Come va il vino italiano a New York? Ce lo racconta uno Chief Buyer & Marketing Director

Come vanno le cose per il vino italiano in quella autentica capitale (del business, della finanza e anche del vino) che è New York?
Piuttosto bene, con buone prospettive di miglioramento per il futuro se non si faranno errori strategici, se i produttori italiani capiranno che vendere nella Grande Mela non è proprio come farlo a Vercelli, Frosinone o Bologna e se comprenderanno che per riuscire a fare esclamare negli States “ok, il prezzo è giusto, il vino mi piace, lo compero” occorre essere dotati veramente, e non a parole, di veri e concreti requisiti, di cui non si può fare a meno.
Per avere una panoramica
sui trend attuali e futuri, sui vini italiani che “tirano” e altri che invece potrebbero avere successo, sugli orientamenti del gusto dei wine enthusiast americani e newyorkesi in particolare e tante altre cose, ho pensato di rivolgermi ad una persona che proprio nella Grande Mela vive e opera, nel wine business, da alcuni anni, oggi con il ruolo di Chief Buyer & Marketing Director di una wine-importing company come Selected Estates of Europe Ltd.
Luca Mazzoleni, una presenza assidua sui forum del vino ed un passato di collaboratore di Porthos (ma anche di WineReport) ci aiuta a capire meglio la situazione del mercato americano e newyorchese in una lunga intervista (leggi) che mi ha concesso per lo spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. e che vi invito a leggere.

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  2. Per alcuni versi ne ero già a conoscenza, ma mi rincuora che anche oltreoceano qualcuno, operatori e pubblico, capisca che per fare il vino ci vuole l’uva sana e non l’enologo e che snobba i supertuscans premium inutili, tutti uguali e soprattutto carissimi. Certo gli USA non sono solo Manhattan, ma vedo che alcune città, all’est come all’ovest, sono sempre dei fari e tirano il mercato. Comunque in Italia é l’ora di finirla di mascherare i problemi del mondo del vino con frasi tipo “…ah, ma tanto noi abbiamo un importatore che ci fa un bel lavoro…”, espiantando colorino, canaiolo e trebbiano per sostituirli con cabernet , merlot e pinot grigio, adducendo poi scuse tipo “..”dobbiamo fare i vini che il mercato ci chiede…”. Si vede proprio che questa gente non é mai andata a zappare!
    Una nota di merito ai buyers ed ai venditori americani, che si sono guadagnati i galloni sul campo. Dovrebbero imparare da loro un pò di umiltà quegli agenti enasarco che vendono il vino al pari delle scarpe o dei detersivi.
    (“…sa, questo é un bel prodottino, di una bella aziendina…”)

  3. Bella intervista, stimolante per me sopratutto dopo aver passato una settimana per le strade e i ristoranti di new york, come si dice, in affiancamento con i rappresentanti del mio importatore.
    Vorrei aggiungere solo un paio di notazioni peresonali: mi ritrovo in tutto quello che Luca Mazzoleni dice a proposito di quali sono i fattori di successo di un vino in America. Stranamente non trovo accenno ad uno degli attori principali del cosidetto three-tier system, composto da importatore, distributore, dettaglio/ristorazione: ovvero il distributore. C’e’ una tendenza generale alla concentrazione dei distributori, che distribuiscono spesso i vini di decine di diversi importatori. Questo fa sì che sia difficile emergere in un portafoglio di 3000-4000 referenze come, per es-, quello della Southern Wines and Spirits, che fattura qualcosa come 8 miliardi (miliardi, non milioni) di dollari negli States. Spesso sono loro a fare il mercato, checché ne pensi o ne dica l’azienda e/o l’importatore. E il loro vangelo sono i numeri, e poi ancora i numeri. Questa è la cruda realtà. Uno può anche dire, perché allora l’importatore non sceglie un distributore diverso, più attento e magari più piccolo: la verità è che stanno scomparendo, assorbiti dai grandi.
    Un’ altra cosa che ci tenevo a dire è questa: Luca Mazzoleni cita due volte la Maremma, con la sua torma di vini internazionali. Non so se intendesse rifersi ai Bolgheresi, che non sarebbero propriamente maremmani. In ogni caso vorrei aggiungere, con una piccola nota di orgoglio, che nel mio recente evento USA, che vedeva coinvolti la scorsa settimana ben 5 ristoranti maremmani, un frantoio e 10 aziende della maremma grossetana, su 28 vini presentati, quelli derivanti da vitigni internazionali (cabernet, merlot, syrah) non erano più di 3. I vini che contenevano percentuali di sangiovese pari o superiori al 85 %, erano 13, 3 i ciliegioli e 5 i vermentini (e ansonica nel mio caso). Segno che in effetti la Maremma, almeno quella per definizione, si presenta con le idee chiare e con le carte in regola per competere in USA, mercato affollato ma affascinante.

  4. Bella e interessante la lunga intervista a Luca.Provenendo da altro settore sempre nel commerciale vivo un po’ le stesse problematiche.

  5. Aggiungo una considerazione commerciale direi ovvia.E’ normale nell’impazzito mondo dei prezzi dei vini in Italia andare alla ricerca di vitigni/vini poco “cagati” che quindi escono della cantina nella fascia di primo prezzo diciamo 2/4 euro.Importandolo in un paese lontano con tutti i costi dovuti all’esportazione,piu’ tutto il resto, rimane un lasco buono per chi poi vuole vendere in US.In piu’, non dimentichiamoci che in Italia, raramente troviamo vinelli fatti veramente male, anche nelle fasce basse di prezzo. Concordo quindi in toto con quanto affermato da Luca nella lunga ed interessante intervista.

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