Ho già espresso, in questa analisi volutamente meditata e oggettiva nei toni, il convincimento, che vuole essere qualcosa di più di una semplice speranza, che da questa bella iniziativa, Piacere, Barbaresco, “voluta da un folto gruppo di produttori e che ha trovato nell’Enoteca Regionale del Barbaresco il naturale braccio operativo”, sia partita la riscossa del Barbaresco.
Una riscossa, un’alzata d’orgoglio da parte del mondo produttivo, desideroso di affrancarsi da errori ed ingenuità compiuti nel recente passato per rafforzare e mettere sempre più nitidamente a fuoco la propria immagine, e fare la propria strada puntando solo sulle proprie forze. Rinviando all’articolo e alle conclusioni, spero azzeccate, cui arrivo, voglio ora proporre, con la libertà che consente l’esprimersi sul proprio blog, dove si può esprimere con maggiore franchezza rispetto ad un contesto istituzionale com’è il sito Internet dell’A.I.S. (dove peraltro posso esprimermi in totale autonomia, ma sempre in qualità di collaboratore e ospite), alcune riflessioni, in forma di “pillole”, sulla manifestazione Piacere, Barbaresco, su come è stata organizzata e come si è svolta.
Chi c’era, chi non c’era
Voglio innanzitutto partire, come dice chiaramente il titoletto, da assenti e presenti, non riferendomi solo ai giornalisti, ma ai produttori. Circa la stampa specializzata gli organizzatori avevano giustamente privilegiato, vista la vocazione internazionale del Barbaresco (che però, a differenza del Barolo, si vende ancora molto in Italia), wine writer della stampa estera (qualche nome: Jens Priewe, Juancho Asenjo, Stephen Brooks, Fred Nijhuis, Anne Serrès, la sommelier italiana, ma operante a Londra, Luciana Girotto, Tom Maresca, Kerin 0’ Keefe, Isao Miyajima i primi nomi che mi vengono in mente), mentre noi italiani invitati eravamo davvero un drappello ridotto a poche unità, appassionati ed impegnati ad aggirarci per il territorio di produzione proprio come i colleghi internazionali.
Degustazioni “tecniche” poco tecniche…
Le annunciate “degustazioni tecniche” riservate ai giornalisti ospiti non si sono svolte, purtroppo, con le modalità ideali cui siamo abituati da anni in occasione delle sedute di degustazioni di Alba Wines Exhibition, e invece di assaggiare seduti, serviti dai sommelier, davanti ai nostri notebook e a batterie di bicchieri, ovviamente serviti in forma anonima, tra cui effettuare meditati confronti abbiamo dovuto, obtorto collo, adattarci a degustare à la volée, in piedi, in forma palese, avvalendoci di bicchieri di foggia e formato non ideali.
Simpatico, sicuramente, il poterlo fare al cospetto di un folto gruppo dei rispettivi produttori che presidiavano, insieme a qualche bravo sommelier A.I.S., le postazioni, produttori disponibili al dialogo, a confrontarsi, fornire delucidazioni, ma questo tipo di degustazione credo fosse più adatto agli incontri pomeridiani del sabato e della domenica rivolti, giustamente e questo aspetto costituiva una novità rilevante, anche ad operatori e semplici appassionati, che hanno affollato il Salone delle Feste del Centro Mezzocolle di Neive dove si svolgevano gli incontri.
