San Gimignano –3. L’insospettabile grandezza dei bianchi d’annata

Non ho solo da “sbacchettare” e tirare, amabilmente beninteso, le orecchie ai produttori che credono ancora, nel 2007, alla logorata formula dei Super Tuscan, dopo la mia trasferta-full immersion, del mese scorso, a San Gimignano.
Rimandando, per analisi  e considerazioni più ampie alla lettura, a fine settembre, dell’ampio articolo che uscirà sul prossimo numero di De Vinis (un altro in gennaio su Decanter), e che comprenderà, oltre ad una parte introduttiva, una selezione di ben quindici Vernaccia di San Gimignano di annate diverse che mi hanno decisamente convinto, ci tengo a dire alcune cose.
Ad esempio che i quattro giorni trascorsi in quel bellissimo (anche se in verità un po’ troppo affollato) antico turrito borgo toscano, sono serviti, oltre che per farmi conoscere meglio il territorio, visitare aziende vitali, incontrare personaggi in molti casi di grande umanità e simpatia e scoprire scorci incantevoli (con alcuni agriturismi dove conto di tornare, non da cronista del vino, ma da semplice turista), per farmi compiere una semplice ma credo significativa operazione.
A superare cioé il mio antico e a dire il vero ingiustificato scetticismo nei confronti di questo storico bianco toscano e a ricollocare la Vernaccia di San Gimignano, come ampiamente merita, nel novero dei, non tantissimi, vini italiani da vitigni autoctoni (Soave, Verdicchio, Fiano d’Avellino, Greco di Tufo, Colli di Luni Vermentino, Pigato della Riviera Ligure di Ponente) con i quali qualsiasi osservatore e commentatore di cose vinicole dotato di un minimo di onestà intellettuale deve giocoforza confrontarsi, fare i conti, sforzarsi, periodicamente, di verificare andamento, stato di salute, prospettive.
La Vernaccia di San Gimignano, anche se fa fino in qualche modo “snobbarla” e considerarla espressione minore rispetto alla grandezza, a prescindere, dei rossi toscani, esiste e io l’ho trovata in buonissima forma, vitale, in grado di corrispondere alle esigenze di quel tipo di consumatore, italiano ed estero, che chiede ad un vino bianco soprattutto doti di piacevolezza, facilità di beva, duttilità negli abbinamenti e prezzo contenuto.
E che questo vino apprezza anche, o forse soprattutto, perché il suo corredo di profumi, notoriamente non esuberante e molto lineare, non ricorre agli effetti speciali e alle enfatizzazioni dei bianchi da vitigni aromatici.
Ho trovato vini allegri, piacevoli, simpatici, beverini, a volte scabri ed essenziali, tra le più che cinquanta Vernaccia di San Gimignano Docg, molte da uve Vernaccia in purezza, qualcuna ottenuta con l’aiutino (previsto dal disciplinare) di altre uve (leggi Chardonnay), che ho degustato, qualcuna, soprattutto determinate versioni Riserva fermentate e affinate in barrique, più simile ad un vino bianco di stile internazionale che ad un vino da uve Vernaccia nato nei vigneti e nell’areale di San Gimignano.
Le cose più belle però, oltre ai 2006 e 2005, alcuni ancora molto giovani, di alcune aziende note (da Panizzi a Guicciardini Strozzi a Montenidoli)  e di altre meno note, quantomeno per me (voglio citare Le Calcinaie, Signano, Fattoria Sovestro, Casa alle Vacche), sono venute, ed è stata una bella sorpresa, dalle annate più vecchie.
Parlo di vini, coraggiosamente e meritoriamente ancora in commercio, come le due belle riserve Campi Santi e Isabella annata 2001 di quel bel personaggio, tradizionalista convinto, che è Andrea Vecchione di San Quirico, due vini che v’invito a cercare e gustare con grande piacere.
