, fatto in accordo con i produttori, il Comune di Novello, gli enti competenti, che faccia della Nascetta una varietà ampelografica adottata e protetta, oggetto di un presidio come quelli dedicati al Moscato di Saracena calabrese, al Moscato passito della Valle Bagnarlo di Stremi o al Vino Santo Trentino?
Monsù Farinetti ci pensi, non è forse un’idea da prendere in considerazione?
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0 pensieri su “Appello a Oscar Farinetti: Nascetta di Novello, perché non dedicarle un presidio?”
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Che strana coincidenza (lo dico davvero)
sulla sito della banca del vino di pollenzo,
http://www.bancadelvino.it/ , il vino del mese è proprio il Langhe Bianco Anas-cëtta di cui parla Ziliani.. mi è venuto da ridere quando l’ ho visto!
chissà… per essere nella banca allora varrà qualcosa ..no?