L’irrepetibile cotica, o dell'insostenibile leggerezza del comunicare

Sarà capitato anche a voi in questo periodo ricevere dall’azienda X, Y, o Z, il comunicato stampa trionfante che informa che l’azienda in oggetto ”riscuote unanimi consensi anche con la nuova annata che sta per proporre sul mercato” o fa notare al colto e all’inclita che “le maggiori guide dei vini italiani, edizione 2008, esaltano l’eccellenza dei vini della nostra azienda e riconoscono loro i massimi riconoscimenti”. Perbacco, mica pizza e fichi!
Bene, il tempo di leggerli, di dedicare solo un nanosecondo di riflessione al fatto che questi comunicati non servono proprio a niente, se non a far guadagnare la pagnotta alla persona (spesso un giornalista che poi magari scrive di quei vini e ne parla bene) incaricata di redigerli e di diffonderli, che la mail finisce ingloriosamente nel cestino.
E quante volte vi sarà successo anche di vedervi magnificare un cosiddetto “evento” del vino con le stucchevoli iperboli lessicali che recentemente sbeffeggiavo in questo post.
Con una perfetta sintonia d’intenti, telepatia, eno-simpatia, o che altro, la nostra Briscola mi ha letto nel pensiero ed ecco subito, perfetto e “cattivo” il giusto, il suo nuovo intervento, dall’irresistibile titolo de “L’irrepetibile cotica”, che spalanca le finestre sulla stupidità e l’insostenibile leggerezza e banalità dell’essere, pardon, del comunicare, che trionfa nel mondo del vino di oggi, tra aziende, consorzi, associazioni varie. Buon divertimento!

