13 vini italiani nella classifica dei Top 100 di Wine Spectator: voi cosa ne pensate?

Dei Top 100 di Wine Spectator, dei discutibili meccanismi di scelta dei vini selezionati, dello “spogliarello vinoso” con il quale sono state rivelate, un pezzo alla volta, come in un ben calcolato strip tease (vedi), le prime dieci posizioni della classifica, ho e abbiamo detto praticamente tutto. Qualcuno, magari pensando a questo intervento (leggi), sostiene anche troppo…
Ma dei 13 vini italiani in classifica, che potete trovare elencate in questo articolo (leggi) pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. voi, cari lettori di Vino al Vino, cosa ne pensate? Vi sembrano davvero rappresentativi del “meglio” della produzione italiana, qualitativamente impeccabili, indiscutibili, imprescindibili, oppure avete altre idee in merito?
Beh, dite la vostra, lo spazio dei commenti è, come sempre, a vostra disposizione…

0 pensieri su “13 vini italiani nella classifica dei Top 100 di Wine Spectator: voi cosa ne pensate?

  1. Mi piacerebbe aggiungere una domanda ai temi posti da Franco Ziliani? Cosa ne pensate delle qualità degustative di Suckling e soci? Non ho certezze in merito ma dando un’occhiata ai tanti video sul sito di WineSpectator ho seri seri seri seri dubbi in proposito. Seri dubbi!! Possibile che nei vini rossi da sogno, in cui l’appassionato medio sentirebbe 5 famiglie di profumi, costui senta a malapena “raspberries, blackberries, rose”… boh. Poi certo, dopo aver visto che abita nella tenuta “Il Borro”….
    Della serie: giornalismo unilateral o embedded? Più embedded di così..

  2. Prima di tutto bisognerebbe avere la lista completa dei vini italiani partecipanti, per rendersi conto se alcuni nomi importanti c’erano oppure no.
    In ogni caso c’è poco da dire. La maggiore presenza della Toscana, e di una Toscana fortemente moderna, caratterizzata proprio da quei vini che fanno colpo in America, ci fa capire chiaramente che non sono quelli i nostri migliori vini.
    Potrei fare un’eccezione per il Flaccianello 2004, che è sicuramente un vino di grande carattere e meno ruffiano degli altri, ma il Carobric fra i Barolo, il Castelgiocondo e il Madonna del Piano fra i Brunello, lo Chardonnay di Planeta fra i bianchi, il Rufina dei Frescobaldi, solo per citarne alcuni, non solo non sono i migliori, ma sono anche i meno rappresentativi del territorio di prudizione. Sono tutti vini fatti con la testa all’esportazione, non per far conoscere le potenzialità delle nostre migliori zone vinicole. Ma agli americani, che di storia vitivinicola alle spalle ne hanno ben poca, tutto questo è del tutto trasparente.

  3. Sono vini che non rappresentano assolutamente la produzione italiana. Per quel che ne so io non rappresentano nemmeno più quello che gli americani stessi stanno cercando. Sono semplicemente la fotografia di una realtà che si è fermata a una decina di anni fa e che non si è minimamente evoluta. Ma penso anche che l’unica strada per i sovversivi e i resistenti sia di non dare troppa importanza a queste stupide classifiche; saranno i consumatori, lentamente ma inesorabilmente, a fare le loro scelte. E penso che WS prima o poi ne prenderà atto, così come, a sensazione, Slow Food ha lentamente cominciato a fare.

  4. Per quanto riguarda il Greco di Tufo Loggia della Serra 2005 di Terredora mi sembra l’unico (insieme al Gattinara di Travaglini – annata discutibile però – e al Moreccio di Casa di Terra – anche se nel contesto sembra quasi un alieno) della selezione italiana che possa corrispondere per prezzo, reperibilità e qualità ai criteri di una classifica come quella di WS.

