Perché il vino italiano non sfonda sul mercato inglese ?

Quante volte tra addetti ai lavori ci si è posta questa domanda, perché mai il vino italiano va bene, ma non riesce a sfondare, non ha il successo dei vini francesi o di quelli del Nuovo Mondo su un mercato difficile ed estremamente qualificante come quello britannico ?
Perché nei confronti del vino italiano c’è ancora come una sorta di “puzzetta” sotto il naso, da parte inglese, e lo si guarda come se fosse ancora, come un tempo solo “cheap and cheerful”, ovvero simpatico, senza pretese, poco costoso e disponibile in grandi quantità ?
Alcune risposte possibili credo emergano da una lunga e mi sembra interessante intervista che ho fatto a Renato Trestini, la cui lunga esperienza di importatore, distributore, broker, consulente, agente e ambasciatore per numerosissime aziende, venete, piemontesi, laziali, abruzzesi, toscane, da Tedeschi ad Anselmi, da Masi a Biondi Santi, da Lageder a Allegrini, Pieropan, Cavallotto, Giacomo Bologna, Capezzana, Tollo, Cordero di Montezemolo, Fratelli Oddero, Sella, Villa Sandi, Cantina Valpolicella di Negrar, per citarne solo alcune, risale addirittura ai primi anni Settanta.
La potete leggere, insieme alle riflessioni della master of wine Caroline Gilby, nello spazio delle news Le novità dal mondo del vino del sito Internet dell’A.I.S., a questo indirizzo

0 pensieri su “Perché il vino italiano non sfonda sul mercato inglese ?

  1. Il sig. Trestini dice chiaramente a che punto é il marketing del vino italiano all’estero: poco sopra lo zero! Così é in Inghilterra, ma negli USA non é molto diverso. Io ho vissuto tra Manchester e Londra agli inizi degli anni ’90, quando gli australiani iniziavano la loro capillare diffusione sulle tavole britanniche. Ricordo pessimi esempi di bottiglie fasulle (piemontello e chianti falsi), ma anche ottima scelta nella GDO: Sainsbury’s aveva già l’angolo enoteca in legno, suddiviso per nazioni e prezzi, con i bianchi refrigerati e la bacheca dei consigli sull’acquisto. Quasi tutti i vini italiani avevano il suo brand, segno che comprava a vagoni per poi imbottigliare in loco, ma il rapporto qualità prezzo era onesto. Gli inglesi non avevano ancora gli chef di grido della scuola di Ducasse, né i giovani ristoratori europei che in estate giravano per le cucine tra Madrid e Costigliole d’Asti. Alla fine degli anni ’90 qualche chef italiano serio iniziò a lavorare a Londra, ricordo quello dell’Hotel Alkin di Londra e si iniziò a parlare di abbinamenti cibo-vino. Io allora mi occupavo con successo di e-commerce e vendevo bottiglie che nelle enoteche di Londra costavano il 20% in più. Decanter cominciò ad essere più diffuso e parlava sempre più spesso di vini italiani, toscana in primis. Oggi la richiesta e la curiosità é cresciuta, ma l’Italia non é andata di pari passo a questo trend. Paradossalmente noi abbiamo troppi vitigni, ma siamo troppo parcellizzati e poi, nostro grande difetto, non sappiamo metterci d’accordo. Allora succede che un produttore che organizza una degustazione a Londra viene ignorato a Liverpool o ad Edimburgo, non é come da noi che quando fai una degustazione al Principi di Savoia di Milano ne parlano sui quotidiani. Il mercato interno non é strutturato come in Italia e non valgono le nostre “regole auree” , tipo il 10+2. Bisogna presentarsi compatti, meglio come consorzio, così come, per esempio, fanno quelli del Brunello al Vinitaly. Poi ognuno degusta e sceglie quello che preferisce, ma in questo modo si riesce a far capire al cliente-consumatore cos’é quel vino e quel territorio. Il resto é solo uno spot e l’ICE non aiuta, semmai rema contro.

