Chianti Rufina: ansie da prestazione e diplomi maroniani alle pareti

Non disponevo ancora di questa eloquente foto, opera del simpatico Rocco “tarocco” Lettieri, quando scrissi al volo sabato scorso, appena rientrato dalla Toscana e in partenza per il mio fantastico Slovenia (non Slow-enia, please!) wine tour, queste ironiche riflessioni (leggi) relative al mio incontro con il wine guru del vino frutto che frutta in occasione della degustazione di Chianti Rufina.
I vini di oggi, annata 2006 e riserva 2005, ed i vini d’antan, dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, che soprattutto grazie ai vini più “agé” hanno vinto nettamente il confronto, mostrando quelle doti di eleganza, quella raffinatezza aromatica del Sangiovese, quella fragranza croccante e quella gioiosa facilità di beva, che rendono unico e speciale questo esponente della popolosa famiglia del Chianti.
Avendola ricevuta oggi ve la propongo ora, per ridere, suvvia!, per testimoniare, anche con un’immagine, la mia perplessità ed il mio stupore (un’ideale didascalia-fumetto reciterebbe “ma dai, non saremo mica su Scherzi a parte?”…) la mia siderale lontananza da certi vini, e non solo quelli paradossali della Fattoria di Basciano, ma anche quelli targati Marchesi de’ Frescobaldi, proposti in degustazione.
Di Chianti Rufina e di questo wine tasting molto interessante e istruttivo, da molti punti di vista, conto di parlare presto in un articolo che pubblicherò in settimana nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S.
Nell’attesa, per capire come siano andati i vini attualmente o prossimamente in commercio, vi consiglio di leggere attentamente, su LaVINIum, l’ottimo articolo (leggi) del sempre bravo e puntuale Alessandro Franceschini (a mio avviso, e non mi fa assolutamente velo l’amicizia, una delle firme emergenti del mondo della scrittura sul vino in Italia), che racconta e commenta, vino per vino, i 27 campioni che ci sono stati proposti.
Per poi passare da Internet alla carta stampata, segnalo poi all’attenzione, ripetendo anche per lui quello che ho scritto per Alessandro, l’ottimo reportage, intitolato Rufina: il Chianti non Chianti, che Francesco Falcone ha realizzato, distribuendolo su nove pagine, per l’ultimo numero, il 15, della newsletter bimestrale indipendente Enogea, ovvero il pensiero vinoso del Masna, ovvero Alessandro Masnaghetti.
Un articolo che si propone come un contributo di riferimento per chiunque oggi voglia indagare il continente Rufina, con una sola, non so se involontaria, pecca. Parlo della frase laddove Falcone testualmente scrive: “Mi sono divertito perché l’aria è salubre. Perciò niente prime donne, niente hostess che ti accolgono come uno scolaro in visita al museo, nessun diploma di Luca Maroni alle pareti, nessuna ansia da prestazione”.
Sottoscrivo, Lucia Boarini, come efficiente e simpatica addetta stampa del Consorzio Chianti Rufina, non ha nulla, tranne il fascino, della hostess, l’aria della Rufina è splendida, si mangia benissimo (vi consiglio una visita alla Macelleria Zagli di via Piave 16 tel. 055 8399353: un vero paradiso per i carnivori!), ma qualche ansia da prestazione in stile body building e vini muscolari non manca.
Quanto a L.M., beh diciamo che alla Rufina qualche produttore (e magari anche il Consorzio…) non si accontenta di appendere alla parete, in cantina, il diploma di partecipazione a suoi corsi o a sue iniziative, ma con il teorico del vino frutto (che frutta e fa fruttare) diciamo che intrattiene un dialogo cheek to cheek, ovviamente in un clima di corrispondenza d’amorosi sensi.
Dovevi vederlo, caro Francesco, come si aggirava sicuro di sé e a proprio agio, il nostro, presso la Villa Poggioreale! E come metteva a frutto, ma davvero!, la propria presenza…

0 pensieri su “Chianti Rufina: ansie da prestazione e diplomi maroniani alle pareti

