Nel mondo del vino la soggettività è, più di qualsiasi altra possibile, LA parola d’ordine. De gustibus disputandum est (e anche ovest) e quello che a tizio appare positivo, per caio, invece, può tranquillamente essere emblema della maggiore negatività.
Personalmente, ho più volte espresso, ad esempio qui e altri ancora, autorevolmente, l’hanno fatto, le mie riserve e le mie dichiarate perplessità sull’evoluzione, che per me fa piuttosto rima con involuzione, che un vino emblematicamente toscano e italiano come il Chianti Classico ha conosciuto negli ultimi 15 anni. A tal punto da perdere una vera e propria identità collettiva, da diventare un’espressione assolutamente aziendale, con un disciplinare talmente aperto sotto il cui cappello, già parecchio ampio data l’estensione geografica dell’area di produzione, e la sua eterogeneità, possono trovare indifferentemente ospitalità un sacco di vini diversi tra loro. Quelli prodotti con uve Sangiovese in purezza, i vini dove il Sangiovese si accompagna ad una piccola quota di vitigni autoctoni come Canaiolo e Malvasia nera, ma anche i vini dove accanto al Sangiovese fanno notare la loro presenza, eccome, i cosiddetti “vitigni migliorativi”, alias Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah.
Questo per restare nell’ambito dei vini che rispettano il disciplinare vigente e non per estendere il discorso a quelli che continuano a riportare la dizione Chianti Classico in etichetta, ma nei quali “furbescamente” (io direi piuttosto stupidamente ed in maniera disonesta) le altre uve foreste sopra nominate oltrepassano decisamente la percentuale del 20% consentita dalla legge. O dove il venti per cento è di Sangiovese – molto stile Super Tuscan – e non certo delle uve bordolesi…
Nel nome della soggettività può succedere invece, ed è abbastanza clamoroso, che di fronte a questi Chianti Classico potentemente de-chiantizzati, qualcuno, e non un carneade qualsiasi, bensì un wine writer di fama mondiale, vada in brodo di giuggiole, a tal punto da azzardare, come ha fatto sul numero di ottobre nientemeno che di una rivista autorevole come Decanter una previsione clamorosa: nel prossimo decennio il Chianti Classico sostituirà i vini del Médoc nel cuore – e soprattutto nelle cantine – di molti appassionati inglesi ed internazionali.
L’autore di questo vaticinio che sembrerebbe frutto di una brillantissima operazione di pubbliche relazioni del Consorzio del Gallo Nero, ma che invece esprime un sincero, anche se a mio avviso discutibile, convincimento, è Steven Spurrier (nella foto sotto), consultant editor della celebre rivista britannica e wine writer di fama mondiale, da oltre 40 anni attivo nel wine trade e chairman del team di degustatori del Decanter World Wine Award.
La previsione di Spurrier, nasce dalla convinzione che il Chianti Classico sia rimasto un vino basato sui vigneti “vineyard-driven”, mentre il Médoc sarebbe diventato un vino orientato sul mercato. Da questa diversa ispirazione derivano, scrive Spurrier, “vini dotati di energia e personalità” nel caso del vino toscano e “di semi-standardizzata concentrazione” nel caso dei bordolesi.
Spurrier è arrivato a queste (sorprendenti) conclusioni nel corso di una visita nel cuore del Chianti Classico, tra Castellina e Panzano, nella settimana immediatamente seguente la sua presenza a Vinexpo a Bordeaux e dopo una delle più sconcertanti campagne di vendite en primeur, dei vini della celebrata annata 2006, della storia recente dei vini del Médoc.
Nonostante confermi la sua ammirazione (e lunga consuetudine) con i vini bordolesi e con questo millesimo, Spurrier non ha avuto alcuna esitazione nel dichiarare che i Chianti Classico hanno “altrettanto se non più da offrire”. Questa convinzione nasce da una valutazione possiamo dire “storiografica” della storia degli ultimi decenni del Chianti, e della “rivoluzione nella qualità” che secondo quanto Spurrier racconta nel suo articolo (dal titolo “En primeur: could Chianti take over from the Médoc?”) ha condotto, passando dai vini da tavola degli anni Settanta ai Super Tuscan a base di uve bordolesi degli anni Ottanta e Novanta, al momento in cui questi vini diventarono più importanti, mediatici e costosi dei Chianti Classico.
Bisognava cambiare direzione, osserva Spurrier, e questo avvenne scegliendo di impostare la “rimonta” sul Sangiovese e su un rinnovamento effettuato nei vigneti più che in cantina dove tutto quello che c’era da fare era già stato fatto.
