Fenomenologia dell’agriturismo snob

Ma insomma – mi ha scritto un amico “ma cosa te ne cala se ad un agriturismo o presunto tale in Valtellina punge vaghezza di mettere su una carta dei vini esagerata? Suvvia, vivi e lascia vivere…”.
Obiezione motivata la sua, perché di fronte a questo caso paradossale di “agriturismo” che ti propone, accanto ai vini valtellinesi della premiata ditta proprietaria della struttura, i Barolo di Sandrone, il Bricco dell’Uccellone, il Vintage Tunina di Jermann, il Chianti Classico del Castello di Ama, Super Tuscan vari, il Terra di Lavoro di Galardi e soprattutto oltre cinquanta Champagne, tra cui svariate cuvée de prestige, come nemmeno tanti ristoranti stellati si sognano di proporre, avrei potuto far finta di nulla.
Quando vado in Valtellina, non è questo di certo il tipo di locale dove mi viene voglia di andare a pranzo, tanto più che nonostante la promessa presente sul sito Internet dell’agriturismo (ma non sarebbe meglio chiamarlo ristorante visto che figura come tale anche sulla Guida on line ai ristoranti della Lombardia ?) che “Qui potrete trovare la classica cucina tipica valtellinese, ma anche ricette ormai dimenticate che vi faranno rivivere i sapori di un tempo”, nel menu spiccano “crackers di prosciutto di verdure candite, insalata di pollo e asparagi, gnocchi di ricotta con emulsione (tipica espressione della cucina d’antan !) di pomodorini, penne con piselli e ricotta, flan di cioccolato bianco e mousse di cioccolato fondente”. Per i taroz, gli sciatt, i pizzoccheri, la polenta taragna, la selvaggina, mi sa proprio che dovrò rivolgermi altrove…
Ma non è solo una questione di principio, la palese stravaganza delle scelte e la chiara non sintonia con il disposto della Legge regionale in materia di agriturismi lombardi, che mi ha indotto a sollevare questo che resta il caso più emblematico tra parecchi altri (ce ne sono, basta avere la pazienza di cercarli, anche solo limitandosi ad una veloce esplorazione di alcuni illuminanti siti Internet) presenti in Valle.
Quel che più m’interessa, ponendo la questione degli Champagne serviti in agriturismo, è interrogarmi su una duplice fenomenologia, quella del ristoratore – agriturista che decide di mettere su una carta pluri-referenze e quella del cliente, che sceglie di andare a pranzo e cena in questo posto perché, in un agriturismo, in Valtellina, a Teglio (patria dei pizzoccheri), si può togliere ‘o sfizio di stappare Sassicaia, Ornellaia, Tignanello, Barolo e Brunello.
Per quale motivo i responsabili di un agriturismo in Valtellina invece di puntare, come vorrebbe il buon senso, sui vini valtellinesi (magari non solo quelli della premiatissima azienda che è proprietaria della struttura) decidono di mettere su una mega carta che avrebbe senso, semmai, in un ristorante di Milano ?
Le risposte possibili sono molteplici: per apparire più importanti agli occhi delle guide e della stampa specializzata che di fronte ad una carta enciclopedica vanno, salvo rare eccezioni, in brodo di giuggiole e vanno, come dire, tenuti in considerazione, oppure per compiacere gli ospiti che dopo gli assaggi dei vini della cantina proprietaria hanno urgente bisogno di rifarsi la bocca, o ancora perché si fa una bella figura di azienda illuminata a tenere in carta vini di grande notorietà.
E poi, cosa che non guasta mai, per una gentilezza nei confronti di aziende titolate, soprattutto se importanti, che gradiranno di certo vedere i loro vini proposti anche in un agriturismo di montagna in Valtellina. Quanto alla clientela, beh, che dire se non che costituisce un caso “da analisi” quello di chi andando a pranzo in un agriturismo valtellinese finisce con l’ordinare Tignanello piuttosto che un altro Super Tuscan o un Krug ? Questa clientela, stravagante negli orientamenti e nel gusto, esiste e sicuramente sarà ben felice e compiaciuta nel trovare, in un agriturismo, bottiglie che di solito trova in ristoranti stellati oppure paga a caro prezzo in enoteca.
Non faccio fatica alcuna ad immaginare il maturo cumenda che per fare impressione sulla giovane amica al seguito e per conquistarne le “grazie”, si fa portare una bottiglia di Dom Perignon, e nemmeno il giovane “eno-sborone” figlio di papà e con portafoglio gonfio che per colpire il gruppo degli amici che l’accompagnano sceglie lo Champagne Substance di Selosse, il Montevetrano o l’Anfora Breg di Gravner o un magnum di Barolo Sarmassa di Roberto Voerzio.
Tutto questo fa parte della quotidianità della ristorazione di oggi, ma che c’azzecca mai con lo spirito, l’etica, la filosofia, la pratica di un agriturismo based, direbbero gli americani, in Valtellina ?

0 pensieri su “Fenomenologia dell’agriturismo snob

  1. Rispettando una logica di territorialità, che peraltro condivido, non capisco che c’è di male per un locale, di qualunque genere esso sia, di avere una cantina ben fornita.
    Penso sia un bene per tutti offrire e poter godere di vini di altà qualità.
    Tra le ipotesi che Lei fa del motivo per il quale si verificano questi fenomeni, non cita il possibile amore del proprietario verso tutti quei vini di pregio.
    Ben vengano liste deivini così, anche in pizzeria, o per Lei la pizzeria non merita cotanta gioia?
    Se invece Lei ha colto della puzza sotto il naso fuori posto, va a sua discolpa.
    Buon vino.

  2. libero ogni ristorante di farsi la carta enciclopedica che vuole, ma se si tratta di un agriturismo o di qualcosa che come tale si presenta occorre stare alle regole.. Mi chiedo se quel locale da me citato lo faccia…

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