  1. Oddio, Franco, oddio…. diplomi di partecipazione.. Io devo essere veramente un pirla fuori dal mondo, altro che un “parsifaliano puro folle” come mi definisti.
    Ma passiamo alla foto: che sei te quello? Non che ti pensassi serioso, questo no, ma nemmeno cosi’ goliardone :-))
    In ultimissimo: ma perche’? perche’? perche’? si continua a chiamare “Chianti” un vino che col Chianti ha in comune solo una parola scritta su un decreto ministeriale? solo perche’ cosi’ recita la DOCG relativa? Chiedo a tutti, a Franco e al “popolo” dei suoi lettori e commentatori: cosa e’ per voi “Chianti”? Un vino? O un territorio? E se fosse la prima che ho detto: un vino definito come? Non certo da uno stile, non certo da un uvaggio… allora da cosa? Da un pezzo di carta della camera di commercio? Please, please, please, gimme an answer..

  2. caro Filippo, finché quel vino che siamo soliti definire Chianti Rufina si chiamerà così, continuerò a chiamarlo in questo modo: come dovrei chiamarlo diversamente? Ti sta bene solo Rufina? A me l’ipotesi, alla francese, non dispiacerebbe, Ma i produttori locali non accettano la proposta, lanciata da Gigi Brozzoni durante il dibattito seguito alla degustazione, di chiamarsi solo Rufina, perché al nome Chianti non vogliono assolutamente rinunciare. Hanno ragione, sbagliano, fanno una valutazione di breve respiro? Non so, ma le cose stanno così e quindi sempre di Chianti Rufina, scrivendone, dovrò parlare, non ti adontare… 🙂

  3. Lo so, Franco, che “hai le mani legate”, e che non hai colpa. Ma il mio piu’ che un adontarmi e’ un “raising the awareness”: perche’ lor signori produttori al nome Chianti non vogliono rinunciare? Mi aspetto diano una risposta piu’ degna del solo “perche’ il nome Chianti vende bene”. Lo scandalo di un vino chiamato Chianti in un comprensorio di produzione grande molte volte l’estensione del vero territorio del Chianti fu motivato, ai tempi del nefasto provvedimento del 1932, col fatto che al nome Chianti veniva associato un vino mediocre, di facile vendita, eccetera eccetera. Inoltre erano i tempi del dopo filossera, con un volume di prodotto da far corrispondere alla domanda, che risentiva di quella crisi. Ma oggi? Oggi che al “nome Chianti” non viene piu’ fatto corrispondere un vino mediocre? Oggi che siamo ampiamente oltre la crisi produttiva determinata dalla crisi fillosserica (e anche da quella -sociale- del disfacimento della mezzadria)? Ora che addirittura non corrisponde piu’, a tal nome, uno stile univoco? Che non corrisponde piu’ neppure un uvaggio (si va dal 100% sangiovese all’80% sangiovese e 20% cabernet sauvignon, all’85% sangiovese e 15% canaiolo…)? Cosa determina la “chiantitudine”? Perche’ un vino rosso prodotto nella zona determinata per decreto merita il nome Chianti (anche se dista dal Chianti molte lunghezze) mentre un altro rosso (per esempio il mio, va’..) prodotto nel cuore del Chianti deve scrivere a caratteri opportunamente ridotti l’indirizzo di casa per il fatto di mancare dell’investitura metafisica che lo renda “Chianti”?
    Io lo so che non hai altra scelta che continuare a usare il nome che la legge garantisce a lor signori. Ma io, con la figura retorica di rivolgermi a te, mi rivolgo invece ai tuoi tanti lettori (che so dotati di spirito critico, oltre che di spirito libero). Ma soprattutto ai tanti produttori di vino marchiato Chianti e prodotto in zone che col Chianti non hanno mai avuto nulla a che spartire: Onorevoli signori! Capisco che dobbiamo tutti arrivare alla fine del mese. Ma domando a voi, appellandomi al senso dell’onore che spero abbiate: con quale faccia usurpate da decenni un nome che sapete non appartenervi? Pensate che possa bastare l’esigenza di vendere? E di vendere al prezzo che questo nome vi permette? Con quale faccia? Questa la mia domanda. Solo questa.