A tale proposito il wine writer britannico ricorda il lavoro fatto con il progetto Chianti Classico, con l’infittimento dei vigneti, con maggiore densità (5000-7000 piante ettaro contro le tradizionali 2500), con le selezioni clonali, con la “precisa identificazione delle zone più adatte all’ideale maturazione del Sangiovese e con idee ben più precise su quali fossero le uve più adatte ad accompagnarlo”.
Secondo Spurrier tutto questo insieme di cose avrebbe “azzerato le caratteristiche negative, legate alla tarda maturazione, all’eccessiva acidità e ai tannini mordenti e ruvidi del Sangiovese”. Se si aggiungono poi le rese per ettaro, calate sino a quota 55 ettolitri per ettaro (nel caso dei vini più celebrati), e livelli dei vini base Cabernet Sauvignon nel Médoc, il quadro complessivo, spiega, secondo il giornalista britannico, il decisivo miglioramento avvenuto nel mondo produttivo chiantigiano. Tutto vero, peccato che tutte queste cose e soprattutto la loro enfatizzazione ed esagerazione da parte di molti, come pure il passaggio dalle “Hungarian foudres” (le botti di rovere di Slavonia) alle “small oak barrels”, ovvero alle barrique, abbia consentito al Chianti Classico, salvo lodevoli eccezioni, non di diventare migliore, bensì di trasformarsi completamente in “altra cosa”, perdendo la propria identità, quel carattere schietto, beverino, simpatico, che lo rendeva super gradito a legioni di bevitori e consumatori italiani ed esteri, per farlo diventare quello che in molti casi è oggi, un vino molto più simile ad un Super Tuscan o ad un vino internazionale che al Chianti Classico d’antan.
Spurrier cita poi un altro elemento interessante a conforto del proprio sperticato elogio del Chianti, la scelta adottata da diverse celebre tenute del Chianti Classico di destinare le migliori uve Sangiovese ai Chianti Classico emblema aziendali, ripensati come grand cru o “grand vin”. Una semplificazione produttiva che ha portato, in definitiva, a realizzare solo tre vini, un non riserva o Chianti Classico base dalle uve della vendemmia più recente, una riserva, anche se come tale spesso non viene rivendicata in etichetta, da annate precedenti e infine un Igt o Super Tuscan.
Diversificazione produttiva che si è tradotta in una sensibile diversificazione dei prezzi, con il Chianti Classico base proposto a prezzi intorno ai 14 euro, lo “Château” intorno ai 30 ed il Super Tuscan intorno ai 50. Prezzi sui quali Spurrier, ragionando forse nell’ottica della super sterlina, non sembra aver nulla da ridire, come se 14 euro per un Chianti classico base e 30 per una riserva o Castello (come quello di Fonterutoli della famiglia Mazzei che porta ad esempio) non fossero prezzi, eccessivi, che hanno creato non pochi problemi di mercato, in Germania, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, nonché in patria, al comparto produttivo chiantigiano.
E’ sicuramente vero che nel mondo chiantigiano, tra tante cose negative o quantomeno discutibili, a mio avviso, ci sono anche state evoluzioni positive, ad esempio un “cambio di mentalità” documentato anche dalle operazioni di carattere promozionale e di comunicazione che ha portato molti singoli comuni del Chianti Classico, da Greve a Castellina a Radda a Panzano, a presentare i vini dell’insieme delle aziende comunali in manifestazioni come fiere vinicole italiane ed internazionali e a dar vita a rassegne e manifestazioni locali che hanno contribuito a delineare e diffondere una specificità “da singolo village” e un’immagine più delineata.
Riconosciuto questo progresso, che esiste ed è importante, non me la sentirei proprio di seguire l’illustre collega inglese quando ipotizza una grande possibilità di commercio “en primeur” per i vini del Chianti Classico, e soprattutto quando, con un entusiasmo da neofita più che esperto di lungo corso, chiude l’articolo assicurando: “se pensate di proporre in formula pre-release, ovvero en primeur i 2006, bene, contate pure anche su di me”.