Assenti e presenti: cena di gala e dintorni
Detto delle modalità di degustazione e dei vini presenti, Barbaresco di annata 2003 e 2004 (annata che è apparsa molto più centrata e valida rispetto a quanto era apparsa negli assaggi fatti lo scorso maggio), occorre, sempre per il tema “assenti e presenti”, riferirsi ad uno dei momenti più alti della manifestazione, la “Cena di Gala” del venerdì sera, dovuto al lavoro, valido, salvo qualche stravagante licenza artistica d’autore (una quantità esagerata di anice stellato che ha rovinato il risotto ai porcini e reso impraticabile l’abbinamento al Barbaresco) degli chef di 5 ristoranti stellati della zona convocati e messi e lavorare in equipe nell’occasione, ovvero Maurizio Quaranta, del Ristorante “La Locanda del Pilone” di Alba, Maurilio Garola del “La Ciau del Tornavento” di Treiso, Enrico Crippa del “Piazza Duomo” di Alba, Andrea Marino del ristorante “Antiné” di Barbaresco e Flavio Scaiola del “Vecchio Tre Stelle” di Barbaresco.
Annate “storiche”, ma non tutte
Ad impreziosire la cena, cui erano presenti, oltre ai giornalisti invitati, anche fior di produttori, i sindaci dei comuni del Barbaresco, autorità (c’era anche un benedicente e poco loquace Carlin Petrini), sono stati, o avrebbero dovuto essere, secondo previsioni, le annate scelte di Barbaresco di tre “storiche cantine del Barbaresco che per prime hanno prodotto, commercializzato e promosso il vino”, ovvero Gaja, Bruno Giacosa e Pio Cesare.
Ma mentre i vini di Gaja, uno stupefacente 1964 in bottiglie normali e non magnum, dallo stile più Giovanni che Angelo Gaja, dal colore spettacolare e dalla incredibile freschezza e vivacità, integro, nervoso e sapido, e di Bruno Giacosa, un grande Asili 2000 godibilissimo e di esemplare fruttuosità, rotondo succoso, largo e pieno, e soprattutto uno stellare Santo Stefano 1988, vino dalla stoffa vellutata e avvolgente, carnoso, carezzevole, di eleganza e classe suprema (vino che da solo valeva il viaggio da Bergamo a Neive), sono stati all’altezza e hanno illustrato la grandezza del Barbaresco, altrettanto non si può dire, purtroppo, per i vini proposti da Pio Cesare.
Passi per un 1974 di cui si può che avesse già dato il suo meglio diversi anni prima della stappatura in questa occasione, e che era piuttosto evoluto e con poche cose interessanti da raccontarci, ma non si capisce per quale oscuro e insondabile motivo, in una serata che avrebbe dovuto illustrare il lignaggio del Barbaresco, proporre un vino di un’annata assolutamente anomala e non certo esemplare come il 2003, soprattutto in abbinamento ad un antipasto raffinato come la galantina di coniglio con verdure crude e cotte ed emulsione all’acciuga proposto da Maurizio Quaranta.
Ma anche gli altri abbinamenti, fatta eccezione per il fiore di zucchina ripieno di patate e porri con fonduta al Castelmagno proposto da Maurilio Giarola della Ciau del Tornavento, ben sposato al Barbaresco Asili 2000, non sono stati perfetti e non solo il risotto già menzionato, ma anche l’ottima quaglia disossata e farcita di salsiccia arrostita al forno e tartufo nero, opera di Andrea Marino, “tradita” dal Barbaresco 1974 e la buona Pera Williams al Barbaresco con gelato alle spezie inopinatamente abbinata allo stellare 1964 di Giovanni e Angelo Gaja.
Gaja ? Non pervenuto…
Gaja, abbiamo detto, e non possiamo che rilevare, con rammarico come alla cena (ma anche alla degustazione, dove seppure inserito in catalogo il Barbaresco 2004 di Gaja (nella foto un grappolo d’uva nel vigneto delle Roncagliette) non c’era proprio), il grande assente (non c’era Bruno Giacosa, impossibilitato per motivi di salute a partecipare, ma c’era la figlia Bruna), come ha ben rilevato l’amico Roberto Giuliani in questo esemplare intervento su Esalazioni etiliche, costola blog di LaVINIum, fosse proprio lui.
