Lunare dialogo con Luca Maroni all’anteprima del Chianti Rufina

Divertentissimo – e istruttivo – siparietto con un insolitamente affabile e cordiale Luca Maroni ieri mattina alla Villa Poggio Reale di Rufina, in occasione dell’anteprima del Chianti Rufina 2006 e del Chianti Rufina riserva 2005.
Di fronte al mio stupore, allo sbalordimento, per certi versi anche un pizzico di paura, di fronte ad una coppia di vini, presentati come Chianti Rufina, ma privi di qualsiasi connotato territoriale dato il loro lutulento colore melanzana, neri come la pece, concentratissimi, carichi di legno, paradossali come un “Barbaresco” rinocerontesco, lontani le mille miglia da quell’eleganza, da quella sapidità e mineralità che costituiscono il corredo di ogni Chianti Rufina dabbene, nitida espressione di quel Sangiovese che cresce in questa che è la più alta tra le zone del Chianti, cosa mi ha risposto, sorridente, sicuro di sé come ogni guru del vino dev’essere, il teorico del vino frutto… che frutta (anche a Rufina)? Brandendo in maniera teatrale il bicchiere “incriminato”, proposto da un’azienda con cui L.M. è (come con altre qui in zona) in ottimi rapporti e da cui è molto ascoltato (ma anche con il Consorzio diciamo che vanta un saldo feeling, tanto che presto organizzerà per loro una maroniana giornata del Rufina a Roma…), e replicando allo sguardo attonito e allo sgomento mio (“caro Franco che battaglie stai conducendo, con chi te la stai prendendo in questo periodo?” la sua divertita domanda), nonché di altri amici e colleghi come Kerin ‘O Keefe, Roberto Giuliani, Alessandro Franceschini, Elio Archimede, Andreas März (ovviamente non ho chiesto un parere al “Carneade” – leggi – ma sono certo che a lui il vino sarà piaciuto molto…), Maroni definendo il vino molto buono e rallegrandosi per la sua qualità indiscutibile, ha pirotecnicamente giustificato la sua tonalità molto stile “pompe funebri” con una serie di motivazioni in linea con le sue idee.
Ha tirato in ballo, in sequenza:
le migliorate tecniche agronomiche che consentono di utilizzare appieno (cosa che in Toscana per secoli non hanno saputo fare) tutte le potenzialità, anche in termini di colore, del Sangiovese;
attribuito il colore stupefacente e la materia fitta masticabile come una mora di rovo ai nuovi cloni di Sangiovese (te pareva: sono mi-ra-co-lo-si !);
ha ipotizzato la presenza di un po’ di Colorino;
magnificato il contributo dei legni nuovi in cantina.
E poi, non poteva di certo esimersi dal farlo, ha chiamato in causa i nuovi indici di piacevolezza, che richiedono ai vini di oggi ben altre prestazioni (muscolari e molto in stile confettura) e altre caratteristiche rispetto a quei Chianti Rufina antidiluviani e parrucconi, gli splendidi 1955 ed i 1960 della Fattoria Poggio Reale dei Conti Spalletti, lo stupefacente 1962 Tenuta Bossi dei Marchesi Gondi che abbiamo delibato il giorno precedente a Firenze nel corso di una splendida verticale (ne parlerò presto diffusamente) alla quale il teorico del vino frutto significativamente non aveva partecipato, perché notoriamente ben poco interessato alle vecchie annate e ai vini d’antan.
Forse avrà ragione lui, i mala tempora che viviamo, richiedono forse, anche enologicamente parlando, vini come quel Chianti Rufina prodotto in 200 mila esemplari e venduto a poco più di cinque euro (notizie su prezzo e quantitativo comunicate dal produttore all’amico Maroni in mia presenza), vini che gente come me, passatista, romantico cultore dell’eleganza e dell’armonia, non riesce a capire.
I bilanci dell’abile imprenditore, prima che critico di vino, Maroni, le sue pubblicazioni, i suoi eventi, i suoi addentellati in Rai e altrove, il suo seguito (anche tra i produttori, ahimé) di fan, cultori del “Maroni pensiero”, confermano sicuramente come sappia far fruttare, eccome, la sua brillante intuizione del vino frutto e come si tratti di un personaggio che merita interesse e considerazione, di un abile affabulatore per certi versi persino affascinante. Molto più di tanti spregiudicati personaggi dal lungo pelo sullo stomaco che razzolano e si aggirano con fare furtivo nel mondo del vino.
Ma se la sua idea del vino, il presente ed il futuro del vino che delinea sono simboleggiati da un vino come quello, per non fare nomi, il Chianti Rufina 2006 e la riserva 2005 della Fattoria di Basciano, che per lui è molto buono e per me incomprensibile, privo di qualsiasi capacità di portarmi nel suo mondo e trasmettermi emozioni così tetragono, oscuro e impenetrabile, io preferisco continuare ad essere l’alieno. Quello che non capisce e non la beve, nostalgico di una civiltà del vino che fu e spaventato da una contemporaneità, del vino e d’altro, dove mi sento totalmente estraneo, un pesce fuor d’acqua, il “marziano a Roma” che à la Flaiano confessa:
”La cosa significa tutto / e niente. È soltanto un rito. / Sta a voi darle un costrutto, / fingendo di aver capito”…

0 pensieri su “Lunare dialogo con Luca Maroni all’anteprima del Chianti Rufina

  1. “Quello che non capisce e non la beve, nostalgico di una civiltà del vino che fu e spaventato da una contemporaneità, del vino e d’altro, dove mi sento totalmente estraneo, un pesce fuor d’acqua, il “marziano a Roma” che à la Flaiano confessa:”La cosa significa tutto / e niente. È soltanto un rito. / Sta a voi darle un costrutto, / fingendo di aver capito”…”
    Franco sei grande!!!!!!!
    Comunque da adepto viva Luca Maroni|||||
    Ciao.

  2. Sono stato tra i primi in Italia ad abbonarmi alla sua news-letter ‘The Taste’, ma dopo un anno ho rinunciato e glielo ho detto garbatamente, ma chiaramente al telefono.
    Lui mi ha chiesto se per caso scriveva troppo difficile, quasi io non fossi in grado di capire la sua filosofia.
    Già la foto con cui si presenta la dice lunga sulla ‘furbizia’ del personaggio.
    Quando vado in libreria e sfoglio i suoi libri, che non compro mai, e leggo una scheda del vino mi in…..
    Saluti.

  3. ….non ha parlato dei profumi tipici e dei colori dei vini della basilicata nel rufina vero?

    concordo pienamente sul rinocerontesco barbaresco rispetta veramente il terroir…

  4. La piu’ alta FRA LE ZONE DI PRODUZIONE DEL VINO DOCG “CHIANTI”.
    “Il Chianti” inteso come territorio (zona tout court, regione, distretto, come che si vuole…) e’ ben altra cosa e con il Mugello (dove la Rufina si trova) non ha assolutamente nulla a che vedere.

  5. “caro Franco che battaglie stai conducendo, con chi te la stai prendendo in questo periodo?”. E già, caro Franco, contro chi stai sfogando le tue frustrazioni in questi giorni? Come dici, perché dovresti essere frustrato? Ma è semplice, amico mio: perché tu non sei me, e deve essere terribilmente duro non essere me…Però cosa vuoi, anche tu ti ostini a indossare le cravatte non intonate al vino in degustazione, a condurre quel blog con il nome da osteria della bassa, a parlare della Langa manco fosse la terra promessa, a prendertela con tutto e con tutti.. Wine Spectator, le guide, i trucioli, Me Medesimo In Persona, la barrique, i concentratori…mamma mia quanta acrimonia…mettiti al passo coi tempi, dai retta a me, lascia stare i vignerons del secolo scorso e i loro vinelli anemici e senza polpa. Questa è l’era del vino veloce e muscolare, Ziliani mio. Ti piace il calcio, mi dicono, e sei interista. Bene, allora ti offro una metafora: tu, enologicamente parlando, sei rimasto fermo all’Internazionale di Facchetti e Suarez, una squadra che oggi buscherebbe sei gol a partita. Elegante, diciamo così, ma non spendibile. Io invece sono all’Inter di Mancini, che ha tre squadre, tutti i capelli a posto, tanti muscoli e tanta, tanta polpa. Come dici caro? Ancora con questa storia del frutto che frutta? Dio mio, Franco, sei proprio un ragazzaccio incorreggibile…

  6. me ne guardo bene dal prendere le difese del responsabile del Blog, essendo un
    giornalista di professione, dalla penna graffiante,e dal pensiero critico, ma
    meno male che qualcuno ha il coraggio delproprio pensiero,e non si appiattisce
    alla moda. Ben venga la tecnologia che il N.S. tempo mette a disposizione ma
    senza snaturare quello che madre natura attraverso le stagioni ci consegna.
    Non me ne voglia il Sig.Marco, ma se tutti i frustrati sono come Lei Sig.Franco
    evviva i frustrati.

    Lino

  7. Ai degustatori statunitensi gli si può benevolmente perdonare a volte una certa candida ingenuità, quando vengono ammaliati dalle voluttuose morbidezze di certi vini artificiosi ma i gusti degli americani sono e restano spesso“cheap and vulgar”come vengono definiti dagli inglesi che pur si stanno piegando alla cultura dominante del momento. Ho sempre sostenuto che la valutazione di un vino dovesse essere un’equilibrismo tra la tecnica esecutiva, l’edonismo, e l’espressione del territorio. Mi domando se i gusti di certi degustatori, che si evidenziano solo dai deliri zeppi di neologismi, che sono le loro note di degustazione, siano soggetti ad evoluzione o siano destinati a rimanere statici e impossibili da risolvere nel tempo come i vini che cercano di promuovere. Complimenti, il Suo articolo mi ha davvero divertito enormemente!

  8. @ Lino: guardi che se non si capisce la mia era ironia…era una sorta di “pacca sulle spalle solidale” al bravo Franco, data stigmatizzando l’atteggiamento snob di certi personaggi.

  9. @ Marco mi spiace di averLa indotto, a chiarire il suo commento riguardo
    al Sig.Ziliani,è proprio vero che a certe ore dovrei non solo leggere ma
    rileggere prima di postare,forse avrei colto lo spirito confidenziale del
    suo scritto, così siamo passati dal frustrato(Sig.Ziliani)al frustato il
    (sottoscritto) scherzo naturalmente Sig.Marco.

    Lino

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