Barolo Pira di Castiglione Falletto riserva 1974 Prunotto: o dell’emozione fatta vino

Datemi pure dell’eno-nostalgico se volete, del laudator temporis acti, del passatista vinoso, ma più passano gli anni (anche i miei…) e più mi convinco che i grandi vini di una volta avessero una nobiltà d’espressione, una civiltà, un linguaggio – ed un lignaggio – che larga parte dei vini prodotti nell’attuale temperie dell’enologia pret a porter ignorano.
Qui non si tratta di dire – qualunquisticamente – che si stava meglio quando si stava peggio, quando c’era meno tecnologia e meno interventismo in cantina, più empirismo ed esperienza e meno scienza, ma più umanità e coscienza e passione per il proprio lavoro e desiderio di dare al frutto di questo lavoro, il vino, un valore di testimonianza e l’orgoglio per un qualcosa fatto con amore e passione. Si tratta invece, più semplicemente, di prendere atto e riconoscere che le emozioni che sanno darci certi vini, miracolosamente conservati e soprattutto rimasti indenni alle insidie più del tappo che del tempo, per 15, 20, 30, 40 anni e splendidamente evoluti sino a raggiungere una maturità salda e consapevole, sono destinate a rimanere uniche e irripetibili.
E che la stragrande maggioranza dei vini di oggi emozioni simili non ce le danno e molto probabilmente non ce le daranno, se saremo in vita per assaggiarli tra venti o trent’anni, nemmeno in futuro.
E’ una qualità diversa, un’idea profondamente differente della viticoltura e del fare vino che entra in gioco e ha il suo peso, un fattore umano, legato all’opera di certi personaggi o che non ci sono più o che dobbiamo pregare restino tra noi ancora a lungo, fattore che pur con tutto il rispetto per tanti bravi e onesti e seri produttori di oggi, fa davvero la differenza. Sono cambiati i tempi, cambiate le esigenze, cambiati i ritmi, ridotto il tempo che si è disposti a concedere ad un vino per maturare compiutamente e per proporsi non in fieri ma con una personalità già quantomeno definita e non appena abbozzata.
Si va di fretta, si corre, si rincorrono il mercato, i clienti, i consumatori, le mode, le tendenze e pertanto anche i grandi vini, quei vini che nel loro DNA, nel loro “pedigree” ampelografico avrebbero tutte le potenzialità per una lunga e armoniosa maturazione nel tempo, per acquisire quella complessità che a mio vedere è sinonimo di complessità e di armonia, vedono, giocoforza, ridotta in qualche modo la loro “aspettativa di vita”, costretti come sono ad essere già abbastanza godibili, abbordabili, talvolta, ahimé, ruffiani, già al momento della loro – affrettata – messa in commercio.
Per un cronista itinerante del vino come cerco di essere, larga parte dei vini con cui oggi entro in contatto, che degusto, commento, delineo impressioni, appartengono solo al campo della cronaca quotidiana. Alcuni, non tantissimi, lasciano già intravedere barlumi di grandezza, una classe innata che nemmeno i mala tempora che oggi currunt riescono ad intaccare, una possibilità di consegnarsi alla posterità che viene spesso puntualmente annientata non solo dalla fretta indemoniata, ma dalla scarsa disponibilità di cantine dove conservare degnamente e “dimenticare” i vini, lasciando che vivano una loro vita oscura e sotterranea. E soprattutto da una scarsa disponibilità, mentale, a pensare ai grandi vini come soggetti che possono essere davvero grandi e saggi e comunicativi solo dopo diversi anni.
Quando invece desidero passare dalla cronaca alla letteratura, all’arte e alla poesia vinosa, quando sento la necessità di confrontarmi con un vino che mi racconti una storia e mi rapisca, con maliose, avvincenti maniere, nel suo universo, è solo con i vini d’antan, con i vini che hanno almeno dieci anni di vita, che hanno conosciuto una fase d’immersione nel silenzio innocente delle cantine, che posso confrontarmi.
Perché ogni confronto, anche quando il vino è rimasto troppo tempo a riposo e la sua fase migliore è già superata, oppure quando la conservazione non è stata ottimale e si deve prendere atto che “ei fu”, oppure l’annata non è stata grande o non ha saputo esprimere quei “miracoli” che anche le piccole annate sanno, a sorpresa, regalare, è sempre, e comunque, un’emozione, un racconto, un’esperienza meritevole d’essere vissuta, con una dimensione, uno spessore, una sostanza cui la contingenza e la quotidianità del vino sono totalmente estranee.
Questa lunga, ma doverosa, credo, introduzione, per testimoniare del mio amore per le vecchie annate e per le degustazioni verticali di uno stesso vino a ritroso negli anni, della mia “gerontofilia enoica”, e di un recente, casualissimo incontro, oltre che con i magnifici Barbaresco 1964 di Giovanni Gaja e 1988 Santo Stefano di Bruno Giacosa, cui ho già accennato, con uno dei più fascinosi Barolo, il vino, è ben noto, del mio privilegio, che abbia degustato negli ultimi anni.
