Picolit: proponiamolo anche a tavola, ma è “meditandolo” che conquista

Rimandando alla lettura delle mie riflessioni su luci e ombre del “fenomeno Picolit”, nate dalla recente partecipazione alla rassegna Picolit en primeur, voglio cogliere un aspetto che nell’ampio articolo, pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S., non ho sviluppato come avrei voluto. Mi riferisco al tentativo, suggerito da Walter Filiputti, uno dei consiglieri e referenti del Consorzio Colli Orientali del Friuli nell’organizzare questo primo summit dedicato al più enigmatico dei vini friulani, di far scendere il vino dall’Olimpo dei vini da “semel in anno” per portarlo, non solo metaforicamente, sulla tavola.
Filiputti, che questo vino conosce come pochi, avendolo studiato, lungamente frequentato e addirittura prodotto, durante la sua gestione dell’azienda agricola dell’Abbazia di Rosazzo, ritiene che si stia commettendo “l’errore di ridurre il Picolit a solo “vino da meditazione”, a vino da preziose e quindi rare occasioni, confinandolo nel limbo dei vini dagli abbinamenti “impossibili”.
Sarebbe una bella idea, a suo dire, trovare il modo di farlo bere a tavola (ma quale tipologia di Picolit, quello varietale, appassito, o botritizzato, quello da 15 o da 300 grammi litro di zucchero residuo?); un’idea condivisibile, purché questo lodevole sforzo di “popolarizzazione”, non facile del resto vista la produzione limitata ed i prezzi elevati di larga parte dei Picolit in commercio, non passi attraverso forzature, come quelle fatte con evidenti intenti didascalici nel corso delle due cene tematiche dedicate al vino cui i giornalisti invitati a Picolit en primeur hanno partecipato.
Capisco benissimo la volontà di rompere lo schema obbligato Picolit vino “da meditazione”, come lo definiva Veronelli, che di lui diceva anche che “Il Picolit è per l’Italia ciò che lo Château d’Yquem è per la Francia”, oppure da abbinamento a quelle poche, squisite cose, su cui si esalta, come il fegato grasso d’oca, oppure i formaggi erborinati (scordatevi la folle idea di abbinarlo ai dolci!), ma riesce davvero difficile, al di là del divertissiment e della simpatica “provocazione” che le due cene hanno voluto innescare, pensare che si possa proporre una via gastronomica al Picolit partendo dalle proposte, stuzzicanti, curiose, qualitativamente impeccabili in sé, fatte nel corso delle due cene di cui Filiputti è stato il regista.
Perché un conto è la dimostrazione, il gioco… pour épater les dégustateurs, con una cena interamente a base di Picolit quale filo rosso vinoso, scandita da Ostriche e tartufi di mare, uno spettacolare fegato grasso d’oca marinato (alcuni giorni) nel Picolit, da uno “Zuf” di zucca e tartufo, da elaboratissimi “cjarsons” dolci della festa di S. Osvaldo di Sauris, dalla quaglia ripiena di foie gras, dal tortino di castagne con salsa ai cachi vanigliati, oppure, la sera precedente, con piatti quali animelle in crosta con yogurt speziato, minestra (buonissima) di mele, pere e susine, paté e “marcundele” al Picolit.
E un conto, invece, scendendo dalle astrali divagazioni d’artista, dalle accademiche provocazioni, che hanno divertito-fatto discutere-annoiato, convinto o sconcertato i partecipanti ai conviviali consessi, è misurarsi con la realtà quotidiana delle cose, dove occorre mantenere i piedi ben saldi per terra, e di fronte ad un vino tanto prezioso, dal passato leggendario, ma che deve ancora scegliere una ben precisa identità e decidere cosa fare ora che alla Doc si è aggiunta una G, non ci si può permettere di compiere errori. Fosse pure quello, in fondo perdonabile, perché fatto “per amore”, di “banalizzare” e rendere più umano, mediante accostamenti meno preziosi, a tavola, il vino.
A quali piatti della cucina non creativa, non immaginifica come quella dei cuochi stellati, ma quotidiana, normale, non solo quella del Friuli Venezia Giulia, ma di altre regioni, è possibile pensare di abbinare convenientemente, rispettando le caratteristiche e le attitudini del vino (e dei cibi cui venga accostato), il Picolit ? Ben pochi, temo.
Pertanto, delegando ai sommelier e ai ristoratori di buona volontà l’arduo compito di individuare occasioni di proposta, soprattutto al bicchiere, e accostamenti giudiziosi ma non arzigogolati, credo che la vecchia formula del vino da fegato grasso o da formaggi erborinati, con qualche divagazione possibile, ma limitata, nel campo dei crostacei e forse, ma ho molti dubbi, della pasticceria secca, sia quella tuttora valida.
Sono convinto che se davvero si vuole rispettare il vino e mantenere fede a quella acutissima osservazione dello stesso Filiputti secondo la quale “se il Picolit non trasmette emozioni non va bene, perché deve entrare nell’anima del consumatore”, la vecchia, geniale, intuizione e non solo lessicale di Gino Veronelli del Picolit quale “vino da meditazione” per eccellenza, da centellinare, auscultare, osservare, rimirare, delibare in assoluta solitudine sia tuttora vincente. Anzi, insuperabile e maestra, perché è la “meditazione” del Picolit l’enoico destino

0 pensieri su “Picolit: proponiamolo anche a tavola, ma è “meditandolo” che conquista

  1. Un bel commento, che completa l’articolo su De Vinis Online e che sarà certamente utile agli organizzatori dell’Evento sul Picolit per mettere a fuoco le giuste strategie di posizionamento e di comunicazione di questo formidabile campione della nostra enologia.
    Sperando però che, come accade troppo spesso, ognuno non faccia di testa sua, dimenticando, come scrive Franco, ” la realtà quotidiana delle cose, dove occorre mantenere i piedi ben saldi per terra “.

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