Una sommessa domanda: interessante “nonostante” o “grazie” alle polemiche ?

Qualcuno, a proposito di questo blog e del sottoscritto, ha gentilmente annotato: “nonostante lo stile polemico che lo contraddistingue da sempre, ha creato un polo d’informazione vinicola di quotidiano interesse”.
Ringraziando per il riconoscimento, che non so se meritato, oppure no – in fondo io cerco solo di fare del mio meglio e di scrivere quello che penso – voglio porre una sommessa domanda: è davvero giusta l’osservazione che mi giudica meritevole d’attenzione “nonostante lo stile polemico”, oppure bisognerebbe piuttosto dire grazie a questo stile, che porta a scrivere cose che altri, per motivi vari (spesso per conformismo o per calcolo), non si sognano nemmeno di scrivere e che mi fa apparire – come sono orgoglioso di essere – fuori dal coro, “cattivo” e “rompiscatole” ?
Insomma, se un modesto seguito l’ho adesso, con la fama/nomea di “franco tiratore” che mi accompagna, chissà quale seguito avrei se improvvisamente diventassi un “buonista” (che fa rima con opportunista e, perdonatemi la licenza, con ipocrita) e un furbetto come tanti altri colleghi e cronisti del vino… O no ?

0 pensieri su “Una sommessa domanda: interessante “nonostante” o “grazie” alle polemiche ?

  1. Ma non c’è dubbio! Il blog è straseguito GRAZIE alla vena venefica (o stile polemico che dir si voglia). Con buona pace e requiem per i buonisti, i qualunquisti, i pastafrollisti, i piagnisti, i servilisti e tutta quella gente lì senza nerbo.

  2. Se tu Franco fossi un buonista…probabilmente non avresti piu’ seguito…….diciamo che la polemica,se fatta sempre nei parametri corretti,come fai,interessa e diventa interessante,da’ motivi di spunto,confronti,a volte anche duri,ma interessanti…..questo è il mio punto di vista.

  3. Secondo me il “nonostante” significa che per il modo con cui ti poni e sollevi alcune questioni TEORICAMENTE ti avrebbero già ostracizzato dalle discussioni e dalla comunicazione pubblica. Voglio dire, secondo me, anche chi non è d’accordo con te e anche chi ammette di non stimarti, ti continua a leggere a prescindere e a trovare interessanti le tue proposte e i tuoi post. Quanti altri giornalisti di vino conosci che attaccano regolarmente SlowFood e sono ancora lì (ok tombolini ma non è un giornalista…)? E da quante altre persone secondo te Cernilli si farebbe dare “Robert Parker del Tufello”? e via dicendo.
    Insomma, io in quel “nonostante” ci vedo il rendersi conto che si possono sollevare questioni scomode senza per questo essere zittiti dal cosiddetto “mainstream”.

  4. Io tengo molto all’amicizia (anche se nel mio caso gli amici veri, tra colleghi, produttori di vino, ristoratori, sono pochi, ma buoni e sinceri) e un amico mi ha inviato, come mail, questo commento, che ci tengo a rendere pubblico, non tanto perché mi gratifichi (eppure lo fa), ma perché dice cose che penso siano profondamente vere. L’amico mi scrive:”Come la penso, immagino, tu lo sappia già.
    Ti seguivo, ai tempi di Wine Report e poi, orgogliosamente, sono diventato tuo amico, per il tuo modo di scrivere e argomentare, per la tua critica fuori dal coro, ma non fine a se stessa o pensata ad arte per attirare attenzione su di sé (come dicono sempre coloro che ti danno contro), perché ricca di contenuti e puntuale. Personalmente, da sempre, leggendoti scrosto un po’ la finta poesia che circonda il nostro mondo, torno con i piedi per terra e mi sembra di acquisire maggior consapevolezza circa vino ed annessi. Poi, si può essere d’accordo o meno con te su determinati punti o tue prese di posizioni, ma con il tuo stile fai pensare e non sei mai banale. Soprattutto sei limpido quando scrivi, sono chiare le tue simpatie e le tue antipatie, i tuoi gusti ed i tuoi disgusti. Insomma, sei “franco”, di nome e di fatto. Addirittura, quando sbagli, lo ammetti, anche pubblicamente. Di pochi critici del settore si può dire la stessa cosa. E questo tuo essere lo hai pagato sulla tue pelle, altrimenti saresti, da tempo, altrove ed occuperesti altre poltrone”. Hai proprio ragione, caro amico mio, ed é quel “grazie”, piuttosto che un “nonostante”, a fare la differenza, a determinare molte cose, in questo strano mondo del giornalismo (del vino, ma di qualsiasi altro settore) di oggi…

  5. Sapendo chi ha scritto quel “nonostante” non credo che l’interpretazione di Andrea Gori sia proprio corrispondente. Credo invece che siano le polemiche personali, avvenute in più occasioni e mal digerite che hanno prodotto il “nonostante”. Perché se la sana polemica di Franco fosse indirizzata sempre e solo ad “altri”, quel “nonostante” non ci sarebbe.