Incontro casuale, due domeniche fa, in una cantina posta agli 800 metri della tranquillità di Gignod in Valle d’Aosta, nel contesto più amicale e rilassato che si potesse pensare, e pertanto quantomai adatto alla corretta delibazione di un vino del genere, un pranzo a casa di un mio grandissimo amico e gourmet, Gianni Bortolotti, della sua compagna e di un palato raffinato e sommo degustatore come l’amico sommelier valdostano Moreno Rossin, responsabile della delegazione A.I.S. di Aosta.
Bortolotti, che conobbi oltre vent’anni fa, “complice” un tipo tutto genio e sregolatezza come l’enologo-alchimista e maestro Giorgio Grai e al quale mi legano tante belle esperienze vinose e culinarie, è uno di quei tipi strani, tanta sapienza e un pizzico di follia, nelle cui cantine (ricordo una sua vecchia cave, ad Aosta, d’indimenticabile confusione) a cercare bene si può trovare di tutto, dalla stranezza stravagante alla perla dimenticata.
Bene, dopo aver tirato fuori dalla cantina, tanto per carburare, una Petite Arvine 2005 delle Crêtes, uno Champagne blanc de blanc Dom Ruinart, un Brunello di Montalcino di Giulio Salvioni del 1994, una Barbera d’Alba di Gagliasso e uno spettacolare, imponente, nel colore e nella struttura, Montepulciano d’Abruzzo 1990 di Valentini, cosa pensò bene di tirare fuori, come dal cappello del mago, Gianni per sorprendermi e farmi, già felicissimo per il mio trovarmi là, tra amici cari, ancora più felice? Nientemeno, conoscendo il mio amore per il Nebbiolo di Langa, che un Barolo. Ma non un vino qualsiasi, come se il Barolo, quando è degno del proprio nome, si possa definire “qualsiasi”, ma uno Barolo speciale, un vino che non avevo mai bevuto e la cui dizione in etichetta suonava un po’ misteriosa.
Prunotto l’azienda (creata da Alfredo Prunotto nel 1923 e poi ceduta a Beppe Colla alla fine degli anni Cinquanta) e su questo non avevo dubbi avendo ben conosciuto la nobilitate soprattutto nella lunga fase sino alla cessione alla Marchesi Antinori, ma Pira di Castiglione Falletto l’indicazione di questa riserva 1974, annata ottima secondo Renato Ratti “vino di pieno equilibrio, stoffa completa, vellutato e di fine gradevole profumo”, fregiata di cinque stelle in quella sua etichetta, molto old style, che ammantava la bottiglia.
Del vigneto Pira a Castiglione Falletto ricordavo solo, attualmente in commercio e rivendicato, solo il quasi introvabile, ma molto buono, Barolo La Rocca e La Pira Riserva di Roagna, che avevo degustato in cantina nella sua versione 1996 lo scorso maggio, e quel nome veniva menzionato come una “grande vigna di tutto rispetto e non da oggi” in quell’Atlante delle Vigne di Langa che resta una delle migliori cose in assoluto realizzate da Slow Food editore.
Tornato a casa per saperne di più pensai subito di contattare chi quel vino aveva voluto e creato con grande sapienza, Beppe Colla, oggi anima, con il fratello, la figlia ed i nipoti dei Poderi Colla. Mi ha scritto, con grande cortesia, Colla: “Con la Prunotto sono stato il primo con la vendemmia 1961 a valorizzare i vini di Langa con i nomi dei crus (dietro l’esempio della Borgogna) e siccome nella tradizione locale di allora i vinificatori del vino Barolo non erano i proprietari dei vigneti, anch’io potevo essere assimilato alla figura del vinificateur-éleveur francese. Questa situazione di non possedere i vigneti facilitava la ricerca e la valorizzazione dei cru migliori indipendentemente dalla proprietà.
A conferma di quanto detto, nella eccezionale vendemmia 1961 ho selezionato , vinificato e invecchiato i seguenti vini di Langa: Barolo Bussia di Monforte, Barbaresco Montestefano di Barbaresco, Nebbiolo d’Alba Valmaggiore di Vezza, Dolcetto d’Alba Cagnassi di Rodello, Freisa secco Ciabot del Prete di Alba, Barbera d’Alba Pian Romualdo di Monforte e questo solamente in conseguenza della mia esperienza delle varie zone di produzione dei vini albesi.
Unicamente spronato nella ricerca di vini con caratteristiche particolari e costanti nel tempo ed inoltre in considerazione della mia passione per i vini che avessero la potenzialità di un lungo invecchiamento. Dopo il 1961 ho proseguito nella ricerca di altri cru che avessero caratteristiche particolari per cui nel 1974 in considerazione della posizione del vigneto Pira di Castiglion Falletto ho acquistato e vinificato quelle uve ottenendo un risultato sorprendente, tant’è che dopo 33 anni Lei ha constatato la potenzialità di questo vino.
Purtroppo però, immediatamente dopo, quel vigneto è stato venduto ad un vinificatore, Roagna di Barbaresco, per cui non ho più potuto proseguire il lavoro avviato con quell’annata”.