  5. Caro Ziliani, non credo che il punto sia se i 13 vini italiani compresi nei top 100 di Wine Spectator siano o meno rappresentativi del “meglio” della nostra produzione.
    Probabilmente sono molto rappresentativi del gusto del mercato internazionale, americano in testa. E non è nemmeno il caso di porre la questione se Wine Spectator non faccia altro che registrare le tendenze di quel gusto o se, piuttosto, come i più sembrano credere, non sia Wine Spectator stesso a dettare quale debba essere quel gusto.
    Nel mondo vitivinicolo italiano, da più parti si levano critiche ai criteri di giudizio adottati da questa rivista, o da Parker o da qualche altro guru anglosassone che, con le sue critiche, penalizzerebbe i vini italiani di più genuina e “tipica” (per usare un termine un po’ privo di significato) personalità, dando loro poca visibilità o sminuendone, quantomeno indrettamente, la qualità.
    A me viene da chiedermi cosa facciano i nostri produttori o chi si dovrebbe preoccupare di promuovere i nostri vini nel mondo per far conoscere ed apprezzare internazionalmente l’infinita variabilità e le infinite sfaccettature che i terroir italiani sono in grado di esprimere.
    Tutti parlano di “autoctoni”, di “tipicità” di “territorialità”, ma poi, nella maggior parte dei casi, si continuano a piantare vitigni internazionali, ad usare tecniche enologiche che spesso coprono il carattere dei vitigni e dei territori, a non fare ricerca sui nostri autoctoni e a modificare storici disciplinari legittimando andazzi, dal mio modestissimo punto di vista, esiziali per l’identità stessa delle nostre storiche denominazoni(vedi l’emblematico caso del “20% di altri vitigni” ammessi per il Chianti CLassico).
    In sintesi, prima di sparlare dei criteri di giudizio delle riviste straniere, dovremmo cercare di comprendere a casa nostra su quale strada vogliamo indirizzare la nostra vitivinicoltura.
    Come già chiarito tra lei e me in altra occasione, sa bene che i miei interventi non vogliono innescare polemiche sterili, ma solo contribuire ad un sereno dibattito.
    Saluti.
    Rookie

  6. Ho letto recentemente un’ articolo di “Giacomino” su internet, che adesso purtroppo non ritrovo, se non ricordo male diceva di trovare un vino sexy, icchè vorrà dire?
    I suoi gusti sono quelli che piacciono al mercato americano, o è il mercato americano a cui piacciono i suoi gusti, questo è da vedere.
    Parlava di una nuova azienda sorta dalle ceneri di un’altra, in terra di Chianti, e guarda caso, la gestione è a stelle e striscie.
    Per farsi conoscere, hanno preso la strada più veloce e diretta: “Giacomino”, poi il vino.
    Per fortuna abbiamo loro che ci insegnano a fare vino a noi poveri, ignoranti discendenti etruschi.

  7. Ognuno ha il diritto di avere le proprie opinioni. Tuttavia non metterei tutti i degustatori anglosassoni sullo stesso piano. C’è una bella differenza tra un Robert Parker e un Hugh Johnson – grandi degustatori, ritengo pure onesti, anche se spesso si può non essere d’accordo soprattutto con il primo – e un Suckling qualunque, totalmente incapace di capire alcunché del vino italiano come ha più volte ampiamente dimostrato – e questo nella migliore delle ipotesi, ossia attribuendogli una buona fede di cui io dubito fortemente.

  8. La Top 100 di Wine Spectator e’ una classifica,salvo alcune eccezioni,molto azzeccata.
    Solo il titolo va cambiato:i 100 vini che possiamo tranquillamente evitare.

  9. Prima l’uovo o la gallina ossia prima il critico o prima il consumatore ? Inevitabilmente il vino diventando un prodotto di massa è soggetto alla continua ricerca spasmodica della qualità che potrebbe essere rappresentata semplicemente dalla soddisfazione delle aspettative dei consumatori. Quello che sta investendo il mondo del vino non ha avuto uguali nella sua storia millenaria e credo dal punto di vista sociologico offre semplicemente uno spaccato della nostra civiltà. Non si tratta di giudicare nel merito l’opportunità di certe scelte o anche di contrapporsi all ‘inevitabile ma tuttalpiù cercare di comprendere od osservare da spectator appunto .Risposte facili non c’è ne sono. L’unica cosa certa è che il tempo è galantuomo. Da parte mia so che cosa mi soddisfa e cosa no e continuerò a bere ed apprezzare quello che mi soddisfa quello che in fondo è diventato e che diventerà ancora più materia per ristrette cerchie di conoscitori. Ma in fondo chi se ne frega.

