Piacere, Barbaresco: i vini. Impressioni, più che vere note di degustazione

Come ho già scritto ieri, mi “resta da parlare dei vini”, di quelli che mi sono piaciuti (e non sono pochi) e di quelli invece (per fortuna pochi), che non ho capito, che non mi hanno comunicato nulla, che sono rimasti rinchiusi in sé senza raccontare nulla del vigneto, del lavoro del produttore, della fatica, limitandosi a mandarci segnali di una presunta furbizia mercantile, di un pedissequo e noioso seguire mode che… sono passate di moda, di un fregarsene del consumatore, dell’appassionato, per compiacere solo un fantomatico “mercato” internazionale e degustatori di professione, che assaggiano, sputano e raramente bevono e ancor più raramente acquistano i vini per berli.
Ne parlo, pur preferendo svolgere considerazioni generali come quelle espresse nei due articoli citati, non solo perché qualche lettore di questo blog, bontà sua, me l’ha chiesto espressamente, ma perché il livello generale dei vini frutto di quest’annata classica nel suo svilupparsi, ma anche molto generosa in termini quantitativi (le vigne, a Barbaresco e dintorni, ma anche nel resto d’Italia erano piuttosto cariche ed il rischio di sovrapproduzioni è sempre stato in agguato), mi ha fatto intuire, come ho scritto, che il Barbaresco stia uscendo dal tunnel, dal cul de sac in cui si era cacciato ed é giusto quindi renderne pubblicamente merito ai suoi migliori interpreti.
Impressioni, non vere tasting notes
Lo voglio dire subito, date le condizioni – già descritte, tutt’altro che tecniche e professionali, in cui si sono svolti gli assaggi, queste non saranno vere e proprie “wine tasting notes” come quelle che sono solito prendere come quando posso degustare in tutta calma e confrontare senza fretta i vini che mi trovo nel bicchiere, ma semplici impressioni d’assaggio, non molto di più di una valutazione di “buono, non buono e perché”, che ho potuto prendere nel corso delle due mattinate trascorse nel salone delle feste del Centro Mezzocolle di Neive che ospitava noi giornalisti.
Non ho potuto degustare, lo dico subito, tutti i vini e ho privilegiato quelli che non erano presenti a maggio nel corso di Alba Wines Exhibition, ma l’impressione generale è che per i consumatori che vogliano bere dei buoni, se non ottimi vini, base Nebbiolo fedele espressione di un preciso territorio (pur con tutte le differenziazioni al suo interno) il Barbaresco 2004 costituisca un validissimo punto di riferimento.
Le conferme
Comincerò subito dalle conferme, dai valori classici e consolidati, dai vini che si possono prendere quali valori paradigmatici della denominazione. Su tutti, magnifico, l’Asili 2004 di Bruno Giacosa, naso fresco e succoso, grande presenza nebbiolosi elegante e suadente, stoffa vellutata, largo, pieno, carnoso, ancora giovanissimo e destinato ad una lunga evoluzione nel tempo, e poi, quasi altrettanto buoni, ma per me che più volte li ho segnalati e continuo a farlo, il Pajoré Suran ed il Boito di Rizzi a Treiso, vini dotati di una felicità d’espressione, di una complessità, di una materia salda davvero esaltanti.
Vino di riferimento, seppur giovanissimo e quasi scomposto e irruente nel suo porsi, con una presenza di legno ancora importante, ma che non impedisce l’emergere di una materia ricca e fitta dalla trama serrata il Serraboella di Cigliuti, vino dal grande futuro davanti a sé, e altrettanto buono, bellissima stoffa, ricco di sapore, lungo, fitto e terroso il Rabajà di Cascina Luisin, come pure il Martinenga dei Marchesi di Gresy.
Una bella conferma, poi, dal Froi di Massimo Rivetti, già equilibrato, ricco di personalità pur nella sua struttura importante, dal Borgese di Piero Busso, molto denso, intenso, selvatico quasi negli aromi, molto sapido, minerale, ricco di carattere, che mi ha convinto molto di più dell’altro cru Stefanetto, dal colore molto fitto e concentrato, segnato dal legno e da tannini un po’ troppo aggressivi e legato, così mi è parso, ad una stilistica che non è la mia.
Ottimo poi, saldo, colore splendido, brillante e luminoso, naso fragrante, aperto, vivo, floreale, con un succoso lampone in evidenza, una struttura snella, tannini ben sottolineati e mordenti, fresco, articolato, il Santo Stefano 2004 del Castello di Neive (buono anche il 2003 riassaggiato per l’occasione), e di riferimento, pieno, caldo, potente, naso tra il cuoio ed il selvatico, il Rabajà del Castello di Verduno.
Esemplare poi, in uno stile diciamo così generoso ed esuberante come i suoi interpreti, il Sorì Loreto di Rino Varaldo a Barbaresco, naso fresco quasi balsamico con una leggera nota speziata, struttura lunga e piena, grande ricchezza di sapore, lungo, persistente, carnoso, e molto ben fatti i due vini, Basarin e Basarin Vigna Gianmaté dei Fratelli Giacosa di Neive, molto elegante, fragrante, snello, floreale, vivo, con tannini dolci e vellutati stile, se mi è consentito il paragone, Castiglione Falletto, tutto eleganza e suadenza il primo, nervoso, minerale, grande struttura tannica mordente, pienezza di sapore e carattere il secondo.
Un giudizio assolutamente positivo anche per il Gallina 2004 di Oddero, dal colore splendido, brillante, note leggermente evolute e cuoiose al naso, ma composte e complesse, e una struttura esemplare, con un frutto succoso e una lunga persistenza, e per il Canova ed il Montestefano di Ressia, con un plauso particolare all’agilità, all’equilibrio, alla piacevolezza, al dinamismo del primo, al Sorì Fratin di Piazzo, di cui fuori degustazione, alla festa della vendemmia di San Rocco Seno d’Elvio ho apprezzato tantissimo e bevuto qualche bicchiere, l’ottima riserva 2001.
Eleganza al potere !
Diversi vini mi hanno più che convinto per la loro fragranza aromatica, per l’eleganza d’assieme, la freschezza, la sapidità, la piacevolezza al gusto, per una qualità dei tannini presenti e ben sottolineati, ma ottimamente fusi con il frutto. Tra questi un plauso particolare al Gallina di Ugo Lequio, vino godibilissimo e succoso, al Rabajà di Cortese, naso ampio e dolce, tannini morbidi, fresco, vivo, finale lungo e saporito, al Montefico della Cantina del Rondò, dai profumi particolarmente nitidi,freschi, vivi, al Marcorino della storica Cantina del Glicine di Neive, non di grande struttura, ma godibile, snello, vivo, all’ottimo Bricco di Neive di Dante Rivetti, elegante, floreale, sapido, nervoso, dal frutto splendidamente espresso, molto più pronto, ora, del più strutturato, terroso e tannico Bric Micca.
Un plauso convinto anche al 2004 della Cantina del Pino, eleganza, tannini vellutati, grande stoffa, dotato di grande profondità e ricchezza di sapore, al Roncaglie di Poderi Colla, perfetto per chi ami i Barbaresco di grande stoffa, pienezza, sapore, mentre esemplare, sul piano dell’equilibrio, della piacevolezza, della godibilità, è parso, ma non è una sorpresa, il Barbaresco 2004 della Cantina Produttori del Barbaresco, con tutti gli elementi a posto, elegante, fruttoso, vivo, fresco, sapido, tannini morbidi ed un gusto pieno e succoso, per piacere.
Sorprese