Con tutta la simpatia possibile per il Chianti Classico, non so quanti wine enthusiast, nel Regno Unito e nel mondo, con i prezzi ai quali troppi Chianti Classico si propongono sul mercato, siano disposti a seguire Spurrier e dire il vino mi piace, ok il prezzo è giusto, lo compro…
Dimenticavo: anche la rivista, non solo il consultant editor, si é “innamorata” del Chianti Classico: sul numero di novembre, da poco pubblicato, appaiono dieci pagine di una “sponsored guide Chianti Classico 2007: a special supplement produced by Decanter to a brief agreed with the Chianti Classico Consorzio”…
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Ieri un mio cliente irlandese, sorpreso dalla bontà di un vino italiano, mi ha detto che nel suo Paese i nostri vini non sono granchè conosciuti in quanto, in una classifica di notorietà e fruizione, ha messo al primo posto gli australiani, poi i francesi, quindi gli spagnoli e, prima dei vini italiani, arrivano anche quelli cileni e sudafricani.
I produttori quindi si chiedano: considerati i prezzi e senza una precisa indentità, come mai potranno i nostri vini imporsi a livello commerciale?
Io posso solo dire che dopo aver smesso di leggere le guide, ho smesso anche di leggere le riviste italiane e straniere. Noto invece con amarezza che i produttori ed in particolare quelli toscani, sono sempre più genuflessi ai mercati anglosassoni. Ma quando a New York ed a Londra andranno di moda i vini con retrogusto di petrolio, cosa faranno, ne aggiungeranno l’aroma?
I nostri vini si imporranno a livello commerciale all’estero quando impareremmo a venderli, ovvero senza affidarci a trafficanti, parolai, consorzi carrozzone ed all’ICE.
Non è solo l’identità del Chianti ad essere in discussione (a parte che, fortunatamente, alcune eccezioni ci sono ancora e ci mancherebbe!), ma quando i cugini d’oltralpe si trovano così… “imbottigliati” nel Médoc, che altro aggiungere?
Al di là di ciò, sembra piuttosto che ognuno, tra americani e inglesi, voglia riscoprire qualche luogo da colonizzare, barbarizzare e poi abbandonare e così via… (mi chiedo, però, cos’altro c’è da barbarizzare ancora nel Chianti? vogliono anche l’anima di quei posti?).
buffo che in Inghilterra parlino bene del chianti “moderno” e “internazionale” (per dirla con Pallanti) mentre in Germania su Feinschmecker dell’ultimo mese si parli in maniera molto negativa dell’eccessiva internazionalizzazione del Chianti e venga dimostrato con una prova alla cieca che i migliori vini per qualità prezzo vengano dalla Rufina e dai colli Fiorentini mentre il chianti classico (dicono in germania) si è troppo commercializzato e non risulta più autentico.
Sapete che per me l’inghilterra potrebbe “sprofondare” domani e potrei trasferirmi in Germania e cominciare a parlare tedesco da domattina però in effetti su questo punto mi pare che i tedeschi ci amino di più per quello che Siamo piuttosto che per quello che il mercato vorrebbe che fossimo.
Deutschland uber alles!
Andrea, ci manca solo un’invettiva contro la “perfida Albione” nel tuo commento e siamo a posto… Suvvia, non demonizziamo gli inglesi, che hanno innumerevoli pregi e non celebriamo come santi, che non sono affatto, i tedeschi…
Per non parlare di una Docg Chianti che permette la commercializzazione di prodotti “inqualificabili” (a meno di 2 euro nei discount, leggi nei post del “vino dei bloggers”), etichette sui cui è difficile persino identificare l’imbottigliatore (figuriamoci il produttore)… occorrerebbe un bel repulisti se non vogliamo affossare del tutto la tipicità dei nostri “campioni” nazionali!
Da produttore mi schiero decisamente con Andrea Gori: la conoscenza da parte dei tedeschi dei vini italiani è a mio avviso decisamente superiore a quella degli inglesi; i quali tradizionalmente non si sono mai spostati gran che dai dintorni di Bordeaux (per quanto riguarda l’Europa) e amano molto i vini prodotti nelle loro ex-colonie.
santi no i tedeschi però almeno stavolta sono più tradizionalisti degli inglesi. Cmq se vogliono il chianti al posto del medoc ne abbiamo un sacco da vendere in cantina!
Solita mia precisazione da rompipalle (ormai Ziliani se lo aspettera’ e quindi spero mi perdonera’): a parte il fatto che i comuni del Chianti (Chianti e basta, visto che quando si parla di comuni ci si riferisce a un territorio e non a un prodotto) sono e saranno sempre solamente TRE: Gaiole, Radda e Castellina (altrimenti vorrei sapere che senso avrebbe parlare dei “terzieri” del Chianti), passiamo quindi pure l’inclusione di Greve e degli altri pezzi di comuni del comprensorio del vino DOCG “Chianti Classico”, faccio presente che Panzano non fa comune. La pieve di Panzano era storicamente parte del Chianti (nel senso che parte del piviere di San Leolino a Panzano era compresa nel Chianti), ma e’ oggi frazione del comune di Greve.
