Decanter World Wine Awards 2007: per l’Italia del vino una mezza disfatta

La domanda, franca e schietta, è bene porla subito: cosa non funziona nei vini italiani di oggi se da un elemento di riscontro oggettivo come sono da considerare i risultati conseguiti da una folta e rappresentativa schiera di vini italiani partecipanti all’edizione 2007 del Decanter World Wine Awards, il grande concorso enologico internazionale organizzato da qualche anno dalla celebre e autorevole rivista britannica, emergono, percentualmente parlando, ben più bocciati che promossi ?
Anche senza voler “santificare” rendendoli verità assoluta e sacro verbo, seppure enologico, i responsi dei wine writer, buyers, managing director e wine merchants che hanno preso in esame per conto di Decanter, in forma del tutto anonima, 1021 vini made in Italy, (620 nella fascia di prezzo superiore alle 10 sterline, 401 in quella inferiore) sul totale dei 7642 di tutto il mondo in concorso, non si può non rimanere basiti, quando, dati statistici alla mano, appare che 440 vini, ovvero ben il 43 per cento, non hanno ricevuto alcun riconoscimento, nemmeno lo straccio di una nomination o di una medaglietta di bronzo, e che i soli cinque italian trophy rappresentano una percentuale risibile dello 0,48 sul totale, le 13 medaglie d’oro dell’1,2%, le 111 medaglie d’argento del 10,87%. Percentuali che salgono, purtroppo, quando meno importanti diventano i riconoscimenti: del 26,05% per le 266 medaglie di bronzo, del 18,21% per i 186 vini semplicemente “raccomandati”.
Insomma, tra bocciati e promossi, ma senza particolari lodi, si totalizzano qualcosa come 626 vini, ovvero oltre il 61 per cento dei vini italiani in concorso. E un unico, solitario vino “made in Italy”, un Brunello di Montalcino riserva 2001, il Vigna del Paretaio di Talenti, si è aggiudicato uno dei pochissimi, solo 25, International Trophies, assegnati a vini giudicati non solo i migliori nella loro tipologia e nella loro nazione di provenienza, ma di assoluto livello internazionale.
Certo, le nostre 14 medaglie d’oro rappresentano un non mediocre 12,28% sul totale delle 114 gold medals attribuite a vini francesi, argentini, australiani, austriaci, ungheresi, sloveni, cileni, californiani, greci, tedeschi, portoghesi, sudafricani, spagnoli, ma non si può proprio cantare gloria.
C’è invece di che essere ancora più preoccupati, commercialmente parlando, se si considera che nella fascia dei vini sotto le dieci sterline, che ha visto 401 vini italiani in concorso, non è arrivato nessun trophy, un solo oro, 27 medaglie d’argento, 103 di bronzo, 93 commended e 177 senza alcuna medaglia.
Il che, tradotto in numeri, significa che l’unico oro rappresenta una percentuale dello 0,24% sul totale dei 401 vini in concorso, i 27 argento del 6,73%, i 103 bronzi del 25,68%, i 93 “commended” del 23,19% ed i ben 177 vini “non medagliati” addiriturra del 44,13%.
Insomma, cosa diavolo sta succedendo negli italici vigneti e nelle tricolori cantine da indurre the British wine experts a mostrare un eloquente pollice verso ?
Una risposta possibile emerge dai commenti alla degustazione apposti dai due regional chairmen, Jane Hunt e Richard Baudains, ai risultati pubblicati su Decanter: “La domanda di vini “di prezzo” ha condotto alla creazione di troppi vini senza effettiva caratterizzazione locale e di scarso carattere”. E sempre secondo Jane Hunt, se “un buon vino deve esprimere un’origine e una provenienza qui l’Italia ha spesso deluso. Molti dei vini che abbiamo degustato non esprimevano un carattere peculiare che li distinguesse da vini provenienti da altri Paesi”.
Ovviamente, anche di fronte a segnali di tale preoccupante eloquenza, nella nostra provincialissima italietta del vino ce la si caverà dicendo che “in fondo è solo una degustazione”, oppure che “se gli inglesi ‘un ci capiscono, per fortuna c’è Wine Spectator e mr. Suckling che ci vuol bene”, oppure si griderà alla “perfida Albione” enologica…
Come se la nostra perdita d’identità, il nostro progressivo diventare meno interessanti per i mercati esteri, con vini italici che sembrano fatti nel Nuovo Mondo e che non profumano più d’Enotria tellus, fosse una cosa da niente da prendere con una semplice disinvolta alzata di spalle…

