Sulla carta patinata i nobili casati millenari del vino fanno sempre “notizia”

Volete sapere come si ha successo, come ci si costruisce un nome, come si riesce a far parlare di sé, a fare notizia, anche quando dietro l’articolo che si riesce ad ottenere non v’è “notizia” alcuna, nel mondo del vino di oggi ?
Semplicissimo, basta saper curare le pubbliche relazioni, avere le amicizie e le aderenze giuste, e non solo nel mondo del vino, ma in quelli della stampa, della pubblicità, della politica, della finanza, perché tutto, al momento buono serve e fa gioco.
Così, in quel mondo del giornalismo del vino dove l’originalità è un optional, l’indipendenza di giudizio una rarità e dove quello del compiacere un produttore ricco e potente è uno degli esercizi più praticati, può accadere che nella stessa settimana due antiche dinastie vinicole toscane, quella dei marchesi Mazzei e quella dei baroni Ricasoli (da non confondere con i cugini Ricasoli Firidolfi, altrimenti qualcuno s’inalbera…), possano quasi contemporaneamente “incassare” due articoli pubblicati su testate a grande diffusione.
Su Panorama, nella sua rubrica all’insegna dell’inutilità e della prevedibilità, un tipo che riconosce di non essere “
critico enologico di professione”, ma che è comunque, chissà per quali meriti, titolare dello spazio vino, ovvero Bruno Vespa, celebra il Castello Fonterutoli 2004 dei marchesi Mazzei, definendolo “modernissimo, autorevole e ruffiano” e inanellando perle come il definire il Chianti “vino nobile e poderoso a cui l’Italia deve moltissimo”, pur imputandogli di non avere “gli aggiornamenti di altri vini storici, come il Barolo e il Brunello, ma anche l’Aglianico e il Nero d’Avola”.
E via discorrendo tra altre banalità e luoghi comuni, tipo “Col Chianti sai sempre quel che bevi: è il vino della nostalgia, delle memorabili trasferte toscane di Gianni Brera, il vecchio pilastro della dignità enologica italiana. Non prendi fregature, ma raramente ti commuovi “. Ci manca solo che osservi che non ci sono più le stagioni, pardon, i Chianti (non quelli cabernetizzati come questo) e saremmo a posto.
Il Magazine del Corriere della Sera, invece, senza ragione alcuna, (dov’è la notizia, please ?), dedica due pagine, con tanto di foto in atteggiamento pensoso e nobile, al “barone vignaiuolo”, notare il civettuolo arcaismo così toscaneggiante, Francesco Ricasoli.
Descritto, il proprietario di Brolio, come un personaggio che i turisti, soprattutto orientali, in visita alla tenuta vogliono assolutamente conoscere, forse scambiandolo con l’altro barone, quello di ferro, il grande Bettino inventore della formula del Chianti d’antan.
Divertente il contrasto. Arrivano, i wine enthusiast, da tutto il mondo, interessati “ai fantasmi di antenati o alle segrete sotterranee che il castello deve indubbiamente avere”, consapevoli che il barone di oggi è il “32° erede della dinastia e bis-bisnipote di quel Bettino che fu importante anche nella storia politica nazionale, rivale di Cavour”, forse memori di quel motto che dice “Quando Brolio vuol broliare tutta Siena fa tremare” e che evoca “le infinite guerre tra Firenze e Siena dove i Ricasoli – le tracce risalgono al 1141 – erano l’ultimo baluardo fiorentino”, e cosa trovano a Brolio ?
Non certo il Chianti del “barone di ferro”, quello con due uve rosse, Sangiovese e Canaiolo, e due bianche, Trebbiano e Malvasia, ma un Supertuscan, il Casalferro, con qualcosa come il 30 per cento di Merlot, il Chianti Classico Castello di Brolio, dove di Cabernet Sauvignon dichiarato ce n’è “solo” una quota del 20. Certo, ci sono anche dei vini, Chianti Classico e non, che vengono dichiarati “Cabernet e Merlot free” e dovrebbero essere solo a base Sangiovese, ma il trattamento dell’enologo consulente (lo stesso dei Mazzei, il “baffo che conquista”, le guide, Carlo Ferrini) è tale che i vini risultano talmente de-chiantizzati da risultare più internazionali, che toschi.
Un modo davvero strano, per riprendere le dichiarazioni riportate nell’articolo da Francesco Ricasoli, per “premiare chi è arrivato fin qua” spinto dal “fascino un po’ folcloristico esercitato dai casati millenari”, e dalla ricerca di una Toscana del vino che, ahimé, non esiste più…
p.s. contrordine, ho fatto una “bischerata” scrivendo un’inesattezza, come mi fa notare un caro amico enotecaro senese, Francesco Bonfio. “Contrariamente a quanto tutti pensano la ricetta del Chianti elaborata da Bettino Ricasoli non prevede le uve bianche. Il barone di ferro sostiene che per fare il Chianti ci vuole il Sangiovese al quale “può” essere aggiunto del Canaiuolo, mentre per i vini di pronta beva e solo nelle annate siccitose si “può” aggiungere della Malvasia. Il Barone (parlo di Bettino) non ha mai parlato di Trebbiano, che viene introdotto nella ricetta del Chianti solo verso il 1930″. Prendo atto e prontamente correggo ringraziando Francesco per la precisazione.