  6. Condivido l’interpretazione di Roberto Giuliani, tanto piu’ che l’autore della nomination e di quel “nonostante” non puo’ certo essere messo nel mazzo dei mandarini della comunicazione mainstream, ne’ in quello dei servilisti, o buonisti, o qualunquisti o panciafichisti o come li si voglia definire.
    Sarebbe pero’ interessante confrontare il “nonostante” riservato a Ziliani con la considerazione che (nei commenti) lo stesso autore fa a proposito di Elisabetta Tosi aka Lizzy, cioe’ l’autrice di Vinopigro, altra nomination: “sei una delle poche persone che conosco che non è mai stata al centro di polemiche, segno che sei inattaccabile”.
    Qui, sembra di capire, non c’e’ l’apologia dell’equidistanza o della tiepidita’, ma probabilmente un sincero (da parte dell’autore) apprezzamento della capacita’ di evitare le polemiche come segno -forse- di una certa forza o -meglio- capacita’ passiva di deviare le bordate altrui. Forse a questo punto occorrerebbe addentrarsi piu’ nello specifico personale per poter speculare ulteriormente sul perche’ di questo tipo di valutazione, sul significato di quell'”inattaccabilita’”.

  7. “Vino al vino” è diventato “un polo d’informazione vinicola di quotidiano interesse” perché è realizzato da un bravo cronista del vino che è inequivocabilmente innamorato del vino. Come la stragrande maggioranza dei suoi lettori, mi permetto di aggiungere, che su queste pagine trovano una “zona franca” al di fuori del mainstream che vorrebbe il vino ridotto a status symbol nonché a puro e semplice bene di consumo. Chi frequenta questo blog sa bene che le cose non stanno così ma che rischiano di diventare così, e in molti casi si batte per vedere riconosciuta al vino la propria dignità di bene culturale a tutti gli effetti. Da qui, dallo stile e dal caratteraccio di Franco e di alcuni dei suoi lettori (tra i quali, ça va sans dire, inserisco senza difficoltà anche il sottoscritto) e dall’ambiguità di molte realtà che ruotano attorno al mondo del vino nascono inevitabilmente quelle polemiche GRAZIE alle quali e NONOSTANTE le quali questo blog ha un certo seguito. Sissignori, sia “grazie” che “nonostante”: “grazie” perché la polemica e il contradditorio destano invariabilmente interesse (la Tv insegna…) e perché la maggior parte delle polemiche che nascono su “Vino al vino” sono originate dal fatto che il Sig. Ziliani ha il viziaccio di andare a toccare in continuazione tasti dolenti e nervi scoperti. “Nonostante” perché la polemica, che normalmente alla lunga finisce per stancare poiché artefatta e poco costruttiva, qui è decisamente “sana” e si regge su argomentazioni solide sia da parte di chi posta che – concedicelo, Franco – da parte di chi commenta. E “nonostante” gli interventi estemporanei di personaggi che usano fare comparsate rapide e poco costruttive per poi tornare nel nulla dal quale sono saltati fuori. Rivolgendomi agli osservatori esterni dico: occhio però a ridurre questo blog a una sorta di “Processo del lunedì”, perché questa è un’altra cosa. “Vino al vino” è polemica, certo, ma è soprattutto confronto di idee, riflessione, cultura. Noi non saremo enofighetti perché non amiamo Parker né “Wine Speculator”, perché non ci basiamo sui verdetti delle guide e perché non arriveremo mai ad accostare un supertuscan a un Barolo o a un Brunello: però da queste parti si parla di vino con una passione, una serietà e una competenza difficili da trovare altrove.
    P.S.: Fine dell'”autosviolinata”: adesso si ricomincia tutti a litigare, dai…

  8. “nonostante” non può non avere a che fare con la polemica personale, come ha ben sottolineato Roberto Giuliani.