  10. secondo me le aziende presenti sono semplicemente quelle che vogliono investire in america e che sono interessate a quel mercato. Sono convinto che tante ottime realtà nostrane semplicemente non sono interessate ad un certo tipo di mercato e neanche partecipano a certe classifiche. La toscana vabbè poi è ovvio che vinca perchè lì conta l’immagine turistica e su quella per ora il Piemonte è parecchio lontano.
    comunque quei vini toscani, madonna del piano a parte, ce li ho tutti in carta…
    e non li bevono solo gli americani, ANZI!

  11. Quel che è giusto è giusto, Ziliani. Se dovessi organizzare un panel di degustatori e dovessi scegliere tra lei e Suckling ci metterei un millisecondo a decidere. Proprio per questo me la prendo con lei – sempre in termini urbani, come sa – quando scade nel chiacchiericcio da mercato rionale.

  12. Più di una volta Parker e soci hanno affermato che la loro missione è quella di imporre una visione prettamente americana nel mondo e nell’industria del vino.
    Il risultato è rappresentato da queste classifiche la cui notorietà si ciba delle nostre critiche e discussioni. Ma se invece di parlarne le ignorassimo per 2-3 anni di fila?

  13. Ditemi che senso hanno le classificate fatte così, con i piedi !!
    Ma come si fa ad inserire tre amaroni di 3 annate diverse, ha senso? Adesso ne faccio una io dove dichiaro che il Vigna Regina Ar.pe.pe. 1964 é il miglior vino italiano di sempre e sfido Parker o Suckling a dimostrarmi il contrario.
    In sostanza o le ignoriamo totalmente, visto che dietro a quelle etichette ci sono i nomi degli importatori, o ci adoperiamo per intervenire sulla stampa USA. Criticarle in Italia é inutile.

  14. Sono invece persuaso che se si ritiene meritino di essere criticate (e secondo me esistono tantissimi elementi) queste classifiche-graduatorie, ecc. vadano criticate anche in Italia. Per due motivi, per mostrare ai consumatori italiani, che talvolta sono un po’ provinciali che “il re”, ovvero la grande stampa internazionale, é qualche volta “nudo”, ovverosia che i suoi vaticini possono anche essere – ci sono fior di wine writer esteri che meritano il più grande rispetto – poco credibili. Inoltre per tentare di sensibilizzare i produttori che sono ancora (ebbene sì, ancora in molti casi) pronti a tutto o quasi per fare vini (che magari non sentono e non amano) che possano entrare in queste Top 100. Loro dicono che quei vini si vendono e con quelle caratteristiche si vendono meglio, io dico che invece se continuano a non fare vini veri, i vini del territorio in cui operano, i vini in cui credono, fanno una politica suicida.
    Inoltre non tralasciamo un certo effetto tam tam di cui una critica non conformista italiana inevitabilmente usufruisce. Anche se scrivo solo in italiano qui nel blog e non in inglese mi arrivano continuamente echi e incoraggiamenti da importatori, sommelier, ristoratori Usa (e non solo di origine italiana) nonché da wine blogger e wine writer Usa che odiano il fatto che la gente identifichi il giornalismo specializzato Usa solo con Wine Spectator e Parker. C’é una multiformità di espressione e un’alternativa, magari non così potente e mediatica, ma esiste. E criticare Wine Spectator e i suoi comici Top 100 serve ad incoraggiarla ad avere ancora più coraggio

  15. Sono assolutamente d’accordo con Franco. Non amo le classifiche e le leggo sempre più raramente, solo perché lo “devo” fare per conoscenza. Ma se escono fuori graduatorie del genere, a dir poco vergognose, il minimo è parlarne duramente esprimendo anche le motivazioni della critica.
    A dirla tutta sono i nostri produttori che andrebbero stimolati sempre di più e che dovrebbero trovare riscontri diversi con le nostre guide, cosa che non avviene neanche qui, basta leggersele. Questo si che è grave. Se i nostri “esperti” guidaioli la smettessero di seguire l’andamento del mercato estero, di accettare una politica lobbistica, e invece lavorassero seriamente per mettere in risalto i tanti vini di qualità non ruffiani che abbiamo in Italia, molte cose cambierebbero. E ce ne potremmo fregare altamente degli americani. ma la filosofia di molti è vendere all’estero e trascurare l’Italia. Così arriviamo al paradosso che un Chianti Rùfina è più conosciuto negli States che in Sicilia o in Friuli.

