Cantine con bollino rosa? Non ne sentivamo proprio il bisogno…

Datemi pure, mi hanno già dato e non ho battuto ciglio, del provocatore, dell’incendiario verbale, del franco tiratore, anche dell’anti-femminista o del misogino, ma a me, questa trovata del “Manifesto delle pari opportunità in cantina presentato recentemente a Montalcino nel corso della cerimonia del ”Premio Casato Prime Donne” promosso dall’omonima azienda e dalla sua titolare, Donatella Cinelli Colombini, sembra, con rispetto parlando, non ce ne vogliamo le gentili Signore, una solenne “bischerata”. O, per restare in tema, come direbbero a Verona e dintorni, una “gran monata”.
A leggere difatti le motivazioni che hanno portato a questo “manifesto”, c’è da rimanere basiti e da pensare di trovarsi non nell’Italia del 2007, dove le donne, e giustamente, svolgono con successo e pari dignità praticamente tutte le attività nelle quali sono impegnati i maschi, ma in un’immaginaria Italia d’inizio secolo dove alle donne non era nemmeno riconosciuto il diritto di voto ed erano costrette al silenzio dal maschio prevaricatore e “fascista” (seppure ante litteram).
Leggere difatti che il Manifesto delle pari opportunità in cantina “m
ira a diffondere un criterio di pari opportunità fra i generi nell’ambito produttivo del vino attraverso l’esempio di chi, per prima, lo applica nella sua cantina”, e che “il settore enologico è il più evoluto dell’agricoltura italiana, per qualificazione degli addetti e diversificazione dei ruoli” e “quindi il più adatto per l’introduzione delle “quote rosa” e per ottenere un fenomeno di trascinamento sugli altri comparti agricoli”, perché “quello rurale è il comparto produttivo più attardato sui modelli tradizionali di ruoli e di generi, per cui ha bisogno di scoprire i vantaggi delle pari opportunità e gli svantaggi della discriminazione fra i generi”, sembra, linguaggio tardo femminista e vagamente da suffragette a parte, totalmente slegato dalla realtà.
E’ davanti a tutti, invece, lo spettacolo, anzi la prassi comune e diffusa, la normalità di produttrici, enologhe, sommelier, amministratrici delegate, responsabili della comunicazione e delle pubbliche relazioni, iscritte o meno all’anacronistica associazione (cui prodest oggi ?) delle Donne del Vino, che agiscono nel mondo del vino, mi limito a citare Elisabetta Foradori, Giulia Cavalleri, Chiara Lungarotti, Francesca Planeta, Angela Velenosi, Gianola Nonino, Vinzia Firriato, José Rallo, Marilisa Allegrini, Rosanna Taurino, Chiara Boschis, Livia Fontana, Anna Abbona, Laura Bianchi, le sorelle Antinori,
Giovanna Stianti, Lucia Barzanò, Pia Donata Berlucchi, Isabella Pelizzatti Perego, Ottavia Giorgi di Vistarino, Elena Walch, Rosa Bosco, Ginevra Venerosi Pesciolini, la stessa Donatella Cinelli Colombini, con la stessa libertà di manovra, l’indipendenza, l’autorevolezza e la capacità di cui godono i loro colleghi produttori maschi.
Non vedo alcuna necessità, pertanto, perché, ripeto, è già prassi diffusa e non ho mai sentito parlare – e sono nel mondo del vino quasi 25 anni – di episodi di discriminazione nei confronti delle “donne del vino”, che dal mondo del vino al femminile arrivi questo appello che punta a: “promuovere il ruolo delle donne nella politica e nella società sostenendo le candidature femminili; ad agevolare le pari opportunità fra i generi all’interno degli insediamenti rurali contrastando le convinzioni ideologiche e le carenze infrastrutturali che condizionano la vita delle donne;
a partecipare alle reti di donne nel lavoro e nella società;
a offrire uguali opportunità di carriera a uomini e donne dando loro – proporzionalmente al numero di addetti, lo stesso numero di promozioni; a considerare la maternità, anche in ambito lavorativo, anche come un arricchimento delle capacità professionali;
ad offrire uguali opportunità formative a uomini e donne, favorendo l’eliminazione delle carenze più diffuse nel profilo professionale femminile; ad attrezzare la struttura produttiva in modo che possa essere utilizzata da uomini e donne in egual modo e senza bisogno di grande forza fisica;
ad accogliere stagisti in base alla loro competenza indipendentemente dal loro genere;
a dare eguale retribuzione, anche aggiuntiva, esclusivamente in base a criteri meritocratici e senza distinzione di genere”.
Nel mondo del vino, dal lavoro umile, difficile, faticoso, fondamentale della potatura invernale e della vendemmia, sino alle fasi più gloriose delle pratiche di vinificazione e affinamento, della presentazione dei vini, del loro marketing, le donne sono saldamente inserite, partecipi, protagoniste.
E non v’era bisogno di ricorrere ad un manifesto dal linguaggio redatto in un trito e triste – e ben poco femminile – stile “burocratico-sociologhese-politichese e sindacalese” e teso a dichiarare l’intenzione delle firmatarie “di orientare la strategia aziendale su criteri di pari opportunità fra i generi” per ricordarcelo.
Di aziende agricole con “bollino rosa, quelle in cui le donne sono sicure di avere le stesse opportunità formative e di carriera, retribuzione e promozioni dei colleghi maschi”, delle pari opportunità in cantina, non avevamo assolutamente bisogno…