    Tuttavia il vibrato di quel “nonostante” e la sua posizione strategica nella frase la dice lunga sull’imprescindibilità di “Vino al vino” nella comunicazione in ambito enologico.
    Quando del “nonostante” non si può fare a meno, è inevitabile che questo, di nascosto, sussurri “in virtù di” o “grazie a”.
    La polemica fine a se stessa non favorisce arricchimenti o consapevolezza, ma se è sostenuta da puntigliose analisi, argomentazioni, approfondimenti, “smascheramenti”, allora diventa necessaria, perché rende un servizio alla verità.
    Pertanto Vino al vino senza questo tipo di polemica risulterebbe del tutto sterile, privo di interesse e non meritevole di essere letto (come del resto dovrebbe essere per ogni cosa).

  9. Io direi “interessante per le polemiche e non solo” cosi tagliamo la testa al toro. Polemiche sempre a ragion veduta, mai fine a se stesse, con una “verve” particolare e con un parlato semplice che si rivolge sempre ai cuori. Da altre parti si scrive per riempire pagine e distribuire parolacce, per guadagnarsi gratificazioni eccellenti e ingraziarsi i potenti. Da Franco no. E come potrebbe essere diversamente da quest’ottimo allievo del compianto avvocato Prisco, una vera penna nera che divenne nerazzurra ma simpatica proprio a quegli stessi cui rivolgeva degli strali favolosi tipo “un attimo prima di morire divento milanista, cosi diventeranno uno in meno…”

  10. Mario, non mi citare l’indimenticabile, carissimo Peppino Prisco (proprio oggi, in coincidenza con un difficile esordio, in terra turca, in Champions League, della Beneamata…) altrimenti, lo sai, mi commuovo…

  11. Stile, passione, coerenza, buon gusto, e competenza. E quella vena polemica è il pepe che condisce il tutto.
    Con sincera stima

    Gabriele

  12. Il blog non e´una testata giornalistica, é un diario. Quindi uno puó scrivere quello che gli pare, come gli pare e quando gli pare. E´tutta questione di stile, di come uno e´fatto e di come se la sente. Quindi: né “nonostante” né “grazie a “.
    Invece rivolterei la frittata e chiederei: si puó essere critici senza essere né buonisti, né cattivisti, né idiosincratici, né tiratori – franchi o bracconieri – che sia ? Si puó essere critici senza necessariamente sventolare il proprio gonfalone – l’ Inter, Forza Italia, etc.- come fa Franco ? si puó cogliere nel segno senza essere prevenuti ? si puo scrivere in modo interessante senza avere “nemici istituzionali” e forse proprio per quello ? si puo´svolgere una critica al mondo del vino senza saltare sulla sedia ogni volta che il gambero apre o chiude la chela ?
    Franco ha scelto uno stile che indubbiamente lo fa emergere tra la marea di yes-men che guazzano nel mondo del vino scritto e gli procura una “parrocchia” di fedelissimi affezionati lettori – tra questi anche io.
    Spesso peró vedendo quanti suoi posts non ricevono commenti, e considerando invece che sono solo i posts polemici che vengono commentati ampiamente, con soventi uscite di tema, mi chiedo: quanti lettori si sentano alienati dalla “polemica a priori” e se effettivamente bisogna essere satirici, pungenti, cattivi per farsi sentire. E´indicativo comunque che molti degli interpellati, oggetto degli strali di Franco, scelgano per comodo, ignavia o superioritá la via del” silenzio” non cosiderando quindi Franco come un interlocutore valdio cui sia dovuta una risposta. Sbagliano – a mio parere – gli interpellati, ma la cosa dá stoffa per riflessioni comuqnue.

    Insomma mi chiedo se non esista una via praticabile tra il cattivo per assunto, á la Franco, ed il buonista prezzolato. Forse esiste, forse no. Certo non la troveremo in questo blog e quindi e comunque “pari avanti tutta”.

  13. una doverosa correzione a quanto Merolli scrive: “Si puó essere critici senza necessariamente sventolare il proprio gonfalone – l’ Inter, Forza Italia, etc. come fa Franco?”.
    Un solo gonfalone inalbero e sventolo in questo blog, quello del vino vero, e, lo ammetto, ma capita raramente, visto che il blog é Vino al Vino, dell’Inter. Forza Italia, con cui non ho assolutamente a che fare, e non mi piace (a differenza di qualche collega di quelli furbi…) non c’entra proprio nulla e la citazione di Merolli é fuori luogo

