“Marchette” ? Macché, sono solo sinergie!

Ancora sul rapporto vino pubblicità. Non interessati astenersi.
Già divertito dalla vicenda advertising Maroni ho ricevuto oggi per posta (continuano a mandarmela  in abbonamento gratuito ed io continuo a divertirmi a sfogliarla e a sorridere) una rivista mensile, organo di un’associazione di categoria.
Grafica piacevole, belle fotografie, contenuto quello che è, ovvero le solite cose simpatico-inoffensive-oleografiche buone per tutti gli usi, che si fanno leggere senza impegno, che lasciano il tempo che trovano e che non fanno incazzare nessuno. Tantomeno quei numerosi inserzionisti pubblicitari che sembrano il vero target della rivista e sui quali si dà l’impressione di lavorare realizzando articoli (che a volte suonano anche come redazionali nemmeno tanto bene mascherati) che li compiacciano parlano delle loro attività o semplicemente citandoli.
Sull’ultimo numero della rivista, quello che mi è arrivato oggi, ho trovato uno splendido esempio di questo stile, sotto forma di una rubrica di vini, condotta dal direttore responsabile della pubblicazione, che presenta un’evidentissima trasparenza nella sua impostazione di fondo: parlare delle aziende che fanno pubblicità sulla rivista, gratificarle, convincerle, con questi chiari di luna, a rinnovare i contratti anche per il prossimo anno.
Sei i vini presentati, con tanto di note di degustazione e notizie tecniche, e tutti e sei i vini, scopertamente, senza nascondersi dietro ad un dito, riguardano aziende o società che compaiono come inserzionisti, con tanto di belle paginate pubblicitarie, sulla rivista.
Un uvaggio rosso friulano? Ecco la doppia pagina sull’azienda in seconda di copertina e nella pagina a fianco. Uno Chardonnay e un Lagrein dell’Alto Adige? Eccoli, ma subito “abbinati” ad un altro prodotto, un Gewürztraminer, al centro di una pagina pubblicitaria della stessa cantina, riportata 50 pagine prima.
Vogliamo poi rinunciare ad un vino campano e ad un Gewürztraminer tedesco? Non sia mai! L’importante è che siano “coperti” e lo sono prontamente, dalla pagina di pubblicità del grosso gruppo romagnolo che distribuisce o importa quei vini in Italia.
Resterebbe “scoperto” solo un vino, un rosso veneto, se non fosse che la notissima e potente azienda produttrice, veneta, è proprietaria di quel marchio i cui due vini altoatesini sono stati selezionati e garantiti dalla presenza del doveroso advertising.
Scandalizzarsi per questa cosa, mettere in croce la rivista? Niente affatto, ridiamoci su, ma senza dimenticare che larghissima parte delle riviste italiane oggi vengono confezionate in questo modo, rispondono a questo spirito del “do ut des”, tu dai la pubblicità a me ed io parlo (ovviamente bene) di te, e che quindi non solo l’inoffensiva rubrica di vini di cui sopra, ma una marea di articoli, soprattutto quando parlano di singole aziende, sono da prendere con beneficio d’inventario e con le pinze.
Perché potrebbero comprendere giudizi e valutazioni che non sono espressione di uno spirito critico, di un’analisi spassionata, di un plauso elargito grazie ad una qualità convincente, e ad una libera posizione di chi scrive, bensì di un molto meno poetico e più freddo contratto pubblicitario.
“Marchette” ? Suvvia, non chiamiamole così che è brutale, non suona  meglio chiamarle, con un linguaggio da market(t)ing, sinergie ?

Business is business e money, l’avevano detto anche i Pink Floyd, get away.
Ma non chiamiamola, per favore, informazione libera e autorevole, se non vogliamo prenderci in giro e pigliare per i fondelli chi ci legge…

0 pensieri su ““Marchette” ? Macché, sono solo sinergie!

  1. in effetti è un problema serio…da questo punto di vista FMR è a posto…e in effetti anche noi in AIS Toscana abbiamo scelto come prima cosa di NON accettare pubblicità di aziende vinicole. Facciamo redazionali, ovvio, ma è piuttosto chiaro che lo sono, mentre per il resto peschiamo a giro tra auto, moto, hotel e altro sempre interessati al vino e amanti del vino.
    Però non so quanto si possa generalizzare quando il numero delle copie si alza (noi siamo a 15mila)

  2. La moderna Cappuccetto Rosso, allevata a suon di canzoncine pubblicitarie, non ha nulla in contrario a lasciarsi mangiare dal lupo (M.McLuhan, The mechanical Bride).