0 pensieri su “Decanter World Wine Awards 2007: per l’Italia del vino una mezza disfatta

  1. Caro Franco;
    Non e una sorpresa ormai, succede questo da diversi anni, cioé alziamo le spalle, tanto e un mercato stranissimo…
    Hanno il palato impregnato di Cab.-Merlot, cioe i loro famosi claret Francesi, che quando assaggiano i nostri autoctoni, non li percepiscono perché non hanno il velluto che gli avvolge il sopraffino palato aristocratico….
    Poi non ho mai capito come mai quando fanno una recensione nel loro mensile di una DOC Italiana, sono tutti vini a 5,4, o 3 stelle, ma gli stessi vini mandati alla degustazione in Inghilterra perdono le stelle per strada !
    Mi dispiace tanto per quei poveri produttori, che quando arrivano questi MW Anglosassoni li trattano come Signori..
    Forse saranno arrabbiati perché non li portano in giro per la vigna con il Land Rover, oppure perché non siamo una loro Colonia ?
    Grazie
    Angelo

  2. Rischiando di fare la figura della volpe e l’uva, devo dire che ho poca stima del Decanter World Wine Award. Mi sembra che il panel in genere sia troppo orientato e conosca meglio vini di altre zone del mondo. L’unica volta che ho partecipato, qualche anno fa, venne premiato con una medaglia d’oro uno di quei vini provenienti dalla mia zona di origine. Un vino di quelli che non conosci, perché prodotti non da aziende agricole, ma da quei signori che per mestiere fanno vino da diverse zone d’Italia, pur non avendo neanche un ettaro di vigna. Ce ne sono diversi in Toscana e in giro per l’Italia, nulla di male, fanno il loro lavoro. Ma certo vedersi arrivare primi uno di quei vini “fatti in cantina”, dove spesso per essere eufemistici, assumono un tono piuttosto “internazionale”, mi ha fatto un po cadere le braccia.
    Altro discorso riguarda le degustazioni di Decanter magazine, che spesso sono effettuate su una zona mirata e da un panel con esperienza specifica in quei vini.
    In ogni caso, come spesso dice lei, non c’e’ da dire “tutto va bene madama la Marchesa” per quanto riguarda la fama e la conoscenza del vino in un mercato assai selettivo e difficile come quello inglese. E assai poco “eccitabile” dall’influenza della stampa, che sia Usa, italiana, e persono la domestica Decanter.

  3. D’altronde, se non arrivano le bastonate nessuno si muove. Chi glielo dice ai Consorzi che propongono in continuazione disciplinari nuovi o modifiche di denominazioni storiche per inserire le sempre più inutili uve internazionali? Arriviamo sempre in ritardo, perché prima si agisce e poi si riflette su quello che si è combinato. Ora il recupero sarà ancora più difficile. E poi come campano le ditte che forniscono costosi macchinari enologici per ottenere vini “programmati in cantina”?

