Quando un giorno ci si deciderà a tentare una lettura “storiografica” dell’evoluzione che i vini della Valtellina hanno conosciuto negli ultimi 10-12 anni, ci si dovrà pur decidere a denunciare, oltre ad una sottile e insidiosa trasformazione delle caratteristiche organolettiche, dovuta all’emergere di sfumature che non si penserebbe proprio potessero diventare espressione del Nebbiolo cresciuto in un clima di viticoltura di montagna, anche una clamorosa e doppiamente colpevole penalizzazione di quell’aspetto fondamentale in ogni vino che si rispetti che è la “bevibilità”, ovvero la possibilità del vino di essere gustato e bevuto con piacere.
La corsa alla produzione di vini sempre più potenti, concentrati (l’aggettivo non è casuale e rimanda a ben precise pratiche di cantina adottate, ahimé, anche in Valle), muscolari, la forzatura e “sforzatura”, anche quando non si lavora su quel vino simbolo, assoluta chicca ma non traino possibile della viticoltura locale, ché è lo Sforzato, la parola d’ordine “ricambio dei legni in cantina”, che ha portato di certo all’eliminazione di fusti di grosso formato ormai esausti, ma ha condotto ad una conversione in toto, o quasi, alla causa della barrique, ha prodotto vini inediti per il panorama locale.
Vini più conformi ad una stilistica dominante e quindi più facilmente accettati dalle guide (e più le guide li premiavano, più a produttori erano portati ad accentuare, anche da un punto di vista caricaturale, le loro caratteristiche più deteriori), ma vini che sia sulla cucina locale, che ricca e saporita com’è avrebbe bisogno di vini “sgrassanti” e dotati di una vivace acidità, e non certo di concentrati di frutta, sia sulle cucine di altre regioni o di altri Paesi, denunciano sempre più la loro inadeguatezza, la loro lontananza da un sentire comune, da una crescente consapevolezza che pretende vini più equilibrati e veri.
In altre parole vini magari meno “importanti”, potenti e “dialettici”, come li avrebbe definiti Veronelli, ma, vivaddio !, vini che una volta stappati vedono le bottiglie vuotarsi e non rimanere tristemente semipiene.
Nel corso della mia recente mini-vacanza valtellinese, iniziata venerdì con un semplice gustosissimo pranzo a base di sciatt e di crespelle con Bitto della Val Gerola, preparate a regola d’arte, con materia prima scelta quali i formaggi di quel bravissimo affinatore ed enotecaro che è Fabrizio Innocenti ad Ardenno, nel piccolo accogliente ristorante albergo Innocenti (proprietà dei cugini di Fabrizio) di Gaggio di Ardenno (tel. 0342 660398) e poi culminata con il pranzo di lunedì 13 alla Lanterna Verde di Villa di Chiavenna, ma idealmente anticipata da una sosta, dieci giorni prima, a quel vero agriturismo, il Gaggi di S. Giacomo di Albosaggia, di cui ho già scritto recentemente, di questo dato di fatto ho avuto ennesima conferma.
Vedendo quali bottiglie si bevano piacevolmente e si vuotino accompagnando in allegria e gusto i piatti, e quali invece rendano faticoso quel rito, che dovrebbe essere gioioso e naturale, del bere vino. Nel corso della mia permanenza a Madesimo e della sosta presso lo Sport Hotel Alpina, dotato di un ristorante, Il Cantinone, di cui ho apprezzato la cucina d’ispirazione moderatamente creativa, mi è capitato, dopo essermi felicissimamente imbattuto, sfogliando la carta dei vini, in una stupefacente, per freschezza e godibilità e per perfetta conservazione, bottiglia del magnifico Montevertine riserva 1997 di Sergio Manetti, esaltazione del Sangiovese d’altura di Radda (ne parlerò presto), volendo rimanere enoicamente in Valtellina e non volendo battere la strada dei soliti noti (dall’ottimo Triacca a Rainoldi, Fay, sino a quella Nino Negri che notoriamente fa vini che non amo), ho provato ad abbinare ai miei piatti il vino di un produttore, giovane e impegnato, che molti apprezzano, ma cui non ho ancora fatto visita in cantina.
