Cheers from London

Un veloce saluto al volo da Londra. Ieri fantastico wine tasting di 48 Barbaresco 2004. Qualita’ complessiva straordinaria e incredibili sorprese. Anche nelle valutazioni, molto elevate, da me date al vino di un noto produttore di Barbaresco, (mi pare lo chiamino le roi o l’Angelo del Barbaresco)… E’ la legge del blind tasting amici miei! Domani o lunedi’ al piu’ tardi, rientrato questa sera from London, le prime anticipazioni di questa splendida degustazione che rende onore al grande nome e alle grandissime possibilita’ dell’altro grandissimo vino base Nebbiolo di Langa: see you soon!

0 pensieri su “Cheers from London

  1. Tra i tanti pregi dei wine-blog, anche quello di poter partecipare del godimento altrui dopo degustazioni simili.. che noi umani non possiamo neanche immaginare!!

  2. Dunque il Giove Tonante dell’Enologia Italiana colpisce ancora !!!!!!!!!
    Sono contento !
    Comunque attendo con ansia i responsi, l’amore per il Piemonte ci unisce….almeno quello !

    Ciao e buon viaggio.

  3. Il Giove Tonante colpirà pure, ma soprattutto quando si va in enoteca! Bisogna decidersi, o fare vino che si possa bere o fare gioielli che si possano guardare. Lui ha scelto la seconda, e a me i gioielli non interessano.

  4. Caro Giuliani, a Bordeaux, in Borgogna, in Toscana, in Piemonte, allora ci sono molti gioiellieri che a Lei non interessano.
    Moltissimi di questi sono molto più cari del Giove Tonante dell’Enologia Italiana però Lei attacca solo lui……..perchè??
    E poi, se stessimo più attenti a come giornalmente spendiamo i nostri soldi forse una bottiglia ogni tanto ci potrebbe pure uscire.

    Ciao

  5. Tanto per alludere a comuni e non lontanissime esperienze: ma, dopo, chi erano i produttori dei vinio che hai assaggiato te l’hanno detto?
    Hehehe…
    Salutami l’ex swinging London,

    Stefano

  6. @Vignadelmar
    Non discuto dei vini francesi ma in Toscana a 300 euro trovo solo le vecchie annate di supertuscan, dei quali si può fare benissimo a meno (salvo rarissime eccezioni).
    Il vino, questa è una mia personalissima opinione, è e deve rimanere oggetto di piacere conviviale. A 300 euro diventa un lusso, paragonabile ai gioielli, che non hanno però la stessa funzione.
    @Mario
    ovviamente 🙂

  7. @ Vignadelmar: teoria curiosa, questa del “se stessimo più attenti a come giornalmente spendiamo i nostri soldi forse una bottiglia ogni tanto ci potrebbe pure uscire”.
    Dunque lei di Angelo Gaja condivide proprio tutto a prescindere, compresa la definizione del vino come “bene squisitamente voluttario”?

  8. @ Sig.Giuliani:
    Beh, non tutti i vini di Gaja in enoteca costano 300 euro. Certo se poi uno vuole andare a cercarsi delle vecchie annate dei suoi cru e magari bersele in un ristorante con ricarichi medio alti naturalmente può farlo.
    E poi, perchè non discute dei vini francesi ?? Loro possono spuntare prezzi altissimi per diritto divino, di genia, di nazionalità ??

    @Sig.Arturi
    Il vino è un bene voluttuario. Quelli buoni (e costosi) o buonissimi (e cari) ancor di più. Berli è un piacere, non una necessità, senza si campa abbastanza bene ugualmente…..con, si campa meglio e su questo credo siamo d’accordo !!
    Poi scendendo nel particolare credo di condividere molto poco con Gaja, salvo l’amore per il vino, per il nebbiolo in genere e per i suoi vini in particolare. Me lo dipingono come un conservatore ed io non lo sono assolutamente.