  4. Secondo me il 2 Agosto dal nostro Franco e’ stato segnalato un bel post riportato proprio nel blog di gianpaolo sulla revisione del regolamento per i vini di qualita’ canadesi che cambia radicalmente la composizione delle commissioni d’assaggio con un periodo di transizione fino a fine 2008. Dobbiamo fare la stessa in Italia, miglioreremo di conseguenza se ci fossero anche dei giornalisti nelle commissioni

  5. Il problema è duplice: non è solo una questione di perdita di identità di alcuni nostri vini (a parte il fatto che qualcuno mi deve ancora convincere su quale sia l’identità dei vini cileni, californiani o australiani) ma anche del fatto che molti altri vini italiani, che un’identità ce l’hanno veramente e non costano nemmeno troppo, non riecono a penetrare nei mercati stranieri in virtù del fatto che le organizzazioni che dovrebbero aiutarli in ciò preferiscono curare l’orticello di casa propria invece di elaborare qualche progetto di ampio respiro.
    Ma così facendo, con la globalizzazione, l’orticello diventa sempre più piccolo e quindi ai banchi di degustazione molto spesso arrivano i soliti vini delle solite regioni dei soliti produttori.

  6. Caro Franco
    Leggendo i commenti in seguito al tuo articolo come sempre molto stimolante trovo un elemento di verità in tutti quanti.
    Ma se posso esprimere il parere di un dipendente della rivista Decanter – faccio il Business Manager di questa rivista – vorrei sottolineare che facciamo tutto il possibile per assicurare risultati più che lodevoli per vini italiani in questo concorso.
    Quindi la giuria viene sempre composta esclusivamente di quelli che capiscono il vino italiano – e spesso il loro stipendio viene dalla vendita di vini italiani – una cosa che forse rende il concorso meno imparziale dell’ideale. Perciò, in teoria i pareri della giuria devono essere super positivi per questa categoria di vini. Infatti, quest’anno di una giuria di 16 persone, ben 6 sono coinvolti nel commercio non del vino in generale ma specificamente e quasi esclusivamente del vino italiano. Gli altri 10 hanno tutti quanti una conoscenza ben più che superficiale del vino italiano.Pero’ i risultati sono stati deludenti, ne sono d’accordo. Com’e mai? Sarebbe anche meglio per Decanter anche per i nostri guadagni pubblicitari se fosse il contrario. Quindi si può ammettere un elemento di verita’ anche nei commenti di questa giuria?
    Con i miei piu’ cordiali saluti,
    Stephen Hobley

  7. La materia credo sia molto complessa. Da una parte certamente vi è un indubbio problema storico per i vini italiani sul mercato inglese. In secondo luogo vi è una preoccupante standardizzazione dei vini italiani di tipo più commerciale. In terzo luogo una difficoltà dei vini di terroir nostrani ad emergere.
    In fondo, però, mi viene da chiedere se sia poi davvero così importante ottenere buoni risultati su queste riviste internazionali. Se siamo scettici nei confronti delle guide nostrane bisognerebbe esserlo anche nei confronti di quelle internazionali. E’ il criterio dei punteggi e delle premiazioni, forse, a non rendere omaggio ai vini “veri”, onesti, di territorio. In definitiva è ai grandi commercianti, agli industriali omologati, che interessa portare a casa questi riconoscimenti. Il fatto che dopo aver puntato su enologi di grido, su macchinari innovativi, su marketing aggressivi, vengano bastonati proprio da chi avrebbe dovuto premiarli, a me tutto sommato non dispiace poi tanto. Certamente una migliore immagine internazionale del nostro paese aiuterebbe un pò tutto il settore, ma credo che chi il vino lo sa fare buono davvero non conosca quasi mai crisi. E’ su cosa si intenda per “buono” che semmai bisognerebbe discutere, più che sul punteggio della rivista o della guida. Sul metro di giudizio. Sulla mancanza generale di attenzione all’origine e alla naturalità.

  8. Stephen Hobley, quanto hai centrato il bersaglio! Sono proprio i vini a non essere piu’ quelli di una volta ed i giudici non fanno che registrare appunto questa tendenza. Per esempio, hai mai assaggiato un Oltrepò Pavese Barbacarlo dopo una ventina d’anni? Ti auguro che ti capiti almeno una volta nella vita… e ti mando una forte stretta di mano.

