Tu chiamale, se vuoi, sinergie… Del ménage à deux Slow Food – Gruppo Italiano Vini

I buonisti, che abbondano nel mondo dei blog e dell’informazione sul vino (c’è chi ha scritto “schivare la polemica, soprattutto nel mondo dei blog è ormai uno sport che richiede agonismo, non c’è dubbio”) ed i giustificazionisti di ogni tipo, che non mancano anche tra i lettori di Vino al Vino, sicuramente diranno che si tratta solo di sinergie e di virtuose collaborazioni.
Io, invece, come ho già fatto più volte (qui e qui) riferendomi in particolare alla situazione valtellinese, preferisco invece pensare ad un “ménage à deux”.
Sto parlando, ultimo episodio di una serie che testimonia la corrispondenza… d’amorosi sensi tra la golosa associazione di Bra e il più grande, ricco e potente produttore di vino italiano, il Gruppo Italiano Vini, di un singolare episodio che si è verificato lunedì 8 ottobre a Modena presso Modena Fiere, nell’ambito della prima edizione di Gusto Balsamico, rassegna degli aceti del mondo e dell’agrodolce.
Ieri veniva presentata l’edizione 2008 della celebre guida Osterie d’Italia – Sussidiario del mangiarbere all’italiana di Slow Food Editore, disponibile in libreria dal 10 ottobre, e presenti l’onnipresente immaginifico Carlin Petrini e la curatrice della guida, Paola Gho, sono stati premiati i 210 locali insigniti del simbolo della chiocciola, “per l’ambiente, la cucina, l’accoglienza in sintonia con la filosofia Slow Food”.
Alla premiazione, come nella migliore delle tradizioni, ha fatto seguito un pranzo, con un menu, molto autoctono, che prevedeva:
tortellini in brodo di cappone;
tagliatelle al ragù;
e di secondo, a quanto siamo venuti a sapere, carne tipo “svizzera”, con zucchine ripiene e polpettine al sugo.
Benissimo, volete sapere che vini abbiano scelto di abbinare a questo pranzo casalingo ed emiliano i “sapienti” signori della Chiocciola ? Sangiovese di Romagna ? Manco per niente. Lambrusco ? Non se ne parla nemmeno.
La bella pensata, ecco il ménage à deux, pardon, le “sinergie” di cui parlavo in apertura, è stata quella di prevedere, secondo i desiderata dell’azienda sponsor del pranzo e della premiazione, che evidentemente deve far conoscere questa azienda (di cui nel sito Internet non si parla, essendo ancora “sezione in allestimento”) l’abbinamento, “azzeccatissimo”, ai vini della tenuta salentina Castello Monaci tenuta pugliese proprietà del G.I.V.
Così, con i tortellini in brodo ecco il Campure metrano un rosso a base Negroamaro e Merlot, con le tagliatelle al ragù il Meridio, un Primitivo con Cabernet, con la svizzera, zucchina ripiena e polpettine al sugo il Medos, una Malvasia nera e l’Aiace 2003, un mix Negroamaro 80% e Malvasia nera 20% affinato 24 mesi in barrique.
E dire che nel corso della conferenza il guru Petrini aveva raccomandato agli osti premiati di non far viaggiare la merce inutilmente lungo la nostra penisola…
Domanda: ma sarebbe stato troppo banale per la sapienza golosa di Carlin & compagni trovare un vino emiliano o romagnolo (magari delle Cantine Riunite) da accostare al menù o piuttosto, in barba alle più elementari norme di un corretto abbinamento cibo – vino, era più importante, invece, compiacere gli amici – fresco “tre bicchieri” l’
Artas 2005 Castello Monaci – di quel Gruppo Italiano Vini già abbonato al premio con gli Sfursat della Nino Negri? E come avrebbero giudicato gli “ispettori” della guida un simile assurdo abbinamento proposto da un’osteria dove fossero capitati in visita?
Domanda retorica: trattandosi del Gruppo Italiano Vini, quello che ottiene dal Ministero delle Risorse Agricole e Forestali, la riesumazione delle Partecipazioni Statali, l’avrebbero trovato in perfetta “sintonia con la filosofia Slow Food”, ça va sans dire…

4 pensieri su “Tu chiamale, se vuoi, sinergie… Del ménage à deux Slow Food – Gruppo Italiano Vini

  1. Sciùr Franco, ma ancora si stupisce? G.I.V. é sponsor e quindi i vini li fornisce GRATIS, parola magica che in Italia piace a molti, soprattutto a Slowfood ed a LegaCoop. Quei cibi non sono ben abbinabili con quei vini? Ma loro li abbinano lo stesso e ce la raccontano che va bene così, tanto il consumatore é imbecille nonché pecora perché si autotassa per finanziare con le tessere i loro interessi. Ca va sans dire…

  2. Ieri il ministro era impegnato in comparsate varie. Anche a Milano, dicono in notevole ritardo, alla prima uscita ufficiale della Worldwide Sommelier Association. Ma lui si é visto, mentre il Sindaco Moratti pare di no…