    Ciao

  9. @Vignadelmar
    mi riferivo ai prezzi dei suoi cru in enoteca, annate recenti. Almeno a Roma è quanto mi è capitato di vedere.
    Il Gaia & Rey, che non compro da anni, costava oltre 100mila lire agli inizi del 2000. Non mi sembrano prezzi proprio abbordabili.
    Non discuto i vini francesi semplicemente perché non rientrano nel mio badget personale. Se mi capita di berne, ben vengano, ma quando devo acquistare vino, non disponendo di grandi cifre, preferisco quello italiano, di cui scrivo.
    Possiamo discutere quanto vogliamo e trovare anche una giustificazione a certi prezzi, ma rimane il fatto che è la nostra mentalità che andrebbe cambiata. Si può fare il vino con finalità diverse, io preferisco chi lo fa per farlo bere, non per renderlo un’icona.

  10. Mi permetto di ricordare che il vino può essere un bene voluttuario al limite solo per consumatori del “nuovo mondo”. Per noi italiani, e per molti europei, il vino è parte fondamentale della cultura alimentare, dunque della cultura materiale. Senza nulla togliere a chi vende i suoi vini a prezzi stellari, una buona o anche ottima bottiglia di vino, per quanto mi riguarda, dovrebbe essere accessibile ai più, così come le tante altre colture/culture di qualità di cui il nostro paese dispone. Credo che questo dovrebbe essere un pensiero comune a quanti si dicono di sinistra, sebbene mi par di capire che la strada intrapresa sia invece quella opposta, molto radical chic, di rendere forzatamente raro ciò che un tempo era diffuso e comune, cioé i nostri saperi/sapori agricoli, per poi strappare prezzi che solo in pochi possono permettersi. E’ evidente che la qualità impone prezzi più elevati: ma un conto sono le grandi bottiglie da 30 euro, un conto quelle da 300 euro, che è quasi un terzo di uno stipendio medio.
    La strada verso un concetto di vino come “bene voluttuario” o “di lusso” è una strada coerente con una società urbanizzata che rifiuta l’agricoltura tradizionale, la ruralità, l’idea del bene agricolo come bene comune e come presidio socio-culturale. E’ la strada cui ci costringe una certa globalizzazione. Ma che sia la strada giusta ho i miei dubbi. Stiamo già pagando abbastanza i danni di una certa agricoltura, non credo vi sia la necessità di perseverare negli errori: non sarò alla moda ma sono rimasto fra coloro che reputano che con uno stipendio medio si dovrebbe riuscire a mangiare e bere molto bene, a casa come al ristorante. Non mi rassegno a un mondo dove in pochi potranno bere Gaja e Romaneé Conti, beni voluttuari, e in molti i vini da supermercato, beni proletari. No, non ce la faccio. E come produttore cerco di vendere i miei vini al “giusto prezzo”.
    Per quanto concerne la Francia non mi dilungo a discutere quello che è, alcune volte, un luogo comune. Dico solo che di fronte ai prezzi di certi toscani, di certi piemontesi, di certi amarone e di certi franciacorta, solo per citare alcuni esempi, un bel giro nella Francia rurale potrebbe sfatare alcune leggende.
    Auguri a tutti.

  11. se compro una bottiglia da 300 euro la mia fidanzata (con cui convivo da poco) mi taglia entrambe le mani… e anche qualcos’altro mi sa…

  12. Caro Sig. Giuliani, io penso che Gaja i suoi vini li venda tutti e che tutti vengano poi bevuti.
    Non sono oggetto di speculazione (esempio eclatante il Masseto)quindi chi li compra poi se li tracanna.
    Non credo quindi che siano icone, sono solo tremendamente buoni !!!

    Ciao

  13. @Vignadelmar
    credo che Corrado Dottori abbia espresso meglio di me ciò che volevo dire.
    Gaja vende tutti i suoi vini? La maggior parte all’estero, gli altri solo a chi può permetterseli. D’altronde lui stesso ci tiene che siano elitari e non lo nasconde. Peccato che chi ha più soldi non sempre è garanzia di maggiore sensibilità nel capire ciò che compra. Il vino costoso è una filosofia che piace molto, perché fa sembrare quelle bevande qualcosa di irrinunciabile, ma personalmente ho goduto moltissimo con vini assai più economici, e non solo perché non mi svuotavo le tasche.