  14. Mi permetto di darti del tu anche se non ti conosco direttamente e spero che non me ne vorrai visto che siamo coetanei.
    Il tuo blog è diventato per me un appuntamento giornaliero irrinunciabile e trovo quella tua vena puntigliosa sui vari argomenti il sale di questo sito. Non mi piaccioni i buonisti in nessuna situazione umana, mi piaccioni altresì gli uomini e le donne di carattere che sanno polemizzare quando è necessario come sanno essere disponibili quando la situazione lo richiede.
    Come ho già detto in altri commenti un certo mondo del vino non mi piace, ritengo una larghissima parte di coloro che scrivono di vino non all’altezza della situazione ed altri in cattiva fede.
    Devo dire che da quando ti seguo ho visto coerenza, uno stile appassionato, una conoscenza del ‘vino’non comune e finalmente uno che dice le cose come stanno a chi le merita senza alcuna accondiscendenza.
    Per me va bene così! Unico neo mi par di capire che tifi Inter.
    Un saluto e buon lavoro.

  15. Mi tengo a debita distanza tanto da Forza Italia quanto dall’Inter (mi dispiace dover dare questo dispiacere a Ziliani: più dalla prima che dalla seconda, in verità), ma ciò non compromette la mia lettura di questo blog. 🙂

  16. Caro Franco,
    poichè condivido con te la nomea (per me onorevole, per altri meno, ma comunque ormai consolidata) di rompiscatole e di polemista abituale (dalle mie parti si usano però espressioni più colorite), mi sento toccato anche personalmente la questione che poni.
    La discriminante che qualcuno pone tra il blog e la critica giornalistica è sensata e su di essa si potrebbe aprire un ampio dibattito, che esulerebbe però dallo specifico e che quindi ti risparmio.
    Anche perchè secondo me non è questo il punto. Così come il punto non è il “nonostante”. A mio parere la faccenda è molto più drammaticamente banale: il conformismo piace, è tranquillizzante, “condiviso”, mentre la voce controvento, il pungolo dissonante, no. Garbano – è vero – gli strilli, le liti e il trash, ma solo perchè fanno spettacolo e folklore. E anche perchè alla fine danno l’opportunità di può fingere di indignarsene. Non invece per il loro implicito e reale valore: cioè mettere in luce in modo incontestabile l’esistenza di opinioni radicalmente diverse, sanamente inconciliabili, fieramente incompatibili tra persone.
    Ma chi l’ha detto che tutti si deve sempre andare d’accordo su tutto, trovare alla fine un punto d’incontro su qualsiasi diverticolo, ritrovarsi da ultimo a darsi pacche sulle spalle fingenmdo sollievo di essersi reincontrati su fondamenta “comuni” e “condivise” nel nome, come direbbero i politici, di un “reciproco riconoscimento e legittimazione”?
    Io contesto tutto questo in modo radicale. Lo trovo una colossale sciocchezza e una profonda falsità. Ma siccome questo atteggiamento non è conformista (altri direbbero politicamente corretto), il dividersi senza avere alcuna intenzione di fare la pace, tanto per accontentare la sete di buonismo del volgo e della vulgata, fa paura, mette in allarme, inquieta. E così chi, come te o me, si rifiuta di accondiscendere all’ipocrisia dominante o ha d’istinto poca familiarità con l’accodarsi al sistema costituito (del vino, dell’informazione, della cosa pubblica), nel quale la stragranza della società abituata a inzuppare il pane, viene un po’ spregiativamnte e un po’ qualunquisticamente bollato come rompiscatole o polemista. Rompiscatole o polemisti che, se sanno scrivere e proprio non sragionano, si possono però anche leggere e seguire “nonostante” la loro natura eretica, diversa, deviante. “Nonostante” la loro condivisa emarginazione.
    Sì, lo ammetto: a me piace chiamare negri i negri, spazzini gli spazzini, ciechi i ciechi e muti i muti, monchi monchi, non trovando nulla di offensivo nel linguaggio che esprime la verità oggettiva delle cose. Se poi c’è chi usa questi termini con fini offensivi, il problema è l’utente e non l’aggettivo.
    “Nonostante” che, quindi? Si abbia il coraggio di dire le cose come stanno. Anche pacatamente, perchè non c’è bisogno di litigare per dire la verità, ma diciamole. Se poi ciò – per l’invidia che altri facciano o dicano quello che in cuor tuo sai essere vero e vorresti dire tu, senza però averne il coraggio o la convenienza – verrà riduttivamente bollato come polemico, affari loro.
    Anzi: “nonostante” loro.
    Saluti,