Aprì la porta lentamente e spinse il capo oltre la soglia, quel tanto che bastava a sporgere un occhio all’interno della stanza. “Vedo che ha imparato, signor Uffa”, lo accolse una voce baritonale, fintamente mielosa. La voce si riferiva all’occhio… provate a sporgere un e un solo occhio in una stanza e capirete che non si trattava di un complimento retorico. “Può entrare anche con il resto del corpo”, lo invitò la voce. “Può avvicinarsi e può sedersi. Mi ascolti”, proseguì, volendo ovviamente dire: “Stia zitto, parlo io”.
“Si è pensato di diramare un Comunicato Stampa”, proseguì la voce. Un lieve attacco tachicardico investì il Signor Uffa. “Dovremmo comunicare un evento”, continuò la Voce, mentre il batticuore di Uffa prendeva forma più definita. “La Direzione Marketing e Promozione – (il signor Uffa sentì il fiato farsi corto a quelle parole) – ha avuto un’idea”. Il fiato mancò per qualche secondo al Signor Uffa. “Abbiamo deciso di organizzare una cena, esclusivamente ad invito, a base di cotiche e vino rosso”. La voce fece una pausa. Poi chiese: “Non le sembra un’idea straordinaria? Può rispondere”.
Il Signor Uffa assentì con il capo. “All’idea di per sé straordinaria, la Direzione Marketing e Promozione – (il signor Uffa riprovò una sensazione sottile di crisi d’aria) – ha pensato di aggiungere un tocco di mondanità estetica. Lei mi capisce?”. Il Signor Uffa avrebbe voluto dire “no”, ma assentì di nuovo. “Mi ascolti attentamente, segua il labiale: Co – te – chi – ne”. Il Signor Uffa sorrise, con finto compiacimento. “Lei si chiederà cosa siano le Cotechine… giusto?”. Il Signor Uffa improvvisamente, e inspiegabilmente dato il contesto, pensò all’immagine di una spiaggia tropicale, deserta e assolata, che il sistema operativo del suo computer proponeva come sfondo desktop. Chissà perché. “Quattro giovani ragazze, in baby doll color cotechino”, pronunciò con tono autorevole la Voce. Il Signor Uffa sorrise di nuovo e pronunciò un deciso “Oh!”.
“Data la straordinarietà dell’evento – proseguì la Voce – s’è pensato di comunicarlo a tutta la stampa nazionale, internazionale e galattica con particolare riguardo alla stampa locale. Mi riferisco alle testate “L’Urlo del quartiere” e “Il Condominio parla – Sussurri e grida piano per piano”, con i quali, come Lei sa, abbiamo un accordo quinquennale di spazi pubblicitari. Ricordo che Lei non fu d’accordo con questa scelta della Direzione Marketing e Promozione, ma in fondo Lei è un comunicatore, ma i soldi li abbiamo noi”.
Il Signor Uffa pensò che avrebbe potuto cambiare sfondo del desktop, prima o poi. “Abbiamo deciso che il Comunicato non dovrà esser inferiore alle 40.000 battute. Di meno non si può, quindi non scriva come al suo solito 15 righe. Domani la direzione Marketing e Promozione Le trasmetterà i 25 loghi dei nostri partner e sponsor. Devono starci tutti, in ogni pagina. E non cerchi di abbassare la risoluzione dei loghi, come ha fatto già una volta, adducendo la stupidissima scusa che se il messaggio è pesante le redazioni non lo ricevono: se il logo fa schifo, lo sponsor se ne accorge e non paga. Chiaro?”.
Il signor Uffa deglutì e chinò il capo. “E poi – continuò la Voce – scriva in grassetto il nome dell’evento, in grassetto e corsivo la data e il luogo, in grassetto, corsivo e sottolineato i nomi delle autorità che interverranno. Il mio nome lo scriva in grassetto, corsivo, sottolineato e rosso. Se vuole, può linkare il mio nome al mio sito personale. Ho appena introdotto le foto del battesimo di mia cugina Carlotta. Mi linki, sì”.
Il Signor Uffa azzardò: “Ma nei comunicati scritti, quelli mandati via fax, il link… non funge”. La Voce si rizzò in piedi e sibilò: “E’ un problema suo. Lei è pagato per comunicare: devo forse pensare io a tutto?”. Il Signor Uffa assentì. “Ha preso appunti? Si ricorderà tutto? Prenda appunti, avanti!”. Il Signor Uffa afferrò un foglio e una penna dalla scrivania. “Il titolo del Comunicato sarà, scriva: Irripetibile cena con cotiche e vino rosso per celebrare la tipicità del posto con un tocco di estetica mondanità grazie alla partecipazione inedita delle Cotechine e tanto divertimento per tutti, compresi i signori sponsor invitati a presenziare con gentili consorti”. Il signor Uffa avrebbe voluto dire: “Un po’ lungo…”, ma si limitò a chiedere
“Irripetibile?” La Voce rispose: “Sì, lo scrivono tutti. Lei non legge i giornali? Ogni convegno, ogni cena, ogni degustazione è irripetibile. Saranno irripetibili anche le nostre cotiche! O dobbiamo ripetere le cotiche ogni volta che a Lei più aggrada, eh?”.
Il Signor Uffa scosse il capo in segno di diniego. “Bene, direi che è tutto. Può andare”, lo congedò la Voce. Il Signor Uffa si alzò. “Ha già scritto il comunicato?” lo sorprese la Voce “No, scommetto, non è ancora pronto. L’evento è questa sera e Lei si gingilla in elucubrazioni. Si dia una mossa, avanti”. l Signor Uffa aprì lentamente la porta, protese il collo, spinse il capo e sporse l’occhio: in quel momento, nel corridoio transitava la Direzione Marketing e Promozione, in gessato blu…
Da “Cronache non marziane, ahimè”, Autore Ignoto, 2007
Many Kisses! Briscola

4 pensieri su “L’irrepetibile cotica, o dell'insostenibile leggerezza del comunicare

  1. Egregio Franco, la trovo in forma smagliante e pungente al punto giusto. Ma questa storia dei comunicati, invero, mi catapulta dall’altra parte della barricata con gli addetti stampa. Tutto è irripitebile per l’emittente del comunicato, ossia l’azienda o il comitato organizzatore di turno, e al poverino che deve tradurre nere su bianco i deliri di onnipotenza di questo e di quello tocca pompare gli aggettivi e spacciare per straordinario quello che non lo è. La verità è che chi fa la comunicazione a volte deve combatetre un corpo a corpo con il “committente” per ricondurlo sulla retta via e per affermare al propria autonomia nella scrittura dei testi da diffondere. Non ne parliamo poi se il comittente si è convinto di capirne e pretende l’inserimento di virgolettati ampollosi e inconsistenti. Saltanto in agilità, poi, dall’altra parte, poi, c’è anche da dire che i giornalisti che si vedono arrivare decine e decine di comunicati tutti “che gridano” possono anche esserne forviati al punto da cestinare q