  14. Caro Sig.Giuliani, mi spieghi meglio, prima di vendere i propri vini gli altri Produttori sottopongono gli acquirenti ad un esame di sensibilità per capire se capiscono ciò che comprano ??? Ma su dai, anche gli altri se possono vendono a chiunque senza farsi tanti esami di coscienza, basta che paghino il giusto prezzo.
    Ma continuo a domandarmi perchè il solo Gaja susciti tali polemiche mentre gli altri costosissimi produttori italiani passano sempre indenni sotto le forche caudine……..mica siete un po’ prevenuti ??

    Ciao

  15. “Si può fare il vino con finalità diverse, io preferisco chi lo fa per farlo bere, non per renderlo un’icona.”

    Sono d’accordo ed aggiungo che, pur vendendo vino, io compro per me bottiglie fino a 50 euro e non oltre. A questo prezzo trovo ancora degli ottimi vini italiani, ma francesi pochi, anche perché sono importati. Recentemente ho bevuto un notevole Chateau le Puy 2000 (bordeaux) a 36 euro.

  16. @Vignadelmar
    mi sa che non ci capiamo. L’ho detto all’inizio, io non ho nulla contro Gaja, non ho mai scritto un solo articolo critico nei suoi confronti e del suo Barbaresco Sorì San Lorenzo scrissi benissimo, pur sottolineando che non mi emozionava. Il mio era un discorso generale sul vino e sulle conseguenze di quell’assurda rincorsa ai prezzi che fu fatta dalla seconda metà degli anni ’90. Il vino, ripeto, deve essere un elemento conviviale, anche di scambio culturale se possibile, ma se io devo spendere centinaia di euro per una bottiglia, ritengo che ci sono molte altre cose che meritano la stessa attenzione senza che per questo mi debba svenare.
    Purtroppo, e lei me lo conferma, è ormai entrato nella mentalità comune che anche il vino debba essere un puro oggetto commerciale e chi lo fa ha solo quel fine, o almeno chi lo vende a certi prezzi (Masseto, Ornellaia, Lupicaia, Redigaffi, ecc. tutti toscani e figli di una stessa politica). Non è un caso che in molte enoteche, quei vini, che spesso vengono messi in cantine a parte, magari anche con lucchetto, ora rimangono in giacenza invenduti. Il vino deve tornare ad essere ciò che è sempre stato, un prodotto della terra da diffondere, comunicare, far conoscere, bere, amare a più persone possibili. Questi vini li possono conoscere e apprezzare solo gli addetti ai lavori (che spesso non li pagano) e coloro che vivono in agiatezza. Proviamo a proporli al resto della popolazione, e vediamo cosa rispondono. Dottori ha proprio ragione, la sinistra è diventata radical chic, lo dice uno che di sinistra ci è nato già quando succhiava il latte (esclusivamente dalla tetta sinistra). 🙂

  17. @ Vignadelmar – Lei dice che senza vino si campa abbastanza bene ugualmente; io invece concordo con quanto scrisse a suo tempo Mario Soldati, paragonando un pasto senza vino a un bimbo senza sorriso.
    Per il resto mi trovo d’accordo con il signor Dottori e con Roberto Giuliani. Soltanto che io, dopo aver letto i riferimenti alla destra e alla sinistra, mi limito a fare presente che una visione del vino come bene voluttuario è inequivocabilmente neoliberista e che con una visione di sinistra (mi riferisco a quella autentica e coerente, chiaramente) ha quindi ben poco a che spartire.
    Il vino è cultura, è passione, è lavoro, è stare insieme. Ecco perché proporlo come bene di lusso o come status symbol non è a mio avviso corretto. Gaja ha il pieno diritto di vendere le sue bottiglie al prezzo che ritiene opportuno, a conferirglielo è il mercato, come chiunque è libero di non spendere 300 € per una bottiglia di vino; però sarei più d’accordo con lui se non paragonasse il vino, tutto il vino, a un profumo costoso, a un abito griffato o a un gioiello.