    Stefano

  17. “Condivido” (se questo non suonera’ provocatoriamente offensivo 😉 -faccina usenettiana d’obbligo) la critica dell’ecumenismo ipocrita e l’elogio della critica radicale che Stefano Tesi fa. Pienamente. Mi spiace solo leggere, quasi a conclusione di un intervento (ripeto) piu’ che condivisibile, la citazione, a mio avviso molto a sproposito, di casi linguistici che con il radicalismo della critica e il gusto per la polemica (la polemica appunto, non il trash) hanno ben poco a vedere. Non si tratta di contestare che i negri siano ..negri, i ciechi ciechi, gli storpi storpi eccetera eccetera. Questo ha piu’ a che vedere con la questione di CHI da’ il nome a chi. Che l’avvocato si chiami avvocato e il dermatologo dermatologo l’hanno probabilmente stabilito nel tempo gli avvocati e i dermatologi. Che lo spazzino si debba chiamare spazzino credo invece che l’abbiano stabilito non gli spazzini, ma (again) avvocati e dermatologi, se ovviamente mi si passa la figura retorica. E’ una questione, questa, di storia della lingua e di storia dei suoi autori, soprattutto. La storia che ha visto passare alcuni dal rango di oggetti a soggetti (a proposito di verita’ oggettiva delle cose). I negri per esempio, laddove si e’ cominciato a chiamarli col nome che essi preferiscono per se’ (slang dei gangsta’ a parte), anziche’ con quello che per loro decisero gli schiavisti. Come si vede, e’ anzi proprio questo tipo di evoluzione ad esser stata una questione di sincerita’. Nei confronti della verita’ storica.

  18. Caro Cintolesi,
    forse non dovrei replicare ai tuoi – garbati, lo ammetto – appunti perché c’è l’apparente rischio di andare fuori tema. Ma, a ben vedere, il nostro è invece proprio un caso di punti di vista inconciliabili che pare calzare a pennello con quanto da me sostenuto nel mio primo post e, paradossalmente, da te “condiviso”.
    Tutto nasce forse da un equivoco: io per primo avevo sottolineato che il senso più o meno dispregiativo di un termine dipende non dal termine in sé, ma da chi e come lo usa.
    La verità storica, tuttavia, è quella dei fatti e non può essere distorta con interpretazioni spesso rese miopi dall’ideologia. Voglio dire che nel nostro vocabolario, come in qualsiasi altra lingua del mondo, ci sono parole consolidate e attestate storicamente da innumerevoli dizionari in un preciso significato, frutto di un’evoluzione millenaria. Non mi sembra qui il caso di andare lontano, ma la tua interpretazione sociologica del linguaggio, tendente a disegnare un universo per secoli tenuto in stato di schiavitù lessicale fino a quando un qualche illuminato non ha liberato l’umanità dalle catene dei “padroni” della lingua, mi lascia alquanto perplesso. “Cieco”, tanto per fare un esempio, viene dal latino “caecus”, parola di radici sanscrite. “Spazzino” dal latino “spaziare”, cioè sgomberare, fare posto. Ovviamente sono due esempi presi a caso. Ma allora che c’entrano, scusa, gli “autori” della lingua? I negri usano in inglese chiamare se stessi “black” (“…Say it loud, I’m black and proud”, James Brown), che per l’appunto vuol dire…negro, ovvero “nero” in spagnolo e portoghese. Infatti sempre neri, o negri, o black restano. Ma da noi è invalso l’uso zuccheroso e ipercilioso di chiamarli con un sinonimo politicamente corretto. Trovami oggi un negro che accetterebbe di ribattezzarsi Kunta Kinte abbandonando il nome Toby che porta da due secoli. Cinquantant’anni fa, quando quelli che secondo la tua curiosa lettura sarebbero gli “autori” (ma chi?) della lingua, erano già in declino, nessuno si sarebbe offeso a sentirsi chiamare spazzino se faceva lo spazzino, zoppo se era zoppo, cieco se era cieco. Poi, preceduti dal forbito ma ancora dignitoso “netturbini”, i primi sono venuti gli operatori ecologici; i ciechi, non vedenti. L’equilibrato, oggettivo, per niente offensivo “handicappato” è stato sostituito, in una lenta ma inesorabile discesa verso il ridicolo, prima da disabile e poi da diversamente abile. Alla fine finiranno per essere definiti semplicemente “abili” anche loro perché, chissà, quell’avverbio “diversamente” potrebbe suonare come vagamente discriminatorio e ciò potrebbe toccare certe sensibilità. I matti, parola magari cruda ma intrisa comunque di una certa antica e umana pietà, sono ora diventati malati di mente (locuzione asettica, niente affatto solidaristica, ma corretta): di questo passo però mi aspetto che presto verranno ribattezzati con qualche amenità tipo “diversamente pensanti”. Così tutti ci sentiremo più uguali. Il pazzesco che tutti si indignano a parlare di puttane, tranne le puttane, che usano comunemente il termine tra loro e parlando di sé. Idem dicasi per gli omosessuali, i quali non esitano, tra sé, a chiamarsi froci. Ma guai se a usare certe parole è un eterosessuale. Insomma è tutto un vezzo, una finta, una moina.
    Per concludere, e davvero senza voler polemizzare ma solo per ribadire il mio punto di vista. Avere il coraggio delle proprie opinioni, senza per questo fare i bastian contrari di professione e diventare macchiette, passa a mio parere anche dal chiamare le cose con il loro nome. Senza forzature, ma anche senza ipocrisie. Negro per negro, spazzino per spazzino. Al massimo qualche spiritoso eufemismo. Ma il resto, per favore, no. Nel vino come nella vita.
    Saluti,
    Stefano Tesi