Amante del Sassella quale sono, la zona che forse esalta più di altre l’eleganza, la petrosità scabra, il carattere essenziale e nervoso del Nebbiolo – Chiavennasca valtellinese, ho pensato che sul mio salmerino leggermente affumicato con pane di segale (piatto gustoso e raffinato), sui saporiti ravioli di bresaola (a proposito: al Cantinone si mangia una bresaola “santa”, ovvero nuda e senza condimento, da applausi), con salsina di rucola e scaglie di formaggio, e sul capriolo al cioccolato fondente, oltre alla serie di formaggi che avevo scelto come chiusura, un vino come il Valtellina superiore Sommarovina 2004 di Mamete Prevostini potesse andare bene e che dovendo fare solo le scale per salire in camera avrei potuto, nel caso, rendergli il giusto onore.
Del produttore, sul sito Internet aziendale, avevo letto, restandone rassicurato, che “punto cardine della qualità dei vini Mamete Prevostini è quello dell’affinamento in legno: sono state acquistate nuove botti di rovere per permettere a tutti i vini di affinarsi in modo differenziato e adeguato. Non esiste una formula prestabilita all’invecchiamento, ma anno per anno, vengono scelti il modo e i tempi per esaltare le migliori potenzialità di ognuno” e ricordandomi poi che l’affinamento dei vini avviene in “quello che noi valtellinesi definiamo crotto.
Infatti la cantina è una cavità naturale, formatasi in epoca preistorica, per uno sfasciamento della montagna che rovesciò nella valle una enorme quantità di massi, lasciando fra essi vani più o meno estesi comunicanti con l’aria esterna. L’aria, circolando in questi vani sbocca poi, per certi spiragli detti sorel, nei crotti, garantendo una temperatura costante di circa 15°”, ero certo che il vino da me scelto sarebbe stato all’altezza della situazione.
Quando si ha la fortuna di disporre di vigneti nella Sassella, esattamente in territorio di Triasso, come recitava la retroetichetta, quando l’azienda afferma di attribuire “massima importanza alla coltivazione della vigna, in quanto siamo convinti che un buon vino si formi principalmente in questa fase”, quando la vigna consta di “minuscoli appezzamenti vitati strappati alla roccia dal lavoro dell’uomo, portando la terra sulla ripida roccia e bloccandola con terrazzamenti in sasso”, posti su una “terra molto rocciosa e ricca di minerali” che “si scalda molto sotto il sole, per poi rilasciare questo calore alle viti al tramonto”, in una cornice di “microclima ideale per la coltivazione del Nebbiolo, il ceppo fondamentale delle viti valtellinesi”, che esprime, sostiene il produttore, “un vino ricco di aromi, pieno e di grande struttura” sarebbe davvero un peccato rinunciare a tutti questi atout naturali per percorrere, magari solo per compiacere qualche guida o qualche solone del vino, la strada di un vino omologato.
Invece, nonostante i 42 ettolitri per ettaro dichiarati, la “fermentazione con 12 giorni di macerazione delle bucce sul mosto”, seguita dalla “maturazione di 12 mesi in fusti di rovere in parte nuovi” e dall’affinamento di otto mesi in bottiglia”, nonostante la mia gran voglia di gustare quel vino, di berlo, di lasciarmi conquistare dal suo carattere, il Sassella Sommarovina, nonostante il produttore sul sito lo descriva come dotato di un “profumo composito di estrema finezza con sentori di lamponi, rosa e note speziate” e di un “sapore asciutto e caldo, persistente ed elegante con finale di liquirizia rinfrescante e mandorla”, mi si è rivelato come un vino che per quanto mi sforzassi a berlo, a sperare che si aprisse nel bicchiere, che trovasse la forza di sottrarsi alla camicia di forza e alla schiavitù del legno che l’avviluppava e tarpava le ali alle sue sfumature aromatiche più nebbiolose, non mi ha assolutamente convinto e, cosa più importante, mi è apparso improntato a tutto tranne che alla piacevolezza.
