Confessioni di un vino libero: a proposito di vini "glamour"

Come altri lettori sono rimasto astonished, pardon, basito, da tre commenti ultimamente inviati da una persona che si firmava Brisco.la. Ironici, fantasiosi, splendidamente scritti e soprattutto originali, mi sono sembrati opera non solo di una persona che con la penna si destreggia benone, ma che soprattutto ha idee ed una personale visione del vino e che sa esprimerle in maniera brillante.
Cosa ho dunque fatto, d’imperio, senza pensarci troppo? Ho scritto alla misteriosa Brisco.la proponendole di collaborare a questo blog, con uno spazio, totalmente autogestito, dove intervenire quando ne avrà voglia e deliziarci con i suoi testi. Nasce così quella che, da oggi in poi, sarà “la finestra di Briscola”, una rubrica non fissa dove la misteriosa scrittrice, di cui vi posso dire solo che è una donna e che svolge un’attività legata alla scrittura, ci intratterrà, da par suo, con apologhi, raccontini, divagazioni, raccontando e commentando le vicende del vino dalla sua particolarissima visuale. Un caloroso benvenuto a Briscola e buon divertimento a tutti i lettori.

Confessioni di un vino libero: a proposito di vini “glamour”
…Non sono un numero, sono un vino libero! A voi, che leggerete un giorno queste mie parole, voglio raccontare la mia storia. Mi chiamo e sono un vino, uno di quelli nati dall’uva, che nasce dalla vite, che sta sulla terra, che è quella cosa che se c’è il sole secca e se piove s’infanga. Qualcuno ha colto l’uva e ne ha ottenuto me. Quel qualcuno era il Contadino, che, chiamatelo come volete, è il Contadino. Ma un triste giorno il Contadino ha pensato di convocare singolari personaggi, con i nomi che finivano in – Logo, – Nomo e –Ista e – Tore. Io ero lì, quel giorno, nella mia botte. E ascoltavo. “Sarà pur buono, però…”, “Gli servirebbe qualcosa…”, “Così non va”.
Ogni parola mi scuoteva dentro, rimescolando in volute bordò il mio carattere fiero. Ma come, ma cosa? Mio padre, mio nonno, il nonno di mio nonno, e su su, sino all’ultimo ramo di vite del mio vigneto, sono sempre stati amati, bevuti, comprati. Non capivo, povero novello, che non si parlava di me. Si parlava di come rendermi schiavo. Mi spillarono, mi infilarono in una bottiglia più lunga delle altre, più affusolata, più… “Glamour”, disse Ista. “Certo, così è più trendy”, commentò Nomo. “E ora pensiamo all’etichetta”, aggiunse Tore. “Ho un’idea”, esordì Logo. Sulla bottiglia incollarono un triangolo isoscele blu, fosforescente. A uno dei lati del triangolo appiccicarono un pendaglio, uno di quei campanellini che si usano per il collare dei gatti. Sollevarono la bottiglia, mi scossero, rimescolando tutto il mio fondo, e, quando mi ribaltarono, il pendaglio fece: “din din”. “Benissimo!”, strepitarono Logo, Nomo, Ista e Tore. “Ora basta far sapere che quando il pendaglio suonerà, si avvererà un desiderio.
Il vino del desiderio, THE WINE OF DESIRE, ne venderemo a fiumi”, sentenziò – Ista. “Ma che vino è?”, chiese Nomo. “Ma che ce frega?” – rispose Tore. Comprendete l’umiliazione? Immaginate cosa provai in quel momento? La mia terra, la mia botte, la mia vigna: non valevano più nulla, non importava chi fossero, dove e come fossero. Non importava chi fossi io.
E, infine, mi mandarono in tournée. Mille degustazioni in mille eventi, in Italia e all’estero, in un solo anno. E io lì dentro, assordato dal “din din”, perché tutti, ma proprio tutti, non perdevano occasione per ribaltarmi. Iniziai a vincere premi. M’illusi che premiassero me, io, il vino! Ma premiavano il “din din”!. E fu così che mio valore si centuplicò. La gente che faceva la coda per comperare la mia bottiglia, a volte nemmeno mi beveva: pagava, usciva e mi ribaltava. E poi rideva, sapeste quanto mi ferivano quelle risate. E se, per un caso fortuito, il pendaglio non suonava, chi mi aveva comperato scagliava la bottiglia contro un muro, imprecando.
Molti concorsi mi attribuirono il massimo dei punteggi. Qualcuno iniziò a chiamarmi “il numero 1”. Ma io non ero un numero, non lo ero mai stato: io ero un vino libero!Il mio valore reale era di una decina di Euro, a volte meno, se comperato in Azienda. Ma ormai ero prigioniero. Prigioniero del mio “din din”.
Fonte: Fronte Nazionale di Liberazione dei Vini Glamour
Many kisses! Briscola

14 pensieri su “Confessioni di un vino libero: a proposito di vini "glamour"

  1. Per me il solo fatto di citare la Mitica Serie TV “Il Prigioniero” con tanto di foto di Patrick Mac Goohan, e’ più che sufficente per rendermi devoto lettore.
    Max Perbellini

  2. Davvero una ventata di freschezza e di sottile ironia.
    Potrebbe essere una favola da raccontare ai vini importanti, o presunti tali, che teniamo in cantina.
    Luciano