  18. non mi bastava finire per collocare, alla cieca, il Barbaresco di Gaja tra i miei migliori 3 o 4 degustati. Questo pomeriggio all’aeroporto di Stansted chi ti incontro? Nientemeno che Giacomo Mojoli, uno dei “grandi capi” di Slow Food. E abbiamo chiacchierato per oltre tre ore, tra aeroporto e volo, come fossimo vecchi amici… Ossignur, cosa mi sta mai succedendo? 🙂

  19. Una volta ho trovato all’estero un Barbaresco che costava meno di una certa cifra sullo scaffale. Sapendo esattamente quanto incideva il trasporto e l’accisa d’importazione e senza nemmeno calcolare il guadagno dell’importatore e del dettagliante, risultava un prezzo franco cantina talmente basso che mi era perlomeno sospetto e scrissi percio’ ad Angelo Gaja per chiedergli se era possibile che un Barbaresco potesse partire dalla cantina a quel prezzo. Angelo Gaja, sempre attento e gentilissimo nel rispondere, mi scrisse che si, un prezzo intorno a quella cifra era possibile anche per un Barbaresco, non certo straordinario ma comunque onesto e dunque non si trattava di una truffa, perche’ questa era la mia stata la mia preoccupazione. Devo dire che a quel tempo Angelo Gaja vendeva i suoi Barbaresco a quattro volte la stessa cifra. Ma tenuto conto di quante sue bottiglie vengono destinate alle varie guide per gli assaggi e le valutazioni in punteggi, sia in Italia che all’estero, e di quante altre bottiglie sono consegnate dal marketing a personaggi illustri che fanno opinione, credo di poter dire in coscienza che il prezzo che Angelo Gaja faceva gli permetteva si guadagnare abbastanza (spero che questo non lo consideriate un reato, visto che lo scopo di un’impresa e’ il guadagno e non la sovvenzione statale, vero Prodi?) ma non certo cosi tanto come tutti invece spesso lo accusano di fare. Il problema e’ che tutti i vini hanno un costo di produzione che tra minimo e massimo non si discostano per piu’ del doppio: il resto e’ scelta di mercato. Chi vuol farsi conoscere vende a prezzi bassi, chi e’ gia’ conosciuto deve mantenere il nome nel mondo che conta o cade di prestigio e le bottiglie che riesce a vendere devono compensare quelle omaggiate. Mi pare normalissimo. Poi vedo pero’ un Pingus (che è un vin de garage, ma spagnolo) a 970 euro la bottiglia e penso che come minimo 900 siano tutte di profitto netto. E in Italia non c’e’ nessun vino, proprio nessuno, che esce dalla cantina a due zeri…

  20. scusa, il mio indirizzo è fittizio, sono solo ospite in questo momento! la prossima volta avrai quello mio personale. ma non è così importante.
    mi vien spontanea una domanda: chi degli scriventi è mai stato nella zona di questo vino? chi ha conosciuto la realtà delle produzioni locali?
    toccare per credere, provare per capire. Esistono piccoli e medi produttori che non dovendo spendere in pubblicità danno ottimi frutti in bottiglia e non in guide o carta stampata, parlo di quelli veri che preferiscono proporre il prodotto all’immagine.
    ma io sono anziana e amo ancora il Barbaresco, quello vero e pulito. Oggi è apprezzato solo il marchio e non il contenuto.
    i miei sono ricordi di quando la vita aveva un valore ed il cibo ed il vino erano parte integrante della vita.
    non comprendo più le vostre generazioni e le vostre scelte che vedo dettate da fantasmi dorati di cartapesta dipinta.
    Alda L.D.M.

  21. Caro Franco,

    Cooptazione, questo ti sta succedendo. Presto ti si vedrá consulente esterno alle pubbliche realzione di Eataly. Scommettiamo ?

  22. Rispondo ad Alda, gentile ospite…
    tutto vero, ma il mondo gira e non solo sulla poesia.
    dobbiamo stare con i piedi a terra e renderci conto che qualcuno ha fatto la storia anche se non è arrivato per primo, ma è arrivato primo per capacità (se non di qualità assoluta, per grandi doti di manager).
    se si è tralasciata un po’ la tipicità è stato per emergere e questo ha dato grandi frutti.
    Il suggerimento di venire a provare in loco non è affatto sbagliato, possono esserci buone sorprese non documentate.
    D’altronde ormai il mercato chiede novità e qualcuno inizia a risponere proponendo alternative valide a prezzi umani.
    Persino i Vigneron Francesi vengono ad ispirarsi per produrre ottimi vini a prezzi abbordabili, quindi prima o poi anche i nostri consumatori dovranno prenderne atto.
    Ma i nostri capisaldi devono rimanere tali: sono trainanti e guai se venissero demoliti od offuscati!
    I “Gaja” sono per noi un’assicurazione sulla vita. Lunga vita al nostro “Roi”