Vigneto importante dunque quello della cascina Pira posto su suolo sabbioso argilloso nella zona delle Rocche di Castiglione Falletto con esposizioni, perfette per l’epoca, sud, sud est. Un vigneto che anche oggi i Roagna definiscono dotato di “un patrimonio tannico unico con sensazioni olfattive finissime”, com’è nello stile, a me carissimo, dei Barolo di Castiglione Falletto.
Ma com’era quel Prunotto Pira di Castiglione riserva 1974, degustato, anzi, bevuto con gioia, commozione e gratitudine, per l’amico Gianni che l’aveva stappato per brindare al nostro incontro e per Beppe Colla che l’aveva così sapientemente prodotto, affidandolo ad un insondabile destino e alla posterità ?
Era semplicemente un vino stupendo, integro, elegantissimo, fresco e vivo, perfetto quanto al livello del liquido nel collo della bottiglia, nel colore dalla spettacolare tenuta, rubino intenso squillante, solo con una leggera, affascinante, unghia virata al granato.
Vino di ammaliante classe ed eleganza, bouquet fitto, complesso, nitide le note di rosa appassita, lampone, ribes, foglie secche, tabacco, funghi, accenni di rabarbaro e di mazzetto odoroso, il ricordo, molto à la Castiglione Falletto, di cacao e cioccolato, di amarena, eppure facilmente decodificabile, immediato, con la sua avvolgente, carezzevole suadenza. Stoffa vellutata al palato, il primo impatto, tannini ben sottolineati, presenti, ma soffici e non aggressivi, un che di selvatico, di terroso, ma fresco, vivo, nervoso, sapido al gusto, un frutto ancora croccante e ricco di polpa, la carezza sinuosa, calda, di un vino ancora vivo, in splendida forma, godibilissimo, eppure venato di una sottile malinconia, di un fremito misterioso, con la sua chiaroscurale tavolozza di colori e sfumature autunnali, con quel suo congedarsi dal mondo, esaurita la missione del regalarci piacere e restituirci poesia, del rendere il semplice atto di bere vino un’esperienza umana, che aveva le mezzetinte, le sfumature dorate di un tramonto di fine estate.
Ci avessero accompagnato anche le note purissime e struggenti di Im Abendrot, dai Vier Letze Lieder di Richard Strauss, con quei versi di Joseph von Eichendorf che celebrano la “pace vasta e silenziosa, la pace profonda del tramonto”, il momento sarebbe stato perfetto.
Non è forse pura magia che un grande, autentico Barolo d’antan possa regalarci simili emozioni?