0 pensieri su “Sulla carta patinata i nobili casati millenari del vino fanno sempre “notizia”

  1. C’e’ chi chiama questi personaggi “pretoriani” perche’ si comportano come i fedelissimi guardiani dell’imperatore in quella cittadella del potere che si e’ formata anche nel mondo del vino. Chi si ricorda Carosello? Ve lo ricordate quel simpaticone di Caio Gregorio?
    “Ao’ so’ Caio Gregorio, er guardiano der predorio, fa’ la guardia nun me piace, c’ho du metri de torace, e sapete che vi dico? Questo vino benedico”.
    Beh, sembra proprio Vespa…

  2. Se non sbaglio poi, la “Barone Ricasoli” e’ anche di proprieta’ del Mazzei. Sempre se non sbaglio, mi pare di ricordare che il barone di ferro, il Bettino statista, piu’ che codificare suggeri’ un uvaggio che era molto meno di ferro di quanto i disciplinari del secolo successivo vollero imporre. Ad esempio le uve bianche erano suggerite per temperare la forza del sangiovese (sarei stato curioso di sentire cosa avrebbe detto di uve come quelle di merlot o di alicante, se il sangiovese gli appariva una potenza da temperare), ma assolutamente non venivano indicate come necessarie. Anzi gia’ allora veniva indicato il sangiovese, magari pure in purezza, come il candidato per un vino che volesse avere la speranza di invecchiare. Inoltre, e forse piu’ importante per capire lo stato delle cose della fine anni sessanta primi settanta del ventesimo secolo, quando cioe’ si e’ cominciato a parlare di abbandono delle uve bianche (ricordo che il Galestro fu ideato soprattutto per trovare una destinazione alle bianche), mi risulta che quando si parlava di uva bianca al tempo del Bettino di ferro, si intendesse soprattutto la malvasia del Chianti, mentre nel secolo successivo, quando i ben noti problemi imposero l’esigenza di “far ciccia”, si comincio’ a impiegare massicciamente il trebbiano, uva che piu’ gli chiedi e piu’ ti da’ (in termini quantitativi).
    Precisazioni a parte, mi piacerebbe chiedere a questi eredi di casati di indubbia tradizione chiantigiana in nome di quale esigenza da qualche decennio a questa parte hanno sposato la folle idea che possa chiamarsi Chianti e aggiungo Classico (nota e’ la loro avversione al Chianti cosiddetto delle colline) un prodotto (vino, olio, whatever; oggi come oggi anche e soprattutto ricezione turistica) che origina dalle valli a settentrione della linea Monte San Michele-Poggio delle Stinche-Poggio di Ricavo.
    Come possono questi influenti personaggi di antico lignaggio chiantigiano accettare che il nome Chianti sia oggi (da piu’ di settant’anni ormai) inflazionato e banalizzato a significare una falsita’ storica e geografica, e cioe’ tutto il vasto territorio fra Firenze e Siena? Con che cuore (per tacer della mente) possono accettare che il Consorzio che li rappresenta, e di cui sono in molti casi maggiorenti, veicoli menzogne quale quella riassunta nell’ammiccante (a che cosa?) ellissi “Dal 1716”? Ecco, io alle Loro Signorie chiedo rispettosamente soltanto questo.

  3. Vespa sa fare bene solo una cosa: aggiungere gli zeri al suo conto in banca. Mi dispiace solo che ci sia qualcuno che lo paga per fare poco e non dire nulla, ma questo é lo specchio dell’Italia papalina.

  4. Sempre parafrasando il Carosello d’Antan si puo’ dire di Vespa :

    Quando il VIP m’ispira e detta
    scrivo recension perfetta
    anche se non ho la convinzione
    la proclamo con passione
    e percio’ al volgo dico
    solo il VIP e’ vero amico.

    Siamo in fervida attesa d’una rivista che offra la rubrica dei vini ad Irene Pivetti. La “Jancis Robinson dei Navigli”
    puo’ andare bene come nome di battaglia?

    Rimpiangeremo Vespa…….

  5. più che scrivere articolesse senza partire da una notizia, che ormai ahinoi è cosa solita nel mondo del vino, peggio è bucarle. infatti a fonterutoli la notizia ci sarebbe: è l’inaugurazione della nuova cantina, martedì prossimo. sul fatto che siano proprietari della ricasoli sarei più prudente. a me risulta che il barone si sia ricomprato l’azienda da una multinazionale canadese quando smise i panni del fotografo professionista, ormai diversi anni fa.

  6. Trinciante, ho detto “proprieta’ della Barone Ricasoli anche del Mazzei”. Puo’ darsi che mi sia espresso in modo impreciso ma a me risulta che il barone Francesco Ricasoli non fosse solo nella “reconquista” del 93. Come si chiama poi l’amministratore delegato della Barone Ricasoli spa?

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