  23. …io di cantine, tra Italia e Francia, ne ho girate tante e ogni volta mi vengono in mente sempre gli avvocati e i notai con i quali per 10 lunghi anni di scrivania ho avuto a che fare: non ne ho mai conosciuto uno povero…
    Stanotte ci penso, poi decido se la visione del vino come bene voluttuario e di sinistra oppure neoliberista, ma mi sembra che Dettori abbia affermato che che il popolo di sinistra non dovrebbe appoggiare ( quindi comprare) un vino voluttuario, proprio perchè frutto di una visione neoliberale…quindi avete detto la stessa cosa….la comunicazione è il vero dramma della società di oggi!

  24. non ho ancora pubblicato i risultati del wine tasting, pardon, dovrei dire della degustazione (così qualche cruscante difensore dell’italica lingua non se la prende)e siete già a congetturare? E’ bastato riferire, al volo, rispettando la verità della degustazione alla cieca e assoggettandosi alle sue leggi, che in questo tipo di degustazione il Barbaresco di Monsù Gaja era figurato tra i 5-6-7 miei preferiti, per sollevare congetture e ipotesi le più stravaganti (e non sempre rispettose della mia volontà di continuare ad essere libero pensatore ed indipendente, come sempre) su cosa sia o stia diventando? Suvvia, lasciate a qualche fantasioso personaggio, che era si rivolge a me definendomi “caro” (caro un bel par de ciufoli!) dove aver più volte messo in dubbio la mia sincerità/integrità, il congetturare, super fantasiosamente, “Cooptazione, questo ti sta succedendo. Presto ti si vedrá consulente esterno alle pubbliche realzione di Eataly. Scommettiamo ?”. Lasciamo che sia lui a farneticare simili improbabili sviluppi e rimaniamo ai dati. Domanda: ma allora cosa mi succederà quando racconterò in dettaglio come sono andate le cose e come sia stata una degustazione entusiasmante? 🙂

  25. “Poi vedo pero’ un Pingus a 970 euro la bottiglia e penso che come minimo 900 siano tutte di profitto netto.”

    Diciamo anche 950…
    A mio parere il vino esclusivo non é quello che costa 1000 euro alla bottiglia, ma quello fatto apposta per me, con i miei criteri, con la mia etichetta, con la produzione tutta riservata a me e non al mercato. Allora potendo far assaggiare agli amici questo vino che non verrà bevuto da nessuna altra parte se non a casa mia, potrò dire loro : “oggi assaggierete un vino esclusivo.”

  26. CI SONO TANTI VINI BUONI NEL BEL PAESE A PREZZI POTABILI SENZA DOVERSI SVENARE PER UNA BOTTIGLIA “ETICHETTA”, SPESSO CONSIGLIATA DA UN
    ENOTECARIO-TREBICCHIERI. BISOGNA SAPER SCEGLIERE….DEGUSTATE GENTE, DEGUSTATE(nel caso del nebbiolo, piccoli produttori di Barolo a Serralunga…prezzo giusto, poca cipria e tanti tannini)
    SALUTE

  27. no figurati! avevo un amico direttore di una banca di sinistra che girava con una mercedes 320, ed aveva comprato un appartamento di quella cooperativa rossa, che costruiva per gli operai, appartamenti dati solo a famiglie bisognose, per la sua amante 22enne cubana…figurati! coi sinisatrorsi(e gazzelle) non mi scandalizzo piu’ di nulla!
    ps gaja lo avevo come Roberto Voerzio….chissa’ perche’ da destroide non li ho piu’ in cantina
    so’ come Giuliani!
    :-O)

  28. Non si e’ capito da che parte sarebbe scritto che essere di sinistra significa dover essere pauperisti. Al contrario: champagne e caviale per tutti, suona eccome molto di sinistra. Liberazione dalla schiavitu’ del bisogno significa creazione di nuovi e piu’ evoluti bisogni. Senza bisogni da soddisfare non esiste neppure il valore delle merci, dunque non esisterebbe neppure il lavoro produttivo. Leggetevi uno che di sinistra credo fosse, Karl Marx, in particolare l’inizio del Capitale (libro primo).

