Devo ai lettori di questo blog, nonché agli amici Gabriella Burlotto e Franco Bianco, ottimi produttori di Barolo (Massara e Monvigliero riserva) Verduno Pelaverga (Basadone) in quel di Verduno, in quello splendido posto (hotel, agriturismo, ristorante, cantina) che è il Castello di Verduno (vedi), una precisazione.
Ricordate la mia standing ovation (leggi) riservata al loro Barbaresco Rabajà 2004 (a proposito, producono anche un Barbaresco Faset) che nell’ormai celebre degustazione di Londra di giovedì 13 si è beccato, dal vostro umile cronista, lo scettro di miglior vino tra i 48 (mica pochi) in degustazione, nonché quello, ben più importante, di winner of the tasting, in condominio con altri magnifici due?
Bene, se, come me, che ho già provveduto a “bloccare” 6 bottiglie, vorrete avere nella vostra cantina un certo quantitativo di questa meraviglia enoica, dovrete pazientare minimo un anno, perché quel vino, il Barbaresco Rabajà 2004, sarà commercializzato non prima di fine 2008 – inizio 2009.
Si prendono il tempo giusto, i Burlotto (una famiglia che per me è musica, visto che sono grande ammiratore e amico degli altri Burlotto, la famiglia di Marina, cugina di Gabriella, che conduce l’altrettanto validissima azienda verdunese Comm. G.B. Burlotto – sito – nonché l’accogliente agriturismo Locanda dell’Orso Bevitore – sito) per fare maturare e proporre ad amici e clienti i loro vini, perché il Rabajà 2003, che è buono, ma non so se raggiungerà i vertici del 2004, comincia solo ora il proprio percorso commerciale. Addirittura Gabriella & Franco (una delle tante belle coppie del barolesco universo: Marina e Giuseppe Alessandria – Burlotto, ad esempio, e poi Milena e Aldo Vaira, Marina ed Elio Grasso, Maria Teresa e Mauro Mascarello, quante altre ancora potrei citarne!) si permettono il lusso, disponendo di una porzione di vigneto in uno dei cru più noti e celebrati del Barbaresco – Rabajà (300 m.s.l.m.), foglio di mappa V°, particelle n. 317 (impiantata nel 1974), 320p (impiantata nel 1975), 408 e 409p (entrambe impiantate nel 1990). Superficie vitata globale di 1.23,00 ettari, interamente coltivata a vitigno Nebbiolo, suolo formato da terra bianca, a spiccata composizione calcareo-argillosa, con esposizione che guarda a Sud-Ovest – di produrre nelle grandi annate e con le migliori uve un limitatissima versione Riserva.
Che dire allora di questo Rabajà (peccato che altre splendide porzioni di Rabajà proprietà di altri vigneron non forniscano gli stessi eccellenti risultati…!) che viene vinificato in maniera classica con macerazione lunga (anche un mese) in tini di legno, con steccatura del cappello negli ultimi giorni di fermentazione, e maturazione, di tre anni circa, in botti grandi di rovere, per 6 mesi in vasche d’acciaio e poi almeno un anno un bottiglia?
Che si tratta di un vino splendido, al quale, nel corso della nostra degustazione, Nicolas Belfrage, master of wine, ha attribuito un punteggio di 18/20 mentre l’altro collega MW, Simon Larkin, non è andato (why Simon?) oltre un punteggio di 13/20, trovandolo “elegante e teso al palato, con tannini di grana fine, ma carente di generosità, di modesta lunghezza, con un tannino leggermente asciutto”.
Io, invece, Nebbiolo dipendente, sono rimasto conquistato dalla sua personalità che ho così descritto, giovedì, nel mio inglese non oxfordiano:
“Ruby, intense concentrated color. Rich and complex bouquet with ripe, but not overripe, layers of fruit, oriental spices, leather, tar, earth, tobacco, aromatic herbs, dried roses, and so on. Notes of great density and finesse. The taste is splendid, perfectly balanced, rich of flavor and nuances: soft, velvet tannins, large, consistent, with a lively, vibrant acidity, great freshness, and a long, very satisfying, finish. Marvelous now, but I think will be better and better with some years in the bottle. Great potential ageing: buy and lay down (if you resist to the temptation to drink) in your cellar. Great, outstanding wine”.
Note che tradotte nella mia lingua di tutti i giorni (fa un certo effetto tradursi dall’inglese e pensare che forse giovedì, mentre scrivevo nella lingua di Samuel Beckett e di John Osborne: Look back in anger, che capolavoro!, ero in una sorta di trance nebbiolosa…) dicono:
Colore rubino intenso di buona concentrazione. Bouquet ricco e complesso, con matura, ma non sovramatura, frutta a strati, accenni di spezie orientali, cuoio, catrame, tabacco, erbe aromatiche, rose secche, terra e via via… Il gusto è splendido, perfettamente bilanciato, ricco di sapore e di sfumature: tannini soffici e vellutati, ampio, consistente, con una vivace, vibrante acidità, una grande freschezza, e un finale lungo e di grande soddisfazione. Meraviglioso già ora, ma credo possa continuare a migliorare con alcuni anni in bottiglia. Grande potenziale d’invecchiamento e un consiglio, acquistarlo e lasciarlo in cantina (se resistete alla tentazione di berlo). Un grande vino, un fuoriclasse.
