Wine spectator fa lo strip tease: partito il countdown dei Top 100…

Siete pronti a ridere a crepapelle ma in fondo anche a lustrarvi un po’ gli occhi? Con Wine Spectator, il mitico, inarrivabile wine magazine (sito Internet) che influenza i gusti di tanti appassionati di vino statunitensi (e che di rimbalzo condiziona anche il modo di pensare il vino di tanti produttori e consumatori italiani) siamo entrati in una nuova era della comunicazione e del marketing del vino, l’era dell’informazione strip tease!
Avete presente, dai, siete tutti maggiorenni e vaccinati!, quegli spettacolini da night club dove – ci perdonino le gentili lettrici – la bella ragazza di turno si libera progressivamente, con calcolata e lasciva lentezza, con ammiccante sapienza, di tutti gli indumenti restando…come mamma l’ha fatta?
Bene, anche Wine Spectator, che il proprio pubblico lo conosce bene e sa come titillarne i gusti, ha pensato ad una sorta di spogliarello, uno strip tease vinoso, dove non ci si leva un pezzo alla volta, la gonna corta, la guepière, la calza autoreggente, il reggiseno ed il tanga, ma si rivelano, in un ben calcolato countdown, i nomi dei vini che vanno a comporre la parte alta, quella più hot, dalla posizione numero 10 sino alla numero 1 di Wine of the year, della celeberrima classifica dei Top 100, i most exciting wines del 2007.
Proprio come accade in certe coppie, dove per rivitalizzare la libido un po’ addormentata del marito le signore più accorte ricorrono ad uno sfoggio di biancheria intima un po’ birbona, e magari ad altri espedienti (dal filmino un po’ osé alla pilloletta azzurra), per richiamare l’attenzione del distratto consorte, anche all’ufficio marketing di Wine Spectator si sono dati da fare per tenere alta l’attenzione del pubblico internazionale sull’edizione 2007 della loro graduatoria, decisamente meno appealing di qualche anno fa.
Oggi, 12 novembre, hanno reso noto il nome dei vini che hanno conquistato la decima e la nona posizione (rispettivamente lo Champagne Brut 1996 Krug ed il Cabernet Sauvignon Napa Valley Reserve 2004 Robert Mondavi), e a seguire, con la calcolata malizia ed il mestiere di un’abile striptiseuse, renderanno noti, ovviamente sull’edizione on line della rivista (vedi), le posizioni numero 8 e numero 7 il 13 novembre, quelle numero 6 e numero 5 il giorno 14, le posizioni numero 4, 3 e 2 il giorno 15, per arrivare poi alla proclamazione venerdì 16, dello splendente Wine of the year, il vino perfetto, ritratto senza più veli nella sua nuda, sfolgorante, regale magnificenza.
E gli altri vini, quelli distribuiti dall’undicesimo al centesimo posto della classifica? Niente paura, abbiate pazienza di aspettare solo lunedì 19 novembre e li conoscerete – e ovviamente discuterete, balenghe e stravaganti come sono sempre le scelte della celebre rivista Usa – tutti. Saranno il frutto di una selezione, così ci viene già detto, effettuata scrupolosamente attraverso 15 mila vini degustati alla cieca (blind tasting, of course!) nel corso dell’anno, 3500 dei quali hanno ottenuto punteggi varianti da 90 a 100 centesimi. Stupefatti per questa trovata, in perfetto stile Las Vegas o Miami, e apparentemente molto peep show, di Wine Spectator? La giudicate la consueta “americanata” nel senso peggiore e un po’ buzzurro del termine?
Sbagliate, perché anche se molto United States nel gusto, l’idea mostra un pizzico di cultura e di memoria storica, riprendendo e rimodellando per l’occasione una campagna pubblicitaria francese che fece scandalo e epoca nella fine estate 1981.
Ricordo, se ne parlò anche in Italia, i tre manifesti pubblicitari che ritraevano una splendida mannequin, Myriam, fotografata nel primo manifesto in bikini con una scritta che prometteva che in una determinata data avrebbe tolto la parte sopra, nel secondo (vedi sopra) a seno nudo con la promessa di togliere anche la parte sotto e nel terzo completamente nuda e ritratta di spalle, proprio come aveva promesso.
Wine Spectator con il suo Top 100 countdown, con il suo strip tease vinoso fa esattamente la stessa cosa. Non sarà altrettanto exciting, rispetto a Myriam, a Rosa Fumetto e alle regine del parigino Crazy Horse, la visione delle etichette delle bottiglie che giorno dopo giorno spogliandosi rivelano la loro identità, ma ognuno, si sa, ha la propria libido e qualcuno potrebbe anche “eccitarsi” nella lunga, lacerante attesa di conoscere, mancano solo pochi giorni, quale sarà la più sexy del reame, pardon il Wine of the year 2007
nota del 13 novembre: continua lo “spogliarello”: al settimo posto l’Ornellaia 2004…