    Personaggi e interpreti:

    Il lettore: crede, ciecamente crede, fideisticamente. Legge, ma non vede (la pubblicità 3 pagine dopo l’articolo). Fa proprio il contenuto del pezzo, che in realtà è un promoredazionale, che in realtà è stato confezionato da un Ufficio Stampa, che in realtà è pagato per scrivere “buonissimo, bravissimi, di più”.

    Il giornalista: quello che scrive articoli, che sono pubblicati su un giornale. Si distingue fra il giornalista che informa (pochi) e il giornalista che forma (molti). I pochi sono quelli che scrivono : “Mah sì, va be’, buonissimo, bravissimi, di più, però se è una mezza tacca, è una mezza tacca, diciamolo”. I molti sono quelli che, prima del buonissimo, aggiungono quell'”eccezionale”, sfuggito per dimenticanza o pudore all’Ufficio Stampa. Formano il pensiero del lettore, del mercato, del cliente.

    L’editore: è quello che investe soldi in un’impresa editoriale. E anche quello che li prende.

    L’etica: panem et circenses.

    Colui che paga: singola Azienda, gruppo di Aziende, Azienda delle Aziende, Azienda frattale. Sa che Cappuccetto Rosso abbraccerà il lupo, incontrandolo nel bosco, purché l’animaletto si presenti fischiettando un allegro motivetto. Ma per fischiettare occorre avere la pancia piena e Colui Che Paga lo sa.

    La trama: si sa.

    Il finale: pure.

    L’alternativa: rinunciando a sperare nell’alzata di scudi di chi non ha nemmeno l’elmo (il lettore, il giornalista, l’editore), resta “Colui che paga”, ultima spe. Che potrebbe un bel giorno dire: “Siccome il mio vino è buono, che me frega di pagare 100 Euro o 10.000 Euro per far scrivere a qualcuno che il mio vino è buono? E pagare un Art Director per una pagina grafica (da infilare 3 pagine dopo l’articolo), con un coccodrillo spalamato d’argento, in tutù color vinaccia, piroettante fra un paio di mangrovie, calice in zampa, che dica ‘Lo bevo e non mi pento’? Lo scrivano se vogliono, che è buono, se non vogliono, a me fa fresco all’ala”.

    Scenario futuribile: le 400 testate italiane dedicate al vino e alla tipicità (oh, le mot qui est mon amour!) cartacee, on line, extra line e compagnia cantando, per continuare ad occuparsi di vino e di tipicità (smack, smack!), dovrebbero poter tornare a informare, assente lo sponsor.
    Magari da 400 diventerebbero 4. Forse 2. Forse 1?

    Scenario fattibile: tutto ciò, non accadrà.

    Many Kisses!
    Brisco.La

  3. Briscola sei un mito. Hai zittito tutti. Bellissimo intervento.
    Non sto scherzando. Il giusto equilibrio, il giusto umorismo, una perfetta e un po’ cinica (evviva) visione della reale realtà. Complimenti.