Colore molto bello, rubino vivo, intenso, profondo, un naso fitto, caldo, avvolgente, un frutto succoso ma tendente al dolce, una speziatura che è stata, con le note di rovere (francese o americano ?) e di tostatura (clima da torrefazione), il tema conduttore e la presenza fissa, costante, nel bicchiere, ma poi accidenti, nonostante un’evidente valida materia prima, uve raccolte al giusto punto di maturazione, un gusto che non è mai riuscito ad articolarsi, ad acquisire dinamismo, nerbo, vivacità, condizionato da quella presenza e quantità del legno, che finiva sempre con il dare un tono leggermente asciutto – amaro sul finale, rendendo il mio semplice e naturale gesto del bere molto faticoso.
Con i buoni piatti che lo chef e patron Stefano Masanti mi aveva preparato e che ho gustato, mangiando di buon appetito dopo una splendida giornata di sole camminando nell’aria fresca e vivificante della montagna, ho ugualmente bevuto, soprattutto per “sete” di vino, quasi mezza bottiglia, ma quanta nostalgia per i vini valtellinesi del mio privilegio bevuti venerdì a pranzo, per il Valtellina superiore Prestigio 1999 di Triacca (affinamento in barrique, ma quale savoir faire), per il Valtellina Superiore Sassella Rocce Rosse 1996 di Arpepe, oppure anche solo il Valtellina Superiore Sassella della Fondazione Fojanini, il Rosso di Valtellina o il Pettirosso di Arpepe, per quella mineralità e sapidità agognata e non trovata nel Sommarovina, bloccata, quando sono certo avrebbe potuto liberarsi se lasciata libera di esprimere lo spirito della terra e della roccia, la voce del terroir, di un vigneto sicuramente condotto in maniera impeccabile e appassionata, da quel sentore fastidioso e opprimente di bosco del Massiccio Centrale o di foresta del Kentucky.
A chi giova, avrei tanto voluto dire al produttore se avessi potuto parlargli domenica sera, e gli chiedo ora, un vino tanto bloccato, tanto prevedibile e noioso, così faticoso da bere, così stilisticamente superato (la gente ne ha piene le “tasche” del legno protagonista in bottiglia)?
Sicuramente non alle sorti della viticoltura valtellinese, che deve tornare ad esprimere vini, non banali ma schietti, che stuzzichino e non mortifichino il consumatore, che gli consentano di dar loro del tu, di fidarsi, e non generare quell’idea, tanto antipatica ma ormai serpeggiante, che anche la Valtellina del vino, tanta parte di questa vallata splendida che adoro, abbia ceduto a quel male oscuro e terribile che è l’omologazione e la banalizzazione del gusto…
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Allora avevo indovinato che la tua breve vacanza l’avresti passata in Valtellina!
Luciano
Gran peccato davvero e, a questo punto, ho proprio voglia di vedere come stanno le altre bottiglie di Sommarovina 02 che ho in cantina.
Peccato sentire queste parole sui suoi vini perchè, mi era sembrato sin qui, che Mamete trasmettesse ai suoi vini la sua … “misura”.
Misura che mi aveva fatto apprezzare il Corte di Cama come per la sua non caricaturale espressione di Valtellina (parziale appassimento, stile Prestigio).
Se è come dici tu Franco – e non ho motivi per dubitarne – mi sa che … ne rimarrà uno solo !
Speriamo di no e speriamo in qualcosa di strano per questa bottiglia 04 di Sommarovina
Descrizione perfetta dello stile Prevostini… Se a lui il nebbiolo piace così…