A parte queste puntualizzazioni (che non fa mai male ripetere) volevo segnalare un’iniziativa ancora in fieri nell’ambito del comune di Gaiole in Chianti: la creazione di una carta (al 10mila) dei vigneti delle aziende del comune. Si trattera’ di far passare l’opzione “fatto trenta facciamo trentuno”, ossia quella di specificare anche i vitigni piantati nei singoli appezzamenti. A me pare un’ottima iniziativa che se dovesse concretizzarsi sarebbe un importantissimo passo avanti verso l’attuazione di quella zonazione del Chianti che si sente spesso rammentare ma che in troppi vorrebbero non nascesse mai (per ovvi motivi).
Inglesi, tedeschi o francesi ognuno ha le sue tradizioni e il proprio metro di giudizio che và rispettato.
Sicuramente nel calderone del Chianti classico e/o del Chianti in generale vanno a finire vini di tutti i tipi e ciò ha fatto perdere una identità al territorio, per cui mi sembra paradossale che i vini del Chianti supereranno quelli del Medòc nel cuore degli inglesi e tedeschi.
Oggi non saprei definire cosa dovrebbe essere un Chanti classico alla vista, al naso e al gusto, ogni produttore lo fà a modo suo utilizzando in parte o tutti i vitigni previsti nel disciplinare ma tutte le bottiglie “non da discoun” sono orientate alla ruffianeria, cioè alla concentrazione del colore e del frutto ed ad un tannino vellutato (appiattimento verso il basso).
Penso inoltre che sia difficile allontanarsi da questa tendenza pensando a vini della tradizione o differenti alla massa, se non cambia qualcosa a livello legislativo…
e non cambierà mai visto che zonizzare il chianti classico vorrebbe dire rimappare tutti i valori catastali e dei vigneti e in italia un diritto o un valore acquisiti sono intoccabilie.
Lo stesso Pallanti ammette che l’infelice connubio 80% sangiovese 20% cabmerlot è un modo per permettere anche a chi a territori in zona chianti classico ma non particolarmente vocati di produrre un buon vino (però non proprio un buon chianti).
Secondo me se si costringessero i produttori di Chianti Classico a usare solo sangiovese canaiolo colorino malvasia nera, solo la metà di loro otterrebbe risultati di livello accettabile. Non perchè non sappiano fare il vino ma semplicemente perchè non tutta l’area attuale del Classico è zona vocata. Dove non lo è, il merlot e il cabernet tappano i buchi meglio dei mosti pugliesi.
Se è come dice Andrea Gori, allora andiamo a rileggere il disciplinare di produzione del Chanti Classico e vediamo quali sono le caratteristiche di dove devono essere piantate le vigne.
Lungo i fiumi, in pianura, sotto o sopra una certa altezza?
Caro Andrea,
I confini del Chianti Classico sono intoccabili,ogni modifica stravolgerebbe valori fondiari …Molte vigne sono state piantate in zone poco vocate perchè più facili da lavorare ed esistono zone boscate con esposizioni e geologia fantastiche che non potranno mai essere piantate per ovvi motivi.I vari vitigni internazionali non credo siano il vero male purchè coltivati in loco…Anni fa presentai al Consorzio del Chianti Classico 2 campioni in pre-assaggio per la manifestazione dell’anteprima del Chianti Classico,uno con 10% di merlot resto sangiovese,l’altro con il 40% di merlot.Il primo venne “bocciato”mentre il secondo fu ammesso alla manifestazione perchè migliore.
Per avere piu omogeneità, sul territorio, basterebbe che la maggioranza dei fossero prodotti secondo le regole del disciplinare….
Non sembra il caso attuale, per cui criticare il disciplinare è un giocchino da furbini, sabbia tirata neglio occhi!
Repressioni frodi, Finanza, nel periodo di vendemmia, 4 o 5 strade che portanno nel territorio, qualche camion bloccato, multe come si deve con tanto di pubblicazioni dei nomi, non si starebbe più a disquisire sulle nuvole di un disciplinare che si trova solo sulla carta e seguito da qualche “sprovveduto convinto”!
Mi piace da matti l’idea che nel Chianti classico siano ammessi solo sangiovese, canaiolo, colorino e malvasia (nera, ovviamente)…… ne facciamo una nostra bandiera?