  2. Ecco … giustappunto …
    Estrapolo queste Sue considerazioni dall’articolo da lei citato al fine di completare il quadro da me già espresso sia per quanto riguarda Vinarius, Slow-Food e, più in generale, istituzioni come il MTV, creatura di Buonitalia ed emanazione del Ministero … dal quale attendiamo risposte, ormai da mesi, (ci tengono in ballo …).
    “Varie Regioni Italiane da anni si presentano alle Fiere …, ma ho notato che gran parte dei loro Stand non vengono visitati da potenziali clienti.
    Gli addetti sono spesso svogliati, seduti a leggere il giornale. Ragazze in bella mostra perché sono tanto belle, circondate spesso da spasimanti giovanotti che non hanno nessuna cognizione di come presentarsi o attirare l’attenzione di eventuali clienti…
    In bella mostra ci dovrebbero essere i Vini, con un supporto professionale adeguato. La bella figura non la si fa in questo modo, si fa solo Brutta Figura. Nel Regno Unito, dove operano persone che di vini ne sanno più di ogni altro Paese, provano grande irritazione quando notano la mancanza di professionalità. Specialmente quando il Paese in questione ha la più vasta gamma di vini del mondo a disposizione.
    Chiedo pertanto a tutte le varie Regioni Italiane competenti di fare un serio ripensamento sul modo di “presentare” i propri prodotti in questo Paese.
    Le Fiere vanno fatte usando sistemi moderni, come avrete visto fare da altre Nazioni, dove i vari Produttori si dividono uno spazio comune.
    Gli sgabuzzini individuali che avete usato non servono per il cliente moderno…”
    Giustappunto …
    Non serve la Ferrari o la Mini con i cerchioni del Sassicaia per attirare l’attenzione degli interlocutori più qualificati: Evan Lambert si fermò nel ns. stand, nel mare magnum del Vinitaly 2007, semplicemente grazie alla Vigna Zen … e, una volta fermatosi … ;o)

  3. Condivido molto di quello che Trestini dice nella sua intervista, e come potrebbe essere altrimenti, vista la sua lunghissima esperienza.
    Purtroppo quello che dice Trestini, scarsa coesione, messaggi contradittori, poca professionalita’, e sopratutto la nostra cronica incapacita’ di fare gruppo, sono il filo rosso conduttore di tutta la promozione del vino italiano, anche in riferimento all’arroganza di alcuni nel proporsi a potenziali clienti.
    Eppure il vino italiano ha successo in USA, e quindi occorre chiedersi perche’ non in UK. La risposta a mia avviso e’ da ricercarsi nell’approccio del consumatore esperto inglese, molto meno attratto da classifiche, stampa specializzata, effetti speciali. Ero a Londra tempo fa con un professionista del settore, ed indicando una bottiglia di Casanuova di Neri che faceva mostra su uno scaffale di una enoteca, facevo riferimento al premio che glie era stato assegnato poco prima da Wine Spectator e che cosi’ ampia eco aveva avuto non solo in USA, ma anche nel nostro paese. La sua risposta fu: “non lo sapevo, non leggo mai Wine Spectator”. E sto parlando di uno degli specialisti in vini italiani di un importatore che e’ stato premitao col miglior portafoglio italiano in UK.
    Un altra differenza e’ l’importanza della cucina italiana in UK rispetto agli USA. Mentre in USA e’ sempre stata una delle cucine piu’ amate e popolari tra la gente, in Inghilterra non e’ sempre stato cosi’, anche se ora sta’ per fortuna cambiando. La vera cucina sofisticata per il palato inglese e’ sempre stata quella francese. L’italiana e’ sempre stata vista come un qualcosa associato alla tovaglia quadrettata e vino in fiaschi.
    Da ultimo, Trestini si lamenta giustamente della scarsa organizzazione e professionalita’ della promozione italiana, e invita i funzionari pubblici a fare maggiore attenzione. Qui sta tutto il problema secondo me. La promozione del vino italiano ha bisogno non di convolgere maggiormente le amministrazioni pubbliche. Al contrario, ha bisogno di allontanarsi e rendersi maggiormente indipendente da esse. Basta fare quello che fanno gli imprenditori, investire solo dove c’e’ possibilita’ di ritorno, facendo gestire il progetto da professionisti, e non da dilettanti allo sbaraglio il cui unico scopo, come detto giustamente da Trestini, e’ quello di farsi la vacanza a Londra e andare a far shopping da Harrods.
    Ma qui c’e’ la mia domanda: il mondo del vino italiano e’ fatto da imprenditori? O piu’ spesso da hobbisti ricchi e annoiati?

  4. Verrebbe da risponderti “la seconda che hai detto”, ma é una risposta amara…
    Sicuramente in Italia abbiamo bisogno di un radicale cambiamento nel modo di pensare e di proporre il mondo del vino, a partire dai consorzi di denominazione.
    Molte, troppe, sono le realtà dove ognuno fa come gli pare, ma mantiene la dicitura DOC in etichetta.
    Bisogna iniziare a lavorarci sopra da qui.

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