Il tutto, Ladies and Gentlemans, Signore e Signori, ad un prezzo che, mi assicurava Gabriella Burlotto, sarà intorno ai 25 euro.
Io vi ho detto tutto: poi vedete voi se spendere il quadruplo per un vino, regale finché si vuole e buonissimo, che nella nostra degustazione è arrivato leggermente dopo, oppure precipitarvi, in questa italica forma di acquisto en primeur a prenotare il Rabajà…
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Chi lavora seriamente e conosce bene le proprie uve sa che si può andare ben oltre i termini del disciplinare. Il nebiolo che é già ostico di per sé, a seconda delle annate, ha bisogno di essere “soggiogato” dalla mano dell’uomo.
Scusi Paolo, più che soggiogato oserei dire rispettato, ma sono assolutamente daccordo con lei e con Ziliani sul 2004 del Castello di Verduno e approfitto per fare i complimenti a Franco Bianco ed alla moglie: bravi, tutto meritato!
anche perchè non hanno mai cammuffato i loro vini per il mercato internazionale, mantenendo sempre la loro identità e quella del terroir.
Un bel passaggio sulle bucce del barbera, si fa ma non si dice, e lo raddrizziamo fin da piccolo quel monello!
Castello di Verduno Rabajà: il 2002 a 18.00 Euro il 2003 a 22.00. Oggi leggo che il 2004 costerà ca. 25.00 Non discuto sulla serietà dei titolari e sulla qualità dei vini, ma scusate questi aumenti sono sempre giustificati?
Soggiogato significa che va imprigionato a lungo nel castagno che lentamente gli affina i tannini, così non c’é bisogno né di barbera, né di barrique.
Ah, quelle benedette botti di castagno, il miglior legno per un grande vino! Peccato davvero che di legno di castagno al mondo ce ne sia cosi poco! Paolo, ti mando una forte stretta di mano. E spero che chi fa le botti abbia letto il tuo commento. Ad Allier a qualcuno gli verranno i brividi, ma che ci vuoi fare…
Mario, il nome Garbellotto ti dice qualcosa?
Sono obbligato a bere i vini legnosi che mi indichi tu sul tuo sito?
E’ possibile parlare ancora fra persone civili oppure dobbiamo, noi lettori di questo blog, sorbirci i veleni di tutti gli altri bloggari della rete che passano la giornata a sputare sentenze?
Paolo, non ho proprio capito il tuo commento, anche perche’ il mio era molto chiaro: il castagno e’ il miglior legno per i grandi vini come il nebbiolo, esattamente come hai scritto tu, e spero che chi fa botti legga il tuo commento, che condivido in pieno. Spero almeno adesso di essere stato ancora piu’ chiaro. Poi non afferro il tono della tua risposta, se vuol essermi di critica o se vuol essere un attacco, inspiegabile perche’ non ho un mio sito. Scrivo su un sito di Fabrizio Penna. E quali sarebbero i vini legnosi che in quel sito ha indicato il sottoscritto? Garbellotto e’ un costruttore di botti di Conegliano dal 1775. Cos’altro mi deve dire quel nome? Comunque, in attesa di una spiegazione, ti mando un’altra forte stretta di mano.
Mario, il sito é quello nel tuo link, comunque accetto e contraccambio la stretta di mano. Oggi non é giornata, mi spiace ma ho travisato i tuoi toni, pare che molti sotto Natale non abbiamo altro da fare che rompere i mar…….
…mesi fa ho chiesto a Garbellotto se aveva il materiale per farmi dei tini da 50 HL in castagno con fondi di slavonia (come le nostre vecchie botti sempre di loro produzione) e la risposta è stata che da quasi dieci anni nessuno si più fatto costruire nulla in castagno e che quindi si trovava sul mercato del materiale fantastico.
Ho rivisto Piero al SIMEI e quasi incredulo mi ha detto che negli ultimi tre mesi ci sono state diverse richieste di botti di castagno, tra cui anche quelle di alcuni enologi blasonati…
corsi e ricorsi storici Emanuele, tutto ritorna e pian piano si riscopre il gusto (anche di castagno) della migliore tradizione… E pensare che qualche “genietto” voleva farvi buttare via le vostre botti in castagno, magari per sostituirle con delle… barrique!
Grazie mille della bella notizia, Emanuele, allora e’ proprio vero che (non solo) a Barolo la ricreazione e’ finita, per dirla con il Franco Tiratore!!! E il nebbiolo tutto, quindi anche la chiavennasca, ci guadagnera’ senz’altro.
Paolo, grazie per aver capito, adesso, si vede che abbiamo proprio bisogno di un po’ di ferie tutti quanti. Ma sono curioso di sapere ancora da te quali vini legnosi avrei indicato, perche’ non ci posso credere. Preferisco il Barbaresco al Barolo (e Franco lo sa perfettamente) proprio perche’ ha un anno meno di botte, pensa te!!!!
Da diversi anni l’azienda agricola Doria, in Oltrepò Pavese, sta utilizzando botti di castagno da 500 hL per l’affinamento della barbera.
Maggiori dettagli: http://www.vinidoria.com/index.php?option=com_content&task=view&id=38
Giuliano Boni
chissa se fanno notizie ANSA anche per chi non ha mai smesso di utilizzarle