Impegnato per la vendemmia anticipata in Toscana, ci è stato detto, e non rappresentato, in sua vece, da un collaboratore, da un familiare, da un amico o sodale. Peccato che la mattina dopo la cena di gala sia stato, invece, avvistato ad Alba…
Stupisce che una persona della cultura, dell’intelligenza, della furbizia di Angelo Gaja non abbia capito che non partecipare alla cena, nemmeno tramite un suo rappresentante, sia stato un gesto scortese e poco elegante non solo nei confronti dei giornalisti giapponesi, americani, europei, presenti, ma un modo piuttosto antipatico di manifestare uno spirito da prima donna e da wine super star francamente fuori luogo, soprattutto in questa occasione.
Possibile che il re del Langhe Nebbiolo, che produttore di Barbaresco resta, con il suo vino versione “annata” e non cru, abbia ragionato come quel protagonista di un film di Moretti che si chiede “mi si nota di più se ci sono o se sono assente” ? Più che altro si è notata la sua scarsa sensibilità ed un modo di porsi, nei confronti dei produttori del Barbaresco che tanto si sono adoperati per dare vita a Piacere, Barbaresco, che penso si commenti da solo…
Un consiglio per la prossima edizione
Tolto il proverbiale sassolino dalla scarpa, ma come tacere e fare finta di niente di fronte a simili cose ?, torniamo alla manifestazione e ad un bilancio di come sia andata. In forma di consiglio, se Piacere Barbaresco dovesse ripetersi tra un anno, voglio suggerire agli organizzatori di organizzare – c’è tempo un anno, c’è tutto il modo di darsi da fare – un qualcosa che è mancato in questa occasione e che sarebbe stato, viste le emozioni regalate da alcuni grandi annate del passato, interessante e istruttiva.
Parlo di una degustazione verticale, a più voci, con il contributo di produttori diversi, di grandi annate del Barbaresco, un percorso a ritroso nel tempo attraverso 15 vini, scelti, dopo un lavoro preparatorio e di équipe, affidato a quell’ente “terzo” che è l’Enoteca del Barbaresco, per illustrare l’evoluzione negli anni, il dotarsi di sottili sfumature aromatiche, l’acquisire complessità, fascino, morbidezza, carattere del vino.
Che bello sarebbe – una cosa del genere, sinora, è stata tentata, con grande successo, ma anche tante polemiche, a Barolo, diversi anni fa – una verticale che vedesse schierati il 1989 del produttore X, il 1982 del produttore Y, il 1974 dell’azienda Z, il 1996 di R, il 2000 di S, il 1998 di XYZ, e così via, scelti perché vini in grado di illustrare ognuno al meglio, l’annata in oggetto, e per testimoniare la grandezza barbareschiana ! Non si può fare, perché la concordia d’intenti è bella soprattutto a parole, ma poi a metterla in pratica si fa tanta fatica, una verticale a più voci ? Bene, che si lasci la responsabilità, l’ardimento, la forza di tentare un’esperienza simile alle singole aziende, a due tre nomi che si sentano in grado di provarci, e che siano i vini a parlare a raccontarci, si chiamino Rabajà, Santo Stefano, Asili, Martinenga, Rio Sordo, Serraboella, Roncaglie, Ovello o Pajoré, Basarin o Gallina, la loro storia, il loro stagionare e invecchiare con cura, il testimoniarci, anno dopo anno, il marchio dell’annata.
In giro tra gli splendidi vigneti del Barbaresco
Tra le altre belle cose da ricordare, intelligenti, non scontate, coordinate e guidate in prima persona, con competenza e passione, dal presidente dell’Enoteca del Barbaresco, dall’ex sindaco di Barbaresco Giancarlo Montaldo, il lungo tour territoriale, in giro per i vigneti, spostandosi da un luogo simbolo ad un altro, scoprendo scorci meravigliosi, paesaggi da sogno, distese di vigne bellissime, guidati alla loro scoperta anche da un gruppo di vigneron cordialissimi e disponibili, che ci ha impegnato per alcune ore sabato pomeriggio.