0 pensieri su “Wine spectator fa lo strip tease: partito il countdown dei Top 100…

  1. O Gori, va bene che sei ancora sotto l’effetto delle abbondanti bevute che hai fatto (per lavoro, ovviamente) per festeggiare il tuo trionfo nella selezione milanese dei sommelier A.I.S, ma che tu credi ancora che i bambini nascano sotto i cavoli? Verrà fuori il solito pateracchio all’americana, dove se un vino italiano si piazza bene o addirittura vince, come lo scorso anno, é uno dei soliti vini prodotti in Italia, ma con ben poco d’italiano o di toscano: american taste piuttosto!

  2. e altrettanto americano è il modo di presentare il vino come uno show…
    cmq puoi dire quello che vuoi ma per uno della mia generazione vedere il filmato della selezione qualche brivido me lo da e non di schifo…
    http://www.winespectator.com/Wine/Free/Video/0,4258,353537844_1290867802_1285245927,00.html

    e mettila come vuoi ma da bocconiano ti dico che il vino in questo millennio si vende ANCHE così
    e infatti se sei stato al Bibenda day, mi pare molto simile, e per certi versi, altrettanto bello

  3. si avevo visto anche io il filmato a casanova di neri…pare benigni in daubailò!
    però si vede che agli americani piace e sinceramente mi fa piacere che un produttore almeno dimpostri di provarci a parlare inglese! in ogni caso perchè non sottotitolarlo?

  4. Comunque si dice gusto americano, brunello jam etc etc… io avevo comprato in un’enoteca del paesello della mia ragazza 3 bt. tenuta nuova 2001 a circa 40 euro l’una (forse 39)…prima che wine spectator lo proclamasse N°1…poi accade…e vedo che i prezzi salgono…salgono…e capita che due bt. le rivendo su ebay a 130 euro circa l’una!!…ad appassionati italianissimi…cosa c’è che non và?!?…mah?!

  5. Pato, penso che abbia fatto bene a rivendere su ebay a 130 euro, realizzando un bell’utile rispetto al prezzo che le aveva pagate, le due bottiglie del Wine of the year 2006 di Wine Spectator. Quando si trovano dei gonzi, per di più italiani, che sono disposti a pagarle a quella cifra e che le cercano proprio perché secondo Wine Spectator era il “migliore vino del mondo”, compiacerli e fargli allargare il portafoglio é giusto, anzi, doveroso… Ma é lecito definire veri conoscitori e appassionati persone del genere?