  3. Sotto l’ombra di possenti fichi d’India dell’Etna, si riunì il nobile consesso. Ciascun nobile, con il suo blasonato patronimico. Spiccava, tra gli altri, il primo stato, quello dei prosciutti: il Marchese Prosciutto di Carpegna, il Conte Prosciutto di Modena, il Duca Prosciutto di Parma, il Principe Prosciutto di San Daniele, il Plenipotenziario Prosciutto Toscano e il Cavalier Prosciutto di Veneto Berico Euganeo. Nel parterre de roi, attendevano in silenzio altri figuri di sangue blu, tra i quali si distinguevano Madama Oliva La Bella della Daunia e Don Capocollo di Calabria. “Orsù – proruppe in incipit il cerimoniere ufficiale, Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese Nocerino, anch’egli di gentile blasone – diamo avvio alla journée d’étude. Pare, si rumoreggia, si dice, si sussurra, che a taluni, ma pochi, dia fastidio la tipicità”. Un “ohhhhhhhhhhhh” di disappunto si levò dalla sala. “Vi prego di contenere le vostre esternazioni, miei nobili amici, senza scordare il vostro alto rango”, riprese il cerimoniere. “Ora illustrerò a voi tutti le ragioni della querelle – proseguì con tono deciso Pomodoro San Marzano dell’Agro Senese Nocerino -. Pare che il popolo di umani…”. Il cerimoniere dovette interrompersi e attendere che il consesso nobiliare si riprendesse dal disagio creato dalle ultime parole da lui pronunciate. “Sono consapevole quanto voi – continuò, ottenuto il silenzio – della gravità di quanto detto. Ho detto ‘popolo’, ebbene, sì. Sono costretto a dirlo, sebben mi ripugni. Ho detto ‘popolo’ e mi riferisco a… – e qui Pomodoro fece una pausa di suspense, si schiarì la voce, si levò in piedi e tuonò – … a quanti non son disposti a ossequiare e venerare la differenza fra salame del qui e salame del là, limone del giù e limone del su, cipolla di manca e cipolla di dritta, caciotta dell’hic e caciotta dell’hoc, salsiccia dell’ora e salsiccia del prima!”. Madama Oliva La Bella della Daunia ebbe un accenno di svenimento, immediatamente soccorsa dal valletto Aceto Balsamico di Modena. “E’ chiaro invece a noi tutti che ogni luogo ha la sua tipicità, che va riconosciuta, finanziata, valorizzata e pagata, sì, signori, pagata sottolineo, perché la patata di rango non è un caso, né lo è la gallina nata da uova auliche o il maiale scaturito da nobili lombi”. L’applauso scattò spontaneo. “E aggiungo: vero è che, per fortuna, non esiste paese o villaggio che non abbia la sua tipicità, cosa che ci aggrada e che ancor più ci rincuorerebbe se ogni frazione, che dico… ogni casa, ogni alloggio di ogni condominio, avesse la propria! E saremmo orgogliosi se i pasti, cucinati con le tipicità, raddoppiassero, meglio, triplicassero, oppure, centuplicassero il loro costo!”. Il pubblico sollevò le braccia e una ola partì nel parterre. “Prendo atto della vostra condivisione del mio pensiero – proseguì Pomodoro – e vorrei prendeste voi atto che, negli ultimi anni, vari umani ci hanno sostenuto in questo, inventando migliaia di micro e macro iniziative, una per ogni paese, talora più iniziative nello stesso paese, nella stessa piazza, nella stessa sera, nella stessa ora. Evviva!”. Di nuovo scattò l’applauso. “Ma – e il tono si fece solenne – qualcuno ora insinua il dubbio che le tipicità siano troppe, che un po’ ovunque in Italia, ad esempio, si faccia il pane! A voi risulta?”. La folla urlò all’unisono: “No!”. “Qualcuno – continuò Pomodoro – sostiene, mi spiace dovervelo riferire e far nomi, ma la causa lo esige – che il tartufo sia un tubero, un tu – be – ro!, il cui prezzo raggiunto è in – giu – sti – fi – ca – to!”. Alcuni nobili piemontesi abbandonarono la sala. “Vi prego, rincorrete gli amici sabaudi e riportateli a noi – chiese Pomodoro -. Nel loro caso, ad esempio, gli umani danno man forte: alle loro fiere di promozione, gli adulti pagano l’ingresso ma i bambini sotto i 12 anni, che son come si sa i più forti acquirenti e consumatori di tartufi, entrano gratis!”. “Bravi, bravi gli organizzatori!”, urlò la folla. Il Pomodoro proseguì: “Dobbiamo armarci, difendere il nostro rango e il nostro ruolo. C’è chi organizza tornei e concerti, balli in piazza, cene da non meno di 300 euro procapite pur di sostenerci…Non possiamo deluderli. Resistiamo, noi che siamo la roccaforte del meglio del meglio del meglio. Resistiamo anche verso i parvenus, le tipicità dell’ultima ora, che vivono parassite del nostro successo, borghesi arrivati, anguille delle Alpi, fonduta del Golfo di Taranto, cappero del Monte Bianco, cinta di Misterbianco! Noi costiamo perché valiamo!”. Uno scrosciante applauso terminò il consesso.
    Fuori iniziava a piovere, sebbene fosse luglio, un 14 luglio.

    Many kisses!
    Brisco.La

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