  29. Caro Sig.Cintolesi, prima o poi bisognerà che Ziliani e Liloni ce lo spieghino dove sta scritto che i Comunisti non dovrebbero godersi la vita cogliendone i migliori frutti che essa ci offre, belle donne comprese.
    D’altronde a noi dicono ci aspetti la dannazione eterna, quindi ce la godiamo adesso !!!

    Al contrario credo che i conservatori, quelli di destra, i fedelissimi di Santa Romana Chiesa Cattolica ed Apostolica dovrebbero vivere in modo parco, sobrio, quasi penitenziale per approdare in pompa magna al Regno dei Cieli ed alla beatitudine eterna !!!

    Meditate gente, meditate….. 🙂

    Ciao

  30. Troglo non é che siamo “comunisti” e non ce ne siamo accorti? il programma proposto da Luciano Vigna del mar me gusta mucho, anche al posto di Gaja potendo preferirei bere sempre Monfortino e Soldera…

  31. Caro Ziliani, mi piace dirLe che per noi materialisti epicurei una cosa non esclude MAI l’altra….quindi io mi berrei sia Gaja che Monfortino e Soldera…..fanno reazione se bevuti alla stessa cena ?? 🙂

    Ciao

  32. Marx ragionava con la teoria del valore-lavoro criticando la teoria del valore-di-mercato. Se dunque vogliamo, con leggerezza ed ironia perché trattasi di un blog, approfondire la questione della formazione dei prezzi, credo che sia opportuno ricordare come nessuno abbia qui sostenuto che la sinistra deve essere pauperista. Si è sostenuto semmai (e ammetto che sia un pò demodé, ultimamente) che il prezzo di una merce dovrebbe avvicinarsi al suo “valore” in termini di lavoro in esso contenuto. Un vino che costa 900 euro a bottiglia dubito fortemente che, per quanto di qualità estrema, possa contenere un valore-lavoro che spieghi quel prezzo. E’ evidente che quel prezzo deriva dal semplice rapporto fra una domanda enorme, magari dovuta a qualche buona recensione, e una offerta scarsissima, tipica dei garagisti. Tutto questo poco c’entra con la teoria dei bisogni, ma c’entra molto con una applicazione estrema dell’economia di mercato. Mi pare che nessuno qui processi gente che legittimamente in un sistema capitalista cerca il profitto massimo. Si è solo affermato che la sinistra può tranquillamente soddisfare i suoi bisogni “evoluti” bevendo grandi vini a prezzi giusti, visto che esistono. E che si dovrebbe agire perché la grande parte della società possa permettersi vini da 20 euro anziché vini in cartone da 1 euro. Ma questo è legato a due questioni: la redistribuzione della ricchezza e un livello culturale tale da rendere possibili scelte consapevoli. Con entrambe le questioni l’idea di vino come bene voluttuario mi pare c’entri poco poco.

  33. L’emozione non ti coglie quasi mai con vini che gia’ sai essere tra i migliori, delle denominazioni piu’ premiate in Italia ed all’estero, ma ti coglie quando ne scopri uno che costa poco eppure e’ fra i migliori e lo sanno solo quattro amici al bar. Il Barbacarlo di Lino Maga, il Buttafuoco di Scuropasso, il Grignolino di Mauro Gaudio, il Rouchet di Scarpa, il Labrusca di Oreste Lini, il Gaurano di Michele Moio, il Gravina di Botromagno, tanto per fare soltanto un paio d’esempi…

  34. La cosa si fa molto interessante..
    non vedo l’ora di queste degustazioni,
    e la libertà e la sincerità del patron Ziliani per me sta proprio
    nella trasparenza e nell’ onestà di ammettere la semplice
    verità che gaja si è piazzato bene nelle sue preferenze.
    I paraocchi o la (mala)fede non fanno parte di quel mondo del vino
    in cui voglio credere, perchè è sempre lui a rimetterci in gioco, se di giocare ci sentiamo ancora in grado e quindi di gioirne, è sempre lui a farci scendere da arroccamenti e verità precostruite , è sempre e solo di fronte ad un suo bicchiere che dobbiamo spogliarci di noi e sentire con animo ben-disposto quello che ha da raccontarci..
    nel frattempo dopo le grandiose gesta raccontate da Lei, Ziliani, di quel gaja ’64 rivelatosi nell’ occasione di piacere barbaresco m’interrogo se prendere quell’ unica bottiglia trovata a caro prezzo da un conoscente.. chissà..