  19. Caro Tesi,
    mi fai dire piu’ di quel che io non dica, t’assicuro. Mi ero reso conto che la tua polemica era contro il ridicolo della political correctness, la quale pero’ almeno un pregio ce l’ha: che funziona piuttosto bene come pietra d’inciampo nell’individuare coloro ai quali essa da’ fastidio, e nel permettere di discriminare il tipo di reazione che provoca. A questo riguardo devo dire che se, di fronte all’incapacita’ di certi tentativi linguistici di risolvere problemi che linguistici in fondo non sono bensi’ sociali, la nostra consolazione sta nel considerare liberatorio “chiamare negri i negri”, andiamo ben poco lontano, ammesso che ci si sia mai posti il problema di andarci.
    La lingua ha un’evoluzione millenaria, dici bene, e il fatto che le parole abbiano una storia lunga non toglie che oggi siamo a un certo punto di quella storia, non gia’ all’inizio. L’etimologia lasciamola stare. La citazione delle buffonate linguistiche del sindacalese, poi, mi rifiuto di considerarla una risposta a quel che ho detto. Non la voglio far troppo lunga, sarebbe interessante ma anche molto inutile, soprattutto nel contesto di questo blog. Osservo solo che forse hai proprio ragione, si tratta di punti di vista molto probabilmente poco conciliabili, e la linea sta nella tua premessa che il carattere dispregiativo di un termine dipenda da chi e come lo usa (al presente). Quando invece io non ho dubbi che il carattere dispregiativo certe parole se lo portino ormai addosso (e sottolineo ormai: viviamo intrisi nella storia, nel tempo, e per quanto possiamo desiderare il contrario, non ci e’ concesso di tornare indietro). Se lo portano addosso proprio per via di chi e come le ha usate (al passato; prossimo per di piu’). Ma soprattutto sono dispregiative per l’unico (a mio modo di vedere e di sentire) ripeto l’unico vero criterio di valutazione al riguardo: perche’ sono vissute come tali dai loro destinatari. Io, ma non per una questione di correttezza politica, bensi’ di semplice educazione, tendo a chiamare una persona col nome con cui essa si presenta, non tendo ad attribuirgliene uno io d’autorita’. E chi se ne frega se i nostri nonni si regolavano diversamente. E’ proprio come dici: un secolo fa uno spazzino non si sarebbe offeso. Probabilmente non avrebbe neppure pensato di poter fare altro che lo spazzino. Oggi come oggi invece forse le cose stanno diversamente. E tanto a me basta per il problema di come non chiamarlo.
    Nero gli africani si saranno detti qualche decennio fa. Oggi semmai, preferiscono dirsi nigga’, ma appunto come provocazione e solo in certi contesti sociali, ma soprattutto solo fra loro. Non e’ la g in piu’ o in meno, semmai e’ l’identificazione di una persona con un suo attributo fisico, e’ il solo fatto che sentiamo il bisogno di fare quel gruppetto. Questa e’ la vera cosa avvilente. Il problema dell’etichetta da attaccarci e’ secondario. Idem per i froci. E per tutti gli altri. Come ho detto piu’ sopra: se la nostra liberta’ di spirito e di mente la dobbiamo ridurre alla licenza di cacare sul pavimento solo perche’ cacare e’ esigenza fisiologica da che mondo e’ mondo, stiamo proprio freschi.

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