Guide dei vini e aziende vinicole: un caso da sindrome di Stoccolma

L’ho già detto molte volte che non c’è stupirsi che larga parte del mondo che il vino produce e un’altra ampia fetta di quel mondo che di vino scrive ed il vino comunica abbiano interessi comuni e che rappresentino specularmente due facce della stessa medaglia.
Sono “sinergie” e obiettivi analoghi a legarli, perché gli uni, soprattutto se si tratta di aziende che vendono vini “importanti”, spesso più nel prezzo che nella qualità, hanno bisogno dell’altro, e possono giustificare la loro esistenza, il ruolo che rivestono nello show business del vino, proprio grazie al sostegno che dall’altra parte arriva loro.
Volete un esempio? Presto fatto.
Prendiamo il caso di un importante azienda, di lunga storia, molto nota, tra le più importanti e significative della propria denominazione, capace di produrre costantemente vini che ottengono il consenso, cosa molto importante, sia dei consumatori, che della stampa specializzata.
Un’azienda che ogni anno “porta a casa” fior di articoli, recensioni positive per i propri vini, punteggi tra i più elevati nelle degustazioni di vini della stessa denominazione e che è dunque abituata ad essere trattata bene dalla critica del vino, italiana ed internazionale. Nella propria “strategia di comunicazione” non è previsto che comunichi, ogni volta che esce un articolo o un reportage che la riguardi, un wine tasting dove un suo vino spicca, un comunicato stampa, rivolto ai giornalisti, ai clienti ristoratori ed enotecari, agli importatori, ma la strategia improvvisamente cambia e l’azienda, da riservata o discreta qual’è diventa improvvisamente comunicativa e loquace, non appena arriva, con l’autunnale caduta delle foglie, la stagione delle guide.
Nel giro di due giorni chi scrive, ed immagino numerosi altri colleghi hanno pertanto ricevuto il classico “panegirico” autoelogiativo che questa e altre aziende consimili vanno diffondendo, ovverosia la comunicazione, al colto e all’inclita, che l’azienda è stata pluribicchierata, pentastellata, tristellata dalle guide X, Y, Z e che un proprio vino si è beccato un punteggio largamente superiore ai 90 centesimi dal mitico Wine Spectator.
Nei due comunicati non manca un minimo accenno a quanto le varie guide, anche quelle minori o di più trascurabile importanza e impatto, hanno scritto, ovviamente in termini elogiativi.
Manca invece, come se non fosse parimenti importante, ma solo un dettaglio minore, ogni riferimento agli articoli, con tanto di punteggi importanti, di valutazioni lusinghiere, di analisi positive del modo di lavorare, dedicati all’azienda, e non da riviste clandestine o sconosciute, pubblicate su carta e non su quell’Internet che molti considerano quasi come “figlio di un dio minore dell’informazione”.
Ammesso e non concesso che questi comunicati, assolutamente autoreferenziali, rivolti ad una cerchia ristretta di persone e tutto sommato irritanti (al giornalista che li riceve in fondo viene detto che c’è qualcuno più “importante” di lui che ha “capito” e premiato i vini di quell’azienda e che merita pertanto una notizia stampa), abbiano una qualche utilità, c’é da chiedersi perché queste press news vengano considerate uno strumento utile e l’azienda paga un consulente esterno (molto spesso non solo un’agenzia di p.r., ma un giornalista vero e proprio) solo quando si tratta di esaltare, celebrare, magnificare il fatto che la guida X, Y, Z abbia giudicato il loro vino così grande da inserirlo negli elenchi dei vini premiati.
Insomma, non si lamentino, le aziende produttrici di vino, se le guide sono diventate una sorta di potere, un qualcosa che in base a tanti fattori, non sempre chiarissimi, decide chi ammettere in paradiso, chi mettere in sospensione nel limbo, chi condannare invece allo “inferno” del giudizio negativo o della non selezione e citazione, offrendo così ad un pubblico di consumatori, dove resistono coloro che prendono ancora per oro colato simili vaticini, uno specchio parziale e deformato della realtà.
Sono loro, tramite questi comunicati dove celebrano come una vittoria, una promozione, un trionfo i tre bicchieri et similia, tramite i prezzi dei vini che, miracolosamente, si alzano subito dopo l’arrivo dei premi, mediante la ricerca dell’enologo consulente che questi premi ha il potere magico di far arrivare (non si sa bene come), ad aver creato quel “monstrum” che sono le guide enologiche.
Un qualcosa di cui, anche se avvertono che li danneggia e li condiziona, e vincola la loro libertà e li “incatena” (da quanti produttori si sente dire “questo vino lo faccio per le guide”?) non possono più fare a meno, in un meccanismo, perverso, che ricorda la sindrome di Stoccolma ed il Portiere di notte, oppure il tossicodipendente che è schiavo della dose quotidiana…

0 pensieri su “Guide dei vini e aziende vinicole: un caso da sindrome di Stoccolma

  1. Caro Franco;
    Penso che quello delle guide é un gioco con il coltello a doppio taglio, sei un Produttore piccolo, ti aiutano a farti essere conosciuto, ma appena il Produttore si ingrandisce un po’, senza la Guida cavalca nel nulla! Verissimo che hanno creato un sacco di posti di lavoro, specialmente per i Dottori Enologi, perché ormai sembra che se una cantina non ha una di queste Prime Donne sul libro paga, tutto il vino diventa aceto…Verissimo anche che hanno influenzato molto sulla modifica di tanti e tanti vini che oggi sono diventati delle etichette Trofeo, con prezzi stravalutati, e poi quando riesci ad assaggiarli ti rendi conto che é solo pura speculazione. Ormai molte cantine fanno dei Vini da Formula Uno solo esclusivamente per le Guide in modo da emergere dal nulla, ma poi si lamentano che i vini base non riescono a venderli più.
    Grazie
    Angelo

  2. Ottima riflessione, assolutamente condivisibile. E’ un meccanismo ben oliato che funziona un po’ in tutte le situazioni dove si hanno interessi che accomunano. In forma diversa ha lo stesso peso delle assicurazioni e delle banche che, in comune accordo, livellano tariffe e interessi in modo da rendere inutile qualsiasi tentativo di cambiamento da parte dei clienti. Ci si mette d’accordo, le guide, non importa quanto famose perché anche in una semplice guida regionale che presenti centinaia di aziende e vini senza pompose premiazioni è indispensabile esserci, trovano la loro ragione di esistere attraverso la più o meno forte influenza che riescono ad avere sui lettori, ma hanno un ulteriore vantaggio: non sono loro a produrre vino e a doverlo vendere. Se fra le migliaia di aziende recensite solo il 10% ne trarrà davvero beneficio, la guida non avrà problemi di sopravvivenza, ha già i suoi ritorni a prescindere dal risultato finale.

  3. Il giorno in cui i produttori smetteranno di essere autorefenziali, inizieranno a fare il vino seriamente. Io noto che In Francia (Rodano) c’é gente che ha viti vecchie anche 100 anni, piantate nella sabbia o sotto le pietraie, usa botti di rovere comprate dal nonno nel 1940, la chimica non sa neanche cosa sia, ma fa dei vini strepitosi, vende tutte le bottiglie e sulle guide non sono neanche menzionati.
    Percaso i francesi sono alieni?

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