  2. (completo…) quelli più dimessi ed obiettivi. E’ un bene che porlifichino gli uffici stampa, che piccole aziende o manifestazioni, emergano dalla nebulosa degli sconosciuti epr approdare sui giornali o nel web , ma inevitabilmente non tutti possoon permettersi il meglio degli addetti stampa. Forse c’è un pò di improvvisazione ma per quello che so dalla mia modesta esperienza, c’è anche molto lavoro.
    Tagliando con il macete le fronde di un comunicato che tende all’esagerazione, qualche scoperta interessante si può sempre fare , non pensa? Saluti Monica

  3. Vabbene caro Franco,
    per una volta nella vita sarò buono. Non mi va di sparare sulla Croce Rossa. Cerchiamo di capirli, questi poveri ricchi. Ci hanno messo tutta la vita a racimolare qualche miliardo, vuoi togliergli la soddisfazione di farlo sapere in giro, permettendosi di assumere addetti stampa e di organizzare eventi? E che aggettivi volete che usino? Mica vorremo che sappiano distinguere tra una dichiarazione sensata e una vanagloriosa? O che sappiamo resistere alla tentazione di autocitarsi? Dai, non bisogna essere così severi.
    Anzi, diciamoci la verità: l’ampollosità, la mancanza di senso del ridicolo, l’idolatria dell’iperbole ci fanno anche un po’ sorridere. I gadget pacchiani, i cartoncini d’invito pesanti come codici miniati, le pr in minigonna e tacco a spillo uscire dritte dritte dalle facoltà di “Scienza della comunicazione”. Vacca boia, vi rendete conto? “Scienza della comunicazione: il massimo! L’inafferrabilità della facondia unita al rigore del sapere scientifico. Roba da far rincoglionire tanto il ragioniere che ha fatto fortuna quanto il bocconiano nato con la camicia.
    Una volta una di queste pr – giuro, è tutto vero – mi invitò a un “evento” organizzato a Milano, in via Omero: “Dottore – civettava al telefono – spero proprio di vederla. Lei sa dov’è via òmero, vero?”. Proprio così, disse: òmero, come l’osso, quello che nel gomito si articola con il radio e l’ulna. Come gli sarà venuto in mente di dire òmero? Ci ho pensato per anni senza trovar risposta. Possibile che, anche per sentito dire, non avesse mai orecchiato il nome del poeta, puranco senza sapere chi fosse? Possibile che il dubbio non gli sia mai venuto? O forse la signorina, certamente laureata con lode in marketing, ignorava anche l’esistenza della parola òmero e la pronunciò così, proparossitona, solo per deformazione professionale, vittima del solito grottesco americanismo che spinge qualcuno a dire bàule invece di baule, plas invece di plus, giunior invece di junior?
    Ecco, costei era il bifronte propotipo dell’estensore e del committente di certi ampollosi comunicati. Comunicati che risultano ampollosi perchè è inutile l’informazione che forniscono.
    E noi vogliamo prendercela con quei poverini che in fondo cercano di fare il loro lavoro? Gli sventurati signor Uffa? Ma via. limitiamoci a fare quello che abbiamo sempre fatto: sorridiamone, casomai compatendoli.
    Se proprio bisogna piangere, invece (e scusate se mi ripeto, visto che sull’argomento i miei strali li ho lanciati poco tempo fa proprio su questo blog), piangiamo di quei giornalisti o pseudotali che queli comunicati non solo li ricevono, ma soavemente li pubblicano, come se i giornali fossero un’ospitale bacheca di scempiaggini.
    Ecco, volevo essere buono e invece anche stavolta mi sono fatto prendere la mano. Quasi quasi ci scrivo su un comunicato.
    Ciao,

    Stefano

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