0 pensieri su “Barolo Pira di Castiglione Falletto riserva 1974 Prunotto: o dell’emozione fatta vino

  1. Metti insieme il Barolo, la provenienza da una vigna importante di Castiglione Falletto, un’annata altrettanto importante e il Ziliani si trasforma in un cantore, in un sommo poeta…che ti fa morire di invidia per non aver avuto la stessa, fortunata, opportunità.

  2. Quel che è certo è che viene voglia di berlo subito (a trovarlo!), e il merito è di una grande sapienza e sensibilità nell’entrare con la penna nelle pieghe dell’emozione. Parlare e scrivere di vino significa proprio questo.

    Il miracolo del Barolo, infatti, è anche questo: quello di “dettare al cuore”, nella più stilnovistica delle esperienze e poetica delle pagine.
    Resto del parere che il vino sia più prossimo ad arte e letteratura che a chimica e scienze.

  3. Io c’ero!!!

    …….. e lo dico pieno di orgoglio!
    Quella domenica, ero di cattivo umore e quasi non volevo esserci, non volevo rovinare quel rapporto così magico che si crea quando trovo Gianni e Franco.
    Quell’incontro mi ha riempito il cuore. Il Barolo che Franco ha descritto è stata la chicca di questo magico incontro.
    Franco, che troppo spesso lo penso come un grande tecnico del vino, mi ha saputo emozionare, la sua penna ha saputo interpretare le grandi emozioni di quel giorno. Il Barolo ’74 è stato il pretesto per ufficializzare il grande giornalista che è. Grazie Franco, ……amico mio.

  4. Ho avuto l’occasione di bere la medesima bottiglia ieri sera. Un fascino…

    “Era semplicemente un vino stupendo, integro, elegantissimo, fresco e vivo, perfetto quanto al livello del liquido nel collo della bottiglia, nel colore dalla spettacolare tenuta, rubino intenso squillante, solo con una leggera, affascinante, unghia virata al granato.
    Vino di ammaliante classe ed eleganza, bouquet fitto, complesso, nitide le note di rosa appassita, lampone, ribes, foglie secche, tabacco, funghi, accenni di rabarbaro e di mazzetto odoroso, il ricordo, molto à la Castiglione Falletto, di cacao e cioccolato, di amarena, eppure facilmente decodificabile, immediato, con la sua avvolgente, carezzevole suadenza. Stoffa vellutata al palato, il primo impatto, tannini ben sottolineati, presenti, ma soffici e non aggressivi, un che di selvatico, di terroso, ma fresco, vivo, nervoso, sapido al gusto, un frutto ancora croccante e ricco di polpa, la carezza sinuosa, calda, di un vino ancora vivo, in splendida forma, godibilissimo, eppure venato di una sottile malinconia, di un fremito misterioso, con la sua chiaroscurale tavolozza di colori e sfumature autunnali, con quel suo congedarsi dal mondo, esaurita la missione del regalarci piacere e restituirci poesia, del rendere il semplice atto di bere vino un’esperienza umana, che aveva le mezzetinte, le sfumature dorate di un tramonto di fine estate.”

    Non sono parole al vento, sono pesate bene. E se sono due di bottiglie così… è il caso di cercarne delle altre 🙂

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