  4. Caro Franco,
    sai che sono uno sporadico frequentatore di blog e che, le rare volte che ne frequento uno (ad esempio il tuo), devo sempre mordermi la lingua, pardon le dita, per non gettarmi in repliche infarcite dei miei purtroppo noti eccessi verbali.
    Ma qui – dove arrivo con puntuale ritardo – proprio non resisto perchè si entra in uno dei miei campi prediletti, quelli che mi fanno saltare la mosca al naso, mi infervorano e, ovviamente mi fanno arrabbiare (eufemismo).
    E allora, vabbene, la dico tutta, brutale, esattamente come la penso, sebbene consapevole di farmi così molti nemici, di deludere molti amici, di apparire volgare, snob, qualunquista, eccetera eccetera.
    Dunque: per quali caratteristiche professionali, per quali evidenze si dovrebbero definire giornalisti i molti che, poveracci, riempiono per poca o punta mercede e con poca o punta dignità le centinaia di inutili quando non dannose pagine “enogastronomiche” (ma, credimi, cambiando settore il prodotto rimarrebbe lo stesso) mensilmente pubblicate in Italia, cartacee o telematiche o radiotelevisive che siano? Vogliamo davvero scherzare? Dove sono i requisiti di base del giornalismo? Dove, in questa attività, le parvenze della professionalità?
    Forse nella risibile qualifica di “giornalista” attribuita o attribuibile a chi, redatti cinquanta articoletti per altrettanto risibili e spesso falsi compensi, ha acceduto al famigerato “tesserino”? Ma per favore, questa è un’ipocrisia tutta italiana. Costoro, iscritti o meno che siano all’OdG, elenco pubblicisti (o, peggio, prefessionisti), NON sono per ciò solo considerabili giornalisti. Perchè? Perchè, e qui si passa al punto 2, non garantiscono NESSUNO dei pilastri della pur minimale deontologia giornalistica che, essendo appunto una deontologia, dovrebbe essere costitutiva e inderogabile della figura del giornalista medesimo. Sono forse INDIPENDENTI? Ma dove… Al contrario, sono ricattati, ricattabili, collusi, fanno finta di niente, si turano montanellianamente il naso, insomma sono perfettamente consapevoli di far un lavoro non giornalistico. Dunque perchè dovremmo considerarli giornalisti e dargli l’onore di trattarli da tali? Forse lo sono formalmente, ma non lo sono nella sostanza. E allora non curiamoci di loro ma, senza neanche guardare, passiamo oltre.

    Ha senso, voglio dire, accapigliarsi a commentare quest’effluvio? Scrivono la VERITA’? Sì, certo, quella di chi li paga per scriverla (in fondo come dargli torto? E’ un lavoro come un altro). Ma questo, torno a dire, NON è giornalismo.
    Sia chiaro, non ho intenzione di fare la verginella o il talebano, nulla di personale poi verso nessuno, capisco benissimo che tutti dobbiamo campare, che tutti teniamo famiglia, ok. Ma che bisogno c’è di ammantarsi da giornalisti per fare un lavoro schifoso come tanti altri e che di giornalistico non ha nulla? Fallo e basta. E lascia stare la magica parolina. E invece no. Pare che fare marchette da giornalista ti ripulisca la coscienza. Ti giustifichi in qualche modo. Ti faccia da foglia di fico (nessuno sembra comprendere che dovrebbe essere esattamente il contrario) alle vergogne.
    Ma li hai visti ad esempio (domanda retorica: lo so benissimo che li hai visti) i “colleghi” che frequentano le anteprime dei vini? Dio ce ne scampi e liberi, un campionario trasversale di macilenta umanità: gli specialisti, i cronisti, gli aspiranti, i discenti, gli apprendisti, gli imbucati, i sedicenti, i giornalisti/pr, i pr/giornalisti, i pr e basta, i nulla-ma-intanto-ci-sono, i dilettanti, i dopolavoristi, i finti professionisti, gli enologi che si fingono giornalisti, i blogger, i comunicatori, gli addetti stampa, le spie, i cospiratori, i collezionisti di gadget e via dicendo. Quanti di costoro, attingendo da ognuna delle menzionate sottocategorie, secondo te hanno una pallida idea di quello che fanno e del perchè lo fanno, delle differenze tra un tipo e l’altro, tra informazione e pubblicità, tra giornalismo e comunicazione, tra professione e dilettantismo? Forse il 5%? Forse il 3%?
    E noi stiamo ancora qui a commentare la “cacata carta” (citazione catulliana) che circola a proposito del vino, i bollettini, i siti?
    Dai Franco, diciamolo: bisognerebbe solo, visto che non si può proibirlo o impedirlo, ignorare tutto questo. Non vale neanche la pena di perdere tempo a fustigare il fenomeno.
    Mi rifiuto di considerare colleghi moltissima di questa gente che fa un lavoro a volte onesto, serio, faticoso, rispettabile, ma DIVERSO dal mio. Gente che, se non mi toglie il saluto per quello che sto scrivendo, continuerà a restare sinceramente amica. Ma restando ognuno al suo posto.
    Todos caballeros? Eh no! Perchè fingere che non ci siano differenze? Che non tutti siamo uguali? Che tra fare un lavoro in un modo o farlo in un altro ci sono diversità abissali?
    Basta. Non scriverò più. Scenderò nel gorgo (del vino) muto. Almeno fino alla prossima incazzatura.
    Ciao e a presto,

    Stefano

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