  16. In Italia il vino è visto dai media generalisti come un qualcosa di tutto sommato “leggero”ossia devono prevalere gli aspetti ricreativi ,vagamente culturali con una punta di consapevolezza che comunque la cosa lasci trasparire l’importanza commerciale di un “made in Italy”.E’ chiaro che questo vada a nozze con la stampa mainstream specializzata enologica e vitivinicola che usa i media per promuovere se stessa, acquisendo grande visibilità e di conseguenza autorevolezza ,riuscendo a promuovere chi vogliono loro mediante una politica clientelare più o meno esplicita. Credo che lo sdoganamento di una controcultura enologica potrebbe avvenire molto difficilmente. Veronelli con le sue a volte discutibili manifestazioni in qualche modo ci ha provato ma c’è sempre il rischio che quando la cosa si fa interessante s’imbuchi qualche businessman accorto e cavalchi l’onda. E’ un gioco di potere in cui il vino è del tutto secondario.

  17. Fermo restando che Krug Vintage ’96 e pochi altri meritano davvero di essere in questa classifica, mi domando sempre come si possa fare una classifica dove troviamo elencati Chateauneuf-du-Pape ’05, champagnes ’96, supertuscans ’04, barolo ’03 ecc…
    E’ vero che trattasi di annate in commercio ma voglio vedere chi tra i due milioni di lettori della rivista ne sono veramente a conoscenza. Molti tra loro “prendono” i giudizi per oro colato e non sanno un’acca sul valore delle annate…
    Diamo un’altra occasione sulle capacità di giudizio degli “US tasters” quando il prossimo anno avranno a che fare con i Barolo 2004!!!

  18. Acc! sono d’accordo con Franco Ziliani e ne chiedo… venia. L’utilitá della critica e della messa in discussione di queste guide “estere” – ma anche di molte italiane – non pu´essere messa in dubbio e va vista anche sotto un ‘altra luce. S’é creata una nomenklatura che tiene lontano dalla attenzione dei recensori e – quindi indirettamente – dei consumatori, una lunga serie di produttori che meriterebbero attenzione. Ora onore e lode alla “nomenklatura” perché fa buoni vini, si é datta da fare, si é imposta all’attenzione e fa i propri interessi.
    Ma il dato di fatto é che se il produttore “fuori quota” oltre a fare in vino buono non : parla inglese, non ha risorse economiche, non ha doti comunicative o…diplomatiche, ne avrá da aspettare di tempo che qualche enoscrivente o qualche guida si accorga di lui! Fatta qualche eccezione di giornalisti dotati di sana curiositá – come il padron di casa di questo blog – e´impressionante come le novitá, le scoperte e le proposte siano veramente poche. Perché ? perché il giornalista del ramo trova spesso piu´semplice, meno impegnativo, piu´gratificante e spesso piu´…..remunerante scrivere di quel produttore che oltre a fare vini buoni (nessuno fa piu´oramai vini cattivi!) ne produce anche in numero consistente per avere quel surplus di risorse da dedicare alle pubbliche realazioni.

    Si obietterá che cosi´va il mondo e che in tutti i rami ci sono i piu´bravi i piu´capaci ed i meno capaci.
    Sicuramente, ma secondo me si tratta anche di una forma mentis oramai instaurata nelle maggior parte di chi scrive di vino e che – alla larga interessa un po´tutta l’ informazione : la morte della notizia, come qualcun altro ha scritto. Ed in questa luce ben vengano le mille campane dei blog e delle critiche proprio a quelle guide – straniere o italiane – che del mondo del vino richiano di dare un’immagine magari prestigiosa e patinata ma sempre piu´uniforme e dejá vu.