0 pensieri su “Cantine con bollino rosa? Non ne sentivamo proprio il bisogno…

  1. Purché se ne parli…
    La cosa che mi disturba è che queste operazioni riescano sempre a trovare qualche ente pubblico che le appoggi, sommando così tornaconto economico ad ipocrisia.

  2. E anche il “rosa” e il “celeste” sarebbe ora che sparissero dai portoni. Un bel fiocco dal colore verde che annuncia una nuova vita, punto e basta.
    A me il bollino rosa sembra solo una delle tante operazioni di marketing. E mi dispiace notare ancora una volta che le donne raramente hanno proposto un loro modello di vita alternativo al nostro, al contrario si sono integrate nel linguaggio maschile come nelle forme e nei metodi di gestione del potere, portando poco o niente di femminile.

  3. Sono donna del vino nel senso che sono nata cinquant’anni fa in una cantina(nel senso letterale poiche’ la cantina ere anche abitazione)per cui non mi sento di dover condividere nulla con le DONNE DEL VINO quelle con la D maiuscola.Che si sia donne o uomini questo non importa l’importante è che si svolga il proprio ruolo con coscienza e PROFESSIONALITA’ cosa che forse è stata un pò tralasciata negli ultimi anni.Collaboro con mio marito a stretto contatto nella gestione della nostra cantina e credetemi non mi faccio mai fotografare, non mi fac cio mai intervistare, non mi interessa, ma sono fiera del fatto che prima di imbottigliare un vino mio marito mi interpella.Cosa vuool dire questo secondo voi DONNE DEL VINO?

  4. Curioso un passaggio all’inizio del Progetto: “La firma del manifesto costituisce una dichiarazione di intenti – non vincolante e per ora non ancorato a contributi pubblici“. Quindi più avanti ci sarà la possibilità che si verifichi un “ancoraggio”?

  5. da donna: detesto le “riserve indiane”, le quote rosa, le ministre e le assessore (brrr) che servono a tacitare le coscienze, a sentirsi molto politically correct e a non cambiare una virgola nella vita reale. Le donne (come gli uomini) han bisogno di servizi funzionanti, asili, mezzi pubblici che funzionano, compagni che collaborano all’andamento familiare, orari elastici, nagozi aperti oltre l’orario d’ufficio: cose serie non proclami e manifesti.

    Just my 2 cents

  6. Sono un piccolo produttore (ex piccola produttrice): la zona non ha importanza i vitigni neppure,i vini men che meno: e’ solo importante cosa uno si sente di essere.
    Sono reduce da Casablanca dove un intervento ormai di routine mi ha cambiato sesso.
    E’ mia intenzione fondare un’associazione produttori trans con due sottosezioni :
    a) quelli che da “uomini” sono diventate “donne”
    b) quelle che da “donne” sono diventate “uomini”
    Un’apposita giuria presieduta da Franco Ziliani fara’ le verifiche del caso e fornira’ il beneplacito per l’ingresso nel club : I (le) trans del vino.
    Attendo adesioni.

  7. Non mi sembra vero di dover ancora sentire queste stupidaggini. Quand’è che cresciamo e ci facciamo furbe? Finchè ci saranno discussioni sulla diversità tra donne e uomini e “bollini rosa” ci saranno differenze. Ma il vino è prodotto da persone, uomini e donne, con le loro capacità, le loro idee, le loro tradizioni ed il loro territorio. Queste sono le differenze.

  8. Il manifesto in questione mi sembra un’iniziativa folkloristica o poco più (e poi che cosa vuol che la sua sottoscrizione non è vincolante? detto così sembra che le firmatarie siano le prime a non utilizzare dipendenti di sesso femminele nelle loro aziende …), e l’imporre quote rosa sarebbe credo una soluzione impraticabile.

    Detto questo, è sicuramente vero che i lproblema esiste: in Italia, almeno per quanto riguarda il comparto produttivo (cantina e vigneto) la percentuale di tecnici donna è scarsina assai, molto inferiore a quella delle studentesse che frequentano i corsi di viticoltura ed enologia; al massimo vengono relegate in laboratorio. Io stesso ho ricevuto testimonianza diretta di persone che non sono state selezionate per posti di responsabilità in primarie cantine, ed il cui motivo di esclusione era – dichiarato esplicitamente – il fatto di poter un giorno mettere al mondo dei figli.