  4. @ Filippo Cintolesi: una volta sulle retroetichette del Chianti Rufina c’éra una piccola cartina dell’ Italia e della Toscana con la Rufina evidenziata in rosso e la dicitura “Solo il 5% di tutto il Chianti proviene dalla Rufina” O era solo nelle retroetichette della Spalletti, non ricordo bene.

    Comunque era questa una scelta – secondo me molto saggia – per informare il consumatore estero e magari anche quello italiano. Prendendo per buone la tua analisi e la tua critica, tu cosa proporresti di nome, per l’ una e per l’ altro ? e come confini “pratici” ?

  5. @Carlo Merolli: secondo me quella di dire che solo il 5% di tutto il Chianti proviene dalla Rufina e’ una scelta, se mi si passa il termine, paracula. Un modo di rovesciare completamente la frittata, facendo passare per nicchia delle nicchie del Chianti quello che e’ un territorio, vocato quanto si vuole al vino (e io sono il primo a sostenerlo), ma che dal Chianti e’ distante parecchi chilometri.
    La mia posizione non oso dire “e’ nota”, visto che io sono un Carneade qualunque, ma diciamo che l’ho esposta piu’ volte. Mi fa piacere poterla ribadire: fra denominazione di un vino (di qualunque prodotto, in realta’) e territorio deve esserci una corrispondenza rigorosa e cristallina. Cosa vuoi che proponga come denominazione per l’una (la Rufina) e per l’altro (il Chianti)? Semplicemente i loro nomi: Rufina e Chianti. Come confini pratici per la Rufina lascio agli abitanti della Rufina deciderlo, anche se un po’ di analisi storica male non fa mai. Come confine (praticissimo) per il Chianti: i confini del territorio che per cinque secoli di vita della Lega di Chianti ha avuto questo nome, quello dei tre comuni di Gaiole, Radda e Castellina.
    That’s it.
    Dopo tutto, cosa si dice in quel famoso (ma mai citato alla lettera) bando del 1716 a proposito del vino Chianti? Ecco cosa, posso citarlo a memoria: “per il Chianti e’ restato determinato sia: dallo Spedaluzzo fino a Greve, di li’ a Panzano con tutta la Potesteria di Radda che contiene tre Terzi, cioe’ Radda, Gajole e Castellina, arrivando fino al confine dello Stato di Siena”.
    Cosa sarebbe quella “Potesteria di Radda che contiene tre Terzi, cioe’ Radda, Gajole e Castellina, arrivando fino al confine dello Stato di Siena”? Cos’altro e’ se non il territorio della Lega di Chianti? E perche’ non viene nominata, pur citandola, tenendo conto che tale lega esisteva ancora ai tempi del bando? Perche’ ovviamente diventava alquanto imbarazzante “determinare sia” che il Chianti si produce…nel Chianti e in un’altra porzione di territorio grevigiano. Quel Bando, voluto far passare per una zonazione ante litteram a tutela del vino del Chianti, e’ in realta’ il primo tentativo documentato di usurpazione del nome del Chianti per scopi commerciali.

  6. Filippo, ce la farete, voi toscani, a convincere i politici locali di modificare la docg?
    Fuori tutti, meno quelli residenti nell’attuale chianti classico.
    Io ve lo auguro, ma ho seri dubbi…

  7. Paolo, first of all chiarisco meglio il merito della mia opinione: fuori tutti, inclusa meta’ della zona dell’attuale Chianti Classico (comune di Greve, e parti dei comuni di Castelnuovo Berardenga, Tavarnelle Val di Pesa, Barberino Val d’Elsa, San Casciano Val di Pesa).
    Poi: ce la faremo? Staremo a vedere. Intanto sappiano le parti in causa che non ci arrenderemo mai. E soprattutto che e’ finita la stagione della quiescienza chiantigiana. Continueranno a vendere Chianti in ogni settore (ricezione turistica, ristorazione, beni di consumo vari…) ma lo faranno in presenza del dissenso dei chiantigiani da qui in avanti. Le varie “porte del Chianti” disseminate qua e la’ avranno un po’ di conti in piu’ da fare, questa volta includendo l’oste. C’e’ un regolamento CEE recentemente varato (quello sull’uso delle denominazioni d’origine nei prodotti agroalimentari, eccetto il settore vitivinicolo) che e’ una spada di Damocle sul collo di tutti gli usurpatori del nome. Alla lunga, ANCHE di quelli del settore vitivinicolo, ritengo.