  6. Un amico, che preferisce rimanere “misterioso” mi ha inviato questo interessante commento a proposito del mio post sullo spogliarello vinoso dei Top 100 di Wine Spectator.
    Ha scritto: “la tecnica del creare attesa (“teaser”) è un metodo di comunicazione molto adottato in America. Qualche esempio noto anche in Italia (es. il lancio dell’ultima Ypsilon 10, un paio d’anni fa), ma in Italia la forma mentis del pubblico non è tale da recepire il teaser; credo sia una questione di cultura umanistica, capace di metafisica (o metafisiche), ma bisognosa di risposte – messaggi – indicazioni concrete. Soprattutto, bisognosa di progressioni lineari. Faccio un esempio: tutto per noi si muove secondo una linea retta, compreso il tempo (il prima – il dopo) e secondo una concatenazione causa – effetto. Oltre l’Umanesimo, il Cristianesimo, dove tutto si muove in linea retta (verso la Redenzione).
    Non in tutte le culture è così, anzi: molte culture (compresa quella dell’antica Grecia, ma in particolare quelle orientali) si muovono in modo circolare, con relativa concezione circolare del mondo. Il collegamento al tuo intervento può sembrarti pindarico, ma è soltanto per concordare sul fatto che una tecnica di comunicazione che “crea attesa” richiede parametri di ricezione ben precisi, fosse soltanto la capacità di non dimenticare ciò che si sta aspettando… Nel caso dell’attesa creata nel mondo del vino o, nello specifico, su alcuni risultati, sono ancor più perplesso: tu pensi che chi si trova in vetta alla classifica non sia stato ancora informato? Tu pensi che quello che sta lassù (non Lui, ma il lui che ha conquistato il vertice), non l’abbia detto a parenti e amici? Tutti gli altri, ne consegue, sanno di essere esclusi. L’operazione risulta un po’ forzata, se vista da questo profilo.
    Forse il problema sta (anche) in questo: troppe forzature di comunicazione in un settore dove l’immediatezza dovrebbe essere essenziale. Sabato ho ascoltato una frase tanto vera quanto desolante: “il vino, per essere conosciuto, ha ormai bisogno di dare emozioni che vanno oltre il vino”. E’ vero, ma è un po’ triste, a ben pensarci, non trovi?”.
    Non posso che concordare pienamente con queste acute osservazioni.

  7. Trovo decisamente interessante e condivido in pieno il commento dell’amico “misterioso” di Franco, al quale va la mia simpatia istintiva. Provo tuttavia a proporgli una riflessione: la frase “il vino, per essere conosciuto, ha ormai bisogno di dare emozioni che vanno oltre il vino” ha sicuramente del desolante, ma porta con sé anche delle verità meno tristi. Il vino ha fortunatamente bisogno di emozioni che vanno ben oltre il calice anche da un punto di vista non strettamente commerciale: a mio avviso sta finalmente per emergere in maniera netta il concetto del vino come bene culturale legato a doppio filo al territorio del quale è espressione. E sempre più frequentemente mi capita di vedere, in Italia come all’estero, vini imposti all’attenzione (o, se preferiamo utilizzare un termine meno simpatico, “venduti”) dalla regione di provenienza come prodotti agricoli ma anche come beni culturali. In questo senso sta lavorando a mio avviso molto bene la Valle d’Aosta, che promuove all’estero la propria piccola ma validissima produzione “offrendola” come parte integrante di un sistema turistico e culturale nel quale ciascuna componente promuove ed è a sua volta promossa dall’altra: il vino locale finisce così per proporre la montagna, il turismo, la storia e le tradizioni valligiane e finisce, ovviamente, per essere “suggerito” da questi stessi fattori. Il tutto, sia chiaro, in un’ottica non esclusivamente mercantile, bensì con lo scopo di salvaguardare le tradizioni di quella viticoltura eroica e di tutelare la miriade di piccolissime proprietà e produzioni che caratterizzano il settore in Valle d’Aosta. Io credo che questo non possa che essere un bene per i vignerons, per chi il vino lo commercia e per chi lo ama. Mi diceva a questo riguardo, solo poche settimane fa, Costantino Charrére: “Noi dobbiamo essere capaci di guardare oltre le montagne, senza per questo dimenticarci quello che siamo. Quindi non c’è nulla di male nel proporci altrove né nell’apprendere con umiltà dagli altri, sempre però avendo ben chiaro che il nostro vino è espressione di questo terroir unico e della maniera che abbiamo di farlo e di concepirlo, che insomma è un prodotto della nostra cultura”. Chiaro che poi questo genere di considerazioni è lontano millemila anni luce dalla filosofia di Wine Speculator (provvederò alla corresponsione delle royalities, Franco!), che a mio avviso continua a fare della vera e propria pornografia enoica, strip tease a parte. Ma, vivaddio, non sono solo Suckling & Co a decidere il futuro del vino. Anzi, se mi è consentito dirlo, credo che almeno qui nell'”Enotria Tellus” la loro parabola abbia ormai intrapreso la fase discendente.