  9. Parlando proprio di questi argomenti,un giornalista russo del settore, personaggio estremamente competente, un paio di mesi fa mi ha detto: “Ma vedi, il discorso è che in genere i produttori italiani, se escludiamo qualche toscano, non sanno imporsi come personaggi. Sono complicati, difficili. Lo stesso vale per tanti dei vostri vini: questo Barolo che mi hai fatto assaggiare è un grande vino, ma è complicato. E’ “faticoso”, nel senso che fa il prezioso, ti rende difficile capire quello che ha da raccontari. Il che può essere anche una gran cosa per un appassionato competente o per un addetto ai lavori. Ma che non è mica l’ideale per uno che vuole solo bere un buon vino e magari fare bella figura con chi ha invitato a cena. A tavola con gli amici non puoi mica ascoltare Sostakovijc…”

  10. Dici bene Marco, anzi dice bene il giornalista russo. Il punto è proprio questo, ed è una delle ragioni per cui tanti produttori si sono messi a fare vini “facili”. Però, se nessuno a tavola con amici ascolta Schostakovich, chi è che ci rimette davvero? Se tutti ascoltassimo canzonette, bevessimo vinelli, leggessimo solo romanzi d’avventura, mangiassimo pasta al sugo, la cultura non esisterebbe più. Il vino è anche questo, cultura, storia, differenze, e la gente deve essere aiutata a capirne il grande valore, l’enorme ricchezza data dalla sua diversità e, a volte, lentezza a farsi comprendere. In sintesi, a tavola con gli amici si può ascoltare benissimo Schostakovich, basta essere preparati a farlo.

  11. Le aziende italiane che esportano vino non sono neanche 2.000 e sono certo che all’estero mandano i vini richiesti dai loro importatori, anche secondo le loro valutazioni del gusto locale. Il problema e’ che se uno straniero conosce merlot e cabernet e chardonnay perche’ sono arrivati prima di noi i francesi, e’ normale che voglia far confronti con vini simili di altri paesi e decidere di comprare poi quello che gli costa di meno. Ma se gli si fa assaggiare il Freisa, il Barbacarlo, il Ciro’, il Rossese di Dolceacqua, il Donnaz, e tutti gli altri vini che a decine di migliaia nel nostro Paese non sono a base di quei tre vitigni, capira’ cos’e’ il vino italiano e lo avvertira’ nella sua biodiversita’. E’ inutile far la guerra agli altri con vini simili. Bisogna usare armi, e munizioni, diverse.

  12. @ Roberto Giuliani: Hai scritto, in altri termini, esattamente le cose che ho detto io al mio interlocutore russo. Non vorrei che questo nostro punto di vista passasse per un generico giustificare a priori i vignaioli di casa nostra, come non vorrei che il nostro sembrasse un punto di vista carico di enosuperbia o enosciovinismo: ma il fatto che questo amico parlasse di vino “faticoso” e “complicato” mi ha procurato un inconfessabile quanto sincero moto interiore di orgoglio. Un po’ come quando ero ragazzino e andavo fiero di essere tra i pochi che possedevano i dischi del tale musicista, magari non tanto commerciale ma indubbiamente bravo. Per la cronaca, il produttore di quel vino risponde al nome di Beppe Rinaldi. Che a conoscerlo è peraltro un personaggio molto interessante e simpatico, anche se magari rischia di rendere più “ruvide” le pagine patinate di certe riviste di settore.

  13. La maggior parte dei famigerati 3 bicchieri è stata “studiata” per accontentare il mercato americano, che é il nostro maggiore importatore. Come fanno a piacere anche agli inglesi? Non si può mica invertire la produzione da un anno all’altro!