  8. Sono pienamente d’accordo, Filippo, col taglio “radicale”, ma ho seri dubbi sulla volontà e sui tempi, che purtroppo e ripeto purtroppo, sono gestiti dalla politica. Anch’io vorrei che dal 2008 molti colli perdessero la fascetta rosa, come vorrei che si smettesse di fare il morellino col cabernet in purezza, piantare il gewurztraminer a S.Gimignano e tante altre assurdità che hanno reso molti produttori toscani e soprattutto quelli non toscani d’origine, simili più a dei pagliacci che a dei seri e responsabili viticoltori. Sarei anche più propenso ad aprire una commissione d’assaggio della docga Berlino, che casserebbe i vini fatti con l’acqua dell’Arno invece che con l’uva, piuttosto che tenere in piedi quella della camera di commercio di Firenze, la quale, vedendo i risultati di quello che c’é sul mercato(bottiglie docg a 1,90 nella GDO), certo non brilla!
    Ma io e lei più tanti altri possiamo farlo?

  9. @Filippo,” fra denominazione di un vino (di qualunque prodotto, in realta’) e territorio deve esserci una corrispondenza rigorosa e cristallina”- credo molto più sfumato nella realtà dei fatti. Prendiamo ad esempio la Borgogna ed il Bordolese: nel primo caso c’è un territorio zonato fino all’inverosimile dove i vitigni esprimono il terroir direttamente con la voce del luogo di coltivazione che viene riportato in etichetta ,nel secondo caso è l’azienda o Chateau stessa ad essere investita da una classificazione che viene estesa a tutti i suoi territori e di conseguenza ai suoi vini. Nelle Langhe sicuramente sia per il monovitigno sia per soluzioni di continuità delle zone di coltivazione abbiamo una situazione assimilabile alla situazione della Borgogna sia pure senza ufficiali riconoscimenti di merito. La denominazione del Chianti Classico d’altro canto è frutto di decenni di sedimentazioni di situazioni storiche, politiche e commerciali che sono parte integrante di essa è ha fatto sì che rimane ancora oggi ,salvo poche eccezioni,un prodotto dalle origini mercantili ossia rappresenta una tipologia più che un vino realmente d’origine, per ora. Il contenzioso per l’usurpazione del nome Chianti combattuto dal Consorzio del Ch .Classico,(il consorzio è nato sostanzialmente per questo motivo), è vecchio di decenni è pare ormai irrisolvibile ,ora mettere addirittura in discussione i confini dell’attuale zona del Chianti Classico mi pare significherebbe davvero cercare buio.