  8. Altrove Ziliani pronosticava fra i primi tre un rosso di Angelo Gaja, il Giove Tonante dell’ Enologia Italiana. Dopo esser stato nominato cantina dell’anno dal Gambero Rosso sarebbe un giusto e meritatissimo coronamento per colui che ha più che degnamente e costantemente rappresentato l’Italia Enologica di qualità nel mondo intero.

    Secondo voi è possibile??

    Ciao

  9. Pingback: The Reification and Hierarchization of Wine « Do Bianchi

  10. Non credo che la “statura monumentale”, l’importanza e le capacità di Angelo Gaja possano essere messe seriamente in discussione da nessuno, pertanto se ci fosse una delle sue etichette in cima alla lista di WS non ci sarebbe da scandalizzarsì né da strapparsi le vesti. Diverse sue scelte, invece, mi sembrano meritevoli di approfondimento. Una volta in Langa mi è stato detto da una persona che qualcosina a riguardo capisce: “Gaja avrebbe potuto fare tutto, avrebbe potuto fare la Langa ancora più grande. Aveva tutto per riuscirci, aveva tutto lì, a disposizione: i vigneti, la storia, le capacità, l’intelligenza, i mezzi…Gaja avrebbe potuto fare il Romanée Conti, il miglior vino del mondo. E invece non ha fatto nulla di tutto questo, si è autolimitato per stare appresso al mito della modernità, ai richiami del successo e del commercio, per globalizzare a modo suo la Langa e il Nebbiolo”. Vi domando: aveva ragione questa persona? In caso affermativo, anche se uno dei suoi rossi divenisse il “number one” di Wine Speculator ne sarebbe valsa la pena? Ha davvero rappresentato degnamente “l’Italia enologica di qualità davanti al mondo intero meglio di chiunque altro”? Gaja è un grande e su questo non si discute, Vignadelmar, ma non esiste solo lui. E se anche il Gambero Rosso stila le classifiche dei produttori italiani più apprezzati del mondo partendo da “fatto 100 Gaja quanto apprezzate gli altri” ci sono, proprio in Langa, vignaioli (parlo di gente che in mezzo ai filari non va a farsi le foto, ci passa le giornate…) conosciuti a New York come a Singapore che non hanno molto da invidiargli in fatto di talento. Ovvio che ho in mente qualcuno in particolare, ma le charts lasciamole a Suckling & amici. Insomma, come imprenditore Gaja non lo batte nessuno; ma se parliamo di vino e vigna, beh, credo che non sia “the only one”, nemmeno se finisce in cima alla simpatica top 100 di WS.

  11. possiamo stare giorni interi a disquisire sull’idiozia di Wine Spectator, ma il problema è un altro,purtroppo molte aziende italiane (che hanno soldi da buttare,io no)ci hanno marciato e ci marciano con gli “score” dati da W.S. e gli altri che fanno?restano al palo.Salviamo il vino italiano o
    tra un po’ l’Italia del vino sarà solo in mano a due o tre multinazionali, spezziamo questo meccanismo perverso di guide e riviste, ma come? bohhhhh!!!!

  12. Io non dico che il Giove Tonante dell’Enologia Italiana sia l’unico grande Produttore di Langa. Penso però che abbia una produzione costante di altissima qualità che si allunga indietro di parecchi decenni. Prima il padre poi Angelo.
    Chi non si ricorda, anche solo per averlo letto, di Gaja in giro per il mondo più e più volte con le sue bottiglie di Barbaresco, a promuovere tutto quel territorio che allora era semisconosciuto.
    Come ciascuno di noi avrebbe potuto fare di più e meglio, però è quello che sicuramente ha fatto di più !!

    Ciao

  13. Bravo Franco, caustico e realista come sempre. L’analogia, però, non è con uno striptease “spiazzante”, che faccia stupire e appassionare…Mi pare, piuttosto, un avere svelato corpi e strutture sapute e risapute, seppure eccellenti: novità pochine davvero. Come a dire: eccitiamoci sì, ma con giudizio. E soprattutto senza rischiare di passare per talent scout del nulla.
    Una sorta di eterno ritorno che, alla fine, riproduce solo se stesso e quella immarcescibile autorevolezza percepita che noi, da ottimi provincial-esterofili, tanto amiamo.

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