  19. Dov’é l’errore? Non é possibile che io possa esprimere concetti che possano trovare il consenso di C.M. ! Evidentemente non ero lucido o vaneggiavo in questo post, perché C.M. possa essersi spinto a scrivere, come ha fatto, “sono d’accordo con Franco Ziliani”. Ma forse sogno e verrò risvegliato dall’ennesima prevedibile tirata del sor Carlo che mi critica per riflesso pavloviano e dice che non sono credibile 🙂

  20. Qualcuno dei commentatori presenti ha mai letto questo? http://www.winereport.com/winenews/scheda.asp?IDCategoria=7&IDNews=1334
    Ci ritorno spesso e volentieri perche’ sembrerebbe che ad avere il dente avvelenato con Wine Spec…ulator in tutto il mondo sia soltanto il nostro buon Ziliani. Quell’articolo (ma se volete ve ne potete cercare anche degli altri magari in cinese o in arabo perche’ ci sono senz’altro e chi cerca trova) dimostra che l’oggetto di cui si parla e’ sempre lo stesso: quanti rettangoli di carta filigranata stampata in verde con il volto di George Washington e la scritta “in God we trust” si devono sborsare per fare classifica qui e altrove…

  21. Questa classifica come altre fatte dalla critica straniera (vedi stelline negate all’eccellenza della ristorazione mondiale) mi fa semplicemente sorridere e francamente ritengo non valga assolutamente nulla. Mi stupisce il credito che molti danno a questi giudizi che non sono rappresentativi di un bel niente. Non c’è metro di giudizio e il campione non è certamente ampio come dovrebbe.

  22. Da un lato credo che i giornalisti italiani, in generale e non solo nel settore vino, non siano certo in questo momento fra i migliori al mondo e dunque se queste testate estere hanno preso tanta importanza in un settore che dovrebbe essere “nostro” la colpa non è solo dei vignaioli ma anche della stampa. Con questo non sto dicendo che Parker e Suckling siano bravi ma che i giornali per cui scrivono hanno riempito il vuoto creato da certo provincialismo italiano e francese.
    In secondo luogo trovo che affermare sempre che i produttori italiani per vendere all’estero debbano fare vini più facili e più alla moda è clamorosamente falso. Moltissimi piccoli e validi vignaioli, così come aziende medie, vendono all’estero perché all’estero vi sono molto speso operatori più qualificati che in Italia. Perché vengono pagati in anticipo anziché a 180 giorni. Perché c’è un rispetto che molto spesso manca al consumatore italiano. Ricordo ancora che il vino più venduto nel nostro paese è il Tavernello. E ricordo ancora che molti dei vini tradizionali, tipici e classici sono più richiesti all’estero che nelle migliaia di wine-bar fasulli sorti in Italia negli ultimi dieci anni.
    Dunque la classifica di WS è sbagliata anche perché rappresenta male la stessa domanda estera di vini italiani. Il recente post di Ziliani sul buyer newyorchese non fa che confermarlo.

  23. Il vino inteso unicamente come merce, come prodotto di consumo è una cosa; il vino inteso anche e soprattutto come bene culturale un’altra. Wine Spectator opera esclusivamente nella prima ottica. Infatti se uno straniero decidesse di avvicinarsi al vino italiano basandosi sulla Top 100 di WS finirebbe fuori strada, dato che non potrebbe farsi la benché minima idea di cosa siano un Brunello o un Barolo né di quali siano le caratteristiche dei vitigni dei quali sono espressione. E questo francamente mi pare un pochino limitativo.

  24. Ricordatevi che se queste classifiche (o da noi le guide enogastronomiche) funzionano, anche se con sempre minore partecipazione, dipende esclusivamente dal fatto che la gente non è abituata a ragionare con la propria testa. Chi lo fa non può che avere un atteggiamento critico verso di esse, non per partito preso, ma semplicemente leggendone i contenuti e confrontandoli con il mondo reale. Si dice che siamo negli anni (iniziati con gli ’80) in cui l’effimero è diventato il pane quoridiano mentre i valori sono andati perduti nello sciacquone, e questo si evidenzia dai politici che abbiamo, dal livello televisivo e della carta stampata. Ma tutto questo, anche in questo caso, si regge in piedi sulla indolenza della gente che, invece di incazzarsi, spengere il televisore, scendere in piazza e gridare basta, al massimo borbotta e continua a subire questo degradamento e ad esserne in qualche modo compartecipe.
    Ben vengano tutte le possibili discussioni e le azioni consegnuenti, che si parta dal vino per allargare la sfera a tutto ciò che ci condiziona ogni giorno. La pappa è la stessa.

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