Tra le grandi sorprese, soprattutto per me che in passato non ho amato-capito questi vini in loro precedenti annate, i due cru, il Cottà ed il Currà di quella bella figura di vignaiolo che è Andrea Sottimano. Continuano, per il mio gusto estetico, ad essere un po’ troppo carichi nel colore, molto fitti, concentrati, quasi selvatici, ma il Cottà mostra ora un naso elegante, suadente, un gusto carnoso e pieno, una struttura lunga, persistente ed una bella articolazione anche se il tannino, sul finale, tende leggermente ad asciugare, ed il Currà mostra doti di sapidità, di snellezza, mineralità, una pienezza, un carattere che non possono di certo lasciare indifferenti e colpiscono il degustatore.
Sorprendente, tanto che lo definirei tra i migliori vini degustati, il Basarin 2004 (ma il 2003 è ancora fresco, vivo, sapido, nervoso) dei fratelli Marco e Vittorio Adriano, un vino (dal fantastico rapporto prezzo-qualità: 13 euro in cantina ai privati) esemplare per freschezza, finezza, eleganza, godibilità.
Ma a questo vino conto di dedicare nei prossimi giorni un apposito articolo.
Interlocutorio e sospeso, al momento, il mio giudizio sull’Asili 2004 di Cà del Bajo, grande stoffa e consistenza, ma troppo asciugante e amarognolo nel finale, sul Bric Ronchi e sul Vigneto Loreto di Albino (Angelo) Rocca, che voglio riassaggiare tra qualche tempo, sul Serraboella di Pastura, grande materia, ma anche molto grezzo e squilibrato al momento.
Un titoletto ipotetico tipo “si può fare di più” assegnerei all’Ad Altiora 2004 di Taliano, al Sorì Montaribaldi di Montaribaldi, molto rotondo maturo, piacevole, ma privo di nerbo, all’Asili di Michele Chiarlo, dolce, rotondo, fruttoso, ma troppo “ruffiano” e privo di carattere e di tensione.
Ma che lingua parlano ?
Non voglio poi “condannare” ma limitarmi a chiedermi che lingua parlino, una lingua che evidentemente io non conosco e che mi è totalmente aliena, i vini della Spinetta (Gallina e Starderi) alias Giorgio Rivetti, di Giorgio Pelissero, Nubiola, e Bruno Rocca, Caparossa e soprattutto Rabajà (da uve provenienti da una delle più splendide porzioni di questo grand cru di Barbaresco, ahimé) che nella mia limitatezza faccio davvero fatica a riconoscere come Barbaresco, tali sono il dominio del legno, l’aggressività, la disarmonia, dovuti ad una ostentata smania di concentrazione e potenza, ad una muscolarità senza garbo e volgare, ad un’assoluta non piacevolezza, ad una congenita difficoltà di essere bevuti (in abbinamento ai cibi, poi!) che manifestano.
Ma non comprendendo loro, la loro lingua, il loro stile, il loro linguaggio, quello che vorrebbero essere e dire e che io, povero cronista del vino di provincia, non riesco, me tapino, a cogliere, mi consolo pensando che di questo modo, ormai superato, d’intendere il Barbaresco sono ormai tra i rari epigoni e sopravvissuti, il classico “giapponese nella foresta che non si rassegna all’idea che la guerra sia ormai finita”, e che non facendo assolutamente più tendenza finiscono con l’apparire solo stravaganti. Perché il Barbaresco ha deciso di tornare ad essere se stesso, di riprendere l’aurea strada dell’eleganza e dell’equilibrio, della piacevolezza, Piacere, Barbaresco, vero ?, garbi o meno a quelli che s’illudono ancora di esserne la più alta espressione o addirittura l’avanguardia…