    Girovagando per altre nazioni produttrici la situazione mi sembra invece differente; perfino in Spagna e Portogallo il numero di enologhe con ruoli operativi è significativamente superiore rispetto all’italica terra, per non parlare poi dei paesi anglosassoni.

    Concludo segnalando un contributo alla discussione, in francese, su http://www.infowine.com/default.asp?scheda=5890.

    Giuliano Boni

  9. Gent.Ziliani, mi scuso anzitutto del ritardo con cui Le rispondo,avendo letto di fretta il Suo scritto prima di partire per il mio amatissimo Sud per incontri di lavoro della Azienda di famiglia, la Fratelli Berlucchi ,…Calabria, Basilicata, Puglia,Sicilia, e dove…perchè no? le Donne del Vino, quasi inesistenti fino al 2003, anno della mia prima presidenza, hanno coperto tutte le regioni con una Delegata Regionale, come da statuto, e, con grande entusiasmo promuovono eventi dove il vino travalica la sua ben nota valenza gustativa per essere il perno espressivo di profonda tradizione e cultura.
    Detesto la parola “quote rosa”, non la tollero, ne vedo una ghettizzazione del sesso femminile, un recinto, un pollaio, lo chiami come vuole, la Donna se vuole, può arrivare ad altissimi livelli, in barba all’immaginario collettivo che la vede vittima sacrificale: certo, la vita di una Donna che non rinuncia (guai a rinunciarvi!) alla propria femminilità è molto dura, complicata, va regolata con ritmi precisissimi per poter arrivare a tutto, è sicuramente più difficile di quella maschile…ma, non possiamo cambiare la realtà del mondo, quindi, basta lamentazioni, denti stretti ed…avanti!
    Questo è il credo che da sempre applico alla mia vita quotidiana di donna, di madre, di amm.deleg., di consigliera di Banca d’Italia, di presidente Donne del Vino ed…altro e che, “martello” … alle mie quasi 800 socie…
    Il mio vorticoso modo di agire, all’inizio, credo abbia scioccato il Consiglio, la segreteria e…le socie stesse, poi , mi sembra le abbia affascinate ed ora, dopo anni di grandi fatiche e partecipazione comune, dalle Presidenti che mi hanno preceduto, Elisabetta Tognana, fondatrice, Adele Gancia, Franca Maculan, Giuseppina Viglierchio, alle socie tutte , l’Associazione gode di grande onorabilità e professionalità da parte delle Istituzioni, della stampa e dell’opinione pubblica…era ciò che volevamo, e che, comunque era giusto ed onesto dare a chi aveva riposto nelle Donne del Vino tanta fiducia… Quindi, dal mio punto di vista ed operativo, nulla di femminista, di antagonista al mondo maschile( lavoro da 33 anni sempre con uomini…), ma, di complementare seguendo il dna della Donna che presenta quelle caratteristiche così specifiche, così uniche che, se usate con eleganza ed intelligenza, non possono che arricchire il multiforme mondo del Vino.
    Che, poi, si potesse o si possa vivere anche senza la ns.Associazione, mi trova perfettamente d’accordo, ma, vede, qui il discorso si fa più complesso: quali e quante cose sono”abbastanza” inutili oggi, eppure ci fanno piacere e completano in qualche modo la nostra vita? Anche il Rotary, il Lyons, Aidda e mille altre associazioni in effetti potrebbero non esistere, però, basta un evento di spessore e di valore, e noi stessi ne rimaniamo felicemente impressionati… La cosa bella, al di là delle mille peculiarità, è che , fra le 800 iscritte, ci sono tutti i più bei nomi dell’enologia italiana e…quasi tutti…si fa per dire, i piccoli nomi, i primi da bandiera, i secondi da supporto…che bell’esempio di democrazia! Nei”Tre Moschettieri” si diceva “Tutti per uno ed Uno per tutti”. Le assicuro che vedere le 21 regioni italiane che portano avanti gli stessi ideali, …mi da un pizzico di commozione… Sono sì “un’austroungarica”, ma con un maledetto romanticismo in cuore!
    Ed allora, pur mantenendo il Suo personale punto di vista, nell’ambito del “Vivi e lascia Vivere”, Le chiederei di superare i manifesti, quelli sì, forse un po’ fuori tempo, ma, di guardare con occhio curioso, giustamente critico e severo le nostre Donne del Vino, nelle loro moltissime frenetiche attività regionali e nazionali e, poi, di “bastonarle” , se e dove lo meritano, perchè, possano continuare a dare il meglio di sè, con grande fatica, a denti stretti senza difese e pietismi che ne Lei ne io stessa riteniamo più accettabili.
    Grazie, grazie di cuore dello scritto “stimolante” e “provocatorio” !

    Pia Donata Berlucchi, Presidente Nazionale de “Le Donne del Vino”

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