“Mmmmmmmmmhhh”, mugulò il degustatore. Socchiuse gli occhi, inspirò lentamente e assunse un’espressione di soddisfatta spossatezza. La sala osservò la nube di pensiero che andava formandosi sulla testa dell’esperto: la nube, solcata da volute di luce tenue, salì dapprima verso l’alto, poi ridiscese e si modellò in curve sinuose. Si dissolse, infine, in un languore di scintille verdi. “Mmmmmhhh”, ripeté il degustatore, “direi che è questo, l’abbiamo trovato”. Una serie di gesti simultanei movimentò la sala: chi iniziò a prendere appunti, chi s’affrettò ad accostare di nuovo alle labbra il vino selezionato, chi scosse il capo, non convinto. I giornalisti corsero fuori, cellulare alla mano, per riferire alle redazioni.
L’avevano trovato: il vino dell’amore. Da intendersi, però, non il vino del sentimento, ma l’alternativa naturale agli afrodisiaci chimici. Se ne parlava ormai da anni: su ostriche, tartufi, nocciole e liquirizia nessuno aveva dubbi. Né sui poteri anti inibitori del vino… sì… ma quale vino? Il rosso, il bianco, il rosé, lo spumante? Il vivace, il secco, il frizzante, l’amabile, il barricato? Italiano o francese, cileno, argentino, spagnolo? E, poi, perdere i freni è una cosa, ma farcela (in quel senso lì) e farcela bene (in quel senso là) è un’altra.
Sulle prime, la discussione era apparsa in qualche blog ed era sembrata una provocazione. Sulle seconde, ne avevano parlato le rubriche di costume televisive. A ruota, l’argomento era stato ripreso dalla carta stampata. Subito, un centinaio di Aziende, dalle Alpi a Lampedusa, s’era sentita in dovere di comunicare la presenza nella propria cantina del vino giusto al momento giusto. Qualche alimentarista pubblicò studi mirati, immediatamente smentito da qualche sessuologo. Le due categorie finirono per litigare fra loro.
Ci fu chi inventò una Guida, chiamandola semplicemente “V”, lettera che l’Ufficio Marketing e Promozione vedeva come significativa di vino, virile, viagra e una serie di altri valori semantici attinenti. Dopo la prima Guida, ne nacquero altre 736, suddivise in “ V rosso”, “V bianco”, “V dolce”, “ V invernale”, “V estivo”, “V quattrostagioni”, “V romantico”, “V di fretta” , “V a meno 10 euro” e via discorrendo.
Rimase avvolto nel mistero il criterio pratico di selezione dei vini, risultando chiaro a tutti che una degustazione tradizionale non sarebbe bastata: e l’effetto? Sta di fatto che in quel periodo si registrò un picco straordinario di iscrizioni ai corsi di degustazione, che moltiplicarono di numero e di costo. E se, in un primo tempo, i fortunati degustatori scelsero l’anonimato, (anche per ragioni di armonia coniugale), dopo qualche anno caddero anche tali schermi. Venne bandito il concorso di miglior degustatore dell’anno (in quel senso lì) e, a seguito della protesta di alcuni gruppi di pasionarie femministe, anche di miglior degustatrice dell’anno (in quel senso là).
Rimaneva però il problema iniziale: quale vino? Risultò chiaro ai più che non si poteva andar per tentativi. Occorrevano analisi chimiche, approfondimenti al Dna, test di laboratorio. Occorreva la scienza. Ma, obiettarono molti ai più, la scienza non avrebbe potuto disgiungersi dall’avvenenza: bere un vino, seppur afrodisiaco, in compagnia di un rospo della Papuasia non sarebbe servito comunque ad attivare l’effetto. E neppure l’avvenenza sarebbe bastata, disgiunta da quell’insieme di intelligenza e savoir faire che trasformano l’amabile in amato.
Fu allora che dall’America (e da dove, altrimenti?) arrivò la soluzione: il Wine Erotic Microchip. Il congegno consisteva in un microchip che, installato nello stomaco, avrebbe potuto sollecitare la rete nervosa, stimolando la formulazione di gradevoli immagini dell’altro sesso, abbinate al processo di digestione del vino. Un ologramma avrebbe reso visibili le sensazioni. Il Wem fu testato su un campione di 100 volontari, facendo scaturire inizialmente risultati ambigui.
Alcuni, invitati a bere vini di dubbia origine, produssero immagini di scarabei, aironi, rinoceronti e brontosauri. Altri, dopo aver assaggiato vini barricati, mostrarono sedie, tavoli e armadi. Un tizio di Philadelphia emanò l’ologramma di un tinello, completo di soprammobili.
A quel punto, gli esperti americani stabilirono che il Wem funzionava. Si decise, allora, di installare il Wem nello stomaco del più autorevole degustatore di vini del mondo. E, dopo 4 milioni di assaggi, successe quel che scrissi all’inizio: il vino dell’amore fu trovato.
Many kisses Briscola
P.S.: ho forse dimenticato di scrivere qualcosa?
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suvvia, ma almeno farci capire che tipo di vino sia, bianco, rosso, rosato, fermo o con bollicine, italiano o estero? Dai Briscola, che stasera avrei un appuntamento con un’amica appassionata di Bacco e ci terrei molto a fare bella figura con lei… raccontaci, facci… sognare!
Il nostro “Capo” a Verona ha dato un nome a questa tipologia di vini: Il VINO DA COMODINO.
Max Perbellini