0 pensieri su “Piacere, Barbaresco: i vini. Impressioni, più che vere note di degustazione

  1. sono perfettamente d’accordo con le tue valutazioni (c’ero anch’io a Neive). In particolare con la grande passione per i vini di Rizzi: stupendi come stupenda la famiglia ! E’ bello cambiare idea e io non ho problemi a farlo.
    un astronomo….pentito

  2. Complimenti sig.Ziliani per i due articoli sul Barbaresco.
    Veramente ben fatti, professionali ma con il cuore verso un vino che è tra i miei preferiti.
    Concordo con le sue valutazioni sui Barbaresco che fatica a riconoscere tali.
    Auguro a questi produttori di leggere il suo articolo e di meditare.

  3. Gent.mo Signor Ziliani,
    sono d’accordo con i suoi giudizi in merito a molti vini da lei valutati; ero presente alla manifestazione “Piacere Barbaresco”, e tra i vini che ho assaggiato, mi ha impressionato particolarmente come eleganza e beva il “Sorì Burdin” di Fontanabianca. Vorrei sapere un suo giudizio riguardo a questo vino che nelle ultime annante ho trovato sempre ottimo (non è solo una mia opinione, ma anche quella di molti altri).
    Ci terrei veramente ad avere un suo giudizio.
    Grazie anticipatamente.

  4. Dopo 20 anni devo ancora capire perché Gaja si ostini a seguire una strada lungo la quale ha smontato e rimontato tutto più volte. E quando perde la bussola, non guarda in avanti, ma indietro, come quando si affida al barbaresco 1964 per ristabilire le distanze dagli altri.

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