  35. Corrado Dottori, non mi pare che Marx criticasse la teoria del valore di mercato usando la teoria del valore lavoro (non sua per altro). Innanzitutto nel primo libro del capitale che ho citato Marx si mette nell’approssimazione di un capitale singolo, il che in qualche modo si riduce (anche) all’approssimazione di prezzi coincidenti con il valore. Il fatto che i prezzi possano anche non coincidere con il valore, ma fluttuare attorno ad esso per effetto della dinamica domanda offerta, non toglie nulla all’impianto marxiano. Non e’ un caso che la parola profitto non compare che nel terzo libro, ossia prendendo in considerazione il ciclo di riproduzione del capitale complessivo. Inoltre Marx non ha mai avuto neppure un ombra di impostazione moralistica, nel senso che non e’ mai stato prescrittivo, bensi’ descrittivo. Non e’ che il prezzo deve eccetera. Semplicemente egli osserva (con Ricardo) che il valore di scambio si riconduce al valore-lavoro. La novita’ marxiana consiste nella soluzione del paradosso (fino a Ricardo compreso) “come e’ possibile la creazione di ricchezza se il capitalista acquista e vende le merci al loro valore?” (avendo preliminarmente dimostrato che senza perdere in generalita’ ci si puo’ mettere nell’approssimazione di prezzi coincidenti col valore). Soluzione che trovera’ notoriamente nella separazione del concetto di forza-lavoro (una merce) da quello di lavoro (unita’ di misura del valore delle merci).

  36. Come già detto non credo sia questo lo spazio per dissertazioni di marxismo, ma alcune precisazioni sono necessarie per capire quanto da me affermato: la teoria del valore-lavoro (dei classici, fra cui va inteso anche Marx) è cosa assai diversa, e alternativa, alla teoria del valore di scambio (dei pre-classici). Nel sostenere come il valore delle merci tenda, in regime di concorrenza, a uniformarsi al prezzo naturale (legato al lavoro-incorporato) Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 descrive esattamente i casi in cui ciò non accade e il prezzo di mercato risulta superiore, creando un saggio di profitto molto superiore: la cosa è interessante perché vi ricomprende anche casi dove “la produzione è legata ad una determinata località (come ad esempio i vini pregiati) e la domanda effettiva non può mai essere soddisfatta”. Questi casi non sono pochi, al contrario sono molti e tutti fondamentalmente legati alla presenza di monopoli e/o rendite di posizione. Ora, a parte che la non coincidenza del valore di mercato con il prezzo naturale, lungi dall’essere irrilevante nella critica alla teoria marxiana, sono invece fondamentali perché contraddicono una delle sue previsioni fondamentali, cioé la caduta del saggio tendenziale di profitto, ma ciò che a me interessava sottolineare era semplicemente questo: che prezzi di mercato così assolutamente fuori da ogni concetto di “prezzo-giusto” o “prezzo-naturale” non stanno a significare una maggiore qualità ma semplicemente lo sfruttamento di una rendita (di posizione, o di immagine o quant’altro). E la sinistra dovrebbe essere contro le rendite, o no?
    Quanto al fatto che la morale non c’entri con Marx, credo sia quantomeno opinabile visto che l’intera sua costruzione nasceva sì su basi scientifiche ma dall’urgenza della realtà sociale che aveva sotto gli occhi (vi sono pagine fortemente pregne di etica nel Manifesto). Così come molte delle nozioni di economia politica da lui utilizzate venivano dai classici la cui impostazione era basata sulla filosofia utilitarista che era filosofia morale.

  37. Corrado & Filippo tutta questa dotta, nobile dissertazione dal semplice annuncio del risultato di una degustazione di Barbaresco? E cosa accadrà, quali vertici della speculazione filosofica, dell’analisi economica si toccheranno, quando verranno(tra qualche ora)pubblicate le prime considerazioni e conclusioni sul wine tasting? Amici miei vorrei averli tutti i giorni dei commentatori come voi! Thanks ! 🙂

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