  3. Benvenuta Brisco.la….e questo è scontatissimo per i fan del blog. Ma per i ” maschietti” che leggono: è mai possibile che, solo perchè sapete che Briso.la è una donna, dovete chiedervi com’è fisicamente?? Suggerisco a Franco di aggiungere uno spazio per le fotografie degli uomini, così le donne che leggono, parlano, comunicano etc di vino sapranno chi hanno davanti….magari scopriamo un Brad Pitt. 😉

  4. Lieto di sapere che Brisco.la è donna!!
    Dal suo intervento sul post “Marchette….” mi sono innamorato di lei. Assolutamente fantastico! Benvenuta!!!
    Roberto

  5. Logo, Nomo, Ista e Tore: bella compagnia. Penso che siano rispettivamente i figli e i nipoti di Ato e Ida. Ricordo ancora con sincera nostalgia il loro romantico incontro.
    Ato aveva negli occhi la spensieratezza di un baldo giovane, animato nel cuore da buoni e cari propositi. E i presupposti c’erano tutti: arrivava da una grande famiglia che conosceva benissimo il rumore delle sirene e il boato che seguiva, una famiglia che tirava avanti nascondendo la salamina nella polenta così che tutto il paiolo ne ricordasse il sapore, quasi fosse così un piatto completo, una famiglia che ha alzato la testa tutte le volte che qualcuno a cercato di schiacciarla e si è rimboccata le maniche. Ha ricostruito le strade, bonificato i campi, riaperto le scuole del suo quartiere . Quella che oggi chiameremmo una “bella famiglia”, pulita, che ha fatto della sofferenza la motivazione e dell’umiltà la strada da seguire.
    La famiglia è però ormai spossata, tocca al figlio primogenito continuare l’opera. E infatti Ato cresce bene, con i giusti insegnamenti, in poco tempo diventa un esempio per tanti: chi comincia ad imitarlo, chi lo idealizza, c’è addirittura chi lo studia per dargli una dimensione certa, tangibile, riconducibile,…non poteva andare meglio, Ato è il nuovo modello da seguire, porta ricchezza, organizzazione e rigore: le città si allargano, le campagne si svuotano e Ato è ogni giorno più potente.
    Come tutte le belle storie poi succede qualche cosa che sfugge al nostro calcolo, qualcosa di più grande di noi, che con tutta la presunzione che costantemente ci accompagna pensiamo sempre di poter controllare e dominare. Logo, in modo particolare, erediterà questa misera supponenza, pensando di poter capire, controllare, e dominare a suo piacimento una mistica fermentazione e lasciando che l’arroganza lo convinca che il risultato finale sarà migliore della perfezione della Natura.
    Ato si monta la testa, perde il contatto con la realtà, dimentica quegli insegnamenti avuti da piccolo, forse perché lui quelle bombe non le ha mai temute, forse perché troppa cultura rende ciechi, o forse semplicemente perché l’egoismo è il vero cancro della società: è qui che Ida incontra Ato; troppo giovane per capire, miope per vedere più in là di quello che Ato le mostra. Affascinata dal potere tira fuori il meglio di sé e anche Ato si innamora: insieme si accorgono di poter crescere ancora di più, si illudono di poter dare nuove e lungimiranti illusioni ai loro seguaci, ma la ruota l’hanno già inventata e i nobili principi sono ormai lontani, soffocati dall’avarizia.
    Ato e Ida litigano spesso ma l’euro fa da collante, l’unica contropartita è un Mondo di illusi e sciocchi che per anni ne hanno fatto la fortuna e che ora non possono più farne a meno,ironia della sorte, pena l’escusione.
    Il rapporto è comunque idilliaco, tante altre Ide cercheranno di conquistare le attenzioni di Ato: il suo cuore sarà sempre per il primo amore, ma cederà a innumerevoli tentazioni facendo delle sue concubine nuove e importanti star.
    Tanti rapporti, tanti figli: Logo, Ista, Tore ecc…figli d’arte!
    …la storiella potrebbe continuare, ma il senso rimane proprio questo: come poter condannare i figli per le colpe dei genitori? Come possiamo ora addossare le responsabilità a chi non ha fatto altro che seguire i modelli imposti?
    Troppo semplice. Troppo eristico. Troppo cinico. Troppo conformista….e il troppo storpia.
    Facciamoci un esame di coscienza piuttosto, cerchiamo di ricordare chi ha fatto la fortuna di Ato e Ida, proviamo a chiederci se esiste solo il vino glamour o magari lo sono anche le scarpe che indossiamo, la macchina che guidiamo; troppo facile applicare il principio solo a quello che ci fa comodo e dimenticarcelo per tutto ciò che ci rende uguali ad Logo o ad Ato!
    Sparare a zero può essere glamour…ma farlo sulle categorie è trash…Superiamo la paura e mettiamoci in discussione, passando dalle storielle ai fatti, perché come disse qualcuno se esiste il vino cattivo è perché qualcuno lo compra e il meccanismo non è invertibile: di chi è la colpa…a me sembra che basterebbe non comprarlo, non berlo, non parlarne…ma forse anche questo e troppo facile…
    Per questo la sua storiella è molto carina, ma mi sembra rimanga solo una storiella in cui la morale è ben lontana da essere tale, o forse non l’ho capita io….Buona serata.

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