  10. Dici bene, Cristiano (a proposito, piacere di leggerti, se come credo sei il Cristiano Castagno che penso io), la denominazione del Chianti Classico e’ frutto di decenni di sedimentazioni di situazioni storiche, politiche e commerciali. E soprattutto politiche se pensiamo che l’attuale zonazione dei Chianti risale a un atto d’imperio di un governo totalitario, nel 1932. Allora chi aveva gerarchi piu’ in alto la spunto’, e a questo dettaglio credo si possa far risalire la forma particolare della zona di produzione dell’attuale DOCG Chianti Classico, in particolare la strana “puntina” in direzione di Cerbaia e lo strano “vuoto” in corrispondenza del comune di Impruneta (dove c’era un mare di socialisti), comune che infatti oggi scalpita e vorrebbe veder riconosciuto anche lui la propria “chiantitudine” (assolutamente inesistente al pari di quella della puntina suddetta). Ai tempi questo allargamento del territorio spacciato per corrispondente “alla zona piu’ antica” fu vissuto come una imposizione, e fu soltanto perche’ con lo stesso atto veniva creata una zona enormemente piu’ vasta in cui si poteva marchiare Chianti il vino (il cosiddetto Chianti “delle colline”), fu solo cioe’ perche’ venne compiuto un secondo sopruso ancora piu’ grave, che col tempo e’ stato ingoiato il primo.
    Io credo che le cose giuste (cioe’ nei giusti termini e proporzioni) li abbia piu’ volte ricordati Nanni Montorselli: il Chianti (vino) deve la propria fortuna commerciale alle vie di comunicazione, notoriamente assenti nel territorio chiantigiano, in particolare alle ferrovie. Quindi a tre localita’ esterne al territorio chiantigiano, eppure adiacenti, storicamente “piazze” commerciali del vino del Chianti: Pontassieve, Poggibonsi e Greve (da cui partiva il trenino per Firenze). Questo credo sia giusto riconoscerlo. Ma il Chianti come territorio non si esaurisce in una zona di produzione di un prodotto, per quanto importante, come il vino. Un territorio e’ fatto di tradizioni, di storia, di paesaggio.. E che l’allargamento del Chianti a comprendere tutta la zona di produzione del Classico sia l’anticamera per uno _spostamento_ del baricentro del territorio, lo dimostra il peso che in tutte le iniziative “di territorio” (un esempio per tutti: Chianti d’autunno) giocano i capoluoghi dei comuni “aggiunti”, ovviamente molto piu’ connessi in termini logistici di quei tre arroccati su quei poggi.
    Mettiamoci l’animo in pace: la popolazione chiantigiana, abituata da decenni a mugugnare senza troppo dar fastidio in concreto, questo spostamento non lo accettera’ mai. E qui vengo a rispondere a Paolo: io, lei, piu’ tanti (o pochi) altri possiamo fare, senz’altro, qualcosa perche’ la legge consente la creazione di marchi collettivi, di consorzi. E’ un modo per agire (comunicare) senza fermarsi alla critica negativa di quello che ci sembra non vada. L’idea di quello che definirei sostanzialmente un peer-reviewing nel vino (le commissioni d’assaggio delocalizzate) per esempio la trovo fantastica: chi impedisce a un mini-consorzio di produttori di eleggere il proprio ente certificatore nella camera di commercio di Helsinki?

  11. “Chi impedisce a un mini-consorzio di produttori di eleggere il proprio ente certificatore nella camera di commercio di Helsinki?”

    Teoricamente nessuno, basta che il certificatore sia autorità riconosciuta del settore dalla UE.
    E’ invece il mini-consorzio che mi spaventa. Già gli stranieri non capiscono cosa sia il Gallo nero, se ne create anche un’altro chissà che confusione!
    Non sarebbe meglio difendere il prodotto con una norma che revisioni una volta per tutte la docg, dalle uve alle zone?

  12. Paolo, non hai torto circa la confusione.
    Difendere il prodotto con una norma. E chi la fa la norma?
    Il miniconsorzio avrebbe il senso di creare e tutelare un proprio marchio collettivo legato a una zona molto piu’ ristretta. Quindi avrebbe dalla sua la corrispondenza con un terroir omogeneo, cosa che il cosiddetto “gallo nero” non ha.
    Era comico, alle varie presentazioni dello studio sul paesaggio chianti fatte in quest’anno passato, osservare le diapositive e sentire i relatori parlare di eterogeneita’ di un territorio da loro definito (ok, non da loro, pero’ da loro preso per buono) nel mentre che mostravano l’intero areale di produzione del Chianti Classico con sovrapposte carte tematiche di ogni genere (natura del suolo, acclivita’, temperature, ecc..), per dimostrare tale eterogeneita’…tranne che da tali cartine emergeva un blob di omogeneita’ corrispondente ai tre comuni del Chianti che “parevano usciti dallo stesso bu’o”, per dirla con un’espressione colorita del luogo.
    Eterogeneita’ imposta, dunque.

  13. La norma la fa chi la fa adesso, perché le modifiche vanno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, purtroppo “le leve dei comandi” stanno in mezzo a tutte quelle cariche ufficiali che vanno dal consorzio al ministero. Sarà quella la battaglia più dura perché lo scontro é puramente politico. Ecco perché sono scettico.

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