  14. @ Stephen Hobley
    E’ vero che bisogna sempre rispettare il giudizio degli altri, specialmente quando il giudizio è fatto da professionisti che sono stati messi nelle migliori condizioni per lavorare. Quello che lei dice a proposito della commissione giudicatrice, composta da persone del “trade” di vini italiani in Inghilterra, mi fa però pensare a quale sia la situazione dei vini italiani nel suo paese: meno felice che altrove (per es. in USA). Ed è quindi logico che ci sia una conoscenza minore, ed anche forse un entusiasmo minore rispetto ai nostri vini. Non contesto questo a voi, se i vini italiani nono godono del successo che hanno in USA sicuramente dipende anche dai produttori (oltre che da ragioni storiche come un minor appeal della cucina italiana, grande traino dei nostri vini). Questo sta cambiando oggi. La cucina italiana sta facendo passi da gigante, anche in termine di immagine, e già si vedono vini italiani “all’avanguardia” entrare in UK.
    Ma certo, mi consenta un giudizio all’ingrosso, non si può dire che per ora vi sia una conoscenza così profonda dei nostri vini, che non siano i “vecchi classici”, persino nel trade. Basta guardare la sezione italiana da Tesco: onestamente non credo che l’Italia si esaurisca in due o tre valpolicella e due chianti “da prezzo”. C’e’ di più e di meglio, anche rispetto al resto dello scaffale chilometrico dei vini australiani e sudafricani.

  15. @ Roberto Giuliani: stiamo parlando di vino come bene culturale, ed è proprio qui che volevo arrivare: i Decanter W.W. Awards, come praticamente tutti gli altri “oscar” del settore, fino a che punto fondano le loro valutazioni su un’interpretazione del genere? Non è mia intenzione, ripeto, sminuire i limiti e gli errori dei produttori di casa nostra. Però sono fermamente convinto che ci siano anche (paradossalmente) elementi positivi da tenere in considerazione. In parole povere, il vino italiano mi pare in questo momento storico un po’ preso tra l’incudine e il martello: se da una parte certe bocciature e certi scarsi riscontri commerciali sono da imputare alla perdita d’identità della quale parla giustamente Franco nel post, dall’altra molti vini scontano un’identità talmente definita e potente da trasformarsi, in queste occasioni, in un handicap. Io ritengo che alla fine la strada giusta da seguire rimanga quella dell’identità, del terroir, del vitigno autoctono, quella insomma del vino “Sostakovijc”, faticoso e complesso. E mi chiedo se Decanter aiuti chi si avvicina al vino a comprendere il suo valore culturale. In caso contrario, forse questa mezza disfatta non è un disastro irreparabile.

  16. C’e’ un altro discorso da esplorare a proposito di concorsi tipo Decanter World Wine Awards: la categoria di vini partecipanti. La giuria lamenta sempre che i bei vini blasonati in Italia – tale i brunelli e baroli top – quasi mai partecipano ad una tale degustazione. Hanno solo una reputazione da perdere. ( Si ricorda che il premiatissimo Brunello di Talenti ha fatto una bellissima figura quest’anno – ma di altri Brunello non ce n’erano tanti ) Invece c’e’ anche una certa categoria di vini “in ricerca di una medaglia” che non meritano facilmente una medaglia ma sono inviati con la speranza di buon fine, auspicando che la degustazione anonima possa rendere il vino più valido. Non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno che non c’e’ una sovra-abbondanza di medaglie, se la giuria sa fare bene il suo compito.

  17. Gentile Ziliani, mi permetto di segnalarLe un articolo di Juancho Asenjo apparso sul sito “Elmundovino”, riguardante la degustazione di numerosi Brunello del 2001. L’impressione generale comunicata dall’autore è di grande perplessità; alcune delle critiche mi sembrano in sintonia con quanto Lei va affermando da tempo sul Suo blog. Sarebbe davvero interessante conoscere il Suo parere al riguardo. Di seguito il link all’articolo:
    http://elmundovino.elmundo.es/elmundovino/noticia.html?vi_seccion=12&vs_fecha=200711&vs_noticia=1194517807

  18. Francesco, grazie per la segnalazione dell’articolo di Juancho Asenjo sul Brunello 2001. Juancho é un amico fraterno e generalmente le sue analisi collimano con le mie. Mi dia il tempo di leggere cosa ha scritto l’ottimo collega di Elmundovino, splendido conoscitore dei vini italiani (adora, come me, il Barolo e dice di avere il Nebbiolo nel sangue) e non mancherò di dire la mia in merito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *