Station Galateo, o del Disco per l’estate 1967

Il Signor Uffa spinse l’occhio all’interno del vagone. Aveva atteso per mezz’ora l’arrivo (in ritardo) dell’Eurostar da Lecce. In quella mezz’ora aveva ascoltato 15 volte l’attacco “Quando il sole tornerà aaaaaaaaaaa” di Al Bano, diffuso dagli altoparlanti della stazione. Sulle prime, il Signor Uffa aveva pensato a una catastrofe avvenuta sul parterre della stazione: il mondo doveva essere finito, il sole doveva essersi spento. Il Day After avrebbe avuto inizio dal binario 18.
S’era poi accorto che il lancinante urlo sonoro era abbinato a una pubblicità video, trasmessa in simultanea dai 45 video della stazione. Forse. Il Signor Uffa aveva ripetuto l’avverbio “forse” ognuna delle 15 volte dell’attacco, non riuscendo a individuare un legame logico fra ciò che vedeva e cià che udiva, alla faccia della sinestesia. Molto glamour. Fra l’urlo e le immagini aleggiava, quasi palpabile, l’ectoplasma dell’Ufficio Marketing, in gessato blu. Durante l’attesa, a ogni invocazione solare, il Signor Uffa s’era chiesto se i sindacati fossero al corrente che i dipendenti delle stazioni venivano sottoposti a un tale martellamento. Un caso da Asl: sordità per cause canore, tutta colpa del Disco per l’estate 1967.
L’arrivo del treno aveva suscitato nel Signor Uffa l’accorata speranza che dentro, nel vagone, l’urlo non sarebbe arrivato. Arrivava lo stesso, constatò in pochi minuti, ma più attutito. Quasi sopportabile. Prese posto nella carrozza numero 8, sedile 45, come da prenotazione. Anzi: tentò di prendere posto perché il sedile era occupato. “Avrei la prenotazione…”, sussurrò a una signorina con la pancia fuori, che in quel momento stava ridendo con il  cellulare. Non che stesse parlando e usando cellulare: lo guardava, semplicemente, e rideva.
“Uffa – disse la signorina, facendo sobbalzare il Signor Uffa, inaspettatamente chiamato per nome – in stazione mi hanno detto che i posti dal 60 al 70 sono liberi. “Questo è il posto 45…”, precisò Uffa. “Va be’ “,disse la signorina, alzandosi di un sedile e sedendosi nel 46. Fu un movimento rapido, poi riprese a ridere con il cellulare.
Qualche minuto dopo, entrò nello scompartimento un povero barbone. Almeno così parve al Signor Uffa. Si dispiacque di vedere un uomo così giovane, sui 30 anni, così in malarnese. Portava un soprabito in tinta militare troppo largo per lui, di almeno 3 taglie, evidentemente trovato in un contenitore della Caritas. Quando lo sfilò, il Signor Uffa sentì una contrizione allo stomaco: il ragazzo portava i pantaloni sotto il sedere, lasciando scoperti gli slip rossi per tutto il tratto della loro funzione. “Poverino”, pensò il Signor Uffa e iniziò a immaginare che triste, miserabile, desolata vita dovesse mai condurre quel giovane. Lo sventurato ragazzo si sedette, estrasse una bottiglietta d’acqua da uno zaino sgualcito, l’aprì lentamente, rovesciò il capo all’indietro con un movimento deciso (il Signor Uffa temette una sincope) e iniziò a bere a gargarozzo come una persona che non beve da mesi, strabuzzando gli occhi verso il soffitto dello scompartimento.
Il Signor Uffa s’alzò di scatto, afferrò la bottiglietta, scosse il giovane e urlò: “Che c’è? Che c’è?”. Il ragazzo lo guardò, attonito. “Stavo bevendo…”, rispose. Il Signor Uffa provò un grande imbarazzo: forse (forse) non aveva capito qualcosa. Il povero giovane riprese la sua bottiglietta d’acqua, avvitò il tappo, s’inserì un auricolare in un orecchio, maneggiò una scatoletta collegata all’auricolare e una canzone straziante si diffuse nello scompartimento. “Pure sordo, oltre che povero e assetato” – pensò Uffa, commiserandolo. La canzone dell’auricolare, in testa alle Hit Parade, diceva, più o meno, così: “Non ho lavoro, non ho una casa, tu non mi ami più, a scuola va uno schifo, la colpa è della società, ma mi restano 3 biglie di vetro e un petalo di ciclamino per ricordarmi di te, Martino”.
Il treno si mise in moto sull’eco dell’ultimo “Quando il sole tornerà….”, che parve persin bello al Signor Uffa. La ragazza con la pancia fuori prese a sua volta una bottiglia d’acqua dal suo zaino (fucsia, con una bancarella di pupazzi multicolori legata alla tracolla), voltò di scatto il capo all’indietro e bevve a gargarozzo, strabuzzando gli occhi. Finita l’operazione, si concentrò sul cellulare, però dicendogli “Eh, che ca..o!  Eh, che ca..o!”.
Il Signor Uffa vide con gli occhi della mente quelle parole. Però scritte così: “ekkeka..o  ekkeka..o”.
Da “Cronache non marziane, ahimé”, Autore Ignoto, 2007
Many kisses! Briscola

0 pensieri su “Station Galateo, o del Disco per l’estate 1967

  1. Cara Briscola, scrivo solo per dire che mi è piaciuto molto questo post. Chiunque viaggi spesso in treno conosce bene i livelli di demenza e maleducazione ai quali, ormai, gli italiani si sono assestati. Tu mi hai fatto sorridere un po’, ma ci sarebbe da piangere.

  2. Ti ringrazio per la solidarietà: ho convissuto per oltre 10 ore al giorno e più di una settimana col “disco per l’estate 1967” (ora “5 grappoli 2008”). Porterò la stampa del tuo post alla prossima visita audiometrica.

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