E parlo, ancora, di vini che in commercio non sono più da tempo, ma che ho potuto delibare grazie alle cortesia dei loro produttori che hanno sottratto le bottiglie dal silenzio e dalla calma delle cantine dove hanno riposato per anni, una magnifica, minerale, ma ancora cremosa, fresca, vivace sapida, splendido colore paglierino dorato brillante vivido, Vernaccia 1991 (12,5°) di Montenidoli, e alle Vernaccia annata 1999, ma anche 1990, uno spettacolo con il suo oro splendente limpido brillante multiriflesso, la grande complessità (ma per davvero!) aromatica, con miele d’acacia, pietra focaia, agrumi a scandire un ritmo confermato dall’incisività verticale, sapida, nervosa, lunghissima della bocca, di quel produttore di assoluto riferimento per la denominazione che è Giovanni Panizzi. Del quale non posso che lodare e portare a modello il lavoro di anni (favorito anche da una collocazione dei vigneti in una delle zone migliori con Pancole, il famoso Poggio e Bosco del Comune), anche se notoriamente cerco di evitare, perché sembra la solita ruffianata, di celebrare i vini delle aziende proprietà, come nel caso di Panizzi, di un presidente di Consorzio.
Certo, è una libido tutta personale, anche se a San Gimignano hanno cercato negli anni scorsi di evidenziare come potesse diventare patrimonio diffuso, stappare e degustare e gustare bottiglie di Vernaccia di San Gimignano che hanno dieci – quindici anni d’età e si mostrano in piena forma e non posso certo pensare che i produttori, anche se in giro non mancano consumatori esigenti e curiosi interessati ad un vino bianco italiano invecchiato e di carattere, decidano di commercializzare la loro Vernaccia dopo anni di affinamento in cantina.
Potrebbero invece, perché no ?, ripensare le loro versioni Riserva, che in molti casi vedono le ali tarpate dall’eccesso di legno (la Vernaccia non ha abbastanza spalla per reggere, salvo rare eccezioni, l’assalto della barrique), come riserve lungamente affinate sui lieviti, in acciaio o in bottiglia, messe in commercio dopo qualche anno.
O quantomeno, visto che alla Vernaccia di S.G. non mancano certo l’acidità e la possibilità di evoluzione nel tempo, provvedere a commercializzare anche le nuove annate non in primavera, subito prima del Vinitaly, ma dando tempo loro di arrotondare gli spigoli, di assorbire le quote di solforosa, di diventare più interessanti e complete, più godibili, con un imbottigliamento dopo l’estate.
Ma queste, lo so, sono considerazioni, che non tengono né vogliono in alcun modo tenere conto del mercato, delle sue leggi, della sua fretta indemoniata, di un appassionato che ha da poco riscoperto o visto sotto altra angolazione e con altri occhi, i pregi della Vernaccia di San Gimignano e che vorrebbe che questo bel vino toscano e italiano si presentasse al mondo con questa orgogliosa dimensione, con questa autentica capacità di stupire e di convincere, e non solo come un simpatico vino bianco da bere giovane, d’estate, in terrazza o in barca o come white leit motiv di una vacanza under the Tuscan sun

0 pensieri su “San Gimignano –3. L’insospettabile grandezza dei bianchi d’annata

  1. e io ricordo una grande riserva 99 di panizzi degustata un paio di mesi fa…secondo me la Vernaccia è veramente sottovalutata! Nemo propheta in patria…da Burde gli unici che la bevono sono i tedeschi che molto carinamente hanno continuato a berla anche quando non era ‘sto granchè. Speriamo che non ci voltino le spalle proprio ora che sta diventando un prodotto di livello

  2. Proprio un mese fa ho assaggiato diverse vernaccie, più o meno recenti, ma le riserve 2002 e 2003 di panizzi(quest’ ultima annata da considerarsi eccezionale per la vernaccia!) veramente notevoli, già complesse, di struttura e di buon equilibrio, con note di pietra focaia e accenno di idrocarburi in piacevole evidenza,una gran sorpresa!
    tornerò a parlarne però..

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