Un’esperienza bella e non banale, favorita da una giornata di sole calda e splendente, utilissima a ricordarci, perché qualcuno non pensi invece che tutto si giochi in cantina, che “al principio il vino è una collina”, è “potare da un sole all’altro con le mani screpolate dai geli della galaverna mentre il riccio e la talpa dormono ancora sotto la vigna”.
Resta da parlare dei vini, di quelli che ci sono piaciuti (e sono molti) e di quelli invece (per fortuna pochi), che non abbiamo capito, che non ci hanno comunicato nulla, che sono rimasti rinchiusi in sé senza raccontarci nulla del vigneto, del lavoro del produttore, della fatica, limitandosi a mandarci segnali di una presunta furbizia mercantile, di un pedissequo e noioso seguire mode che… sono passate di moda, di un fregarsene del consumatore, dell’appassionato, per compiacere solo un fantomatico “mercato” internazionale e degustatori di professione, che assaggiano, sputano e raramente bevono e ancor più raramente acquistano i vini per berli.
Di quello, mi sono già dilungato molto, parlerò in un prossimo articolo, molto meno sentito e partecipato, lo so già (cerco di essere un buon cronista del vino che racconta il vino, lo assaggia e lo beve, e so di non essere, soprattutto mentalmente, un wine taster professionale) di questo, dove ho voluto raccontare, per sommi capi, questa prima edizione di Piacere, Barbaresco, e la gioia, anzi, il piacere, di avervi potuto partecipare.
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Ineccepibile, scritto con la testa ed il cuore. E la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questo blog ha una validissima, necessaria, ragione per esistere.
Quanno ce vo’ ce vo’, e allora vado: resoconto e commento praticamente inappuntabili, caro Franco. Per me, che sono stato a Neive e dintorni sia il sabato che il lunedì, al tuo non c’è nulla da aggiungere. Passione, competenza, lucidità, spirito critico ma costruttivo: ecco il miglior Ziliani, che – sarà un caso – spunta fuori soprattutto quando ci sono di mezzo la Langa e il Nebbiolo. Al di là della sviolinata (ma non ci fare l’abitudine, eh…) credo che quelli della “tre giorni e mezzo” di Neive siano stati limiti di rodaggio e che ci sono tutti i presupposti per avere negli anni a venire una manifestazione importante, all’altezza del vino dal quale prende il nome.
Angelo Gaja e te, Franco, sapete benissimo che il vino che amo di piu’ e’ proprio il Barbaresco, fin dal 1952. Percio’ ringrazio Angelo per la sua assenza che ti ha dato lo spunto di parlarne bene in questo articolo anche se nel tuo sano stile critico. Ma questo post che ci hai scritto e’ tutto molto bello, molto festoso, davvero in tema con lo spirito e con il corpo di quella manifestazione e con la grandezza contadina di quel vino, che non sara’ mai un vicere perche’ il suo regno e’ da tutta un’altra parte. Bel pezzo, complimenti, quando parli ai cuori sei stupendo.
Complimenti Ziliani per i due articoli sul Barbaresco.
Veramente due bei pezzi, molto godibili.
Il suo Blog è diventato per me un appuntamento serale irrinunciabile.
no io non c’ero ma avrei voluto esserci,quella mia passione per le langhe ed i nebbioli,quel mistico e misterioso mi ha sempre affascinato,i miei complimenti ed i miei sogni hanno spaziato in quell’angolo di mondo ben definito,ma alla fine ho costruito i miei vigneti e le mie giovani realtà nella VAL DI CORNIA.
oggi mi accorgo e presto si accorgeranno tanti altri che lì dove la terra è rossa ed il vento accarezza le foglie dei miei filari lì dove il mare sembra scivolare tra dolci e sconosciute colline lì dove si affaccia la culla più antica è li dove voglio vivere e creare questo nettare dal nome VALLE DEL SOGNO.
Giuseppe Brancatelli
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